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VII° CONGRESSO STRAORDINARIO P.D.C.I. “DOCUMENTI”

Ricostruire il partito comunista, unire la sinistra, attuare il programma della Costituzione

Martedì, 04 Giugno 2013

Documento politico per il 7º Congresso (straordinario) del PdCI
1-Un congresso straordinario
La scelta di convocare un congresso straordinario sorge dalla crisi profonda di consenso politico e di radicamento sociale dei comunisti e della sinistra (evidenziata anche dai risultati elettorali del febbraio e del maggio 2013) che non ha precedenti nella storia repubblicana del nostro Paese, e che è tanto più grave in quanto va in senso inverso rispetto alla ripresa che si verifica invece nella maggior parte dei paesi europei.
Non si tratta di un congresso per discutere di tutto: dobbiamo concentrare l’attenzione sulle novità della situazione italiana ed europea degli ultimi due anni e sui nodi dirimenti della riorganizzazione politica dei comunisti e della sinistra in Italia.
 
2-Il valore delle tesi fondamentali del precedente congresso
Le tesi del nostro 6° congresso (ottobre 2011) contengono una elaborazione strategica su una serie di questioni non contingenti, di cui confermiamo il valore e di cui troviamo conferma negli sviluppi della situazione mondiale ed europea dell’ultimo periodo. Tra queste:
-il bilancio storico-critico (ma non liquidatorio) dell’esperienza di costruzione del socialismo nel XX secolo e le prospettive del socialismo nel XXI;
-la natura della crisi del capitalismo e la sua influenza sulla prospettiva storica del socialismo e del comunismo;
– il ruolo dell’economia mista nella fase di transizione;
– l’indispensabile coniugazione, in termini di rapporti tra i generi e tra le generazioni, delle politiche di volta in volta necessarie a combattere gli effetti devastanti della crisi;
– l’analisi del quadro internazionale e la centralità del ruolo dei BRICS e soprattutto della Cina nella costruzione di un nuovo contesto internazionale progressivo, in cui si creino condizioni più favorevoli alla lotta per il socialismo;
– il crescente ricorso alla guerra e all’interventismo militare da parte delle grandi potenze imperialistiche dell’asse euro-atlantico, della Nato e di Israele (guerra in Libia, intervento militare francese in Mali, interferenze militari e minacce di guerra alla Siria e all’Iran). Per cui ribadiamo il rifiuto di qualsiasi ipotesi di intervento militare italiano – diretto o indiretto – negli scenari di guerra;
– la valutazione critica non congiunturale degli assi portanti dell’Unione europea;
– la proposta di ricomposizione unitaria dei comunisti e delle comuniste, su una piattaforma comune, per la ricostruzione di un nuovo partito comunista nel nostro Paese, in un contesto unitario a sinistra, e le caratteristiche fondamentali di questo partito;
-la nostra partecipazione convinta al processo in atto di ricostruzione di un movimento comunista e rivoluzionario a livello mondiale e continentale;
-l’esigenza di un arricchimento della cultura marxista, capace di portare a sintesi le questioni di classe e quelle di genere ed una attenzione permanente alla problematica dei diritti civili ed il principio della laicità dello Stato, la pari dignità per le coppie omosessuali, etc.;
-l’importanza crescente delle problematiche connesse allo sviluppo sostenibile, all’equilibrio dell’eco-sistema, alla promozione di fonti energetiche alternative, al controllo pubblico dell’acqua e dei cosiddetti “beni comuni”.
Quelle tesi fondamentali (e le schede programmatiche allegate) costituiscono la base, confermata dallo svolgimento degli avvenimenti, della nostra elaborazione complessiva.

3-Una crisi epocale
La crisi capitalistica attuale è profondissima (strutturale e sistemica). È crisi dei meccanismi di accumulazione e riproduzione capitalistica, coinvolge gli Stati in prima persona (il debito pubblico), ma investe l’intera economia della triade imperialistica (Usa, Ue, Giappone).
Se, nel riconoscimento unanime del carattere epocale della crisi si manifestano, come è normale che sia, alcune differenze di analisi anche tra i teorici marxisti, una cosa sembra certa: dopo la crisi, come dopo una guerra di grandi dimensioni, il mondo non sarà lo stesso: gli esiti che questa crisi produrrà saranno – nell’economia come nella società, nella mentalità di massa come nelle istituzioni politiche – o di carattere regressivo o di carattere progressivo.
Lo sbocco che alla crisi si potrà dare dipende dal modo in cui i soggetti politici, sindacali, statuali organizzati, in qualsiasi forma, agiranno. Essa segna uno spartiacque nella storia del mondo e il modo in cui i soggetti politici e sindacali si muovono di fronte ad essa è una cartina di tornasole della loro adeguatezza storica. La crisi può e potrà produrre rapidi sconvolgimenti non solo in campo economico e sociale, ma nelle organizzazioni politiche e nelle istituzioni degli Stati.
 
4-Necessità del socialismo
La crisi investe non solo l’economia, ma anche la politica, la democrazia rappresentativa, le relazioni sociali e di genere, l’aggravamento delle condizioni dell’eco-sistema, la crescente scarsità e le guerre per le risorse (dal petrolio all’acqua) che si stanno susseguendo, la qualità delle relazioni tra gli esseri umani: è crisi di civiltà. E segnala la natura e le potenzialità distruttive del capitalismo allo stadio attuale del suo sviluppo.
Da qui sorge la necessità storico-politica del socialismo e l’esigenza di rilanciarne la prospettiva: con la consapevolezza che ciò comporta una fase non breve di transizione nella storia del mondo, e quindi la necessità che in ogni Paese o area del mondo si individuino le tappe concrete e possibili di avanzamento in quella prospettiva.
Compito dei comunisti è quello di collegare, in questa parte del mondo, radicalità della prospettiva socialista e realismo di un programma minimo progressivo e credibile per l’Italia e per l’Europa, consapevoli che esse non sono alla vigilia di una rivoluzione socialista.
 

L’Europa

5-Crisi dell’Unione europea
L’Unione europea non è la nostra Europa: noi lottiamo per la prospettiva di un’Europa progressiva e socialista, dall’Atlantico agli Urali. Sappiamo che si tratta di un progetto di lungo periodo, e non rinunciamo a lavorare per ottenere qui ed ora modifiche concrete ancorché parziali nell’attuale configurazione europea.
Per i limiti di fondo della costruzione europea e dell’eurozona, la crisi colpisce più profondamente l’Ue, dove – oltre alle tradizionali contraddizioni di classe – si manifesta anche una contraddizione tra Stati e nazioni: il blocco tedesco (Germania, Finlandia, Olanda) impone i suoi diktat ai paesi del sud, meno “virtuosi”, con politiche di austerità che hanno immiserito e spogliato Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, Italia, Cipro (dove si è attuata una espropriazione diretta con l’imposta del 40% sui depositi bancari superiori ai 100.000 euro, che sta inducendo i comunisti e la sinistra cipriota a porre il problema dell’uscita dall’euro).
Siamo in una fase storica di declino del mondo occidentale e di superamento della sua egemonia su scala mondiale: dell’Europa in modo particolare. Anche questo è all’origine del peggioramento delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici nelle aree centrali del sistema, e del crearsi di una gerarchia al loro interno, per cui i paesi più sfavoriti sono quelli più deboli, costretti ad attuare ricette simili a quelle “di aggiustamento strutturale” che nei decenni passati rovinarono interi paesi del Sud del mondo.
Contrastiamo le tesi prevalenti nell’establishment italiano (Monti, Letta, Bonino, Napolitano…) secondo cui si esce dalla crisi “rafforzando l’unità politica ed economica” di questa Unione europea, in senso federale, fino a prevedere un presidenzialismo continentale in cui il presidente della Ue verrebbe eletto direttamente e congiuntamente dall’elettorato dei paesi dell’Ue, scavalcando la sovranità dei Parlamenti nazionali.
L’Europa più forte che vogliono è l’Europa degli accordi tra i poteri forti delle oligarchie che hanno impedito il referendum in Grecia e le elezioni anticipate in Italia .
E’ l’Europa che impone alla Bce di non salvare gli Stati, ma le consente di salvare le banche (mentre Draghi dichiara che l’Ue non può più permettersi uno Stato sociale..).
E’ l’Europa che chiama ‘unione fiscale’ la sorveglianza sulle politiche di bilancio, impone di mettere il pareggio di bilancio in Costituzione e scarica sacrifici durissimi sulle spalle dei popoli.
E’ l’Europa che ha distrutto l’economia della Grecia con manovre antipopolari di austerità e continua ad applicare a tutti i Paesi in difficoltà la stessa ricetta iniqua.
Nel contesto degli attuali rapporti di forza e di classe in questa parte del mondo, nel contesto cioè di questa Ue , dominata dal grande capitale multinazionale e dalle oligarchie finanziarie, subalterna alla NATO e all’egemonia dei nuclei dominanti dell’imperialismo – ora in concertazione, ora in competizione con gli Stati Uniti, ma nella stessa logica di classe – rafforzare l’unità politica ed economica di questa Unione Europea significa rafforzare il nostro avversario di classe e i principali responsabili della politica di guerra verso altri popoli (Libia, Siria) e di massacro sociale che il nostro popolo e il nostro Paese stanno subendo.
 
6-Per una cooperazione internazionale e pan-europea tra Stati sovrani
Siamo per una cooperazione pan-europea tra Stati sovrani. Per la difesa della sovranità di un’Italia non liberista che sappia affermare un ruolo forte e progressivo dello Stato nell’economia, nello spirito e nella lettera della nostra Costituzione.
Non è vero che i parlamenti nazionali non contano più nulla, e che le borghesie nazionali dei singoli paesi europei “subiscono” impotenti i diktat di Bruxelles. Pesano sicuramente in modo rilevante le pressioni della Bce, del FMI e delle agenzie di rating, che rispondono a grandi poteri finanziari internazionali. Ma ciò viene spesso usato come alibi dai poteri forti nazionali per imporre politiche di rigore a senso unico (mentre per gli armamenti come gli F35 o per il salvataggio delle banche i fondi si trovano sempre). E dalle borghesie dei Paesi più forti per imporre politiche inique alle nazioni più deboli.
Nella piccola Cipro la maggioranza del Parlamento, sorretta dalla mobilitazione popolare, ha contrastato e corretto alcune misure indicate dall’Ue. Per non parlare dell’esperienza della piccola Islanda – che non a caso viene tenuta nascosta dai media – dove una linea affine a quella Ue è stata respinta in blocco da un referendum popolare e le banche indebitate a causa della speculazione sono state nazionalizzate.
Non pensiamo con ciò ad alcun ripiegamento autarchico (che sarebbe fuori dalla storia nell’epoca della globalizzazione). Pensiamo invece ad una logica di cooperazione economica, politica e valutaria per la creazione di un’area che comprenda tutte le forze che nella regione pan-europea (a cominciare dai paesi PIGS) e mediterranea (dentro e fuori la Ue) operano con una logica di cooperazione alternativa a quella euro-atlantica, aperta alla collaborazione coi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).
Solo su questa base, agendo quindi sui rapporti di forza interni e internazionali, con la possibilità di avere propri rapporti economici, commerciali e valutari all’interno di quest’area, si potrà dare concretezza alla prospettiva di un’uscita dall’euro in chiave progressiva.
Diverse forze comuniste e antiliberiste in Europa ritengono ormai arretrato l’obiettivo della ricontrattazione dei trattati europei, proponendo tout court la fuoriuscita dall’euro e la rottura della Ue. Questo esito potrebbe determinarsi anche indipendentemente dall’azione delle forze antiliberiste, come implosione della Ue e dell’euro (prevista da molti economisti), oppure su pressione delle frazioni più oltranziste del capitale tedesco. Non intendiamo sottrarci a questa riflessione o negarne la piena legittimità, ma riteniamo che porre oggi immediatamente l’obiettivo della fuoriuscita dall’euro, senza nel contempo indicare un’alleanza internazionale con Stati sovrani o unità regionali con cui stringere accordi sul piano economico e geo-politico, con gli attuali rapporti di forza interni e internazionali, non incontrerebbe una sponda internazionale adeguata.
Nell’Unione europea, operiamo – con tutte le forze disponibili – per contrastare le ipotesi in atto (fiscal compact, patto di stabilità) che, abbandonando ogni logica di coesione sociale e solidarietà tra aree forti e aree deboli, accentuano diseguaglianze sociali e asimmetrie macroeconomiche, a favore di un direttorio di poteri forti imperniato sulla Germania. Questa logica vanifica ogni partecipazione democratica dei popoli alla costruzione europea, ridimensiona ulteriormente la sovranità nazionale dei paesi più deboli, e pretende di introdurre per legge – con misure punitive per i trasgressori – misure coercitive e antipopolari non soltanto di mantenimento ad ogni costo del pareggio di bilancio, ma di riduzione del debito pubblico già in essere, che avrebbero come conseguenza la distruzione di cioè che rimane di ogni parvenza di Stato sociale e di sviluppo.
 
7-Coordinare le lotte e le proposte alternative a livello europeo
Valutiamo con obbiettività e senza pregiudizio le gravi responsabilità della socialdemocrazia europea (e del Pd) nella costruzione di questa Unione europea e del suo approdo attuale, che trovano conferma nella subalternità della politica di Hollande ai tradizionali assi portanti dell’asse franco-tedesco e ad una politica estera allineata alla Nato.
Valutiamo negativamente la scelta di Sel di aderire al Pse proprio nel momento in cui esso rivela la sua subalternità ad una linea neo-liberale ed euro-atlantica, e si propone di andare oltre la stessa Internazionale socialista, con una prospettiva alla Tony Blair, che inglobi anche il Partito democratico. Nella socialdemocrazia europea è in atto da tempo un processo di distacco crescente da alcune istanze progressive che pure in passato furono patrimonio della socialdemocrazia “classica” e che contribuirono alla costruzione dello Stato sociale. Oggi quelle idee sono fatte proprie da un filone di pensiero neo-laburista che si ritrova in alcune componenti della Sinistra europea, come la Linke in Germania, o le posizioni di Mélenchon in Francia, o di alcuni settori di Syriza in Grecia.
Lavoriamo per la costruzione di un fronte di lotta continentale dei comunisti e delle forze progressiste, sindacali e politiche, con proposte concrete alternative e unificanti:
-rinegoziazione del debito pubblico, superamento del fiscal compact e del patto di stabilità;
-piano di investimenti pubblici nelle aree a più forte disoccupazione, finanziato con una fiscalità progressiva e con una riduzione delle spese militari;
-fissazione di standard minimi contrattuali;
-garanzie di standard minimi in termini di reddito garantito e di accesso allo Stato sociale;
-forme di controllo dei flussi di capitale e strumenti per il contrasto della speculazione finanziaria.
Questi obiettivi vanno perseguiti collegando il problema delle risorse alla lotta contro la guerra, introducendo nelle piattaforme rivendicative la riduzione del debito pubblico a partire dalle spese militari. Per rilanciare un movimento contro la guerra che oggi è in grave crisi in Europa, e può rinascere solo se si determina un intreccio tra lotta contro la guerra e lotte sulle questioni sociali più sentite.
In questa azione di coordinamento può e deve svolgere un ruolo di supporto non solo istituzionale il Gue-Ngl, il gruppo parlamentare europeo che riunisce i comunisti ed altre forze progressiste, non tutte facenti parte del partito della Sinistra Europea (SE). Per poter fare ciò il Gue deve recuperare appieno le sue originarie fondamenta confederali, in cui tutte le forze operano con pari dignità e sovranità (e non come se il Gue fosse oggi una sorta di proiezione istituzionale del partito della Sinistra Europea); e collegarsi a tutte le forze progressiste europee, dentro e fuori la Ue, ivi comprese quelle che, come noi, non hanno una rappresentanza istituzionale.
 

L’Italia: crisi economico-sociale e centralità del lavoro
 
8-La crisi economica italiana
L’Italia sta pagando un prezzo pesantissimo: alle sue debolezze strutturali (determinate e accentuate dalle politiche di smantellamento dell’economia pubblica e della grande impresa pubblica attuate nell’ultimo ventennio) si è aggiunta la devastante politica di tagli e austerità del governo Monti, che ha prodotto una pesantissima recessione, con fallimenti a catena di decine di migliaia di imprese e un aumento vertiginoso della disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile.
La situazione economica del nostro Paese è drammatica, e non accenna a migliorare.
A più di 5 anni di distanza dall’inizio della peggiore crisi del capitalismo dai tempi della Grande Crisi del 1929, siamo tra i Paesi che hanno perso più ricchezza, distrutto occupazione e capacità produttiva.
La perdita di prodotto reale rispetto al 2007 raggiungerà a fine 2013 i 121 miliardi di euro (-8,1%); neppure nel 2017, cioè dopo 10 anni, sarà possibile tornare ai livelli pre-crisi.
Dopo la crisi del 1929 ne erano bastati sei (per avere altri termini di confronto, basterà ricordare che 6 anni dopo la recessione del 1975 il pil era cresciuto di 20 punti percentuali, e 6 anni dopo quella del 1992 era cresciuto di 10 punti).
Dal 2009 in avanti le contrazioni delle esportazioni e degli investimenti ammontano, rispettivamente, a -24,6% e -16,5%.
Ad esse si è aggiunta, dal 2011, la flessione dei consumi delle famiglie: ad oggi -6,1% (la contrazione massima mai sperimentata in un periodo così breve) e ancora in peggioramento.
Un ultimo triste record è rappresentato dal tasso di disoccupazione: nel 2012 è salito al 10,6%, con un incremento di 2,3 punti percentuali in un solo anno, il massimo mai registrato nell’intera storia repubblicana (con punte del 70% al Sud tra i giovani). Anche in questo caso, la situazione non evidenzia alcun miglioramento.
Se le linee di tendenza attuali non saranno invertite, avremo:
– dopo un marcato calo del prodotto interno lordo anche nel 2013 (ormai certo), altri anni di stagnazione;
– una permanente distruzione di capacità produttiva;
– un significativo innalzamento del tasso strutturale di disoccupazione;
– uno spiazzamento competitivo, e una regressione nella divisione internazionale del lavoro, forse destinati a durare per generazioni.
Se le politiche poste in atto dal governo Berlusconi-Tremonti prima, dal governo Monti poi, hanno contribuito attivamente a far sì che gli effetti della crisi attuale sul nostro Paese fossero peggiori di quelli della crisi del 1929, la sostanziale continuità del governo attuale rispetto ai predecessori non fa presumere alcun miglioramento.
Lo stesso alleggerimento della pressione sui titoli di Stato italiani degli ultimi mesi, se per un verso costituisce la migliore dimostrazione dell’irrilevanza dell'”incertezza politica” di breve periodo ai fini delle decisioni di investimento sui mercati del debito pubblico (e quindi conferma che si sarebbe potuto e dovuto andare a elezioni anticipate nel novembre 2011 – nel momento di massima debolezza di Berlusconi – anziché installare il governo Monti che gli ha ridato fiato), d’altro lato non significa affatto che i problemi che riguardano il debito pubblico italiano siano alle nostre spalle.
Semplicemente, in questo momento il minor costo del rifinanziamento del nostro debito pubblico nasce dalla maggiore fiducia dei mercati nella sopravvivenza dell’euro. Non appena tale fiducia tornerà ad essere intaccata, dalla crisi di un Paese membro (ad es. la Slovenia o la Spagna) o dal riprendere di spinte centrifughe (ad es. in occasione delle elezioni politiche di settembre in Germania), l’attacco al debito pubblico italiano riprenderà. Anche perché esso a fine 2013 raggiungerà la soglia del 131% del pil, e l’approssimarsi dell’entrata in vigore del vincolo di riduzione annua dello stock di debito (nella misura del 5% della quota eccedente il 60% del pil a partire dal 2014) renderà chiara l’insostenibilità della situazione del nostro Paese e la concreta impossibilità di rispettare i patti europei sottoscritti dal governo Berlusconi e poi dal governo Monti.
La gravità della situazione italiana impone un radicale cambiamento di rotta su 3 fronti principali:
-abbandonare le politiche di austerity distruttive e controproducenti adottate sinora;
-rinegoziare presenza e ruolo dell’Italia nel processo di integrazione europea;
-affrontare i nodi strutturali della crisi economica italiana.
Questo programma è diametralmente opposto alle politiche seguite dagli ultimi governi e proseguite da quello attuale e richiede:
– abbandono delle politiche di austerity rilanciando gli investimenti pubblici in cultura, formazione, ricerca (di base e applicata) e in interventi infrastrutturali e di messa in sicurezza del territori;
– intervento attivo dello Stato nelle crisi industriali, avvalendosi dei poteri previsti dagli artt. 41, 42 e 43
della Costituzione: riteniamo che vada riproposta la questione dell’intervento pubblico nei settori strategici dell’economia così come la valutazione da parte dello Stato di acquisizione di quote societarie delle aziende o della banche che vengono salvate con risorse pubbliche;
-interventi a sostegno del reddito dei lavoratori e delle lavoratrici licenziati;
-ripristino dell’equità fiscale attraverso il recupero dell’evasione e la modifica delle aliquote IRPEF (diminuendo le imposte pagate dai redditi più bassi e aumentando numero di aliquote e entità del prelievo sui redditi più elevati);
-imposta patrimoniale;
-ricostruzione di un polo creditizio pubblico che interrompa la restrizione del credito in atto, fornisca credito a medio-lungo termine alle imprese a condizioni competitive e restituisca al credito la funzione di leva della politica industriale;
-riordino delle politiche pubbliche di incentivazione alle imprese favorendo le imprese che investono e assumono in via permanente (rendendo viceversa reversibili gli incentivi concessi alle imprese che delocalizzano la produzione: sono infatti gli insufficienti investimenti delle imprese, e non il costo del lavoro, il fattore che frena la competitività delle imprese italiane);
-taglio delle spese militari, a cominciare dalla cancellazione dell’acquisto dei cacciabombardieri F-35 e dal ritiro del contingente militare italiano dall’Afghanistan e da altri teatri di guerra.
Occorre una programmazione-pianificazione degli investimenti strategici. Essi possono fare da volano al rilancio delle piccole e medie imprese private che costituiscono ormai il tessuto produttivo principale dell’Italia. Attraverso l’intervento pubblico va riorganizzato e riqualificato tutto il sistema delle PMI, investendo in ricerca e sviluppo, innovazioni tecnologiche: spostandole dal plusvalore assoluto, basato sul supersfruttamento della forza-lavoro, al plusvalore relativo.
È importante sottolineare che su tutto questo è possibile una convergenza anche con alcune componenti del mondo imprenditoriale italiano, in cui è sempre più chiara la contrapposizione di interessi tra la componente più esposta alla concorrenza internazionale e quella parassitaria, legata alla rendita (di oligopolio, fondiaria, dipendente da prebende pubbliche e dall’evasione fiscale).
Ma tutto questo va inquadrato in un ripensamento delle politiche italiane nel contesto europeo, sinora succubi delle politiche dettate dalla Germania. Queste politiche, tese a far pagare ai paesi periferici dell’Unione i costi del riequilibrio tra i paesi europei, hanno avuto l’effetto di peggiorarne la situazione economica, e di localizzare in essi la distruzione di capacità produttiva imposta dalla crisi. Per di più aggravando gli squilibri europei.
Ed anche su questo è oggi possibile costruire una convergenza con alcune componenti del mondo imprenditoriale, che vive con crescente preoccupazione lo spostamento dei rapporti di forza a favore del grande capitale tedesco, favorito dalle politiche Ue.
Tutto ciò significa una cosa molto semplice: rompere con l’Europa liberista che è stata costruita dagli anni Ottanta in poi.
 
9-Aggravamento della questione meridionale e delle spinte anti-meridionaliste al Nord
Mentre al Nord il progetto delle macro-regioni, nonostante la crisi politica della Lega, rappresenta una costante minaccia all’unità e alla sovranità nazionale, si aggrava in modo drammatico la condizione sociale del Mezzogiorno.
La condizione materiale dei giovani, delle ragazze del Sud è ormai segnata da una disperazione senza fine. Nel Sud la disoccupazione totale è raddoppiata negli ultimi anni e tocca il 17,9%, mentre tra i giovani raggiunge il 70 %, il doppio della media nazionale che si attesta al 35,3 % . Dietro questi numeri asettici ci sono milioni di persone, particolarmente ragazze e ragazzi, che non hanno né speranza né futuro.
Tutti gli indicatori economici, sociali, civili e culturali denunciano l’aggravamento della situazione del Mezzogiorno. Reddito, occupazione e Pil sono in caduta libera anche per effetto della crisi che colpisce più pesantemente i ceti sociali ed i territori più deboli. Ma anche la qualità dei servizi (scuola, sanità, trasporti, ecc.), i diritti di cittadinanza e le condizioni di vita sono assai peggiorati.
La piovra della criminalità organizzata, nelle sue diverse forme ed articolazioni, e nonostante i pesanti colpi ricevuti, è diventata sempre più potente e prepotente e controlla economie e territori estendendo i suoi tentacoli a tutto il Paese
Va interrotto il drammatico fenomeno dell’emigrazione giovanile e della “fuga dei cervelli”, assumendo misure e provvedimenti capaci di incentivare e promuovere nuove forme di lavoro e di occupazione nel Sud per valorizzarne le straordinarie risorse, affinchè i giovani e le ragazze possano crescere, formarsi, studiare, nelle scuole e nelle università del Sud e in seguito avere la possibilità concreta di incontrarsi con un’opportunità occupazionale, la cui assenza va comunque sostenuta anche con il diritto ad un reddito minimo di cittadinanza.
Il futuro del Sud è legato ai suoi giovani: se questi vanno via, fra 20 anni avremo un Sud invecchiato e degradato, a cui è stata sottratta qualsiasi speranza di futuro.
Ciò significa fare finalmente i conti con i mali vecchi e nuovi del Sud: arretratezza e ritardo di sviluppo, deficit infrastrutturale, disoccupazione dilagante ed emigrazione intellettuale, povertà diffusa, sistema produttivo asfittico, sistema bancario e creditizio ai limiti dell’usura, pubblica amministrazione inefficiente e burocratica, insediamento di impianti ad alto tasso di inquinamento, luogo di deposito di rifiuti tossici e nocivi, peso crescente delle mafie e della criminalità organizzata.
Occorre promuovere un grande piano di investimenti pubblici verso il Mezzogiorno, rilanciando l’intervento pubblico nell’economia, aumentando la presenza e l’impegno finanziario dello Stato. Spostiamo in questa direzione i soldi del Ponte sullo stretto, del rigassificatore di Gioia Tauro, della centrale a carbone di Saline Joniche e di tutti gli altri impianti e stabilimenti devastanti ed inquinanti che si vogliono realizzare nel Sud facendone la pattumiera d’Italia.
Ciò significa che oggi è più che mai necessario il rilancio della battaglia meridionalista che è insieme lotta per il lavoro, per la legalità e contro le mafie.
Il Sud è una grande comunità di 20 milioni di cittadini che paga i prezzi di antiche ingiustizie e di moderne diseguaglianze, ma che può essere una ricchezza straordinaria per il futuro se si batte l’idea che esso serve solo come grande area di consumo dei prodotti del Nord.
Non c’è futuro per l’Italia se non c’è un’attenzione nuova, una politica nuova verso il Mezzogiorno.
Senza di che il Paese declinerà ancora di più e quella che già nei fatti è una divisione reale potrebbe trasformarsi in una separazione istituzionale.
Il Mezzogiorno va considerato non come una sorta di palla di piombo al piede dell’Italia evoluta e sviluppata. Il Sud può diventare un motore per tutta l’Italia, e non si potrà parlare di crescita per l’Italia se non c’è occupazione e lavoro nel Sud.

10-La disoccupazione in Italia:  declino di una nazione intera
In Italia nel 2012 i licenziamenti sono 1.027.462 con un incremento del 13,9% rispetto al 2011. A fine 2012 i disoccupati sono 2.744.000. Gli “scoraggiati” (quelli che non cercano più lavoro) 2.975.000. I senza lavoro circa 5.700.000, i sotto-occupati 605.000 (451.00 nel 2011 e 364.000 nel 2007).
A gennaio 2013 la disoccupazione arriva all’11,7% (+0,4% rispetto a dicembre 2012). A marzo le ore di cassa integrazione sono 96.973.927 (+22,4% rispetto a febbraio). Nei primi tre mesi del 2013, 97.213.845 di ordinaria (+31,68% rispetto allo stesso periodo del 2012), 124.069.365 di straordinaria (+53,36% rispetto allo stesso periodo del 2012), 43.760.435 in deroga (-46,62% rispetto allo stesso periodo del 2012), per un monte ore complessivo di 265.043.645 (+11,98% rispetto allo stesso periodo del 2012). I lavoratori in cassa integrazione a zero ore sono stimati in 520.000. Il taglio di reddito è di 1 miliardo di euro circa (pari a oltre 1.900 euro pro capite).
La produzione industriale a febbraio 2013 scende dello 0,8% rispetto a gennaio e del 3,8% nell’arco di un anno.
È il declino di una nazione intera.

11-Il modello fordista
La vittoria della destra, sociale e politica, prima retta dall’asse Confindustria-Pdl e oggi aggiornata nella versione tecnica (governo Monti) e poi politica (governo Pd-Pdl- Scelta Civica), va inserita in un’analisi delle trasformazioni sociali che hanno attraversato il mondo capitalistico alla fine del secolo passato e negli anni ottanta e novanta della storia italiana.
La crisi del modello fordista ha cambiato l’ispirazione di fondo delle politiche economiche e sociali. Nel fordismo l’aggregazione sociale era formata dalla concentrazione di lavoratori (il lavoratore “massa”) in un unico luogo di lavoro, la grande impresa. Lì si definivano le relazioni sociali e si creava un’appartenenza al soggetto collettivo. Si interagiva col territorio, si costruiva aggregazione, solidarietà classista ed interclassista, uguaglianza delle condizioni e dei diritti. Non a caso in Italia è nel secondo dopoguerra che il movimento dei lavoratori e il movimento delle donne ripensano e ridisegnano lo Stato sociale, il welfare, togliendolo dalle logiche della beneficienza e dal mutualismo, nonché da dalla “assistenza” di marca fascista, autoritaria e paternalistica al tempo stesso. Si disegnava fin quasi a propria immagine l’insieme della società, unificando e mediando gli interessi particolari sulla base di un interesse generale. Mai le lotte dei lavoratori avevano promosso un avanzamento tanto profondo ed esteso. Era la classe operaia intesa come classe generale che voleva cambiare il mondo.

12-La ristrutturazione capitalistica
La ristrutturazione capitalistica rompe la capacità di controllo sociale costruita  in decenni di lotte, frantuma la composizione di classe, cancella diritti universali restituendoli alla diseguaglianza del mercato. Verso la fine degli anni 70-inizio 80 inizia un vorticoso peggioramento. Sono di quel periodo le prime “delocalizzazioni”: le imprese spostano la produzione in quei Paesi dove salari, diritti e tutele ambientali sono minimi. Molte fabbriche vanno in crisi. Il ridimensionamento occupazionale è veloce e continuo. Cassa integrazione e prepensionamento diventano la condizione di migliaia e migliaia di lavoratori.
La sconfitta del movimento operaio determina una situazione di egemonia del “pensiero capitalistico”, un “pensiero unico” che cancella la contraddizione di classe e, in nome di un interesse comune, esige la rimozione autoritaria delle lotte, considerate un disturbo irrazionale e corporativo rispetto al regolare funzionamento del sistema.
Il progresso prescinde dallo sviluppo sociale, anzi esige un suo arretramento congiunturale sacrificando bisogni popolari, servizi sociali, tutele del lavoro. In una società pervasa dalla precarietà e dal rischio, il legame sociale rischia di rompersi. La rappresentanza è resa più difficile dalla crisi delle vecchie appartenenze e dalla frammentazione della società: moltiplicazione dei soggetti, delle posizioni lavorative, delle figure professionali, imponenti fenomeni migratori che determinano mutamenti demografici ed una crescente etnicizzazione del mondo del lavoro.
L’introduzione del contratto di lavoro individuale, le 46 forme di contratti precari, le deroghe ai contratti e alle leggi, rendono il lavoratore subalterno all’impresa e ridisegnano le relazioni sociali, cancellando la rappresentanza collettiva. Arretrano tutti i diritti, a partire da quelli delle donne per le quali torna ad essere messo in discussione il desiderio stesso di lavorare: il part time non è più una scelta personale ma un’imposizione dell’azienda; la maternità un ostacolo per la “produttività”. Le leggi a tutela delle donne, della famiglia, dei bambini si fermano sulla soglia dell’impresa. Un fenomeno che presto si estenderà anche ad altri diritti, come la salute di lavoratori e lavoratrici, rimessa a rischio impunemente, come la crescita ininterrotta delle morti sul lavoro. Si comincia a capire  che ciò che si toglie prima alle donne e ai lavoratori più giovani o più fragili (immigrati, disabili, malati) prima o poi colpirà anche i diritti ritenuti acquisiti una volta per sempre.
 
Le forze del movimento operaio ne escono cambiate e sfibrate e, di conseguenza, mutano i rapporti di forza nel Paese. Nei partiti della sinistra e democratici subentra una presa di distanza dalle condizioni dei lavoratori. Il loro benessere e i loro diritti assumono un ruolo marginale, divenendo sempre meno gli obiettivi centrali e prioritari del progetto di società. Viene ipotizzata la chiusura di un’epoca e con essa decretata la fine della classe operaia; sono considerati superati i concetti di lotta di classe e di coscienza di classe. Gli stessi partiti di massa si trasformano in partiti leggeri, in pratica di opinione, con un sempre minore radicamento nel territorio e nei luoghi di lavoro. Il modello capitalistico viene assunto a dogma. Si ha la passiva accettazione di una sconfitta ritenuta inevitabile.                       

13-Il lavoro oggi
1.La più grande emergenza è la mancanza di lavoro, l’enorme disoccupazione (soprattutto giovanile e femminile, nel sud ma anche nelle aree un tempo considerate a occupazione piena)
2.L’assenza di una politica di sviluppo che individui i settori strategici, la produzione necessaria e utile, il ruolo dello Stato.
3.La vittoria del modello Marchionne, una prepotente organizzazione del lavoro assurge a legge grazie alla compiacenza dello Stato e alla presenza di sindacati accondiscendenti. Un arbitrio che si aggiunge all’illegalità diffusa (evasione ed elusione fiscale, corruzione, cancellazione di diritti, poca o nessuna garanzia di sicurezza, lavoro nero…). La risposta dei governi liberisti è l’attacco alla libertà sindacale, l’espulsione dai luoghi di lavoro dei sindacati di classe, gli accordi separati con i sindacati accondiscendenti, l’assenza di una legge che permetta alle lavoratrici ed ai lavoratori di votare con il referendum gli accordi sottoscritti e di scegliere liberamente i propri rappresentanti.

Il risultato è che il Paese (carente di materie prime e con un sistema industriale poco innovativo, obsoleto e privatizzato) non ha più strumenti né forza contrattuale per trattare e competere con altre nazioni sviluppate. Da quinto Paese industriale, si trasforma in una “società di servizi” e neppure di alta qualità. L’Italia diventa una “terra di conquista” nella quale i rapporti di forza non esistono o sono comunque e sempre a favore del capitale.

14-Riunificare la classe lavoratrice
L’obiettivo dei comunisti è riunificare la classe lavoratrice, sapendo che occorre una ridefinizione ampia del lavoro subordinato, comprendendovi una molteplicità di figure lontane dalle forme usuali del passato.
I cosiddetti “nuovi lavori” rientrano del tutto nella categoria del lavoro salariato, non sono identità intermedie tra lavoro salariato e lavoro autonomo. Solo che la coesione sociale non avviene più automaticamente, indotta dallo sviluppo economico o da soggetti sociali forti. Per questo è centrale un progetto generale di ricomposizione del mondo del lavoro, capace di imporsi nella scena politica.
 In questo contesto si pone con forza l’esigenza di rivedere l’assetto dei contratti nazionali a partire da una loro significativa riduzione, al fine di riunificare quello che il capitale ha frantumato, prefigurando tre grandi assetti contrattuali (industria, commercio-servizi e pubblico impiego), capaci di ridare centralità ai vari CCNL.
Inoltre alla luce della diffusione di lavori “atipici” e non contrattualizzati, seguiti da retribuzioni da fame, si rende necessaria una riflessione e ridefinizione del rapporto tra contrattazione ed intervento legislativo. Va promosso un intervento legislativo non alternativo ma complementare e a sostegno della contrattazione.

15-Sinistra politica e sindacato
Nel progetto di ricomposizione della classe lavoratrice, va analizzata la crisi della sinistra politica, comunista e non, e il logoramento di quella sindacale, identificabile principalmente con la Cgil.
Nell’occidente capitalistico, coinvolto nel processo di industrializzazione, il movimento operaio si è fatto carico negli anni dell’emancipazione dei lavoratori. Li ha trasformati da sudditi di uno Stato oligarchico e monoclasse a cittadini di uno Stato democratico pluriclasse.
Tuttavia, pur avendo un passato di cui vantarsi, è al loro futuro e al futuro dei lavoratori che il movimento operaio e in particolare i comunisti devono pensare, ponendosi alcune domande. Quali scelte politiche? Quali gli avversari ed i loro obiettivi? Quali i nostri obiettivi? Quale lo stato del movimento, le sue risorse attuali e potenziali e le condizioni per utilizzarle? Quali le forze (sindacali, politiche, sociali) con cui avere una relazione forte per realizzare gli obiettivi? Quali le condizioni minime per un’alleanza?
Questi interrogativi ci fanno guardare alla Cgil come ad un nostro riferimento essenziale sul piano della rappresentanza sociale; ed a considerare con attenzione il sindacalismo di base, ritenendolo un interlocutore di cui tenere conto.
La Cgil è il più grande sindacato italiano ed ha rappresentato negli anni un baluardo di tenuta e di democrazia. Ma l’atteggiamento assunto dal gruppo dirigente di fronte alle leggi del governo Monti -dove la maggioranza di sostegno al governo era del tutto simile a quella dell’attuale governo Letta -è stato quantomeno inadeguato..
Sulla controriforma del mercato del lavoro non si è ricorsi alla mobilitazione necessaria per evitare che il ruolo sindacale si limitasse a risultati emendativi insufficienti. Sulla contro-riforma delle pensioni solo qualche ora di sciopero e sugli artt. 8 e 18 solo qualche protesta formale, senza il sostegno (se si esclude la Fiom e la sinistra della CGIL che facevano parte del Comitato Promotore referendario) alla raccolta di firme per i Referendum. Spetta ai comunisti porsi la questione di una rappresentanza politica del mondo del lavoro di cui loro, per primi, devono essere intelligenti e coerenti artefici. Evitando di ridurre l’iniziativa sul terreno sterile della “propaganda politica”, cui sia la sinistra moderata che quella cosiddetta radicale sono spesso ricorse. Il nodo è rinsaldare il rapporto con i lavoratori, messo a dura prova nel corso di questi anni a fronte anche della nutrita serie di accordi separati e di una perdurante mancanza di risultati concreti. Senza risultati rischia di determinarsi – e in parte già accade – un progressivo scivolamento verso la non-partecipazione alle lotte ed una sorta di “consenso passivo” alla politica delle classi dominanti.
La Cgil vanta quasi 6 milioni di iscritti. E’ al terzo posto in Europa, dietro i tedeschi della Dgb (poco meno di otto milioni) e i britannici del Tuc (sei milioni e mezzo circa). E’ pur tuttavia largamente la prima a fronte di un reale pluralismo sindacale.
La battaglia per un nuovo protagonismo “di classe” e per la riaffermazione di un partito comunista, la capacità di ridare rappresentanza politica al mondo del lavoro salariato, non prescindono dal futuro e dalle prospettive di questo grande sindacato di massa. Il nostro posto resta assieme al popolo della Cgil. La Fiom ha meriti e potenzialità indubbi in quest’opera di ricostruzione del sindacato di classe, come pure la Sinistra sindacale interna alla Cgil, organizzata e diffusa nelle varie categorie.
Lavorare per la rinascita della sinistra politica e per un nuovo protagonismo del sindacato significa anche, per noi comunisti, avanzare una serie di proposte, una piattaforma attorno alla quale organizzarsi e da cui ripartire.

16-Le nostre proposte
Occorre un grande intervento pubblico in economia che consenta allo Stato di essere presente in tutti i settori produttivi, in particolare in quelli più avanzati, con un conseguente ritorno di imprese di grandi dimensioni, imprescindibili per competere in settori strategici. Un intervento pubblico che metta in moto il Paese attraverso uno sviluppo compatibile, con investimenti in istruzione e ricerca, con la qualificazione del lavoro. E che condizioni, anche con la leva fiscale, l’economia privata verso obiettivi di sostenibilità ambientale.
Lo Stato deve contrastare le delocalizzazioni facendole “costare”, recuperando i finanziamenti erogati, vincolando a interesse sociale le aree dismesse, assumendo il controllo pubblico delle aziende che spostano il lavoro all’estero.
Non siamo contrari alle grandi opere. Il nostro Paese, al sud ma non solo, ha per esempio un grande deficit nelle reti di comunicazione che va colmato. Siamo contrari quando esse determinano speculazioni politico-economiche e infiltrazioni mafiose, quando sono devastanti per l’ambiente, i territori e i loro abitanti. Non servono “cattedrali nel deserto”, peraltro spesso decise senza alcun coinvolgimento degli abitanti della zona e delle loro rappresentanze istituzionali. Non servono opere mastodontiche come la Tav o il Ponte sullo Stretto di Messina. Lo Stato deve promuovere una diffusione di “piccole” opere la cui necessità è avvertita in Italia e in Europa. C’è da approntare un nuovo piano azionale di edilizia economica e popolare, c’è da rimettere in sicurezza scuole,  ospedali ed istituti carcerari, c’è l’enorme e drammatico problema del riassetto idrogeologico e della sicurezza sismica, ci sono da riparare acquedotti ridotti a colabrodo che “sprecano” un bene prezioso come l’acqua, c’è da investire per una mobilità sostenibile e per i beni comuni. Una “grande opera”, questa sì, di risanamento e sviluppo dell’intero territorio nazionale.
 
Diminuire il costo del lavoro per retribuzioni più alte
Nel 2012 il cuneo fiscale è stato oltre il 53% del costo del lavoro, tra i più elevati nell’area Ocse. La differenza tra salario lordo e salario netto è scandalosa. Le retribuzioni italiane sono tra le più basse in Europa, in particolare quelle delle donne, e l’impoverimento del potere d’acquisto coinvolge tutte le forme di lavoro subordinato, da quelle intellettuali a quelle operaie.
La tassazione pesa più sul costo del lavoro che sulle speculazioni finanziarie, provocando un abbassamento pauroso dei consumi, anche sui beni di prima necessità, e un freno alle imprese, soprattutto piccole e medie, che vogliano innovare in prodotto e processo.
Per un recupero del potere d’acquisto delle retribuzioni chiediamo, come prime e urgenti misure, la restituzione del fiscal drag e la detassazione della tredicesima.
 
Previdenza, cancellare la controriforma Fornero
Anche l’importo della stragrande maggioranza delle pensioni, soprattutto a seguito della controriforma Fornero, è scandaloso. Gli anziani, in un paese come l’Italia dove cresce la speranza di vita, vivono una vita di restrizioni e di stenti, spesso impossibilitati a curarsi. E per le donne la parificazione dell’età pensionabile segna un ulteriore arretramento: in ossequio ad una norma Ue, cancella il riconoscimento del doppio lavoro femminile, produttivo e riproduttivo.
Chiediamo la cancellazione della contro-riforma Fornero; una redditività da pensioni tale da impedire la condizione di indigenza nella quale, a condizioni date, saranno costretti tanti lavoratori e lavoratrici; la definizione di un assetto legislativo in materia previdenziale che, attraverso un diverso, adeguato rapporto tra anzianità anagrafica ed anzianità contributiva (in grado di tutelare i “lavori usuranti” e il carico del lavoro produttivo ed improduttivo delle donne) determini le condizioni per un ricambio generazionale e conseguentemente rappresenti una forte risposta al dramma della disoccupazione giovanile; la cancellazione dell’attuale blocco di indicizzazione dei trattamenti pensionistici; la restituzione del fiscal drag; la detassazione della tredicesima.

Stato sociale e universalizzazione dei servizi
Negli anni ’80 si è fatta strada l’idea che lo Stato dovesse “ritirarsi” per lasciare spazio all’iniziativa privata. Ne è derivato un progressivo svuotamento dello Stato sociale, con danni enormi nelle erogazioni dei servizi. Maggiormente colpite sono le donne, costrette spesso a scegliere tra lavoro e cura di bambini o anziani. Il Paese è spaccato, sia dal punto di vista geografico che generazionale che della parità di genere. In un settore come la salute, la presenza pubblica è l’unica in grado di assicurare l’universalità nell’erogazione del servizio, non sostituibile con un generico “buono” da spendere nel privato.
L’impoverimento della popolazione pretende, come una delle prime misure, il superamento della compartecipazione alla spesa da parte dell’utenza, a partire dalla cancellazione dei ticket, soprattutto per i redditi medio-bassi.
L’esito del referendum di Bologna sulla erogazione di contributi pubblici alle scuole materne private (per lo più religiose), peraltro proibita dall’art.33 della Costituzione, ci dice che l’essenzialità  di un welfare universale garantito dal pubblico è ormai convinzione diffusa tra i cittadini.

Redistribuzione del lavoro
Considerando che la tecnologia permette di produrre di più e più velocemente, si impone una riflessione sul tema della distribuzione del lavoro. Diminuzione e rimodulazione dell’orario, blocco dei licenziamenti, contratti di solidarietà, formazione continua volta alla riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori, sono parte fondamentale della vasta questione dell’equità e della distribuzione della ricchezza.
Mai come in questi anni è smodatamente aumentata la sperequazione tra ricchi e poveri, nel mondo, nella stessa Europa, nel nostro Paese e mai come oggi la distanza tra il salario medio erogato ed il compenso elargito alle figure dirigenziali e manageriali  è stata così marcata.

Il precariato
Cancellazione delle forme di lavoro precario riconducendo a normalità il lavoro dipendente continuativo. Il precariato è la condizione di ampi settori della  classe operaia del 2000, i precari sono donne e uomini, molti dei quali immigrati, che svolgono un’attività che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata a tempo indeterminato. Con il mutare dei rapporti di forza, sono state introdotte leggi e contratti che consentono alle imprese mano libera, in sostanza maggiore libertà di sfruttamento.

Il lavoro nero
Non è vero che il lavoro nero è ineliminabile. Il lavoro nero è una vera e propria economia, parallela a quella ufficiale, generalizzata al sud ma fortemente presente anche al nord, con una forza lavoro a maggioranza di giovani donne, di anziani e di immigrati. Nel lavoro nero si producono grandi marchi, speculano le multinazionali, padroneggiano le organizzazioni criminali. E’ l’area più grande dell’evasione fiscale, retributiva e contributiva. Contrastarlo non è dunque solo un’operazione di giustizia, di restituzione di dignità al lavoro stesso e alle persone che lo effettuano (cosa che basterebbe di per sé a giustificare un impegno ben più accentuato dello Stato), ma anche un’operazione di recupero di risorse, essenziali per portare il Paese fuori dalla crisi. Il lavoro nero può essere individuato, censito e contrastato. Anche adottando le forme di prevenzione e repressione in uso nella lotta contro le mafie.

Gli articoli 18 e 8
Ripristino dell’articolo 18 nello Statuto dei lavoratori e sua estensione a tutti i lavoratori; cancellazione dell’articolo 8 dell’ultima finanziaria targata Berlusconi, che permette ogni tipo di deroga alle leggi, ai contratti nazionali e alle norme che regolano i rapporti di lavoro. Queste richieste, obiettivo dei referendum da noi organizzati con altre forze della sinistra e sindacali, sono una tappa fondamentale per riportare la legalità nel lavoro

Legge sulla rappresentanza
Una legge sulla rappresentanza sindacale che garantisca la democrazia nei luoghi di lavoro e dia a lavoratrici e lavoratori il diritto ad eleggere i propri delegati e a decidere con il referendum sugli accordi (nazionali, aziendali, interconfederali) che li riguardano. Non e’ accettabile un modello che impedisca l’esercizio del diritto dei lavoratori a organizzare l’opposizione all’applicazione di un’intesa scegliendosi liberamente la propria rappresentanza.

Reddito di cittadinanza
Chi oggi svolge un lavoro subordinato è povero a causa delle retribuzioni inadeguate. I suoi figli hanno meno possibilità di ieri di studiare. Le statistiche parlano di forzati abbandoni scolastici e persino di diffuso analfabetismo di ritorno. Migliaia e migliaia di precari non hanno alcuna forma di sostegno in caso di disoccupazione e tra un lavoro e l’altro. Lavoratori e lavoratrici, anche anziani, affrontano senza risorse lunghi periodi di inoccupazione non coperti da alcuna forma di sostegno al reddito. Il reddito di cittadinanza, che non sostituisce le attuali forme di tutela, è uno strumento, in uso in quasi tutti i paesi europei, per evitare la miseria, per dare opportunità di studio (e quindi di promozione sociale) a chi non ne ha né può pesare sulla famiglia. E permetterebbe a tante giovani donne, su cui agisce la doppia esclusione generazionale e di genere, di investire sul proprio futuro.
Secondo il Fondo monetario ed altri istituti internazionali, l’occupazione avrà una ripresa attorno al 2017. Il rischio, per allora, è l’esaurimento della cassa integrazione, della disoccupazione e di altre indennità. E’ necessario dunque un sostegno, sia pure modesto, sia pure inizialmente non universale, che separi il reddito dall’occupazione, e sostenga i periodi verso la “occupabilità” delle persone che caratterizzano oggi il lavoro e lo caratterizzeranno ancora per lungo tempo.
Naturalmente bisogna fare attenzione al fatto che dobbiamo dare molta attenzione al concetto di flexecurity, affinchè non diventi una condizione permanente in grado di rendere più “sopportabile” lo stato di lavoratore precario.

17-Coordinamento delle comuniste e dei comunisti del sindacato
La nostra classe di riferimento sono le donne e gli uomini che lavorano, i giovani che studiano e restano senza prospettive, i precari, i migranti, tutti coloro che la crisi espelle dal lavoro, gli sfruttati sottopagati e senza diritti, quei piccoli imprenditori e “popolo delle partite Iva” simili a quel proletariato che è stato, storicamente, il “motore” del movimento operaio in Italia.
Per la centralità che assume per noi il mondo del lavoro, è necessario superare uno scollamento tra partito e compagni che operano nel sindacato. E’ una falsa “autonomia” che genera spesso divisioni, incomprensioni, addirittura non conoscenza di ciò che avviene nei rispettivi campi. Proponiamo per questo forme di coordinamento a tutti i livelli affinché l’impegno coinvolga tutti e sia coeso e coerente.
Sta anche e soprattutto qui la costruzione di un partito saldo e radicato contro la logica del partito leggero o d’opinione. Sta in un impegno politico da praticare assieme ovunque si sia collocati, tanto più laddove il conflitto capitale-lavoro decide le prospettive democratiche, economiche e sociali dell’intero Paese.
L’Italia: crisi politica e istituzionale
 
18-Crisi democratica e crisi sociale
Il nostro è un giudizio assolutamente negativo e fortemente preoccupato sugli ultimi sviluppi della situazione politica italiana. La rielezione di Napolitano alla presidenza della Repubblica e la formazione del governo Letta-Alfano sono state la prova di forza, vinta a mani basse, attraverso vari attori della politica e dell’establishement economico finanziario che da tempo lavorano alla normalizzazione del quadro politico italiano, per una definitiva soluzione autoritaria ed antipopolare della crisi economica e della gestione della crisi del debito pubblico.
Il cedimento alla formula della “ grande coalizione”, che è già stato imposto alla Grecia all’indomani delle elezioni politiche del 2012, ha stravolto il quadro politico italiano e ha imposto una torsione, nei fatti, presidenzialista al nostro sistema politico ed istituzionale, con una logica contraria a quella cui si ispira la nostra Costituzione.
Il governo Letta- Alfano segna la vittoria e il ritorno sulla scena politica italiana del protagonismo di Berlusconi e delle politiche della destra, svelando, nel sostanziale continuismo con la politica economica del governo Monti, la verità sulla crisi del novembre 2011, quando Napolitano impedì nei fatti la sconfitta politica del Cavaliere e del centrodestra, allora del tutto scontata se si fossero svolte le elezioni anticipate.
La forma scelta dalle grandi lobby che hanno guidato l’azione di Napolitano negli anni scorsi fino all’esito politico-parlamentare di quest’anno con il governo di grande coalizione, cerca dunque di risolvere, con la cancellazione di ogni residua conflittualità tra ipotesi diverse e di cogestione della crisi, la peculiare vicenda italiana che unisce oggi alla gravissima crisi economica una crisi aperta – da quasi vent’anni – e ancora irrisolta sul piano politico e istituzionale.
 
19-Un sistema politico e istituzionale che cambia in una logica opposta alla Costituzione
Il sistema politico della Prima Repubblica è stato travolto nei primi anni 90, all’indomani delle vicende che hanno visto la caduta del Muro di Berlino e la crisi del blocco socialista del 1989, colpito nei suoi pilastri fondamentali,
La Bolognina e l’inchiesta di Mani pulite hanno affondato i grandi partiti di massa (Pci, Psi, Dc). La prima grande offensiva avviata negli stessi anni contro uno dei cardini della Costituzione, il sistema elettorale proporzionale, ha destrutturato gradualmente un sistema rappresentativo fondato sul ruolo essenziale dei partiti di massa, quali “nomenclatura delle classi”, e il loro confronto dialettico in Parlamento, di cui la Costituzione e la legge proporzionale fondavano la centralità. Parallelamente si è dispiegato l’attacco al ruolo dello Stato nell’economia previsto dalla Costituzione, con la fine delle PP.SS e dell’intervento pubblico nel Mezzogiorno e con la privatizzazione dell’intero sistema bancario.
Sono gli anni in cui si comincia ad assumere come inevitabile una riscrittura della Carta fondamentale da parte di una imponente macchina ideologica e propagandistica che solo poche forze, tra le quali i comunisti in prima fila, cercano di contrastare.
Da vent’anni si lavora attorno a tale obbiettivo di scardinamento della nostra Costituzione in modo da rendere formali le modificazioni di fatto intervenute sul sistema politico, per portare a compimento l’attacco allo Stato sociale e ai diritti delle lavoratrici e lavoratori.
A ben guardare, peraltro, il processo involutivo di cui oggi stiamo vivendo una fase ormai cruciale, è iniziato ben prima dell’“indimenticabile 1989”, e cioè alla metà degli anni Settanta, allorché i vertici e le “camere di compensazione” del capitalismo internazionale, dal Gruppo Bilderberg alla Trilateral, cominciarono a parlare di “eccesso di democrazia”. Il problema che si poneva era appunto quello di un “surplus” di rappresentanza, di un “sovraccarico” di quelle domande sociali emerse negli anni precedenti che, per quelli che poi diventeranno gli artefici della svolta liberista degli anni del reaganismo e del thatcherismo, potevano determinare una “crisi di governabilità”, per cui era proprio sulla governabilità che bisognava rimettere l’accento anziché sulla rappresentanza, la partecipazione e la democrazia.
Da molto tempo dunque i gruppi dirigenti del sistema capitalistico mondiale si erano posti il problema dei limiti da porre alla democrazia oltre i quali era necessario fermarsi e fermare la stessa dialettica politica, sociale ed i suoi strumenti, per evitare di dover far posto a una forma di organizzazione sociale più avanzata. Parliamo di una dinamica storica peraltro ricorrente: ci sono sempre voluti conflitti e/o rivoluzioni per far accettare alle classi dominanti l’idea di parlamenti rappresentativi e Carte costituzionali; all’indomani della Prima guerra mondiale e della rivoluzione d’Ottobre cui le classi dirigenti risposero col fascismo; e così ancora negli anni Settanta, quando di fronte all’espansione delle lotte sociali e all’avanzata dei partiti espressioni del movimento operaio, a una democrazia che stava diventando “troppo rappresentativa”, si decise di porre un freno, avviando una controffensiva sia ideologica che terroristica.
Va detto peraltro che i comunisti, almeno in Italia, percepirono allora “in tempo reale” quanto stava accadendo: è del 6 ottobre 1977 un articolo dell’Unità dal titolo La democrazia rifiutata, nel quale si sottolineava che la nascita della Trilateral rispondeva a “un preciso progetto di egemonia politica internazionale di David Rockefeller, fratello più giovane di Nelson Rockefeller, portavoce riconosciuto della comunità bancaria mondiale”, e ai fini di una necessaria “limitazione” della democrazia proponeva tra l’altro “un drastico ridimensionamento dell’educazione superiore” e una sua “subordinazione alle dimensioni del mercato del lavoro”, oltre a una decisa “limitazione della libertà di stampa”.
Il “piano di rinascita democratica” della P2 è stato dunque solo la traduzione italiana di un progetto di ben più ampia portata, che certo trovava nell’Italia l’humus favorevole nei tanti e mai sopiti rigurgiti dell’anticomunismo e del fascismo nostrano, con le sue complicità interne agli stessi apparati dello Stato e ai settori del capitalismo italiano più legati alla rendita e alla speculazione. Non a caso, l’anno in cui il piano risale è quel 1976 che vide la grande avanzata del Pci alle elezioni politiche; un’avanzata che aveva impensierito non poco le classi dominanti italiane e i circoli imperialistici internazionali. Ci interessa qui sottolineare come parti rilevanti di quel piano sono state poi attuate nel corso degli ultimi anni, dalla “normalizzazione” del quadro politico (con l’enfasi sulla “società civile” a svantaggio dei partiti), la già ricordata demonizzazione del sistema proporzionale, la progressiva accettazione anche da parte di forze non di destra dei principi presidenzialisti propri della destra populista e reazionaria, il ridimensionamento del ruolo politico del sindacato, sempre più ridotto a “collaboratore del fenomeno produttivo”, dall’attacco all’autonomia della Magistratura fino alla limitazione organizzata alla libertà di stampa e alla creazione del duopolio Rai- Mediaset. 15
La scelta dei referendum che introdussero nel nostro Paese sistemi elettorali di tipo maggioritario e uninominale finiva per chiudere il cerchio. Si apriva così la strada a quel bipolarismo che avrebbe limitato il confronto politico, emarginando idee e forze non omologate, e stimolato personalismi e leaderismi, quel bipolarismo cui oggi, nonostante il suo evidente fallimento e le enormi storture imposte alla politica italiana, tornano nei loro appelli molti dirigenti e l’attuale neo-segretario del Pd.

20-Cancellare un intero modello di società
Se il disegno piduista non si è compiutamente realizzato e l’Italia è rimasta a metà del guado, e se quel progetto in origine rappresentava la più coerente risposta reazionaria all’avanzata del Pci, oggi esso si configura come un dato di riferimento di natura quasi strutturale, volto alla stabilizzazione del sistema ed a chiudere la partita sociale apertasi con il 1989.
L’attacco alla democrazia parlamentare rappresentativa, all’economia pubblica, allo Stato sociale e all’art.11 della Costituzione, sono facce della stessa medaglia, volte a cancellare un intero modello di società.
Ma il nuovo sistema politico e istituzionale non si è mai interamente compiuto e stabilizzato, sia per le contraddizioni interne ai gruppi dominanti che, per ragioni di concorrenza interna e di convenienza a breve termine, non hanno trovato l’accordo sostanziale per il passaggio ad una organica repubblica presidenziale e al bipolarismo maggioritario; sia per la resistenza che fin qui le forze democratiche, fedeli alla Costituzione, pur se sempre più deboli e sempre più divise, hanno saputo mettere in campo: pensiamo alla sconfitta del disegno presidenzialista di Berlusconi nel referendum del 2006.
Oggi quelle linee di tenuta democratica si sono ulteriormente indebolite.
A ciò va aggiunto l’avvelenamento del discorso pubblico e la sua degenerazione anche culturale, imperniatosi sulla centralità della figura di Silvio Berlusconi, l’opposizione al quale si è più concentrata sull’impresentabilità del cavaliere, sulla sua corruzione morale che non su proposte realmente alternative sul piano politico-programmatico. Realizzando così una colossale operazione di occultamento delle reali opzioni politiche, utile anche a occultare la fragilità e subalternità programmatiche prima del Pds-Ds, poi, più marcatamente, del Pd, sui quali ha influito in modo crescente e negativo la presidenza Napolitano, che ha dato un potente incoraggiamento all’affermarsi di un presidenzialismo strisciante e allo svuotamento della Costituzione.
 
21-Evoluzione del quadro politico negli ultimi due anni
L’evoluzione del quadro politico degli ultimi due anni ha visto la fine del governo Berlusconi, il governo Monti, le elezioni politiche, la rielezione di Napolitano alla Presidenza della Repubblica e la conseguente formazione del governo Letta-Alfano-Bonino.
Ognuno di questi passaggi porta il segno di una fortissima influenza diretta dei poteri forti del capitalismo nazionale e internazionale nella vita del Paese, per normalizzarne e stabilizzarne la situazione economica, politica, istituzionale nelle compatibilità auspicate dai settori più reazionari di Confindustria, dalla Cei e da settori del Vaticano, dall’Ue, dal blocco euro-atlantico.
Con il governo Monti la borghesia è scesa in campo direttamente coi suoi tecnocrati ed ha temporaneamente esautorato i suoi tradizionali rappresentanti politici, di fronte all’aggravarsi della crisi economica e finanziaria del Paese.
La fine del governo Berlusconi non è avvenuta sulla base di un voto parlamentare, come pure avrebbe dovuto essere costituzionalmente, ma per decisione del Presidente della Repubblica. Il quale, fattosi interprete degli interessi strategici della grande borghesia italiana ed europea, in piena e concordata sintonia coi poteri forti nazionali e sovranazionali, ha di fatto esautorato il Parlamento, il governo uscente e i partiti politici, di centro-destra e di centro-sinistra – considerati inadeguati a rappresentare in quella fase di grave crisi il disegno lucido della borghesia – ed ha affidato tale compito ad un ex commissario UE gradito anche agli Usa.
Si è palesata in modo spettacolare ed autolesionista l’incapacità (o la non volontà) del gruppo
dirigente del Pd di tener testa alle pressioni di Napolitano e dei poteri forti, a cui una parte crescente del Pd è sempre più vincolato in modo organico (e ciò nonostante Bersani volesse le elezioni anticipate che prefiguravano una vittoria schiacciante del centro-sinistra e lo sbandamento del Pdl e di Berlusconi).
Le misure economiche e sociali del governo Monti hanno prodotto una grave depressione dell’economia del Paese e un autentico massacro sociale, scaricando sui lavoratori dipendenti e sulla parte più povera del paese, pensionati, donne e giovani – soprattutto nel Mezzogiorno – i costi della crisi. Mentre in politica estera esso ha consolidato i legami di fedeltà alla Nato e agli Stati Uniti e si è allineato alle posizioni aggressive del blocco euro-atlantico e di Israele nei confronti della guerra non dichiarata contro la Siria.
Le elezioni politiche del febbraio 2013 hanno visto:
-la grave sconfitta della lista di Rivoluzione Civile (di cui ci assumiamo, per la parte che ci compete, tutte le nostre responsabilità) e con essa dei comunisti e delle forze di sinistra che vi hanno contribuito. Il coraggio straordinario di Antonio Ingroia che va riconosciuto, apprezzato e ringraziato, non può annullare il peso della sconfitta. Questa lista – al di là dei limiti intrinseci di un’operazione elettoralistica dell’ultima ora (dall’identità incerta; a cui anche noi siamo pervenuti dopo una serie di travagliati mutamenti di posizione, dopo il rifiuto del Pd e di Sel ad un accordo elettorale che davamo erroneamente per scontato) – è rimasta schiacciata tra i due maggiori schieramenti in cui si è riversato il grosso dell’elettorato progressista e di sinistra.
Da una parte il cosiddetto voto “utile” di governo al centro-sinistra; dall’altra il cosiddetto voto di protesta ad una forza emergente (M5S) percepita come l’unica capace di dare uno “scossone” al sistema politico;
-una spettacolare rimonta di Berlusconi (che non ha prevalso per soli 120.000 voti..), che ha evidenziato – oltre alle indiscutibili doti populistiche e demagogiche dell’uomo e alle enormi risorse finanziarie e mediatiche di cui dispone – il permanere nella società italiana di fasce consistenti di grettezza corporativa e reazionaria (es. il mondo dell’evasione fiscale) e di “primitivismo” culturale;
-un risultato deludente del Centrosinistra, che ha prevalso nella sola Camera dei deputati e solo grazie ad una legge elettorale scandalosa nel suo carattere ultra-maggioritario; che ha perso milioni di voti nel corso di una campagna elettorale condotta all’insegna della presunzione di autosufficienza, della chiusura e del settarismo a sinistra, della condiscendenza al centro e dell’ambiguità politica e programmatica; incapace di presentarsi al Paese con un programma radicalmente alternativo al centro-destra e capace di intercettare il malcontento di larghissimi settori sociali esasperati dall’iniquità sociale e dalla corruzione. Tutto questo ha riaperto autostrade al populismo di destra di Berlusconi sull’Imu e più in generale in difesa dell’evasione fiscale, da sempre protetta e coltivata dal centro destra, e ha lasciato ampio spazio al voto di protesta andato a Grillo o all’astensione.
In termini di voti espressi e non di percentuali, il voto (inclusa l’astensione) ha espresso la protesta o l’estraneità al sistema vigente della maggioranza assoluta degli italiani, ed una ancora più vasta avversione alla politica dell’Ue, come hanno rilevato con preoccupazione i suoi sostenitori. Questo malcontento sociale e politico potrebbe aprire a sinistra spazi enormi di consenso, come si è visto in altri paesi europei, che non è stato intercettato per subalternità alle compatibilità di sistema (Pd) o per scarsa capacità di attrazione (Rivoluzione Civile).
Il voto amministrativo del maggio 2013 vede – in valori assoluti – un calo più o meno consistente di tutte le maggiori formazioni politiche, una conferma della crisi di consenso dei comunisti e una crescita enorme dell’astensione. Esso conferma una situazione in cui il malcontento sociale e politico, a fronte di una delusione per il comportamento disfattista dei dirigenti del M5S durante l’elezione presidenziale e la formazione del governo, non si sposta automaticamente a sinistra, ma si
riversa in misura ancora più grande sull’astensione. Il che accentua, e non assolve, le responsabilità soggettive e i compiti delle forze di sinistra.
 
La rielezione di Napolitano ha visto:
-la debacle della linea Bersani-Vendola, che i poteri forti hanno osteggiato considerandola non sufficientemente compatibile al loro disegno;
-la vittoria dello schieramento trasversale che, in sintonia coi poteri forti, puntava al governo delle larghe intese (Napolitano, Berlusconi, Monti, parte del Pd) e che ha affondato l’ipotesi di Prodi alla presidenza della Repubblica (con il concorso determinante di un centinaio di franchi tiratori del Pd ed il “contributo” di Grillo) aprendo la strada, con la rielezione di Napolitano, al ritorno di Berlusconi al governo. Anche il rifiuto ostinato opposto dal Pd alla proposta di votare Stefano Rodotà, che pure avrebbe avuto i numeri per diventare Presidente e avrebbe rappresentato una svolta profonda, ha contribuito all’esito negativo della vicenda.
Il passaggio dal governo Monti al governo politico delle larghe intese, sotto la robusta regia di Napolitano, non comporta alcuna sostanziale discontinuità di linea, salvo che per una ormai diffusa percezione negli stessi gruppi dirigenti dell’Ue della necessità di prendere alcune misure minime (almeno sul piano propagandistico) per la crescita e l’occupazione. Ma sempre e comunque in ambito liberista, senza alcun ruolo di programmazione dell’economia pubblica e senza vincoli nella elargizione di denaro pubblico alle imprese.
Il governo Letta-Alfano comporta semmai una assunzione della linea Ue con il diretto coinvolgimento delle forze politiche, al di là dell’emergenza “tecnica”. E vanifica ogni speranza (o illusione) che il Pd e il centro-sinistra potessero almeno rappresentare un argine al ritorno di Berlusconi al governo. La designazione di Emma Bonino agli esteri segna un’ulteriore deriva euro-atlantica, filo-americana e filo-israeliana della politica estera italiana. I presidenti delle Commissioni parlamentari, in cui molto sono impresentabili del PdL votati dal Pd, completano un quadro politico indecente.

22-Berlusconi e il centro-destra
Il centro-destra italiano rappresenta per molti aspetti un’anomalia rispetto agli schieramenti conservatori di altri paesi. Il suo “peccato originale” sta nella confluenza, agli inizi del 1994, di Forza Italia (il “partito di plastica” di Silvio Berlusconi, fondato il 6 febbraio e premiato, dopo una massiccia campagna mediatica, da 8 milioni di voti), dei post-fascisti di Alleanza nazionale, della Lega Nord di Bossi e della parte più conservatrice del mondo cattolico. Le origini oscure del patrimonio di Berlusconi, i legami con settori del mondo mafioso, un legame culturale e “sentimentale” col fascismo, la continuità piduista, i tratti padronali e autoritari del “non partito” berlusconiano e l’aggregazione attorno ad essa del “sommerso della Repubblica” hanno segnato fortemente il centro-destra italiano, determinando anche il riflesso da “fronte democratico” scattato a sinistra, segnato più da un generico anti-berlusconismo che da una reale alternatività programmatica sulle questioni di fondo.
Il centro-destra è cambiato non poco dal 1994, perdendo “pezzi” importanti e vedendo modificarsi il suo stesso elettorato. Tuttavia un blocco sociale di riferimento, sia pure composito, è andato consolidandosi. Esso comprende settori del grande capitale marginali rispetto alle reti principali della finanza internazionale e della competizione internazionale (più legate al Pd), settori di piccola e media impresa, poteri criminali ed economico-mafiosi, lavoratori autonomi, ma anche lavoratori dipendenti, pensionati, casalinghe e settori di sottoproletariato. Sono i settori politicamente e culturalmente più arretrati della società italiana, che si oppongono per diverse ragioni ad una modernizzazione e razionalizzazione del capitalismo italiano.
Nelle elezioni del 2013, la quota di lavoratori dipendenti elettori del Pdl sale al 47% (sono il 54% nel centro-sinistra). Gli operai in particolare sono il 25,8 nel voto del CD e il 21,7 nel CS (il 40% al M5S). Il blocco Pdl-Lega ottiene il 33% i tra pensionati (40% al CS), primeggia tra le casalinghe (43.3%) e i lavoratori autonomi (50%), ottiene il 20.7 tra i disoccupati (20,1 al CS e 42.7 al M5S). Gli studenti si ripartiscono in modo pressoché eguale fra i tre principali schieramenti.
Il cemento unificante del composito schieramento di CD comprende un mix di elogio sperticato dell’iniziativa privata e dell’individualismo, una cultura maschilista ed omofoba (diffusa anche in larghi settori del mondo femminile), un anti-statalismo radicale, che si combina col tentativo demagogico e populista di cavalcare l’insofferenza popolare per i vincoli Ue (e che trova spazio nella totale ed autolesionista subalternità del Pd a tali vincoli).
Il fatto che Berlusconi non rappresenti la carta su cui punta oggi il grande capitale italiano ed europeo, non diminuisce la pericolosità del suo populismo reazionario, che – come dimostrano le ultime elezioni – potrebbe ancora prevalere e fare nuovi danni al paese (ad esempio accelerando il cammino verso il presidenzialismo, e perpetuando la regressione culturale di una parte del nostro popolo). Ma quello che ancora va denunciato è il carattere regressivo della proposta economico-sociale della destra, non solo perché rappresenta la parte più antipopolare ed antioperaia della politica italiana, ma per la rappresentanza di interessi contrari ad uno sviluppo industriale e produttivo del paese di tipo moderno e avanzato, fondato sulla ricerca, l’innovazione e sul vero rischio di impresa. La destra di Berlusconi e di Tremonti, alleata con la Lega, ha difeso per quasi un ventennio un sistema economico fondato sulla spaccatura del Paese, sull’emarginazione del Mezzogiorno e delle sue forze produttive, relegate ad un ruolo subalterno e parassitario per la concentrazione delle risorse solo sugli interessi delle piccole caste industriali del Nord e del Nord Est, ingrassate dalla mano libera fiscale, dai condoni, dalle politiche di precarizzazione della forza lavoro, dal progressivo svuotamento di politiche fiscali nazionali di solidarietà e di riequilibrio territoriale.
Anche alla luce di ciò occorre riprendere la battaglia sociale, politica e costituzionale contro le aberrazioni introdotte dalla stessa “riforma” del Titolo V della Costituzione che, cercando di tamponare la retorica federalista e secessionista della Lega, hanno nei fatti inseguito quelle forze, destrutturando la concezione unitaria e nazionale dell’azione della Repubblica e delle sue articolazioni locali, accentuando al contrario i localismi e i particolarismi, le derive personalistiche di “governatori e sindaci eletti direttamente dal popolo”, orientando in senso egoistico e neo-corporativo le politiche di spesa pubblica, la concezione stessa dello Stato sociale nazionale (sanità, istruzione, previdenza) e le forme del gettito fiscale necessario a sostenerlo, iniettando nella coscienza collettiva i germi velenosi della rottura del patto sociale, la negazione dei diritti universali di cittadinanza, la frattura tra le generazioni.
 
23-La “casta” e il Movimento 5 Stelle
La degenerazione ideologica e culturale realizzata dal ventennio del berlusconismo si è intrecciata con la crescente corruzione di una parte del ceto politico. Ciò ha fornito ampio materiale per alimentare il risentimento contro i partiti – la casta! – su cui lavorano da tempo quanti prospettano lo smantellamento della repubblica costituzionale parlamentare, fondata sulla centralità dei partiti di massa. L’attacco alla “partitocrazia” contro cui tuonava Marco Pannella (che ottenne l’abrogazione del finanziamento pubblico col referendum del 1993) è divenuto così il collante del M5S.
La crisi economica e le politiche di austerità, che hanno imposto pesanti sacrifici ai lavoratori e ai ceti più poveri, rendendo non più tollerabili i privilegi e gli sprechi di una “casta politica” privilegiata incapace di far fronte alla crisi, hanno favorito l’exploit elettorale del M5S alle politiche. Esso, facendo della distruzione del sistema dei partiti in quanto tale la ragione prima e il collante del movimento, elude programmaticamente il confronto sulle strategie politiche e sulle proposte. Rifiutando per principio qualsiasi possibilità di accordo con altre formazioni politiche (per non contaminarsi!!!), il M5S può vivere e alimentarsi così dell’opposizione e della contrapposizione assoluta. Si propone come contestazione e non come costruzione, lucrando così un quarto dei consensi elettorali. I quali non servono però ad imporre nessun cambiamento all’agenda politica che si va realizzando.
Il conflitto interno al Pd nella recente vicenda elettorale (la candidatura prima di Marini e poi di 
Prodi, sul quale era parso in un primo momento palesarsi un gradimento da parte di Grillo, e poi il ritorno al Colle per chiedere la rielezione di Napolitano) non copre minimamente la scelta del M5S di lasciare che il quadro politico scivolasse verso la soluzione auspicata da Berlusconi. Negando ogni sponda a Bersani e Vendola nella formazione di un governo di centro-sinistra aperto al M5S, e respingendo la candidatura di Prodi alla presidenza della Repubblica, Grillo ha favorito la rielezione di Napolitano e il rientro di Berlusconi sulla scena.
Ma il successo registrato alle politiche del M5S nasce anche dalle incapacità, dalla crisi profonda, dalle divisioni e dalla scarsa credibilità dei comunisti e delle forze di sinistra nel proporsi come un punto di riferimento credibile per il crescente malcontento sociale che la gestione reazionaria della crisi del sistema produce in larghissimi settori popolari.
I comunisti e la sinistra debbono sapersi rapportare con intelligenza al M5S, senza demonizzarlo né esaltarlo acriticamente, cogliendone le contraddizioni interne e la domanda di partecipazione che pure ha raccolto. Sono presenti in una larga parte del popolo e dell’elettorato grillino aspirazioni e spinte progressiste, e ciò richiede che si presti una forte attenzione e capacità di interlocuzione verso elettori ed eletti del M5S che si dichiarano di sinistra.
D’altra parte, non può essere sottovalutato l’emergere di un progetto qualunquista del duo Grillo-Casaleggio, volto ad introdurre nel nostro paese un sistema politico di tipo americano che cancella i partiti ed i sindacati come soggetti che promuovono una partecipazione attiva e di massa alla vita politica dei cittadini e dei lavoratori come previsto dalla Costituzione. Anche il modello di un uomo solo (o due…) al comando, con la copertura di un’apparente “democrazia online”, configura un tassello dello smantellamento della rappresentanza democratica e di una partecipazione popolare organizzata, alimentando culture presidenzialiste.

24- Crisi del centro-sinistra e involuzione del Pd
Dopo la sconfitta di Bersani, settori rilevanti del gruppo dirigente del Pd fanno ormai parte in modo sempre più organico del blocco moderato e centrista, sia a livello nazionale che euro-atlantico.
Altra cosa è una parte significativa della sua base militante, dei suoi quadri intermedi e del suo elettorato, in cui la formazione del governo Letta ha creato un disagio diffuso ed ha aperto contraddizioni serie. A questa parte del popolo di sinistra occorre rivolgersi, senza settarismo, affinché rifletta sulle ragioni dello slittamento moderato del suo gruppo dirigente.
Il “centro-sinistra”, almeno così come lo abbiamo conosciuto finora, non c’è più. Il nostro orientamento deve dunque concentrarsi sulla costruzione di uno schieramento unitario a sinistra, con un programma avanzato, che poi valuterà autonomamente come rapportarsi alle contraddizioni interne e all’evoluzione di altre forze.
Rispetto all’orientamento del congresso precedente, emerge dunque la centralità dell’impegno sui temi dell’autonomia comunista e dell’unità della sinistra.
 

I comunisti e la sinistra

25-Un fronte unitario di sinistra che operi quotidianamente nella società
Abbiamo piena consapevolezza autocritica che la mancata credibilità dei comunisti e della forze di sinistra in Italia agli occhi dei loro referenti sociali naturali sia dovuta in massima parte alla delusione che la sinistra stessa ha prodotto quando è stata al governo; alla perdita crescente del suo radicamento sociale e della sua vicinanza ai problemi e alle sofferenze della gente (che ha percepito anche i gruppi dirigenti della sinistra come espressione di un ceto politico separato, privilegiato, che si ricorda delle sofferenze del suo popolo solo in campagna elettorale..); e in grande parte alle sue crescenti divisioni e frammentazioni, che ne hanno moltiplicato l’irrilevanza sociale e politica (“dite anche cose giuste, ma siete sempre più divisi e non contate niente”).
In questa crisi i primi a essere colpiti sono le lavoratrici ed i lavoratori: sono essi a rimanere privi di rappresentanza e di possibilità di incidere. Il nostro impegno prioritario di comunisti sta dunque nel ricostruire – assieme ad altri – questa rappresentanza, e nel ridare ai lavoratori strumenti di
organizzazione e una prospettiva politica. Si tratta quindi di riuscire a trasmettere l’idea che la presenza dei comunisti e della sinistra in questo Paese si lega in modo indissolubile alla ricostruzione della rappresentanza politica dei lavoratori e delle lavoratrici: è qui che maggiormente abbiamo fallito.
La ricostruzione di un credibile processo unitario a sinistra comporta l’interlocuzione e il coinvolgimento, in varie forme, di diversi soggetti sindacali e politici organizzati:
-la Cgil e la sua componente più avanzata, la Fiom, che rappresentano tutt’oggi, pur tra debolezze e contraddizioni, la struttura democratica e progressiva più importante e organizzata del movimento dei lavoratori. L’unica ancora in grado, ove se ne determini la volontà, di mobilitare grandi masse su una piattaforma progressiva capace di parlare al paese e di incidere in modo non testimoniale sui rapporti di forza e di classe;
-il sindacalismo di base che, con la sua generosa combattività. va considerato senza alcun settarismo;
-la sinistra politica organizzata: sia quella su posizioni anti-capitalistiche che esprime un minimo di radicamento a livello popolare e respinge suggestioni settarie e avventuriste (PdCI, Prc, Rete dei comunisti, Ross@, Movimento politico per il partito del lavoro..); sia quella che esprime un orientamento riformista (Sel; Azione Civile; soggettività progressiste del Pd);
-un insieme di soggettività e associazioni democratiche e di sinistra (gruppi giovanili, Anpi, Arci, Emergency, comitati contro la guerra, comitati per la difesa della Costituzione, associazioni di solidarietà internazionalista, per i beni comuni, contro il razzismo e l’omofobia, collettivi giovanili e studenteschi, gruppi e movimenti di donne che lavorano per la pace, per i diritti, contro la violenza e le discriminazioni..), nella varietà estrema in cui esse si articolano sui territori.
Non ci nascondiamo le difficoltà che si frappongono alla costruzione di un Frente amplio di queste forze, ma non vediamo altra alternativa che non sia quella di una ulteriore deriva, marginalizzazione o subalternità della sinistra italiana.
Vanno tenute insieme in questo fronte, su un programma minimo condiviso, sia le componenti anti-liberiste che quelle più marcatamente anti-capitalistiche, senza che nessuno (e tanto meno i comunisti) rinunci alla sua autonomia e identità. Ponendo l’accento, nelle lotte, su ciò che unisce piuttosto che su ciò che distingue: questo ci chiedono i lavoratori e i gruppi sociali che cerchiamo di rappresentare.
Questo fronte deve saper operare quotidianamente nei diversi territori, nelle lotte locali, nel rapporto con le istituzioni, con azioni di denuncia e propositive capaci di intercettare un consenso e una partecipazione di massa. Occorre saper condurre ad unità le singole lotte, in modo che ogni singola lotta o resistenza locale acquisti il senso di un’azione per l’affermazione di un programma capace di rivolgersi all’insieme del Paese, con una visione nazionale.
In questa lotta va ricercata la convergenza più ampia con tutte le forze autenticamente democratiche. Di fronte alle diversità di orientamento presenti nel mondo capitalistico, i comunisti non sono mai stati né debbono essere indifferenti nei confronti del prevalere dell’uno o dell’altro e non si augurano certo il prevalere di quelli più reazionari ed oltranzisti. In qualunque momento, sia sul piano delle alleanze sociali che di quelle politiche, i comunisti debbono saper individuare l’avversario principale da battere, che non sempre è lo stesso in ogni circostanza: oggi l’imperialismo più aggressivo, il neoliberismo, il presidenzialismo. Le cose vanno viste ed analizzate per quello che sono, se non si vogliono prendere lucciole per lanterne o coltivare illusioni (anche sul piano della tattica elettorale) cui possono seguire cocenti disillusioni e disorientamento politico.
 
26-Crisi e condizione dei comunisti in Italia
La crisi non nasce negli ultimi anni, ha ragioni profonde e non contingenti che risalgono già all’ultimo Pci e alle debolezze originarie della Rifondazione: oggi esse giungono a compimento.
Si è gradualmente allentato il rapporto tra i comunisti e il radicamento sociale organizzato, con la classe operaia e il blocco sociale della trasformazione, attraverso una degenerazione elettoralistica e di ceto politico sempre più staccato dal conflitto sociale e dalle forze del lavoro. Vi è qui materia, anche per il nostro partito, per una radicale riflessione autocritica, che non intendiamo eludere in alcun modo.
Dobbiamo aprirci una strada nuova nelle intemperie della crisi, ma non potremo farlo se non guarderemo impietosamente ai nostri limiti politici e organizzativi. Se facessimo del congresso un momento di autoassoluzione addossando ad altri le responsabilità di una sconfitta storica renderemmo un pessimo servizio alla nostra causa, a noi stessi, alla nostra passione e al nostro impegno.
I numeri della crisi parlano da soli. Dal 1991 a oggi, i comunisti organizzati sono passati dagli oltre 130.000 iscritti dei primi anni ’90 ai 40-50.000 di oggi: con un incredibile turn-over che viene valutato complessivamente in mezzo milione di iscritti che in un ventennio sono entrati e usciti da Rifondazione e PdCI, a conferma della struttura leggera, dimostratasi fragile e inadeguata, di queste organizzazioni. La loro influenza elettorale è passata da oltre 3.200.000 voti a meno di un milione.
 
27-Possibilità e prospettive realistiche di una riorganizzazione
Non è possibile uscire da questa crisi se non si supera questa deriva e non si inverte decisamente la rotta, rilanciando il processo di ricomposizione unitaria dei comunisti (nelle forme oggi possibili, a partire da una credibile unità d’azione) e, insieme con essi, delle forze della sinistra anticapitalistica e antiliberista.
L’unità non può costruirsi “a freddo”, ma nella dialettica di una lotta comune intorno a un grande obiettivo condiviso, che oggi non può che essere la costruzione di un fronte unito su un programma di transizione per uno sbocco democratico-progressivo alla crisi.
Ciò richiede anche un esame sereno dell’esperienza della Federazione della Sinistra, delle ragioni e delle molteplici responsabilità che ne hanno determinato la crisi. Questo bilancio, se vuole essere fruttuoso, deve essere condotto congiuntamente da tutti i soggetti che vi hanno partecipato, senza recriminazioni o rappresentazioni unilaterali dei motivi che ne hanno inficiato lo sviluppo. Anche per questo ci assumiamo la nostra parte di responsabilità.
Occorre aprire un dialogo e trovare forme di interlocuzione, consultazione, unità d’azione, in primis tra quanti si richiamano alla grande esperienza del movimento comunista mondiale e italiano e non intendono buttarla alle ortiche. Occorre trovare e costruire luoghi, “case comuni” di elaborazione critica, discussione, proposta, azione.
Alla fine, le possibili alternative per i comunisti si riducono a due:
– o la rinuncia al progetto comunista, la rimozione delle proprie radici ideologiche e culturali (e di una storia più che secolare), sciogliendosi in altri partiti o movimenti;
-o la ripresa paziente dell’impegno per la ricostruzione di un partito comunista degno di questo nome.
E se si rifiuta lo scioglimento, a sinistra (in questo o quel movimento antagonista) o a destra (nell’area socialdemocratica coperta da Sel e da settori del Pd), la ricostruzione comunista non può ridursi allo sterile arroccamento autoreferenziale e gruppuscolare, alla sola proclamazione di principi, ma deve sapersi tradurre in azione politica quotidiana tra le masse, sulla base di un programma e di un progetto unitario a sinistra.
 
28-Riorganizzazione autonoma dei comunisti e unità della sinistra: due processi distinti ma interdipendenti
I comunisti oggi in Italia sono condannati all’irrilevanza politica e sociale se non operano in stretto
collegamento con un fronte unitario, sociale e politico, delle forze progressive e della sinistra.
Anche se fortemente indeboliti, i comunisti sono ancora utili e necessari, organizzati in partito, per portare nello scontro sociale e politico una visione generale delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico. E per far crescere nel nostro popolo la consapevolezza che solo il socialismo, la conquista di posizioni che consentano di avanzare verso il socialismo, una visione mondiale della sua prospettiva, possono far avanzare i popoli e l’umanità intera verso soluzioni compiute e durevoli alle contraddizioni del capitalismo della nostra epoca.
Questi elementi di coscienza generale non si formano spontaneamente nello scontro di classe e verrebbero meno se i comunisti confluissero e si sciogliessero in altre formazioni della sinistra non comunista. Dove la loro autonomia teorica, politica e organizzativa verrebbero un po’ alla volta riassorbite e vanificate: come dimostrano tutte le esperienze che in questo senso sono state sperimentate nell’esperienza comunista italiana del dopoguerra e segnatamente nel ventennio seguito allo scioglimento del Pci.
Non è certo per nostalgia, per ideologismo astratto o per cocciutaggine politica, che sosteniamo – qui ed ora – pur nelle condizioni di una crisi gravissima del movimento comunista in Italia, la necessità di riorganizzare le forze per la ricostruzione.
Sappiamo che non esistono scorciatoie, e che la via maestra è quella del recupero lento, paziente, di un radicamento sociale che in questi ultimi decenni è andato perduto, e che possiamo ricostruire solo nel quadro di un largo schieramento sociale e politico delle forze della sinistra, e con gruppi dirigenti nazionali e territoriali all’altezza dei compiti attuali.
Non è del resto la prima volta, nella storia d’Italia, che i comunisti si trovano ridotti ai minimi termini. Nel 1924, prima dell’avvento del fascismo in regime e alla vigilia delle Tesi di Lione, il partito di Gramsci e di Togliatti contava poco più di 8.000 iscritti, che diminuirono drasticamente e furono ridotti all’isolamento politico e ideale più nero nella società italiana, durante il ventennio fascista. Erano 6.000 nel 1943, ma seppero giungere preparati ai grandi appuntamenti della storia mondiale e nazionale: furono i principali protagonisti della Resistenza, durante la quale raccolsero, tra i giovani e le ragazze, quel che i meno giovani (mai pentiti) avevano seminato nel ventennio precedente. Erano 2 milioni tre anni dopo. E cambiarono il destino della nazione. Se quelle poche migliaia di compagne e compagni avessero capitolato, la storia d’Italia sarebbe stata assai diversa.

29-Dare impulso all’organizzazione unitaria dei comunisti
Su questi temi (e sulle forme di organizzazione) vanno organizzati subito, ai diversi livelli, luoghi comuni e permanenti di approfondimento, un censimento delle forze e delle strutture disponibili, con i quadri fondamentali della nostra e di altre organizzazioni, che unisca una riflessione sulla moderna forma partito ad innovazioni pratiche che rendano l’organizzazione comunista più consona alle sfide ed alle possibilità dell’oggi.
Si rende necessaria una grande inchiesta tra i militanti comunisti del nostro paese, in modo da tracciare una mappa realistica (ed individuare così anche i limiti e le difficoltà su cui lavorare) della forza e della presenza organizzata dei comunisti. In questo modo potremo avere un’idea più precisa del radicamento sociale organizzato nei luoghi di lavoro, nelle scuole o nelle università, individuare e mettere in rete tra di loro quei sindacalisti o delegati in grado di porre il partito in connessione stretta con le aziende ad alto livello di sindacalizzazione e conflitto, piuttosto che gli studenti o gli insegnanti capaci di dare impulso a nuclei organizzati in alcune università.
Vista la nostra scomparsa dai grandi mezzi di comunicazione (a causa di una censura che ci colpisce da ormai più di 5 anni), quanti sono i militanti, provincia per provincia, che sono in grado di usare Internet e di stabilire un contatto permanente on line con alcune centinaia, in alcuni casi migliaia, di persone? O che già lo fanno, ma in forma totalmente scoordinata? È possibile immaginare un sistema di comunicazione autonomo e telematico, capace di raggiungere, col lavoro di questi compagni, almeno un milione di persone non impegnate politicamente, oltre ai militanti ed i simpatizzanti del partito?
Sono solo alcuni esempi di un lavoro concreto e possibile, che richiede però una rete di “capitani” in grado di costruirlo e dirigerlo.

30-Il PdCI e il progetto di ricostruzione del partito comunista
Si tratta di un processo di lungo periodo, che richiede però alcune scelte inequivoche immediate.
Noi non ci consideriamo la risposta al problema della ricostruzione del partito comunista in Italia, degno di questo nome e all’altezza dei compiti, né il suo nucleo dirigente predeterminato. Crediamo però di esprimere, oggi, un patrimonio importante di idee ed una rete di alcune migliaia di militanti e di quadri che mettiamo al servizio di un processo di ricostruzione, aperto alle soggettività comuniste, organizzate e non, con cui sia possibile costruire alcune fondamenta comuni in termini di affinità politica, programmatica, ideologica, di cultura politica e dell’organizzazione.
Non è un’indistinta, generica, eclettica “unità dei comunisti” quella che vogliamo perseguire, ma la costruzione di un’unica, nuova organizzazione comunista, di tutte le forze che in Italia si richiamano al patrimonio migliore del movimento operaio e comunista italiano e internazionale.
La ricostruzione comunista in Italia è quindi ad una fase cruciale: o la dispersione e dissipazione, o la ripresa di un processo di reale ricostruzione.
Il congresso di Rimini (ottobre 2011) ha già affrontato alcune questioni di fondo sui caratteri del partito di quadri e di militanti oggi possibile e necessario, e sulla piena disponibilità del PdCI – a partire dalla sua tenuta ed irrobustimento, e contro ogni ipotesi liquidazionista – a mettersi a disposizione per la costruzione di una organizzazione comunista più solida, in convergenza con altre forze e innanzitutto coi compagni di Rifondazione che avvertono la stessa esigenza. Si tratta di dar seguito a quelle decisioni e di attualizzarle, verificando immediatamente gli interlocutori disponibili. Rivolgiamo tale invito in primo luogo alle compagne ed ai compagni di Rifondazione e ai tanti senza tessera. Ci auguriamo che la crisi induca tutti ad un minore spirito di autosufficienza, e lo diciamo a partire da noi stessi.
Un partito che era stato abituato a mantenere i suoi funzionari e le sue sedi attraverso il finanziamento pubblico (e soprattutto le quote versate dagli eletti in parlamento e nelle amministrazioni locali) si trova oggi a corto di mezzi, nell’impossibilità di mantenere un apparato centrale significativo. Dovrà abituarsi ad organizzarsi diversamente, a basarsi sul lavoro volontario delle compagne e dei compagni, sulla ripresa di una capacità di autofinanziamento, nelle forme più diverse che la società attuale consente. Occorre un partito di militanti in cui ogni iscritto sia un attivista con responsabilità e compiti precisi ed ogni militante svolga una funzione dirigente, operando politicamente nel proprio luogo di studio o di lavoro, nel proprio territorio, nel proprio ambito di competenza.
Oggi si tratta di tornare ad essere comunisti nella società e nel territorio con tutti i contenuti rivoluzionari che questo presuppone. Se non riprendiamo ad occuparci dei problemi delle persone, della loro vita, del loro lavoro, del loro futuro, per noi non c’è alcuna prospettiva di ripresa e di rilancio. Occorre tornare a vivere e conoscere il dolore sociale e la sofferenza di milioni e milioni di uomini e di donne, giovani e anziani, che in questo Paese non hanno lavoro, non hanno reddito, non hanno un presente e non hanno un futuro e sono costretti a vivere in condizioni di estremo disagio e povertà.
 
31-Assi portanti di un programma minimo
La fase e i rapporti di forza non sono quelli che consentono oggi un ingresso dei comunisti e della sinistra al governo su un programma avanzato; è una fase di accumulazione di forze dall’opposizione, affinché si creino condizioni nuove che consentano una guida rinnovata e progressiva del Paese. Per questo occorre individuare un programma minimo su cui organizzare un fronte unitario di sinistra: un programma che si ispiri alla Costituzione e che faccia della sua strenua difesa e attuazione l’elemento portante.
Non è questo il luogo per una dettagliata proposta programmatica, che intendiamo riprendere in sedi apposite con tutte le forze disponibili a lavorare insieme. Alcune proposte puntuali sono già presenti in questo progetto di risoluzione congressuale. Indichiamo qui, in estrema sintesi, quelli che 
consideriamo gli assi portanti per la costruzione di un fronte democratico e progressivo:
-rispetto rigoroso dell’art.11 della Costituzione e ripudio della guerra;
-rinegoziazione dei trattati Ue, superamento del fiscal compact e del patto di stabilità;
-attualizzazione degli artt. 41, 42, 43 che indicano la centralità del settore pubblico dell’economia per una programmazione democratica, prefigurano una economia mista (pubblica, privata, cooperativa), prevedono espropri e nazionalizzazioni a fini di pubblica utilità, a partire dal settore finanziario. Senza un intervento pubblico programmato, che rompa col liberismo, è illusoria non solo una fuoriuscita progressiva dalla crisi, ma anche una pura e semplice ripresa economica e un piano del lavoro che riduca disoccupazione e precarietà, salvaguardando i diritti fondamentali del mondo del lavoro;
-stabilire il principio secondo cui soldi pubblici dati a banche e imprese in difficoltà devono essere condizionati all’effettuazione di assunzioni ed investimenti, su cui dovrà essere esercitato un controllo pubblico: mai più soldi pubblici a fondo perduto; le imprese che delocalizzano con perdita di occupazione in Italia devono restituire le agevolazioni pubbliche di cui hanno beneficiato;
-sostegno alla scuola pubblica, all’Università, alla ricerca, alla formazione e diffusione di una cultura critica di massa, che restano architravi – oggi fortemente penalizzati – per una crescita complessiva della nazione: non solo in campo economico e tecnologico, ma anche nel processo di formazione di una coscienza critica del cittadino, fondata sui valori universali della Costituzione;
-reperimento delle risorse volte al finanziamento di un intervento pubblico nell’economia e della modernizzazione di uno Stato sociale avanzato, attraverso la drastica riduzione delle spese militari, la lotta contro l’evasione fiscale, il riequilibrio delle aliquote a favore dei ceti medio bassi, imposte sui grandi patrimoni, abolizione dei privilegi e riduzione degli stipendi dei parlamentari;
-centralità del sistema parlamentare, rifiuto del presidenzialismo, legge elettorale proporzionale pura e un Parlamento specchio autentico del Paese.
 
Su questi temi il partito è impegnato ad una riflessione durante tutta la fase congressuale e sarà compito della stessa definire un programma su cui impegnare tutti i militanti in un lavoro sociale e politico, nel confronto con le altre forze.

 

 

IL REGOLAMENTO CONGRESSUALE

Martedì, 04 Giugno 2013

Il calendario congressuale
 
1. E’ convocato per il 19-20-21 luglio 2013 a Chianciano terme il VII Congresso Nazionale (straordinario) del Partito dei Comunisti  Italiani.
2. Il dibattito congressuale si svolge sul documento politico approvato dal Comitato Centrale del 2 giugno  2013 emendabile, tanto nei congressi di sezione e di federazione secondo la prassi consueta, la quale dispone che gli emendamenti approvati passano all’istanza superiore, tanto sulla base di emendamenti sottoscritti da almeno il 10% dei membri del Comitato Centrale (15 componenti); e su eventuali documenti alternativi, ciascuno sottoscritto da almeno il 10% dei componenti del Comitato Centrale (15 componenti). Il tutto dovrà essere presentato alla Commissione Gestione e Regole entro il 9 giugno 2013.
3. La discussione congressuale si avvia con la pubblicazione dei suddetti documenti e di quegli emendamenti che saranno stati sottoscritti da almeno il 10% dei membri del Comitato Centrale (15 componenti), che hanno tutti pari dignità. 
4. Le assemblee congressuali a ogni livello, dall’assemblea di Sezione a quella nazionale, devono essere caratterizzate dalla massima apertura, invitando e lavorando per la partecipazione dei cittadini, dei lavoratori, dei rappresentanti delle forze democratiche, delle organizzazioni di massa, delle associazioni.
5. I Comitati Federali fissano il calendario dei congressi di Sezione e di Federazione che dovranno tenersi, improrogabilmente, entro il 14 luglio 2013. Entro la data del 16 luglio 2013 dovranno inoltre pervenire alla  Commissione Gestione e Regole, senza eccezione alcuna, i verbali dei Congressi di Federazione ai fini della composizione della platea congressuale nazionale.
6. Il calendario dei Congressi delle Federazioni va stilato in accordo con la Commissione Gestione e Regole.
 

Congressi di Sezione e di Federazione
 
7. I Congressi sono aperti ai cittadini interessati. Hanno diritto di partecipazione tutti gli iscritti al Partito; con diritto di voto tutti gli iscritti al Partito per l’anno 2012 e i nuovi iscritti dell’anno 2013 tesserati entro l’8 giugno 2013. Il numero dei delegati al Congresso Nazionale viene determinato in base alle cedole di iscrizione dell’anno 2012 consegnate al Dipartimento nazionale di Organizzazione entro il 12 giugno 2013.
8. Ogni istanza congressuale di Sezione e/o Federazione procede alla preparazione del Congresso avvertendo dello stesso e delle modalità del suo svolgimento tutti gli iscritti in tempo utile a garantire la massima partecipazione. 
9. Ferma restando la previsione statutaria dell’elezione degli organismi dirigenti delle Sezioni del partito, la platea congressuale delle Federazioni con meno di 200 iscritti è composta da tutti gli iscritti. Al congresso delle Federazioni con più di 200 iscritti, partecipano i delegati eletti nei Congressi di Sezione secondo il rapporto delegati/e-iscritti stabilito dal Comitato Federale entro il 16 giugno 2013. 
10. Copia del/i documento/i congressuali dovrà essere fornita a tutti gli iscritti unitamente all’invito, corredato dal calendario dei lavori e con l’indicazione dell’orario delle operazioni di voto.
11. I Congressi di Sezione e di Federazione eleggono la Presidenza del Congresso che, alla luce dell’ordine del giorno, propone l’ordine dei lavori, il quale deve comunque prevedere: 
a) l’elezione, su proposta della Presidenza del Congresso, di una Commissione Politica ed una Elettorale;
b) la discussione e la votazione del documento approvato dal Comitato Centrale del 2 giugno  2013 e di eventuali documenti alternativi presentati nei termini previsti; 
c) l’elezione dei rispettivi organismi dirigenti;
d) l’elezione dei delegati/e ai congressi federali e nazionale.
12. I lavori del Congresso di Sezione e/o Federazione vengono aperti da una relazione del Segretario di Sezione e/o Federazione, a cui deve seguire l’illustrazione degli altri, eventuali, documenti da parte di un delegato della medesima Federazione che li sostiene, e conclusi  dall’intervento del/la compagno/a designato dalla Commissione Gestione e Regole. Le votazioni sul documento approvato dal Comitato Centrale e su eventuali documenti alternativi presentati nei termini previsti avvengono con scrutinio palese. 
13. Le elezioni degli organismi dirigenti e dei delegati, si svolgono, di norma, con voto segreto, salvo diversa deliberazione assunta a maggioranza dei 2/3 dei votanti. Nei congressi di Sezione e di Federazione ove siano presenti votanti di diversi documenti politici, la Commissione Elettorale nella proposta degli organismi di direzione politica e dei delegati/e tiene conto della pluralità di tali posizioni, promuovendone la proporzionale rappresentanza.
14. Il Congresso delle Federazioni con meno di 200 iscritti elegge i delegati al Congresso Nazionale, il Segretario, il Tesoriere, nonché la Direzione federale la cui composizione non può essere inferiore a 10 componenti e comunque non superiore al 10% degli iscritti della Federazione.
15. Il congresso delle Federazioni con più di 200 iscritti elegge i delegati al Congresso Nazionale. Elegge, inoltre, il Comitato Federale, la cui composizione non sarà superiore al 10% degli iscritti e, in ogni caso, non dovrà  superare il numero di 40 componenti. Il Comitato Federale elegge il Segretario, il Tesoriere, la Segreteria ed eventualmente il presidente del Comitato Federale.  
16. Il Congresso di Federazione elegge i delegati al Congresso Nazionale secondo un rapporto di  1 delegato ogni 40 iscritti o frazione superiore a 20 iscritti. In ogni caso per le Federazioni con un numero inferiore alla frazione di 20 iscritti viene riconosciuto un delegato. Dovrà essere inoltre garantita almeno la corrispondenza della percentuale tra le iscritte e gli iscritti e va altresì promossa la proporzionale rappresentanza dei sostenitori di altri, eventuali, documenti.
17. La Commissione Gestione e Regole è garante del regolare svolgimento congressuale, con la facoltà del controllo sulla regolarità del tesseramento quale riferimento per la elezione della platea congressuale. Designa altresì i compagni e le compagne che partecipano ai lavori di ciascun congresso di Federazione, con funzione di Garante.  Il Garante è  membro della Presidenza del Congresso e di ciascuna delle Commissioni, può partecipare ai Congressi di Sezione della medesima Federazione e può essere delegato al Congresso Nazionale.  
18. Il Congresso nazionale elegge in apertura dei lavori una Presidenza su proposta della Commissione Gestione e Regole.
19. La Presidenza del Congresso nazionale propone la modalità di svolgimento dei lavori e, a conclusione della relazione politica, propone l’elezione di 3 commissioni: politica, elettorale, verifica dei poteri.
20. Il Congresso nazionale, alla fine dei suoi lavori, vota i documenti politici, le eventuali modifiche allo statuto ed elegge gli organismi dirigenti.
 

Disposizioni finali
 
21. Questo regolamento vale per lo svolgimento dei lavori di tutte le istanze congressuali.
22. Il presente regolamento congressuale, adottato a norma delle disposizioni finali dello Statuto, modifica le eventuali norme statutarie in contrasto.