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ARCHIVIO HOME PAGINA N° 2

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Meldola ottobre 2018

VENERDI 12 OTTOBRE

ORE 20,30

 

Presso la “Sala consigliare”

Promossa dall’amministrazione comunale

 

COMMEMORAZIONE

 

AURELIO

STRADA

(nel decimo anniversario della morte)

 

-Sindacalista C.G.I.L.

-Sindaco Comune di Meldola

-Dirigente Federazione P.C.I.

-Presidente AUSL Forlì

 

La cittadinanza è invitata

P.C.I. Meldola (sezione “Andrea Coveri”)

Alboresi: basta con la sinistra compromessa, ricostruire il Pci per tornare a rappresentare il mondo del lavoro

di Vindice Lecis

“E’ in atto nel Paese una svolta a destra, risultato della crisi e delle scelte compiute dai governi di centro destra e centro sinistra, che hanno spinto milioni di italiani a rivendicare poltiche diverse da quelle europee. Lo hanno fatto in mancanza di alternative chiare. Ma sono certo che questo governo inedito non realizzerà quanto promesso sul lavoro, previdenza e tassazione”.

Mauro Alboresi è stato appena rieletto segretario nazionale del Partito comunista italiano che a Orvieto ha tenuto il suo primo congresso, dopo l’assemblea costituente del 2016 a Bologna. Un compito immane, viste le forze in campo, attende i comunisti anche perché proporre politiche alternative è faticoso, anzitutto per scrollarsi di dosso l’accusa di complicità appiccicata alla sinistra con le scelte più infamanti e nefaste della storia repubblicana su lavoro, scuola, compressione dei diritti, cessione di sovranità all’Ue della finanza col pareggio di bilancio.

 

Lei è stato rieletto segretario di un partito che rivendica con orgoglio le radici nella storia del comunismo italiano e del Pci.

“Certo, perché in Italia c’è bisogno dei comunisti e quella mancanza, quel vuoto, si è sentito. La situazione è peggiorata per i cittadini, i lavoratori e i ceti deboli da quando manca un partito che rappresentava nel suo insieme il blocco sociale del lavoro. Di questo abbiamo discusso nel nostro congresso che è stato un ulteriore momento di confronto e di spinta in avanti per ricostruire una grande forza comunista italiana. Al Paese serve un vero cambio di passo, un’altra agenda per l’Europa e l’Italia”.

– Come giudica questo governo Lega-M5S?

“Si tratta di un esecutivo inedito, il risultato della crisi e delle risposte sbagliate e nefaste dei governi di centro destra e centro sinistra. In questo quadro sono estremamente preoccupanti le pulsioni xenofobe e razziste, e non vediamo all’orizzonte la capacità di costruire nuove priorità, quelle che servono davvero.”

– Sull’immigrazione senza controlli e senza politiche di accoglienza la Lega ha raccolto consensi.

“Certo, ma non c’è un’emergenza migranti come ce la raccontano. I dati anche recenti lo confermano e disegnano altre rotte, altre srade in Europa”.

– Non c’è solo Salvini, anche se non sembra, al governo. Che ne pensa delle idee dei Cinquestelle sul lavoro e l’economia?

“Verrà dimostrato che il governo non riuscirà a mantenere le promesse fatte sulla riscrittura del diritto del lavoro, ad esempio. Lo stesso decreto dignità è un pannicello caldo e si fermeranno qui. Con il pericolo di rimettere in pista i voucher, che rappresenterebbe un grande passo indietro”.

– Il governo sogna la flat-tax. E’ utile?

“Alle sole imprese, a chi ha già molto mentre danneggia gli strati popolari e i redditi più bassi. La flat-tax va in senso opposto a uno sviluppo equilibrato ed equo, agevola solo le imprese e incrementa la polarizzazione tra chi ha e chi vive in gravi difficoltà”.

– Che cosa servirebbe invece?

“Una politica dei redditi capace di rilanciare la domanda interna. Senza illudersi su riprese che non esistono. Che cosa succederà, ad esempio, quando la Bce smetterà di acquistare i titoli di Stato? Draghi da una parte ammette che la crisi non è ancora alle spalle e che la ripresa si è arenata, ma allo stesso tempo rilancia la necessità di riforme. Ma quali, se il paese ha già pagato e duramente, la loro austerità. Nel 2019 è prevista una crescita inferiore. Si conferma che la lunga stagnazione non è congiunturale ma una vera grande crisi strutturale”.

-Tuttavia la reazione popolare è debole, insufficiente.

“In realtà ci sono comunque segnali di mobiltazione, di lotte contro le politihe imperanti.Certo non all’altezza dello scontro. D’altra parte occorre comprendere e capire meglio perché larghe masse hanno scelto M5S e anche Lega come punto di riferimento e come una risposta disperata alla crisi. Il problema è perché in Italia manca ancora di un’alternativa politica fondato su quel riferimento di rappresentanza del mondo del lavoro. La delusione per quanto fatto in Europa e in Italia dal centro sinistra è enorme: politiche liberiste feroci che hanno lasciato un segno profondo”.

– Voi comunisti che cosa proponete?

“Ricostruire una coscienza di sé delle masse lavoratrici e dei ceti disagiati, una nuova coscienza di classe. Vogliamo sfidare il governo a fare ciò che ha promesso sul lavoro, il welfare, la politica economica. Ad esempio, che fine ha fatto l’idea di una banca di investimenti pubblici? Non ne patrlano già più”.

– Il Pci è contro l’Europa?

“Siamo contro questa Europa che non è quella immaginata: non è un’Europa dei popoli, né della pace o sociale. Ma un’Unione finanziaria costruita attorno a una moneta che ne è oggettivamente il collante”.

– Fuori dunque da questa Ue?

“Un momento: noi comunisti diciamo che siamo all’opposizione delle politiche dell’Unione europea ma non vogliamo rinchiuderci in un’ottica nazionalista, tipica della destra o in un generico sovranismo. Vogliamo un’Europa dall’Atlantico agli Urali, aperta e sociale, votata alla pace e chiusa ai conflitti che provoca essa stessa”.

– Eppure gli estremisti europeisti puntano a cancellare le dimensioni nazionali.

“A loro contrapponiamo un fermo no a nuove cessioni di sovranità. Questa Europa è stata la garante e la protagonista di politiche di devastazione sociale e di compressione dei diritti. Noi vogliamo rimettere in discussione il pareggio di bilancio, vero cancro e pietra tombale per gli investimenti pubblici”.

– Siete favorevoli a un esercito comune europeo?

“Nettamente contrari”.

– Che cosa fare della Nato?

“Il Pci è per l’uscita immediata dell’Italia dalla Nato”.

– Siete stati tra i soggetti costitutivi di Potere al Popolo. Cambia qualcosa dopo il pessimo risultato elettorale?

“Certo, ma sottolineo che il voto del 4 marzo, confermato dalle successive elezioni amministratrive, ci dice come il cosiddetto campo largo della sinistra non ha ottenuto risultati positivi e anzi è stato segnato dall’irrilevanza”.

– Anche perché  il blocco sociale un tempo roccaforte della sinistra ha preso altre strade.

“Ha fatto altre scelte perché fortemente deluso e ferito dalle politiche del centro sinistra. E noi, pur non avendo responsabiluità, non siamo stati visti come alternativa e milioni di elettori, anche di sinistra, hanno scommesso su un cambiamento proposto da M5S”.

– Potere al Popolo è stata un’alleanza inadeguata?

“Era una lista plurale con dentro forze comuniste e anticapitaliste ma non ci aspettavamo un risultato migliore, per molti motivi anche organizzativi. Oggi bisogna ragionare sulla scomposizione la ricomposizione della sinistra italiana. Noi, per prima cosa abbiamo deciso di ricostruire il Pci. Senza i comunisti che sinistra puà essere? Noi vogliamo essere in campo pienamente”.

– Ma Potere al popolo da cartello unitario si va configurando come un soggetto politico, un nuovo partito o partitino.

“Pap ha deciso di fare questa scelta. Noi non siamo d’accordo a ridurre gli spazi di autonomia delle singole formazioni. Con grande rispetto per quella scelta, abbiamo deciso che non ci stiamo e che non faremo parte di quel progetto. Questo non significa che non continueremo a dialogare unitariamente con quei compagni e a costruire convergenze. Ma l’autonomia del Pci non si tocca e andremo avanti”.

– Il Pci di oggi si riconosce nella storia del Partito comunista italiano sciolto ormai 27 anni fa?

“Il Pci ha rappresentato la storia migliore dell’Italia repubblicana e del comunismo internazionale. Ci rifacciamo certamente a quella storia dei comunisti italiani. Una vicenda, da Gramsci sino a Berlinguer, riassunta nella via italiana al socialismo che consideriamo ancora attuale. Quando si parla dell’unità dei comunisti, di confluire in un unico partito, non dobbiamo scordare che a quella grande storia dobbiamo rifarci e a quelle scelte. E non ad altre”.

– Sono imminenti tornate elettorali amministrative. Quale sarà posizione dei comunisti sulle alleanze?

“Privilegiamo un processo unitario tra forze affini, quelle comuniste anzitutto ma anche con le altre forze di sinistra su programmi chiari e di vero rinnovamento. Vogliamo l’alternativa al sistema di potere costruito in questi anni e, per questo, diciamo un chiaro e deciso no ad alleanze col Pd o a riedizioni del centro sinistra. Che è il problema vero ed è la causa dei nostri mali di oggi”.

Partito Comunista Italiano Meldola (Sezione A.Coveri) 16.7.2018

IL RITIRO DEGLI USA DALL’ACCORDO SUL NUCLEARE E’ UN ATTO DI GUERRA

14 maggio 2018

di Giorgio Raccichini, dipartimento esteri PCI, responsabile politiche internazionali PCI Marche

Il Medio Oriente è una terra difficile, attraversata da tensioni e contraddizioni che, almeno in parte, sono un prodotto del colonialismo e del neocolonialismo occidentali. Gas e petrolio, risorse che potrebbero essere sfruttate per accrescere il benessere delle popolazioni mediorientali, sono diventati motivo di scontri regionali e di interventi militari occidentali. Le questioni economiche e geo-strategiche vengono a loro volta complicate da problemi di natura culturale e religiosa, come la divisione del mondo islamico tra Sciti e Sunniti. Vi sono poi le questioni nazionali, come quella curda, e la presenza di Israele, uno Stato che conduce una politica di apartheid e di oppressione verso il popolo palestinese e rappresenta una costante minaccia per i Paesi vicini.

Il problema principale, tuttavia, consiste nel fatto che il sistema internazionale in cui viviamo è profondamente instabile, reso tale innanzitutto dai tentativi degli Stati Uniti e dell’Occidente capitalista, usciti vincitori dalla Guerra Fredda, di instaurare un controllo imperiale, arrogandosi il “diritto” di intervenire militarmente e politicamente in zone considerate di interesse economico e strategico. Come la storia dimostra, nei rapporti internazionali la “legge del più forte” si traduce immancabilmente in caos e guerra.

 

Esistono Paesi che, in virtù del loro legame all’Occidente capitalista, possono godere di “diritti” che vengono negati agli altri ritenuti poco affidabili dagli Stati Uniti.

Secondo quale giusto criterio uno Stato può possedere l’arma atomica e sviluppare i propri armamenti e un altro no?

Si pensi a tutta la campagna mediatica condotta nei mesi passati, prima dell’apparente distensione attuale, contro la Repubblica Popolare di Corea che, in maniera del tutto legittima, portava avanti un proprio programma militare nucleare per ragioni di deterrenza rispetto ad un possibile attacco statunitense. Tale campagna ometteva costantemente un punto essenziale: se le potenze dell’Europa e del Nord America sviluppano le proprie tecnologie militari, passandole anche ai propri alleati nel mondo, e le utilizzano concretamente in guerre finalizzate a rovesciare un determinato regime, di certo non aiutano la causa del disarmo e della pace. Altri Paesi, sentendosi minacciati, saranno spinti o anche costretti a finanziare un proprio programma militare per dotarsi di armi distruttive. Se si vorrà giungere all’eliminazione dell’arma atomica così come di tutte le “armi di distruzione di massa”, bisognerà per forza partire dalle grandi potenze sotto la supervisione di organismi internazionali.

In questi ultimi anni anche l’Iran è stato accusato di volersi dotare dell’arma atomica. Non sarò certamente io a dire se questa accusa sia fondata o meno; tuttavia mi preme mettere in evidenza come in questo caso pesi la logica del doppio standard: Israele può detenere armi nucleari e l’Iran no, sebbene Tel Aviv non brilli per rispetto dei diritti umani e per pacifismo. Il doppio standard per l’Iran funziona anche sul piano storico: la Persia dello Scià, filoamericana, aveva cominciato a sviluppare un programma nucleare ufficialmente per usi civili, senza che questo destasse particolari preoccupazioni; la stessa operazione condotta dall’Iran diventa per l’Occidente una copertura dietro la quale si nasconderebbe la volontà di realizzare ordigni atomici.

È evidente che gli Stati Uniti e i loro alleati, in primis Israele, sarebbero un po’ più titubanti nel condurre operazioni di guerra in Medio Oriente nel caso in cui effettivamente Teheran si dotasse dell’arma nucleare.

Mentre gli USA, i Paesi dell’Unione Europea e Israele possono sviluppare e utilizzare concretamente tecnologie militari sempre più distruttive, la popolazione iraniana ha dovuto subire per vari anni gli effetti nefasti di sanzioni, tra l’altro progressivamente inasprite, in base al solo sospetto che la Repubblica islamica dell’Iran cercasse di sviluppare il nucleare per scopi militari.

Successivamente, nel 2015, grazie agli sforzi di Russia e Cina, si è arrivati ad un accordo che, limitando fortemente il programma nucleare iraniano, consente il graduale ritiro delle sanzioni all’Iran. L’accordo – va sottolineato – è vantaggioso anche per un Paese come l’Italia che dall’Iran importa risorse energetiche e con il quale vi erano scambi commerciali crollati dopo l’imposizione delle sanzioni. Inoltre, non dimentichiamo che, nell’ambito del progetto cinese della “Nuova Via della Seta”, il Gruppo FS Italiane è oggi impegnato nel potenziamento della rete ferroviaria iraniana.

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare rientra pienamente in quella guerra che sta devastando il Medio Oriente. Mentre gli USA ed Israele hanno sostenuto i jihadisti impegnati a distruggere la Siria, Damasco è riuscita a reggere l’urto, prima ancora dell’intervento russo, grazie al sostegno di Iran e degli Hezbollah libanesi. Quando Trump accusa l’Iran di sostenere il terrorismo, afferma precisamente che questa categoria infamante è applicabile solo a coloro che si oppongono agli interessi statunitensi nel mondo. Ancora una volta ritorna la logica del doppio standard. Inoltre, l’Arabia Saudita sostenuta dagli USA combatte contro l’Iran anche nello Yemen, una zona strategica per il controllo dell’accesso al Mar Rosso che diventerà sempre più importante nei commerci internazionali. Siamo in guerra e, se gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo sul nucleare iraniano, vuol dire che stanno utilizzando tutti i mezzi, anche quelli economici, per indebolire il nemico. Mentre sembra accettare una distensione dei rapporti con la Corea del Nord, Trump dimostra che non vuole minimamente mollare la presa sul Medio Oriente e su quegli Stati che rappresentano un freno all’esplicarsi dell’egemonia statunitense nell’area. Questa egemonia servirebbe anche bloccare alcune delle diramazioni della “Nuova Via della Seta”, l’ambizioso progetto portato avanti da Pechino per ridisegnare la globalizzazione e i rapporti internazionali e che spaventa sicuramente Washington.

In risposta a precedenti attacchi israeliani contro obiettivi iraniani in Siria e alla mossa di Trump, qualche giorno fa gli iraniani hanno lanciato dalla Siria alcuni missili contro le postazioni israeliane nel Golan. La replica israeliana non si è fatta attendere ed è stata come sempre sproporzionata, anche perché – va ricordato – Israele occupa illegittimamente da troppi decenni le alture del Golan appartenenti alla Repubblica siriana.

Secondo la ricostruzione di un attento analista delle questioni internazionali, Thierry Meyssan, vi sarebbero attualmente delle divergenze di vedute tra Damasco e Mosca da una parte e l’Iran dall’altra: i primi riconoscono lo Stato d’Israele e sarebbero contrari ad un’escalation militare contro Tel Aviv; Teheran, invece, non riconosce la legittimità dello Stato israeliano e vorrebbe alzare il livello dello scontro. Se ciò fosse vero, sarebbe un grave errore da parte dell’Iran, poiché questo atteggiamento metterebbe a rischio i successi ottenuti contro il terrorismo, Israele e l’Occidente dalla coalizione che sostiene l’indipendenza della Siria. Non bisogna tuttavia dimenticare, prima di accusare l’Iran di essere una minaccia, che Israele ha sempre concretamente minacciato, nell’arco di tutta la sua esistenza, i suoi vicini arabi e persiani.

Ritengo che non si potrà mai giungere ad una situazione stabile nell’area mediorientale se non si risolverà la questione palestinese, costringendo innanzitutto Israele a rispettare le varie risoluzioni dell’ONU, ma soprattutto abbandonando la probabilmente fallimentare via dei “due popoli due Stati”, due Stati che difficilmente potranno  avere pari dignità e pari accesso alle risorse, specialmente idriche. Si riuscirà ad affermare l’idea di uno Stato di Palestina, con capitale Gerusalemme, laico, in cui vi siano pari diritti per tutti indipendentemente dalla religione di appartenenza?

In secondo luogo, la stabilità del Medio Oriente deve passare per un diverso assetto dei rapporti internazionali in cui venga eliminato quello che prima ho definito doppio standard, in cui siano severamente vietate le ingerenze negli affari interni di qualsiasi Paese e siano bandite le alleanze militari come la NATO. Bisognerebbe guardare con attenzione alla proposta che da qualche anno viene da Oriente, dalla Cina, che con la “Nuova Via della Seta” propone un modello dei rapporti internazionali basato sulla cooperazione economica, tecnologica e culturale tra Paesi sovrani, sulla pace, il mutuo vantaggio economico e la collaborazione tra i governi nella definizione dei progetti di cooperazione.

Intanto i governanti europei sembrano contrari alla mossa di Trump. Si spera che questa posizione venga mantenuta, anche se fosse dettata solamente da mere ragioni economiche. Purtroppo il recente passato ci dimostra che i Paesi dell’Unione Europea conducono una politica estera appiattita sulle posizioni di Washington e bisogna quindi stare in allerta.

PCI A MOSCA, AL CONVEGNO MONDIALE SU KARL MARX

di Fosco Giannini

4 maggio 2018

Il Convegno verterà sul tema “Il Capitale di Karl Marx e il suo impatto sul mondo” interverrà il compagno e professore Emiliano Alessandroni.

Il PCI ha stretto rapporti sempre più profondi con il Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR). Diversi sono stati, tra il 2016 e questi primi mesi del 2018,  gli incontri ufficiali ( a Mosca, a Lisbona, a Madrid, in Italia) tra i dirigenti nazionali e i responsabili dei Dipartimenti Esteri dei due Partiti. Tra gli altri, un incontro particolarmente lungo e denso, sul piano politico e sul piano dell’interscambio di notizie in relazione ai contesti nazionali ( russo e italiano) e di opinioni relative al quadro internazionale, vi è stato nel settembre 2017 a Lisbona, tra chi scrive e il compagno Yury Emelianov, tra i più influenti dirigenti del PCFR. Nel novembre del 2017 una delegazione di oltre 80 compagni e compagne del PCI ha partecipato ( la più folta delegazione del mondo) alle celebrazioni, a Mosca, del 100° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e in quell’occasione il Segretario Nazionale del PCI, il compagno Mauro Alboresi, ha avuto modo di partecipare, assieme a dirigenti comunisti di tutto il mondo, a seminari di discussione politica e teorica organizzati dal PCFR. A Mosca, il Segretario Alboresi ha avuto anche modo di incontrare importanti dirigenti del PCFR.

 

( Logo dell’Istituto Studi del Partito Comunista della Federazione Russa, che organizza, dai prossimi 11 e 12 maggio, il Convegno a Mosca su Karl Marx)

 

Siamo dunque orgogliosi di comunicare che, a partire dal consolidamento di questi rapporti, il PCFR ha invitato il PCI a partecipare, con un proprio intellettuale, all’importante Convegno che l’Istituto Studi dello stesso PCFR ha organizzato a Mosca, dall’11 al 12 maggio, sul 200° anniversario della nascita di Karl Marx, dal titolo : “Il Capitale di Karl Marx e il suo impatto sul mondo”, Convegno al quale parteciperanno premi Nobel, economisti marxisti provenienti da tante aree del mondo e intellettuali e dirigenti dei Partiti Comunisti del mondo.

Per Il PCI sarà presente, a Mosca, il compagno e giovane professore Emiliano Alessandroni, docente, presso l’Università di Urbino, di Teoria della Letteratura, di Storia della Filosofia Politica e Storia della Filosofia Moderna. Alessandroni, iscritto al PCI di Urbino, ha pubblicato, tra l’altro, “La rivoluzione estetica di Antonio Gramsci e Gyorgy Lukaks”, Il Prato, 2011; “Ideologia e strutture letterarie”, Aracne, 2014; “Hegel e i fondamenti della trasformazione”, Mimesis, 2016. Ha inoltre tradotto dal tedesco, per Bompiani, “Il Capitale” di Marx, ( Libro II).

Inviando il compagno Emiliano Alessandroni a Mosca, per il Convegno mondiale su Karl Marx, il PCI intende rafforzare ancor più i legami, politici, fraterni e internazionalisti, con il PCFR e con il movimento comunista mondiale.

SIRIA. LA NUOVA, ENNESIMA, GUERRA IMPERIALISTA E’ COMINCIATA!

Ufficio Stampa

14 aprile 2018

Gli USA, la Gran Bretagna e la Francia hanno di nuovo bombardato la Siria. Alle ore 3 di questo 14 aprile, le bombe sulla disgraziata terra siriana sono state sganciate dai cacciabombardieri francesi e dai Tornado britannici, mentre dalle navi e dai sommergibili USA sono partiti i missili BGM -109 Tomahawk.

Gli USA, la NATO, l’Unione europea e l’Arabia Saudita hanno deciso sin dal 2011 che anche la Siria – dopo l’Iraq e la Libia – doveva essere distrutta e per questo obiettivo hanno investito colossali somme economiche al fine di costituire sul territorio siriano un grande “esercito libero” avente il compito di rovesciare Assad , balcanizzare la Siria e subordinare le sue nuove regioni “liberate”agli ordini dell’Occidente.

La guerra infinita provocata da questa disgraziata scelta del fronte imperialista ha portato alla distruzione dell’intera Siria, alla morte di 700 mila siriani, a 2 milioni di profughi, che fuggono dalla loro terra martoriata verso l’Africa e verso l’Europa.

 

Quali colpe aveva la Siria per essere colpita così ferocemente? Quelle di non essere subordinata agli USA e alla NATO, di essere un Paese laico, di essere a fianco del popolo palestinese, a fianco del fronte antimperialista mondiale, di essere contraria alle politiche espansioniste di Israele e di essere vicina all’Iran.

Ma nonostante l’immenso sforzo economico e militare degli USA e dell’Arabia Saudita, la Siria non è stata conquistata dall’Occidente: il popolo e l’esercito della Siria, il governo di Assad, con l’aiuto di Mosca, hanno resistito. Ed è questo che oggi gli USA, la Francia e la Gran Bretagna non perdonano a Damasco e a Mosca. Da qui il nuovo attacco militare. E il supposto uso di armi chimiche da parte di Assad non è che il tradizionale “casus belli” inventato dai Paesi imperialisti per motivare la guerra, un’altra , finta, “pistola fumante”.

I media italiani e occidentali minimizzano, in queste ore, l’attacco contro la Siria, parlando di “una guerra mirata”, di bombardamenti che avvengono “solo” sulle supposte “aree chimiche” siriane. E’, questo, un atteggiamento folle e irresponsabile, poiché gli aerei e la flotta russa sono presenti in Siria e grande è il pericolo di una guerra mondiale.

IL PCI , di fronte a questo grave pericolo, chiede a tutte le forze comuniste, di sinistra, democratiche, pacifiste, di scendere in piazza subito, ORA, per dire NO alla guerra, NO all’utilizzo delle Basi Nato in Italia per gli attacchi contro la Siria e NO al coinvolgimento dell’Italia in quest’ennesimo orrore bellico!

UNITA’ PACIFISTA! CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA TUTTE E TUTTI IN LOTTA!

di Fosco Giannini

L’imperialismo USA e la NATO progettano e promettono di nuovo la guerra. Non più una guerra “regionale”, in Medio Oriente, contro la Siria, ma – consapevolmente, scientemente e cinicamente- una guerra mondiale, poiché rivolta prioritariamente contro la Russia. A fianco degli USA e della NATO si sono già schierati, con forti e dichiarati intenti bellici, sia l’imperialismo francese, con alla testa Macron , sia l’imperialismo britannico, con alla testa Theresa May, sia L’Arabia Saudita filo-americana del principe Mohammed Bin Salman. La Francia e la Gran Bretagna non si sono limitate a condividere la dichiarazione di guerra di Trump contro Damasco, ma hanno già delineato un loro arsenale bellico da mettere in campo contro Assad: Macron ha già parlato di raid francesi contro le “postazioni chimiche” siriane, mentre l’esercito britannico ha rapidamente annunciato l’utilizzato di sottomarini e jet Tornado G4. Mentre, come rivela la Casa Bianca, l’Italia sarebbe già pronta a concedere l’utilizzo, per i bombardamenti contro la Siria, delle basi NATO collocate sul territorio delle Penisola, da Sigonella alle basi della Sardegna e della Campania.

Oltre una flotta bellica, i sottomarini e i jet che Trump ha già inviato di fronte alle coste siriane, vi è il cacciatorpediniere “Donald Cook”,  con a bordo 60 missili Tomahawk, che  sta giungendo all’altezza di Tartus, sede della più importante base russa in Siria. Nell’invio a Tartus del cacciatorpediniere USA risiede tutto il significato simbolico e geopolitico della nuova guerra nordamericana: anche se la minaccia è rivolta contro Damasco e contro Assad è la Russia il nemico principale. Da qui il rischio altissimo, che l’imperialismo USA contempla, di una guerra mondiale.

In quest’ennesima crisi di guerra aperta dall’imperialismo USA s’addensano tutte le fasi che vanno dalla caduta dell’URSS ad oggi. La prima fase è stata segnata dall’euforia imperialista per la caduta del socialismo sovietico e la “fine della storia”; la seconda fase è stata contrassegnata dallo storicamente rapido insorgere, fino alla vittoria, delle lotte e  dei moti di carattere socialista e antimperialista in America Latina e in altre aree del mondo, lotte e vittorie che si sono congiunte, costruendo un vasto fronte mondiale antimperialista, col consolidarsi dello sviluppo socialista cinese, con la Russia di Putin, con il Sud Africa e altri Paesi e Stati in via di liberazione anticolonialista. La terza fase, che viviamo, è questa, caratterizzata dalla reazione violenta, di guerra, da parte degli USA, della NATO , dei Paesi imperialisti e dell’Unione europea contro l’intero, nuovo fronte antimperialista in costruzione.

Da qui, oggi, questa nuova guerra degli USA contro la Siria, o meglio contro la Russia in Siria, una guerra dalle potenzialità mondiali.

Il copione che oggi usa Trump per scatenare l’attacco contro Damasco (contro Mosca) è il solito, tradizionale: Assad, oggi, avrebbe usato gas chimici a Douma, contro i “ribelli” di Jaish al Islam, così come, nel 2013, avrebbe avuto un immenso arsenale chimico che solo i bombardamenti imperialisti avrebbero potuto distruggere . Scuse per la guerra, come “la pistola fumante” di Saddam Hussein.

Da molte parti è stato notato come i “ribelli” di Douma (filoamericani), benché già sonoramente sconfitti sul campo, non abbiamo mai dichiarato (su pressione USA e NATO) la resa e abbiano con ciò, sino all’ultimo, tenuto in ostaggio l’intera popolazione. Il motivo di questa scelta si fa ancora più chiaro alla luce dell’attuale dichiarazione di guerra di Trump contro la Siria: occorreva, da parte del fronte imperialista, trovare un nuovo “casus belli” per giustificare l’attacco. Di nuovo, i gas chimici dell’”animale” Assad. E minacce belliche contro Putin, il suo alleato. E a nulla vale, in queste ore così drammatiche, la richiesta di Assad rivolta all’Opac ( l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche) di controllare minuziosamente sull’eventuale utilizzo di gas su Douma. Come a nulla valgono, agli occhi di quell’esercito USA che ha utilizzato a mani basse il napalm sul Vietnam, le bombe al fosforo sull’Iraq e l’uranio impoverito sulla Jugoslavia, la ferma dichiarazione di Mosca volta a smentire l’utilizzo dei gas chimici su Douma.

Gli USA e la NATO vogliono la guerra, indipendentemente da ogni ragione. Vogliono una nuova guerra contro Damasco poiché possono rispondere solo con la guerra al costituirsi di un nuovo asse Russia-Iran in grado di fronteggiare e battere l’asse tra Israele e l’Arabia Saudita; vogliono la guerra perché sin dall’inizio hanno avuto il progetto di balcanizzare (mettendo in campo e pagando forti “eserciti liberi” anti Assad) la Siria antimperialista, anti israeliana, laica, filo palestinese e filo iraniana; vogliono la guerra per riconsegnare a Tel Aviv il bastone del comando; vogliano la guerra per attaccare la Russia, indebolire la Cina e minacciare l’intero fronte dei BRICS. Vogliono la guerra per costruire un “golpe” mondiale, da Lula e Madero sino a Mosca, passando per la loro Kiev nazifascista.

Il PCI condanna con tutte le sue energie la nuova guerra imperialista contro la Siria e contro Mosca; rilancia con forza, rispetto ai tragici pericoli imminenti e al certo coinvolgimento dell’Italia nella guerra USA la parola d’ordine “ Fuori l’Italia dalla NATO” e chiama tutte le forze comuniste, di sinistra, democratiche, pacifiste a scendere in piazza nell’obiettivo strategico di ricostruire nel nostro Paese quell’ormai da tempo necessario movimento di massa contro la guerra imperialista, il terribile e principale pericolo di questa fase.

IMPEDIAMO UNA NUOVA ESCALATION BELLICA!

10 aprile 2018

di Bruno Steri, Comitato Centrale PCI

In queste ore, il Presidente degli Stati Uniti e il suo establishment stanno decidendo circa la possibilità di un intervento bellico diretto contro la Siria di Bashar al Assad, il cui esercito è accusato di aver utilizzato armi chimiche nei confronti della popolazione civile. Sui media occidentali si moltiplicano resoconti e foto che documenterebbero i terribili effetti di tale uso. La Russia sostiene ufficialmente che si tratta di notizie false (false flag), per nulla inaspettate in quanto preparate e alimentate da tempo: segnatamente, da quando l’esercito siriano, sostenuto da Russia e Iran, ha conseguito successi decisivi contro i cosiddetti “ribelli” e le bande di tagliagole presenti nel Paese mediorientale (concretamente supportate da Usa e Israele). Siamo dunque tornati davanti al medesimo bivio davanti a cui l’umanità si era trovata nel 2013, quando l’allora Presidente Obama fu sul punto di intervenire militarmente in Siria, anche allora sollecitato da una forte campagna propagandistica che denunciava l’uso di armi chimiche da parte delle truppe di Assad: un intervento cui Obama rinunciò essendo dissuaso dai suoi consiglieri e dall’apparato di intelligence, dopo che il MIT di Boston provò che l’attacco chimico era stato originato nel territorio controllato dai “ribelli”. D’altra parte sappiamo che la Siria ha dismesso il suo arsenale di armi chimiche a partire dal 2013 proprio sotto il controllo di Usa e Onu. Così come sappiamo che i rappresentanti siriano e russo all’Onu hanno più volte denunciato il possesso di tali armi da parte dei gruppi ribelli.

Per questo diffidiamo di campagne “buoniste” dietro cui spuntano le sagome di missili e bombe. In questi ultimi due decenni sono stati troppi i conti che non tornano. Con il pretesto di impedire l’uso di “armi di distruzione di massa” (con un Segretario di Stato, l’ineffabile Colin Powell, che andava agitando in pieno Consiglio di Sicurezza dell’Onu una bottiglietta di antrace quale prova del possesso di armi biologiche da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, prova rivelatasi fasulla) è stato compiuto il genocidio di un popolo (mezzo milione di morti civili iracheni, secondo PLOS Medicine). Stessa tecnica pseudo-propagandistica per preparare l’opinione pubblica  all’intervento in Libia, un’aggressione che ha letteralmente spianato un Paese lasciandolo preda di miseria e scorribande tribali: si denunciava l’esistenza di fosse comuni (indicate come contenenti a migliaia gli oppositori di Gheddafi), le stesse che si rivelarono poi cimiteri ordinari e vecchie sepolture.  E così via mentendo sino ai nostri giorni, in cui si alza il tiro e per il “caso Skripal” si mette sul banco degli imputati la stessa Russia: ma poi si finisce nel ridicolo, con il Primo Ministro inglese Teresa May e Boris Johnson, Segretario di stato per gli Affari Esteri, sbugiardati dagli stessi scienziati militari inglesi i quali hanno rifiutato di certificare le accuse a Putin.

 

Ed ora siamo daccapo. Qualcuno dovrà pur urlare a Donald Trump: il popolo italiano non vuole nuove avventure belliche, nuove carneficine. Dovrebbe farlo un redivivo movimento contro la guerra.

Segnaliamo inoltre, come suggerito da Marco Palumbo alcuni link di scritti che segnalano incongruenze o altri particolari che mettono in dubbio anche ai più prevenuti la vericidità dell’ attacco con armi chimiche in Siria.

Da mesi Russia e Siria aspettavano la provocazione di una nuova denuncia dell’ opposizione armata  di attacco chimico ad opera del governo siriano.

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-uso_di_armi_chimiche_nel_ghouta_dopo_mesi_di_allarmi_di_russia_e_siria_la_provocazione_dei_ribelli__avvenuta/82_23619/

Alcuni bambini fotografati sembrano gli stessi mostrati in altre denunce simili

http://www.vietatoparlare.it/attacco-chimico-di-ghouta-una-bambina-molto-sfortunata/

Il gruppo integralista che ha denunciato l’ attacco in passato aveva ammesso di aver esso stesso utilizzato armi chimiche (segnalazione di Marinella Correggia su Twitter)

https://www.rt.com/news/338849-jaysh-al-islam-chemical-aleppo/

le incongruenze dei video e foto che denunciano l’ attacco chimico

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-siria_il_fact_checking_dei_video_dellennesimo_presunto_attacco_chimico_di_assad_stesse_identiche_incongruenze_delle_bufale_precedenti/6119_23623/

Inoltre quando il 7 aprile (stesso periodo dell’ anno di questo episodio) 2017 Trump lanciò 59 missili Tomahawk contro la Siria l’ opposizione armata era stata cacciata da Aleppo da appena tre mesi, dicembre 2016.

Questo episodio arriva quando i gruppi armati sono stati allontanati dalla periferia di damasco, altra posizione di enorme importanza strategica.

LULA LIBERO!

di Fosco Giannini, Comitato Centrale PCI

Il Partito Comunista Italiano si schiera totalmente, apertamente, a fianco del Presidente Luiz Inàcio Lula e con il Partito Comunista del Brasile, con le forze politiche, sindacali, sociali e popolari brasiliane che sono già scese in piazza per chiedere l’immediata scarcerazione del Presidente Operaio.

Lula è stato e rimane il leader delle grandi lotte operaie, contadine e popolari che hanno permesso a milioni e milioni di uomini e donne del Brasile di uscire dalla miseria e dalla fame che le forze imperialiste e le forze reazionarie interne hanno storicamente determinato, lanciando altresì grandi politiche sociali a favore della sanità pubblica, della casa e della scuola pubblica di massa. Lula è stato anche il Presidente che, al fine di sottrarre il Brasile al dominio degli USA e delle sue politiche spoliatrici e al fine di rafforzare l’arco delle forze antimperialiste mondiali, ha portato il Brasile ad essere una colonna dell’alleanza dei BRICS.

 

E’ a partire da tutto ciò che è facile comprendere, oggi, i motivi reali che hanno spinto le forze reazionarie e filo imperialiste brasiliane a processare Lula rinchiudendolo poi in prigione. L’obiettivo è chiaro: impedire che Lula partecipi alle prossime elezioni brasiliane che con ogni probabilità, per il suo rapporto profondo col popolo, lo vedrebbero di nuovo vincitore.

Il PCI denuncia con forza il fatto che l’incarcerazione di Lula, avvenuta cancellando ogni diritto costituzionale alla sua difesa, sia parte di un vasto progetto golpista che l’imperialismo USA e le forze reazionarie nazionali conducono sia in Brasile che in ogni altro Paese dell’America Latina in via di liberazione, a partire dal Venezuela di Maduro.

Il PCI, denunciando la gravità estrema dell’incarcerazione di Lula e del golpe in atto in Brasile, chiama le forze comuniste, di sinistra, democratiche, sindacali, di movimento italiane ad organizzare ovunque, nel Paese, sit-in, manifestazioni e lotte per la liberazione del Presidente Operaio Luis Inàcio Lula!

 

SUI “VELENI DI PUTIN” E LE SPINTE IMPERIALISTE ALLA GUERRA

27 marzo 2018

di Fosco Giannini, responsabile Dipartimento Esteri PCI

Il PCI esprime la propria, massima, preoccupazione per l’accentuarsi dell’aggressività dei governi e degli Stati imperialisti contro la Russia e contro la Presidenza Putin. L’espulsione degli oltre cento diplomatici russi da ben 21 Paesi, che vanno ad aggiungersi ai 23 già espulsi dal governo della Gran Bretagna, rappresenta una tra le più gravi crisi diplomatiche della storia recente ed è, insieme, il segno probante di una nuova “guerra fredda” che buona parte dell’occidente capitalistico, sotto l’evidente influenza generale della NATO, scatena contro Mosca. Inquietante è, certamente, anche la provenienza istituzionale, geopolitica e territoriale dei diplomatici russi espulsi: oltre i 23 espulsi da Londra, ben 60 di essi sono stati cacciati dagli USA, 12 dalla sede ONU di New York ( e questa misura appare particolarmente grave, poiché espressa in senso filo britannico e filo USA da una sede teoricamente imparziale), 4 dal Canada, 4, per ogni Stato, dalla Germania, dalla Francia e dalla Polonia, 2 dalla Danimarca, dai Paesi Bassi e dalla Spagna, 3 dalla Lituania e dalla Repubblica Ceca, ben 13, naturalmente, dal governo sostenuto dai gruppi nazifascisti di Kiev, in Ucraina, 2 sono stati espulsi dall’Italia, attraverso un accordo tra Gentiloni, Salvini, Di Maio, Martina del PD e Gianni Letta di Forza Italia: una nuova e grande alleanza filo USA e filo NATO all’opera.

Già diversi osservatori politici internazionali ( soprattutto sulla stampa borghese) hanno iniziato a mettere in evidenza alcune, macroscopiche, contraddizioni relative alle motivazioni e alle modalità delle espulsioni dei diplomatici russi. Il Primo Ministro britannico Teresa May, dalle cui accuse alla Russia e a Putin è partita la massiccia espulsione internazionale, ha violentemente e immediatamente indicato proprio in Putin il mandante dell’avvelenamento dell’ex spia ( sia della Russia che della Gran Bretagna) Skripal e di sua figlia. Bene: gli osservatori politici che mano a mano iniziano a ragionare, sotto il polverone ancora alto delle accuse inglesi, rimarcano il fatto che il doppio agente Skripal ( e occorre fare una grande attenzione sulla sua doppia funzione spionistica, a favore sia della Russia che della Gran Bretagna, non si sa bene in quale scansione temporale) era stato arrestato 12 anni fa, in Russia e rilasciato già da 8 anni, essendo quindi non più pericoloso, dal punto di vista delle informazioni segrete e sensibili russe. Gli osservatori politici rimarcano altresì il fatto che sarebbe stata davvero un’operazione da dilettanti allo sbaraglio, quella dei servizi segreti russi ( enfatizzati, invece, dall’occidente, per le loro presunte e feroci capacità spionistiche) che avvelenano una loro ex spia ( ormai, peraltro, innocua) direttamente con un agente nervino di produzione sovietica, il “novichok”, da lasciare poi stoltamente come traccia chiarissima per gli investigatori. Come dire al mondo intero: “attenzione, siamo stati noi russi!”.

 

L’altra contraddizione che gli osservatori politici internazionali meno subordinati mettono in luce è la seguente: se tutti i 60 diplomatici USA sono stati espulsi con l’accusa di spionaggio, perché ciò è avvenuto solo ora? I servizi segreti USA non ne erano già a conoscenza?

La verità, che diventerà mano a mano sempre più palese e che ridurrà l’accusa di Teresa May alla stregua di quella che Tony Blair lanciò contro Saddam Hussein ( “ha in mano la pistola fumante”) e che dette il via all’orrenda guerra imperialista contro l’Iraq, è che gli USA, la NATO e l’Ue vanno aumentando vertiginosamente e pericolosamente, per il mondo intero, la minaccia militare contro la Russia, ed è solo in questo contesto che va analizzato il pesante attacco contro Mosca e contro Putin che ha preso corpo attraverso le 123 espulsioni dei diplomatici russi. D’altra parte, il livello dell’attacco anti russo e della sua rozzezza e spregiudicatezza è tutto nella recentissima dichiarazione ufficiale del ministro degli esteri britannico, Boris Johnson che, senza ritegno, ha affermato: “Putin userà il Mondiale di calcio come Hitler usò l’Olimpiade del 1936, cioè per dissimulare il brutale, corrotto regime di cui è responsabile “. La Russia è ormai accusata di tutto, non solo di avvelenare le ex spie, ma di penetrare in tutte le reti informatiche del mondo ( anche in Italia) per dominare gli eventi e orientare le elezioni ( è stato Putin a far vincere il M56 e la Lega?) o, dal Dipartimento USA per la Sicurezza, di accingersi a sabotare le centrali elettriche e nucleari, gli impianti idrici e gli aeroporti in USA e in Europa. Il mostro è costruito, in modo di sparagli contro.

E, in effetti, la preparazione del fronte bellico contro Mosca ( in Afganistan e in Ucraina le Basi USA e NATO, nei mari dell’Asia e della Cina le flotte militari, nel Giappone riarmato il nuovo, possibile aggressore contro Mosca e Pechino) è davvero il primo obiettivo della guerra di “distrazione di massa” che gli USA, la NATO e l’Ue stanno portando avanti.

In questo quadro va considerata la collocazione dei nuovi ordigni nucleari B61-12 USA in Europa; i nuovi 16,5 miliardi di dollari che il Pentagono sta investendo per rafforzare la presenza militare statunitense in Europa; la stessa operazione “Atlantic Resolve” statunitense, diretta a rafforzare il trasferimento di forze terresti, navali e aeree USA in Europa orientale, trasferimento irrobustito dalla presenza di forze militari dell’Ue, compresa l’Italia. Rispetto a tutto ciò vanno lette le parole del segretario generale della NATO, Stoltenberg, che, novello dottor Stranamore, ha affermato: “ La Russia è irresponsabile. La NATO risponderà”. E risponderà, a seguire gli eventi, trasformando l’Europa ( a direzione Ue) in un’unica, immensa base militare USA e NATO.

E’ un classico della storia moderna ( dal Golfo del Tonchino alle presunte armi chimiche di Saddam Hussein) la ricerca, da parte degli USA e del fronte imperialista, del motivo, della scusa per scatenare la guerra. La verità è che i rapporti di forza nel mondo tra fronte imperialista e antimperialista sono cambiati e il secondo ha spuntato le unghie al primo, indebolendolo soprattutto dal punto di vista economico. Da qui, utilizzando la tradizione, la spinta odierna degli USA, della NATO e dell’Ue all’aggressività militare, anche attraverso la consolidata tecnica della menzogna internazionale e della demonizzazione del nemico.

Occorrerebbe, per difendere la pace, che tutti lo capiscano, innanzitutto coloro che con troppa facilità, anche per pregiudizio ideologico e culturale, sono subiti inclini ad accettare che Mosca e Putin siano i nuovi mostri. E’ molto più probabili, a ben vedere, che l’orrore venga da un’altra parte.

4 Marzo: una sconfitta su cui riflettere per ripartire.

 

Di Segreteria Nazionale PCI, 7 marzo 2017

La segreteria nazionale del PCI vuole innanzitutto ringraziare le compagne e i compagni che in tutti territori del Paese, generosamente, si sono spesi per la campagna elettorale, lavorando in modo unitario con gli altri soggetti politici e sociali della coalizione “Potere al Popolo”. Nonostante la nostra mobilitazione, tuttavia, il risultato elettorale non è certo positivo e deve aprire una fase di discussione profonda, che dovrà investire tutto il Partito, coinvolgendo tutte le sue strutture e i suoi iscritti e militanti, e dovrà portare verso la necessaria e peraltro già annunciata fase congressuale.

Dovremo molto riflettere sul senso profondo, sull’essenza sociale e politica del quadro generale che le elezioni del 4 marzo hanno determinato nel nostro Paese. Tuttavia una prima riflessione, che è possibile sviluppare sulla scorta dell’analisi generale che il nostro Partito ha già sviluppato, ci porta a questa iniziale considerazione: nel quadro della crisi capitalistica, che sta colpendo, impoverendo e precarizzando milioni di persone, le politiche antisociali e distruttive dell’Unione europea hanno visto come proprie compici le forze socialiste e socialdemocratiche dell’Ue e su questa base materiale assistiamo oggi alla loro sconfitta, consunzione politica e forse persino storica; il vuoto lasciato da queste forze “di sinistra” è stato colmato, in tanta parte dell’Ue, da partiti e movimenti di carattere populista, nazionalista, di destra e persino neofascista.

 

In Italia al crollo del Pd e all’affermazione della Lega, che ha puntato tutto sulla retorica anti-immigrati, sulla xenofobia e le “guerre tra poveri”, si affianca il successo del Movimento 5 Stelle, che costituisce una formazione “interclassista” e “post-ideologica” ma eterogenea e contraddittoria, non assimilabile alle forze di destra. Si apre una dialettica nuova, con nuove contraddizioni, sulle quali occorrerà lavorare.

I comunisti credono, comunque, che tutte queste formazioni politiche, che oggi inneggiano alla vittoria, non potranno essere la risposta strategica, di lunga gittata, alle irrisolvibili contraddizioni insite nel progetto iperliberista dell’Ue. Tutte queste forze oggi vincenti, non avendo un carattere anticapitalista, non potranno essere conseguentemente alternative a questa Ue.

Si apre, a partire da ciò, una lunga fase di lotta e competizione sociale e politica tra chi critica l’Ue da destra o da posizioni interclassiste e una critica fondata su posizioni di classe. Una critica, quest’ultima, che coerentemente continua a far propria l’intransigente opposizione alla Nato, ai suoi insediamenti bellici, e alle politiche aggressive degli Stati Uniti, che non cessano di mettere a serio rischio la convivenza sull’intero pianeta.

È questo contesto che ribadisce, su basi materiali e non idealistiche, l’esigenza, anche in Italia, del partito comunista, delle sue lotte e del suo progetto strategico volto al socialismo.

Ricostruire il partito comunista: questo è il compito che ci siamo dati sin dalla fase costituente del PCI e che continua ad essere il nostro progetto politico, un progetto che chiede a tutti e tutte noi una totale volontà unitaria, una profonda e sincera riflessione sulla fase e sulle prospettive, a partire da una considerazione preliminare: il PCI rimane una forza unitaria, volta ad una necessaria accumulazione di forze sul versante comunista, antimperialista e anticapitalista, interessata alla costruzione di quel moderno fronte popolare di cui l’esperienza di “Potere al popolo”, pur con alcuni evidenti limiti, ha provato a rappresentare un primo tassello. Una forza che, tuttavia, non subordinerà mai a questa esigenza la necessaria autonomia e indipendenza del partito comunista.

Care compagne e cari compagni, una nuova fase ci attende, difficile ma appassionante: sin dal percorso congressuale che si aprirà dovremo vivere questa nuova fase con senso unitario, rispetto reciproco e ferrea volontà di proseguire il nostro cammino. GRAZIE ANCORA A TUTTE E TUTTI VOI. Segreteria nazionale PCI.

di Redazione.

La tessera, l’iscrizione al Partito, è il primo passo per costruire il Partito, per organizzarlo, sostenerlo e avviare la nostra stessa militanza.

Il PCI, quello di cui vogliamo riprendere la migliore tradizione, mai smetteva di concepire e praticare come centrale la politica del tesseramento. Noi, oggi,  non abbiamo altre risorse se non il nostro ideale, la forza che ci viene dal considerare centrale, in Italia, la ricostruzione del Partito Comunista. Tuttavia, nemmeno l’ideale paga l’affitto della sede nazionale e i pochi manifesti che possiamo fare: occorrono risorse, almeno le risorse minime, altrimenti la miseria è capace di consumare il cuore e il pensiero.

E dobbiamo dircelo con franchezza, con lucidità e forza, care compagne e compagni: la prima risorsa ci viene dal tesseramento. Abbiamo bisogno, dunque, di una grande campagna del tesseramento, in ogni paese, in ogni città, in ogni sezione, in ogni federazione, campagne sostenute, sollecitate, sorvegliate, nel loro farsi, da ogni comitato regionale.

Poniamoci entro breve termine, passata la tornata elettorale, l’obiettivo di iscrivere i tesserati del 2017. Studiamo la lista degli iscritti degli anni precedenti e vediamo cosa è accaduto a chi non si è più iscritto, cerchiamo di capirne le ragioni, recuperiamo con questi compagni/e un rapporto, andiamo a trovarli a casa. Avviciniamo i simpatizzanti, gli amici con i quali parliamo di politica, i nostri colleghi di lavoro, i nostri stessi parenti, chiediamo loro di iscriversi, senza timidezze, allargando l’area dei nostri contatti, dei nostri tentativi, apriamo banchetti nelle piazze, davanti alla fabbriche, ai posti di lavoro, nelle Università, portando le nostre bandiere e le tessere, magari con un volantino che dica chi siamo, che cosa vogliamo. Organizziamo feste, cene, incontri, anche piccole cose, con poche persone, lavoratori, cittadini, giovani.

Karl Marx nacque a Treviri, in Germania, il 5 maggio del 1818. La tessera del PCI del 2018 è dedicata al duecentesimo anniversario della nascita del padre del movimento comunista e rivoluzionario mondiale, colui che ci ha insegnato l’indispensabilità del pensiero e la centralità della concretezza e della prassi. L’ideale e la materialità delle cose: ci sono anche questi valori nella tessera del PCI, una tessera che lega ad un progetto di trasformazione sociale e contemporaneamente si fa strumento principe affinchè questo progetto possa avere gambe concrete.

Al lavoro, compagne e compagni! Lavoriamo al tesseramento, facciamo conoscere il nostro programma, le nostre proposte e il  nostro simbolo.  Lavoriamo alla costruzione del partito, il Partito Comunista Italiano !

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Domenica 4 Marzo i comunisti votano e fanno votare Potere al Popolo!

Potere al Popolo! è la lista di cui i comunisti fanno parte per “battersi per contrastare la barbarie che ha mille volti: il lavoro che sfrutta ed umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente repressione, i diritti negati”.

Potere al Popolo! ha lo scopo di “restituire alle classi popolari il controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza, significa realizzare la democrazia nel suo senso vero ed originario”.

 

Potere al Popolo! ha per il paese un programma chiaro, credibile, realizzabile, la necessità della rottura con l’Europa dei trattati, dell’affermazione di un’altra agenda per l’Italia, di un’altra idea di società, a partire dal netto rifiuto delle politiche neo colonialiste, neo imperialiste di UE e NATO, che con il loro carico di distruzione e di morte alimentano il terrorismo e portano con sé il rischio di una guerra mondiale.

Potere al Popolo! è un fronte di comunisti e della sinistra di alternativa anticapitalista, che parla di popolo nell’accezione che rimanda alle pagine migliori della nostra storia, che pone l’accento sui valori e rivendica la propria identità di classe.

Tanta parte dei mass media ci ha ignorato ma la lista si impone come l’unica vera alternativa in campo per coloro che non si rassegnano ad una situazione che viene presentata come immutabile, per la quale, invece, un’alternativa è possibile oltre che necessaria, l’alternativa siamo noi!

Domenica 4 Marzo i comunisti votano e fanno votare Potere al Popolo!

COL FASCISMO NESSUNA ANALOGIA POSSIBILE. IN DIFESA DEL COMUNISMO

19 febbraio 2018

 

di Redazione. Pubblichiamo il testo dell’appello promosso dalla Segreteria nazionale del PCI, con l’elenco dei primi firmatari e l’indirizzo email al quale inviare la propria adesione.

È grave e sconcertante l’iniziativa lanciata dal quotidiano Il Tempo che, contrapponendosi di fatto al risveglio di una vera, forte e non meramente retorica coscienza antifascista nel nostro Paese, propone oggi una “anagrafe anticomunista” con l’intento dichiarato di mettere al bando il comunismo. Non è una novità: già in altri Paesi si sono verificate iniziative simili che, in taluni casi, hanno persino portato alla messa fuori legge dei comunisti e delle loro organizzazioni, come nel caso dell’Ucraina e prima ancora con il caso della gioventù comunista della Repubblica Ceca. A ciò si aggiunge l’istituzione da parte dell’Ue della  “Giornata europea di ricordo delle vittime dei regimi totalitari”, evidentemente propedeutica all’equiparazione nazismo-comunismo.

Respingiamo nettamente questo tentativo, pregno di un’ideologia che, attraverso l’equiparazione di fascismo e comunismo, punta in realtà a colpire esclusivamente quest’ultimo, a negarne e mistificarne la storia. Che l’avvento del protagonismo delle classi lavoratrici e dei popoli oppressi nella storia abbia rappresentato un passo decisivo per l’avanzata generale dei diritti, delle libertà e del progresso sociale è un fatto inconfutabile e storicamente oggettivo. Dalle conquiste dei diritti del lavoro, alla lotta e alla vittoria contro il nazifascismo, passando per la liberazione dei popoli dal colonialismo, per l’emancipazione delle donne e per il protagonismo dei giovani, la storia del comunismo è inscindibilmente legata a quella della lotta per la liberazione dalle catene e dall’oppressione del modello sociale capitalista.

 

Esempio eloquente della spinta verso un orizzonte di libertà e di liberazione è la storia peculiare dei comunisti in Italia, nel cuore della Resistenza vittoriosa contro il nazifascismo prima e nella costruzione e difesa dell’Italia democratica e repubblicana poi, di cui uno dei fondamenti più importanti è certamente la Carta costituzionale che, non a caso, porta anche la firma del comunista Umberto Terracini.

Diciamo NO all’ennesimo subdolo tentativo di equiparazione tra “totalitarismi”; rivendichiamo il ruolo imprescindibile del movimento comunista nello sviluppo e nel progresso di tutta l’umanità; difendiamo la storia del comunismo italiano e chiediamo la massima attenzione e allerta dinanzi al risorgere di sentimenti razzisti,funzionali al progetto liberale di ricolonizzazione del mondo e alimentati da politiche antipopolari che spingono verso una guerra tra poveri: sentimenti e pulsioni che, assieme alle tendenze militariste e alle politiche di guerra che pure si riaffacciano in modo preoccupante, hanno sempre rappresentato un terreno fertile per il fascismo e per le organizzazioni che ad esso esplicitamente si richiamano. Sono tali organizzazioni che devono essere fermate e sciolte rispettando quanto sancito dalla Costituzione italiana, la quale nella XII disposizione transitoria e finale vieta “la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

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Karl Marx nacque a Treviri, in Germania, il 5 maggio del 1818. La tessera del PCI del 2018 è dedicata al duecentesimo anniversario della nascita del padre del movimento comunista e rivoluzionario mondiale, colui che ci ha insegnato l’indispensabilità del pensiero e la centralità della concretezza e della prassi. L’ideale e la materialità delle cose: ci sono anche questi valori nella tessera del PCI, una tessera che lega ad un progetto di trasformazione sociale e contemporaneamente si fa strumento principe affinchè questo progetto possa avere gambe concrete.

Appello del mondo della cultura, dell’informazione e della conoscenza per il voto a Potere al popolo

 

Pubblichiamo questo appello di lavoratori della cultura, dell’informazione, della conoscenza per la lista alla quale partecipa il PCI.

Siamo lavoratori della cultura, dell’informazione e della conoscenza. Siamo scrittori, docenti, autori, musicisti, giornalisti, registi, ricercatori, attori, artisti, scenografi, direttori della fotografia, produttori; abbiamo tutti storie personali diverse e diversi percorsi interni alla sinistra. Ma tutti ci siamo ritrovati concordi nello scegliere, oggi, di votare i candidati della lista di “Potere al popolo”.

Noi firmatari di questo appello votiamo “Potere al popolo” perché ci siamo battuti e continueremo a batterci contro le politiche neoliberiste portate avanti dai governi di centrodestra e centrosinistra in questi anni; contro “la barbarie che oggi ha mille volti: il lavoro che sfrutta e umilia, la povertà e l’ineguaglianza, i migranti lasciati annegare in mare, i disastri ambientali, i nuovi fascismi, la violenza sulle donne, la crescente repressione, i diritti negati”. Viviamo il tempo buio di una crisi economica, sociale, ambientale e culturale che apre la strada ad una vera e propria crisi di civiltà il cui emblema è la guerra tra i poveri, il razzismo, la xenofobia.

 

Noi firmatari di questo appello votiamo “Potere al popolo” perché ci battiamo per la costruzione di una sinistra basata sulla connessione tra diversi soggetti del conflitto e culture critiche, che coinvolga persone, associazioni, partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale, culturale e politica, antiliberista e anticapitalista; una sinistra che in tutti questi anni si è battuta contro le ingiustizie e lo sfruttamento, la demolizione della democrazia, dei diritti sociali e civili, contro la mercificazione della cultura, dei diritti, della vita, per la piena applicazione della Costituzione; una sinistra che non si è mai arresa; una sinistra che non ha rinunciato ad elaborare un pensiero forte, che non ha rinunciato alla sfida per l’egemonia e alla costruzione di un nuovo senso comune alternativo al pensiero unico neoliberista. Pensiero unico che l’intera gamma della comunicazione ha costruito in anni e anni di lavoro determinando una ormai generalizzata sfiducia e “insofferenza” nei confronti della politica e delle istituzioni, che produce rifiuto senza la forza di proposte di cambiamento.

Noi firmatari di questo appello votiamo “Potere al popolo” perché ci riconosciamo nell’alternativa di società che propone: una società fondata sulla dignità e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, sull’eliminazione di ogni discriminazione, sull’affermazione dei diritti delle donne, sul principio di eguaglianza sostanziale, sulla riconquista dei diritti sociali e civili, sulla salvaguardia del patrimonio ambientale, culturale ed artistico, sul ripudio della guerra.

Noi firmatari di questo appello votiamo “Potere al popolo” perché vogliamo cambiare lo stato delle cose esistenti.

  • Citto Maselli (regista, primo firmatario),
  • Enrico Ghezzi (critico cinematografico),
  • Moni Ovadia (autore, regista, attore),
  • Francesca Fornario (scrittrice),
  • Vauro (vignettista, editore),
  • Paolo Pietrangeli (regista, cantautore),
  • Paolo Andreozzi (scrittore, saggista),
  • Fabio Alberti (fondatore di Un ponte per),
  • Carmine Amoroso (regista),
  • Gianluigi Antonelli (compositore),
  • Enzo Apicella (designer, pittore, giornalista),
  • Piero Arcangeli (etnomusicologo e compositore),
  • Giorgio Arlorio (sceneggiatore),
  • Marco Asunis (presidente Ficc, Federazione italiana circoli del cinema),
  • Manuela Ausilio (direttivo International Gramsci society Italia)
  • Saverio Aversa, (attivista lgbt e autore teatrale),
  • Stefano G. Azzarà (filosofo, ricercatore università di Urbino),
  • Simona Baldanzi (scrittrice),
  • Tiziana Barillà (giornalista e scrittrice),
  • Mauro Berardi (produttore cinematografico),
  • Cesare Bermani (storico),
  • Luca Bigazzi (direttore della fotografia),
  • Paola Boffo (ricercatrice),
  • Susanna Bhome-Kuby (storica),
  • Cinzia Bomoll (registra e scrittrice),
  • Marina Boscaino (docente, pubblicista),
  • Sergio Brenna (urbanista, Politecnico di Milano),
  • Mario Brunetti (meridionalista),
  • Pino Bruni (critico cinematografico),
  • Benedetta Buccellato (attrice, autrice teatrale),
  • Paolo Cacciari (scrittore),
  • Francesco Calandra (filmaker),
  • Enrico Calamai (ex Console italiano a Buenos Aires),
  • Riccardo Cardellicchio (giornalista, scrittore, storico),
  • Guido Carpi (docente università di Pisa),
  • Francesco Caruso (ricercatore, università di Catanzaro),
  • Carlo Cerciello (regista, direttore Teatro Elicantropo di Napoli)
  • Francesca Chiarotto (coordinatrice “Historia magistra”, rivista di storia critica),
  • Salvatore Cingari (Storico delle dottrine politiche – Università per stranieri di Perugia),
  • Lorenzo Cini (sociologo Scuola normale superiore, Pisa),
  • Paolo Ciofi (saggista),
  • Elena Coccia (avvocato),
  • Gastone Cottino (giurista, docente emerito università di Torino)
  • Antonello Cresti (saggista, musicologo, organizzatore culturale),
  • Wasim Dahmash (università di Cagliari),
  • Franco D’Aniello (musicista Modena City Ramblers),
  • Massimo Dapporto (attore),
  • Mario Eustachio De Bellis (insegnante in pensione),
  • Rita De Donato (attrice, regista, autrice),
  • Fabio de Nardis (sociologo, università del Salento),
  • Marco Dentici (scenografo),
  • Marco Di Maggio (Docente a contratto di Storia ContemporaneaFacoltà di Lettere e Filosofia “Sapienza” Università di Roma),
  • Pippo di Marca (regista teatrale),
  • Enzo di Salvatore (professore di Diritto costituzionale , università di Teramo)
  • Angelo d’Orsi (storico, università di Torino),
  • Peppino Di Lello (ex-magistrato),
  • Piero Donati (storico dell’arte),
  • Valerio Evangelisti (scrittore),
  • Amedeo Fago (architetto, regista),
  • Paolo Favilli (storico, università di Genova),
  • Luigi Fazzi (guida turistica specializzata),
  • Pino Ferraro,
  • Umberto Franchi (sindacalista),
  • Anna Rita Gabellone (assegnista di ricerca presso il Dipartimento di storia società e studi sull’uomo, università del Salento),
  • Nevio Gambula (attore),
  • Beppe Gaudino (regista),
  • Alfonso Giancotti (ricercatore universitario),
  • Michele Giorgio (giornalista, Il Manifesto)
  • Giovanni Greco (scrittore, autore teatrale),
  • Alexander Hobel (storico, università Federico II, Napoli),
  • Antonio Iuorio (attore),
  • Maria Jatosti (scrittrice),
  • Francesca Lacaita (insegnante),
  • Lelio La Porta, (docente di Storia e filosofia presso il Liceo Scientifico Statale “Francesco d’Assisi” di Roma),
  • Maria Lenti (poetessa),
  • Maria Grazia Liguori (sceneggiatrice),
  • Guido Liguori (docente di Storia del pensiero politico, presidente della International Gramsci Society Italia),
  • Aldo Lotta (psichiatra),
  • Antonio Loru (docente di filosofia),
  • Fabiomassimo Lozzi (regista),
  • Romano Luperini (critico letterario),
  • Silvia Luzzi (attrice),
  • Valentina Manusia,
  • Gino Marchitelli (scrittore),
  • Graziella Mascia (ex parlamentare),
  • Maicol&Mirco (fumettisti),
  • Lucio Manisco (giornalista),
  • Danilo Maramotti (disegnatore di fumetti),
  • Fabio Marcelli (responsabile Questioni internazionali Giuristi democratici),
  • Eugenio Melandri (direttore di Solidarietà internazionale),
  • Lidia Menapace (giornalista, femminista),
  • Magda Mercatali (attrice, volontaria Casa dei diritti sociali),
  • Adonella Monaco (attrice),
  • Maria Grazia Meriggi (storica),
  • Massimo Modonesi (professore ordinario università nazionale del Messico – Unam)
  • Francesco Moneti (musicista Modena City Ramblers e Casa del Vento),
  • Giorgio Montanini (comico e attore),
  • Giovanna Montella (università di Roma),
  • Lia Francesca Morandini (costumista),
  • Raul Mordenti (docente università di Tor Vergata),
  • Roberto Musacchio (ex parlamentare europeo),
  • Federico Odling (musicista),
  • Federico Oliveri (ricercatore precario università di Pisa),
  • Federico Pacifici (attore),
  • Marco Pantosti (musicista),
  • Vera Pegna (scrittrice),
  • Riccardo Petrella (economista),
  • Pina Rosa Piras (università Roma tre),
  • Sabika Shah Povia (giornalista)
  • Alberto Prunetti (scrittore),
  • Stefania Ragusa (giornalista),
  • Christian Raimo (scrittore),
  • Elisabetta Randaccio (critico cinematografico)
  • Gianfranco Rebucini ( antropologo, Ehess, Parigi),
  • Gianluca Riggi (regista teatrale, Teatro Furio Camillo),
  • Annamaria Rivera (antropologa, università di Bari),
  • Annalisa Romani (scrittrice e traduttrice),
  • Maria Letizia Ruello (ricercatrice universitaria)
  • Mimma Russo (pittrice, scultrice)
  • Nino Russo (regista),
  • Giovanni Russo Spena (giurista),
  • Arianna Sacerdoti (ricercatrice universitaria),
  • Carla Salinari (insegnante),
  • Cesare Salvi (giurista),
  • Edoardo Salzano (urbanista),
  • Antonio Sanna (attore),
  • Giovanni Saulini (produttore cinematografico),
  • Angela Scarparo (scrittrice),
  • Marino Severini (musicista, Gang),
  • Alessandro Simoncini (docente di filosofia),
  • Ernesto Screpanti (docente Economia politica università di Siena),
  • Paolo Sollier (ex calciatore, allenatore e scrittore).
  • Massimo Spiga (scrittore e traduttore),
  • Stefano Taglietti (compositore),
  • Angelo Tantaro (direttore Diari di cineclub),
  • Arturo Tagliacozzo (professore associato di Fisica della Materia Universita’ “Federico II” di Napoli),
  • Enrico Terrinoni (ordinario di Letteratura inglese Università per stranieri di Perugia),
  • Mario Tiberi (Docente di politica economica, La Sapienza),
  • Stefania Tuzi (architetto – ricercatrice),
  • Renzo Ulivieri (allenatore di calcio),
  • Pierfrancesco Uva (vignettista),
  • Stefano Valenti (scrittore),
  • Fulvio Vassallo Paleologo (giurista),
  • Francesco Pitocco (storico, Università la Sapienza di Roma),
  • Guido Viale (sociologo),
  • Imma Villa (attrice),
  • Lello Voce (poeta),
  • Annalisa Volpone (professore Anglista Università di Perugia),
  • Pasquale Voza (prof. Emerito Letteratura italiana, università di Bari),
  • Alberto Ziparo (urbanista, scrittore),
  • Giulia Zoppi (critica cinematografica e teatrale),
  • Simone Cumbo – Poeta
  • Massimo Garzia- Direttore della fotografia
  • Davide Di Laurea- Ricercatore, Istat
  • Mario Visone-Scrittore e Cultore della Materia in Letteratura Italiana presso Università degli Studi di Roma  – Tor Vergata
  • Antonio Di Grado professore di letteratura italiana-università di Catania direttore della Fondazione Leonardo Sciascia
  • Antonello Nave (regista teatrale; insegnante)
  • Aderisco. Patrizia Maltese – giornalista Grazie.
  • Sandro de Nobile, docente, scrittore, critico letterario.
  • Marco Gaucho Filippi “MGF” (vignettista)
  • Carmelo Meli-Macchinista teatrale Teatro Verdi Firenze
  • Andrea Genovese (Docente Universitario – University of Sheffield, Regno Unito)
  • Carlo Alicandri-Ciufelli Ex Primario Orl Ospedale di Teramo
  • Carolina Cutolo – scrittrice e attivista per i diritti degli scrittori
  • Pasquale Indulgenza – docente, formatore e counselor
  • Carolina Cutolo- “scrittrice e attivista per i diritti degli scrittori”.
  • Lidia Mangani – dirigente scolastica Ancona
  • Angelo di Naro – Dirigente in pensione del Ministero della Pubblica Istruzione
  • Paolo Benvenuti (regista)
  • Paolo Ciarchi (musicista)
  • Isabella Cagnardi (cantante)
  • Claudio Cormio (montatore cinematografico e cantante)
  • Davide Giromini (cantautore)
  • Marino Severini (cantautore, Gang)
  • Cesare Bermani (storico orale)
  • Francesco Pitocco (storico, Università la Sapienza di Roma)
  • Claudia Angeletti, docente di Lettere, scrittrice
  • Ruggero Giacomini (storico)

Per adesioni: maselli.citto@fastwebnet.itstampa@poterealpopolo.org

Cara Castellina, non siamo proprio d’accordo

di Mauro Alboresi *

Luciana Castellina, nella giornata di mercoledì, in un breve commento apparso sulle pagine de Il Manifesto, imputa alla lista POTERE al POPOLO un grave limite. Tale lista, infatti, ignorerebbe la complessità del pensiero comunista, si limiterebbe alla mera espressione di bisogni pur sacrosanti, mancando di una qualsivoglia analisi della situazione in cui si opera e di una strategia che renda quella rivendicazione praticabile. Ciò meriterebbe l’aspra critica di Lenin, Gramsci, Togliatti.

Come PCI, un soggetto politico nato da un anno e mezzo, attraverso un processo assai più ampio di quello al quale è solito ricondurlo Il Manifesto, ossia alla mera prosecuzione del PdCI, non siamo d’accordo con la tesi sostenuta. Tale lista, come noto, è nata su proposta del collettivo napoletano Je so’ pazzo ed in breve ha acquisito il sostegno di diversi partiti, associazioni, movimenti, comitati, collettivi, di tante e tanti che non si riconoscono nelle diverse proposte in campo. Siamo quindi di fronte ad una lista plurale, nella quale si ritrovano esperienze ed idealità diverse, e che come tale andrebbe valutata e sottolineata, evitando tra l’altro di ricondurla all’egemonia di questa o quella soggettività, semplicemente perché ciò non corrisponde al vero.

La situazione nella quale si è chiamati ad operare è stata ampiamente analizzata dai componenti la lista. E’ in relazione ad essa, al portato della globalizzazione affermatasi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, dell’imperante cultura liberista, dell’austerità, che discende l’esigenza di operare una radicale rottura con le politiche date, largamente riconducibili ai governi di centrodestra e di centrosinistra da molto tempo alla guida del Paese.

È in relazione a ciò che si sostanzia il no al PD, al centrosinistra, qualunque sia la sua articolazione, ma anche il porsi in alternativa a Liberi ed Uguali che, come noto, guarda al rilancio del rapporto con l’uno e con l’altro. Ciò non significa non porsi la questione delle condizioni funzionali ad affermare i bisogni sacrosanti che la lista evidenzia, significa, molto semplicemente, non ritenere possibile determinare ciò dando semplicemente vita ad una lista più ampia a sinistra, come da tempo Luciana Castellina ritiene necessario…

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RICOSTRUIRE L’UNITA’ COMUNISTA, ANTICAPITALISTA, DELLA SINISTRA DI CLASSE, PER L’ALTERNATIVA:IL PCI E’CON “POTERE AL POPOLO”

Pubblichiamo un’intervista al compagno Mauro Alboresi, Segretario Nazionale del PCI a cura della redazione.

  1. Sabato 30 dicembre s’è tenuto il Comitato Centrale del nostro Partito, all’ordine del giorno la questione delle prossime elezioni nazionali del 4 marzo e la linea che il PCI assumerà rispetto a questa scadenza. Puoi riferire ai nostri compagni e alle nostre compagne e tutti e tutte coloro che ci seguono l’esito del Comitato Centrale? 
  2. Dopo una lunga, appassionata e a volte non facile discussione (com’è normale che sia, in relazione a passaggi delicati come questi, in cui si affrontano temi importanti come quelli della politica delle alleanze e della tattica elettorale del Partito) si è assunta, a larga maggioranza, una decisione definitiva: il PCI aderisce, per le elezioni del 4 marzo, alla Lista “Potere al Popolo”. Peraltro, lo vogliamo sottolineare, lo stesso verbo “aderisce” non è quello più indicato, poiché il PCI ha lavorato per quasi due anni al fronte di gran parte di quelle forze che oggi costituiscono “Potere al Popolo” e di questo fronte è stato protagonista centrale e riconosciuto.

 

  1. Quali sono i motivi di fondo che hanno spinto il PCI a tale scelta?
  2. Tale scelta, innanzitutto, trova le proprie ragioni profonde e originarie nella lettera e nello spirito del Documento Politico attraverso il quale, nel giugno del 2016, a Bologna, s’è tenuta l’Assemblea Costituente del PCI, un Documento che individua un percorso di crescita, politica e sociale, del nostro Partito, oltreché nell’iniziativa autonoma del PCI, anche attraverso un ruolo centrale da svolgere: quello di essere il perno di un fronte di forze comuniste, anticapitaliste, antiliberiste e di sinistra d’alternativa, un fronte popolare avente innanzitutto il compito di ricostruire, nel nostro Paese, ciò che da decenni drammaticamente è assente: un’opposizione di classe e di massa. A partire da ciò è chiaro che l’unità d’azione delle forze comuniste e di classe, delle forze politiche, sociali e sindacali più avanzate risponde soprattutto all’esigenza delle lavoratrici e dei lavoratori, dei giovani, degli immigrati, di tutto quel vastissimo mondo sociale in grande sofferenza di essere finalmente rappresentato sia sul piano politico che su quello della lotta sociale. Da troppi anni il conflitto capitale-lavoro viene guidato dai padroni: è ora che alla testa delle lotte tornino le forze anticapitalistiche e per perseguire questo obiettivo occorre innanzitutto che queste forze vengano unite. Questo è il senso più profondo della scelta del PCI, volta ad unirsi, in questa tornata elettorale, alla Lista “ Potere al Popolo”, un fronte che può andare oltre il 4 marzo. Ciò che vorremmo è che anche dopo il 4 marzo nelle piazze, davanti alle fabbriche e ai luoghi di lavoro, davanti alle scuole e dentro le università molte soggettività comuniste, anticapitaliste, della sinistra di classe, dei movimenti giovanili e di lotta – e non solo il PCI – si trovassero, unite, a lottare.
  3. Nel dibattito interno al PCI si sono materializzate delle voci critiche, preoccupate che nella simbologia di “Potere al Popolo” sia assente il simbolo della falce e il martello…
  4. Sono critiche che comprendiamo, che ascoltiamo non solo perché provengono dai nostri militanti, dai nostri quadri ma perchè anche noi avremmo preferito che i simboli del lavoro fossero visibili nel simbolo della lista comune. Ma a queste critiche rispondiamo che in un’alleanza politica tra diversi (non solo tra forze comuniste, ma anche di sinistra, sindacali, sociali, di movimento, com’è l’alleanza di “Potere al Popolo”) il simbolo che tiene tutti uniti è sempre una mediazione tra le parti. Ciò fa parte dell’esperienza dell’intera storia del movimento comunista mondiale, compreso il movimento comunista italiano: quando i partiti comunisti hanno ritenuto opportuno, nella loro intera e lunga storia mondiale, affrontare le elezioni assieme ad altre forze hanno sempre “fatto sintesi” attraverso un altro simbolo, che non poteva essere quello di una o più di una delle forze presenti nel fronte, nell’alleanza.  Tuttavia il logo “Potere al Popolo”, con la stella rossa, tutto è meno che una simbologia moderata: “Potere al Popolo” è già di per sé un’indicazione strategica (sovranità popolare) addirittura rivoluzionaria e la stella rossa è la medesima delle bandiere dell’intero movimento comunista e rivoluzionario mondiale. Ma, dicevamo, c’è qualcosa che va ben oltre la questione simbolica: al centro delle cose c’è l’esigenza strategica dell’unità delle forze comuniste, anticapitaliste, della sinistra politica e sindacale di classe affinché si possa rilanciare una lotta sociale vasta, che abbia  l’obiettivo di cambiare finalmente i rapporti di forza, nel nostro Paese, tra capitale e lavoro. E, certo, un obiettivo sociale così alto il PCI, oggi, non può perseguirlo da solo …

R.Nel nostro dibattito interno è emersa a volte un’altra preoccupazione: in questa esperienza unitaria può appannarsi l’autonomia del PCI?

  1. L’autonomia del PCI non è data dalla sua politica delle alleanze a sinistra. Essa proviene dalla forza del suo pensiero politico e teorico e dalla sua prassi. E da questo punto di vista credo di poter dire che siamo largamente garantiti, nel senso che dal processo della costituente comunista ad oggi il nostro pensiero politico generale, volto ad un’analisi del quadro internazionale e nazionale, si sia irrobustito notevolmente (anche se c’è da irrobustire la nostra prassi e la nostra lotta sociale e politica). Occorre, invece, sottolineare un aspetto decisivo che risiede nella costruzione delle alleanze: è dentro le alleanze con le forze politiche e sociali più avanzate, è nelle lotte che si portano avanti assieme a queste forze, è nell’azione di massa, che vede i comunisti e le comuniste svolgere un ruolo protagonista, che il PCI cresce, che si dà, appunto, una linea di massa che, unica via, può davvero far si che il Partito ricostruisca i legami di massa, il radicamento e l’organizzazione. Un PCI volto all’isolamento sociale e politico sarebbe un bambino già morto in fasce…
  2. Possono esserci problemi d’ordine programmatico, nell’alleanza con “Potere al Popolo”?
  3. Il programma di un fronte largo non è mai il programma di uno dei soggetti del fronte. Ma nel programma di “Potere al Popolo”, al quale abbiamo dato un notevole contributo, vi sono punti alti e centrali di condivisione: la critica delle politiche imperialiste e della NATO, la lotta contro il riarmo, la critica radicale dell’Unione europea liberista e dei Trattati, il primato della lotta antifascista, la critica serrata alle politiche del PD e del “renzismo”, la critica radicale ai nuovi cartelli elettorali e alle politiche del “centro-sinistra”, l’esigenza di costruire un’alternativa sociale e politica di classe e di massa. Punti centrali sui quali il PCI conviene pienamente e che ci parlano di un’esperienza unitaria che nulla ha a che vedere con altre e precedenti esperienze, quali l’Arcobaleno e Rivoluzione Civile. Qui, in “Potere al Popolo”, la cifra sociale e politica espressa è comunista, anticapitalista, di sinistra d’alternativa e di classe. E lasciatemi dire: vi è un “linguaggio politico”, espresso innanzitutto da quel forte movimento giovanile che fa parte di “Potere al Popolo”, che riesce ad innovare e rafforzare l’intero “discorso politico” di quest’alleanza. E’ un linguaggio, questo dei giovani, di tipo chiaramente comunista, di classe e chiaramente proveniente (per come affronta le questioni della diffusione della precarietà, anche esistenziale, dei giovani, dell’assenza del lavoro, dell’assenza delle garanzie sociali e dello stesso loro futuro) dalle concrete e vive contraddizioni sociali vissute dai giovani stessi. Un linguaggio politico innovativo che può far molto bene anche al nostro Partito.

Tutto ciò ci garantisce, sul piano elettorale? Certo che no: la garanzia di un successo elettorale ce l’avrebbe forse data solo un’alleanza subordinata con il PD o con il centro sinistra. Una scelta che sarebbe stata la nostra morte politica. C’è solo una strada, in questa ormai avviata campagna elettorale, che può portarci ad un risultato positivo: l’impegno strenuo – in ogni piazza, in ogni strada, in ogni casa – volto a popolarizzare le nostre ragioni, le nostre idee, la nostra lotta. E c’è un modo solo di portare avanti questo impegno: l’investimento di tutte le forze del PCI e la loro totale unità d’azione con l’intero fronte di “Potere al Popolo”. Indipendentemente, persino, dall’esito elettorale (per il quale esito positivo dobbiamo tuttavia e naturalmente lavorare con tutte le nostre forze) si raggiungeranno altri importanti obiettivi: l’immersione del nostro Partito in una più vasta azione di massa (base primaria per la stessa crescita del PCI) e, se lavoriamo bene, la nascita di un fronte comunista e anticapitalista per le lotte future in questo Paese.  Abbiamo molto e giustamente discusso, care compagne e cari compagni. Ora, a cominciare dalla raccolta delle firme per la presentazione della Lista “Potere al Popolo”, alla lotta!

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Intervista di Mauro Alboresi su Reds

12 dicembre 2017

di Uffico Stampa. Riprendiamo da REDS, rivista della Sinistra sindacale della Filcams CGIL, un’intervista di Andrea Montagni al Segretario Mauro Alboresi

Viviamo in un momento di crisi profonda della politica anche a sinistra. I lavoratori sono disincantati e disillusi, anche nel quadro attivo sindacale. E diffidano. La crisi della sinistra è oggettiva. Sulle ragioni se ne discute da tempo. Dopo la caduta del Muro e il proporsi del capitalismo come trionfante, si è assistito ad uno snaturamento progressivo, in tanta parte del mondo, segnatamente in Europa ed in Italia. La sinistra è stata sempre più permeata dal punto di vista “altro”, dalla cultura liberista imperante; ha finito con l’assumere la logica della neutralità dei problemi, delle compatibilità, e quindi della obbligatorietà delle scelte, delle riforme condivise (emblematico l’approdo ai cosiddetti governi tecnici, alle grandi coalizioni, etc.). La sua crisi è insieme causa ed effetto dell’affermarsi di questo capitalismo, che registra la sua affermazione più importante nel senso comune, di massa, circa la vita, improntata al pensiero unico. Ciò spiega il progressivo allontanamento della sinistra dalla sua ragion d’essere, ossia dalla rappresentanza del lavoro, dalla sua tutela e valorizzazione, e la caduta del suo appeal. E’ un processo che ha investito anche tanta parte del mondo sindacale, mettendone in crisi rappresentanza e rappresentatività. Che i lavoratori, a fronte del conseguente precipitare della loro condizione materiale, esprimano disincanto, diffidenza, e purtroppo per tanta parte rassegnazione, è quindi comprensibile, largamente motivato. La sinistra deve ritornare ad essere tale, riconnettersi con il mondo del lavoro, ridare voce e speranza alle sue istanze.

La CGIL propone l’estensione erga omnes dei contratti per legge, altri sono per il salario minimo di legge. Si assiste da tempo al tentativo di svuotare di senso, ruolo, funzione, il CCNL. Il quadro legislativo e normativo affermatosi dice tanto al riguardo. Questo è potuto accadere anche con la disponibilità di tanta parte del mondo sindacale, propensa ad intervenire più sugli effetti dei processi che sulle cause. L’obbiettivo più o meno dichiarato delle imprese è quello di un rapporto diretto, non mediato, con il lavoratore, un rapporto giocoforza iniquo, ed il CCNL rappresenta un ostacolo. Deve invece ritornare a svolgere la funzione che gli è propria; è pienamente condivisibile la sottolineatura circa il valore erga omnes da attribuirgli. Non ci convince la proposta che da più parti viene avanzata, anche sulla base di esperienze vigenti in altri paesi, di un salario minimo per legge. Il rischio è quello di un allineamento al ribasso delle condizioni date, di una ulteriore messa in discussione dello stesso CCNL

Sei stato da operaio e formatore sindacale e da dirigente della Funzione Pubblica e confederale di Bologna e dell’Emilia un militante e dirigente della CGIL. Quale è l’opinione del Partito sulla Carta dei diritti della CGIL? Guardiamo con grande attenzione alla proposta di legge della CGIL per garantire diritti al mondo del lavoro nelle sue molteplici articolazioni. Si tratta di una proposta importante, ancorché con qualche limite (penso, ad esempio, all’insufficienza di quanto attiene al mondo cooperativo, in particolare al trattamento riferito alla figura del socio lavoratore). Auspichiamo che nella prossima legislatura essa venga posta all’attenzione dell’aula e possa affermarsi. Va da sé che perché ciò accada, occorre un profondo cambiamento dei rapporti di forza vigenti.

Oggi in Italia si lavora 24 ore su 24 in tutta la rete distributiva. E’ un risultato delle “lenzuolate” dei governi di centrosinistra e tecnici. Precarietà, deregolazione degli orari: una miscela esplosiva… La regressione della condizione lavorativa è sotto gli occhi di tutti. La precarietà del rapporto di lavoro sempre più diffusa porta con sé la drammaticità dell’incertezza circa la vita, il futuro per una intera generazione. All’insegna della centralità del mercato, dell’impresa, del profitto si rivivono condizioni di sfruttamento che rinviano ad altre epoche, che rendono possibile parlare di nuove forme di schiavismo. Non a caso. E’ il prodotto delle politiche affermatesi nel tempo all’insegna del liberismo, alle quali è giusto riferire per tanta parte anche le cosiddette “lenzuolate di Bersani”, le scelte dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese, ivi compresi quelli di centrosinistra. Quando si parla di regressione della condizione lavorativa è evidente il filo che lega il pacchetto Treu, la Legge 30, i provvedimenti Monti- Fornero, il jobs act: diverse facce della stessa medaglia.

Nel sindacato soffriamo la mancanza di un riferimento politico della nostra azione quotidiana. Manca una sponda politica e parlamentare che si faccia carico delle rivendicazioni del lavoro; manca una proposta di sinistra per affrontare la crisi. Per uscire dalla crisi serve rompere con la cultura politica dominante, con i vincoli imposti da un’Europa essenzialmente finanziaria, assai poco economica, per nulla sociale; serve affermare la parola d’ordine più stato e meno mercato. Il PCI ha presentato da tempo un programma, credibile, fattibile. Ci dicono spesso che mancano le risorse, sappiamo che non è vero: le risorse ci sono, la scelta è quindi politica. Oggi il mondo del lavoro e le organizzazioni sindacali che si propongono di rappresentarlo si misurano con l’assenza della rappresentanza politica, di un soggetto capace di raccoglierne e rappresentarne le istanze nella società, nei luoghi deputati a darvi risposta (basta guardare alla composizione del parlamento per avere la conferma dello scarto esistente al riguardo). I tanti conflitti che pure si manifestano finiscono con l’essere oscurati, privi del necessario respiro. Rimettere in campo una soggettività politica che assuma il lavoro come riferimento, che si proponga di dare voce alle tante ed ai tanti che vivono una situazione inaccettabile, prima ancora che insostenibile, è quindi una esigenza.

SULLA NOTA GOVERNATIVA DELLA REPUBBLICA POPOLARE DEMOCRATICA DI COREA

 

di Fosco Giannini, responsabile Dipartimento Esteri PCI

Il PCI tenta di leggere e comprendere le contraddizioni internazionali attraverso la propria griglia di lettura, di carattere antimperialista. È per questo che non cediamo di fronte alle infinite e profonde manipolazioni e mistificazioni dei mass-media occidentali, eterodiretti dai centri di poteri imperialisti.

Così è anche in relazione alla cosiddetta “crisi coreana”, che gli USA e tutti i media occidentali e capitalistici risolvono attraverso la totale demonizzazione della Corea del Nord e dei suoi gruppi dirigenti e l’altrettanto totale assoluzione e auto-assoluzione di sé stessi, ad iniziare, naturalmente, dall’auto assoluzione dell’imperialismo USA.

 

Sappiamo che non è così; sappiamo cosa è stata la guerra degli USA contro la Corea, nei primi anni ’50, in funzione anti sovietica e volta a gettare le basi per la Guerra Fredda e conosciamo il disegno di dominio militare che gli USA e la NATO hanno sempre dispiegato, e ora dispiegano con ancora più forza militare, in quell’area del mondo, non solo contro la Corea del Nord ma, strategicamente, contro la Russia e la Cina.

Il riarmo del Giappone sostenuto dagli USA; il raddoppio della flotta militare USA nei mari del Sud della Cina e nei porti  delle Filippine; lo scudo stellare USA in preparazione nella Corea del Sud; le frenetiche e sempre più temporalmente ravvicinate  esercitazioni militari/nucleari USA-Corea del Sud ai confini con la Corea del Nord; l’installazione di basi NATO sia in Ucraina che in Afghanistan ( motivo dei due interventi militari condotti dagli USA e dalla NATO); la tranquilla accettazione, da parte degli USA e dell’occidente, del riarmo militare nucleare di paesi come il Pakistan, che, a differenza della Corea del Nord, non è né minacciato né demonizzato;  attraverso tutto ciò si materializza drammaticamente la minaccia di guerra – anche nucleare – USA contro la Corea del Nord e contro Mosca e Pechino.

E’ a partire da questa oggettiva verità delle cose e attraverso la nostra lettura antimperialista delle contraddizioni internazionali ( da cui traiamo il fatto che la minaccia militare e nucleare USA contro la Corea del Nord è una pesante e reale minaccia e non  una propaganda del governo di Pyong Yang), e certamente non per una sorta di sussiego verso la  Corea del Nord che abbiamo, nell’ultimo anno, avviato rapporti politici sia con il Partito del Lavoro della Corea del Nord che con l’Ambasciata della Corea del Nord a Roma. Tali rapporti hanno prodotto uno scambio di notizie e una discussione libera e sincera tra noi, il nostro Partito, e i dirigenti nord coreani, che hanno imparato a stimare il PCI, per le sue posizioni chiaramente antimperialiste.

Pubblichiamo sul nostro sito, detto tutto ciò, un comunicato stampa del governo di Pyongyang di queste ultime ore e ufficialmente inviato anche al C.C. del nostro Partito.

Di tale comunicato stampa proveniente dal governo della Corea del Nord vanno sicuramente rimarcate le frasi finali ( “La via del nostro riarmo è una via difensiva e non rappresenta, dunque, nessuna minaccia per gli altri Paesi, sia lontani che della regione. La via del nostro riarmo rimarrà pacifica, purché non vengano violati gli interessi della RPDC. Questa è la nostra dichiarazione solenne!”) frasi che hanno oggettivamente un grande valore, in quanto chiaramente dirette alla pace internazionale, avendo anche la forza di squarciare il velo tenebroso col quale gli USA e l’intero occidente imperialista e capitalista oscurano, demonizzandola, la Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord.

AL COMITATO CENTRALE DEL PCI – Una nota del governo della Corea del Nord

“ La via del nostro riarmo è una via difensiva e non rappresenta, dunque, nessuna minaccia per gli altri Paesi, sia lontani che della regione. La via del nostro riarmo rimarrà pacifica, purché non vengano violati gli interessi della RPDC. Questa è la nostra dichiarazione solenne!” 

Dichiarazione governativa della Repubblica Popolare Democratica di Corea ( RPDC) sul successo del test  Nuovo-Tipo di MBI

Il governo della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha reso pubblica, mercoledì 29 novembre u.s., la seguente dichiarazione, relativa al successo del test del Nuovo-Tipo MBI (Missile Balistico Intercontinentale).

Il test del razzo balistico intercontinentale Hwasong-15, derivante dalla decisione strategica del Partito dei Lavoratori della Corea, è stato portato a termine con successo.

Il sistema d’armi tipo MBI Hwasong-15 rappresenta un razzo balistico intercontinentale al cui apice è collocata una testata pesante, in grado di colpire l’intera area di terra degli Stati Uniti. Questo sistema ha molti più vantaggi di tipo tattico, tecnologico e tecnico del razzo Hwasong-14, il cui test di fuoco è stato condotto lo scorso luglio. Questo è il più potente MBI, ed è in grado di portarci all’obiettivo del completamento dello sviluppo del sistema di armamenti di razzi, stabilito dalla RPDC.

Su autorizzazione del PCL e del governo della RPDC, l’MBI Hwasong-15 è stato lanciato alle ore 02:48 del 29 novembreu.s. dalla periferia di Pyongyang, sotto la direzione del compagno Kim Jong Un.

Dopo aver effettuato un volo di 53 minuti lungo la sua orbita preimpostata, il missile è atterrato con precisione nelle acque bersaglio situate in mare aperto nel Mare Orientale della Corea.

ll test di fuoco è stato condotto attraverso il sistema di lancio ad angolo più alto e non ha avuto effetti negativi sulla sicurezza dei Paesi vicini.

Il razzo è salito alla massima altitudine di 4.475 km ed ha sorvolato la distanza di 950 km.

Dopo aver constatato il successo del lancio del nuovo tipo MBI Hwasong-15, Kim Jong Un ha dichiarato con orgoglio che ora la RPDC ha finalmente colto l’obiettivo del completamento della forza nucleare statale, l’obiettivo della costruzione di una potenza missilistica.

L’indubbio successo del test dell’MBI Hwasong-15 è una vittoria inestimabile conquistata dal popolo della RPDC, che ha tenuto la linea del PLC sullo sviluppo simultaneo dei due fronti con lealtà, senza la minima esitazione, nonostante le sfide durissime lanciate contro il nostro Paese dall’imperialismo statunitense e dai suoi seguaci, nonostante le innumerevoli difficoltà.

Lo sviluppo e il progresso dell’arma strategica della RPDC sono alla base della sovranità e dell’integrità territoriale del nostro Paese; rappresentano l’unica risposta alla politica di ricatti nucleari e minacce nucleare tenute sempre vive dagli Stati Uniti. La via del riarmo è, per il nostro Paese, l’unica in grado di assicurare la pace per il nostro popolo. La via del nostro riarmo è una via difensiva e non rappresenta, dunque, nessuna minaccia per gli altri Paesi, sia lontani che della regione. La via del nostro riarmo rimarrà pacifica, purché non vengano violati gli interessi della RPDC. Questa è la nostra dichiarazione solenne!

Quale potenza nucleare responsabile e Stato che ama la pace, la RPDC farà ogni sforzo possibile per servire il nobile scopo di difendere la pace e la stabilità del mondo.

Pyongyang, 29 novembre 2017

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 COREA DEL NORD: IL NOSTRO RIARMO E’L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE ALL’ AGGRESSIVITA’ BELLICA E NUCLEARE DEGLI USA

Da

Ufficio Stampa

22 novembre 2017

di Ufficio Stampa. Da diversi mesi il Dipartimento Esteri del PCI ha avviato una discussione con il Partito del Lavoro della Corea del Nord e con l’Ambasciata della Corea del Nord a Roma. Una discussione volta, da parte del PCI, a comprendere le ragioni materiali della pericolosa crisi coreana, una discussione della quale fa parte la consapevolezza della particolare aggressività militare di fase dell’imperialismo USA e della NATO e del conseguente tentativo “occidentale” di demonizzare e caricaturizzare la Corea del Nord. La discussione è sfociata in un’intervista che il compagno Fosco Giannini, responsabile esteri del PCI, ha rivolto ufficialmente al Partito del Lavoro della Corea del Nord. Ciò che pubblichiamo di seguito è la risposta complessiva del C.C. del Partito del Lavoro della Corea del Nord alle domande poste del compagno Fosco Giannini.RISPOSTA DEL C.C. DEL PARTITO DEL LAVORO DELLA COREA DEL NORD

Al compagno Fosco Giannini; al Comitato Centrale del PCI

Cari compagni,

siamo molto lieti di poter comunicare direttamente al Vostro Partito e al popolo progressista italiano, tramite la nostra risposta all’intervista del compagno Fosco Giannini, le notizie relative alle lotte condotte dal nostro Partito per la costruzione del socialismo e della posizione del nostro Partito riguardante la situazione nella penisola coreana.

In questi giorni i mass media occidentali, controllati dalle forze imperialiste, si sono accaniti a demonizzarci, falsificando la realtà del nostro Paese e la vera natura della crisi della penisola coreana.

Considerando la volontà del Vostro Partito di far conoscere la nostra posizione al popolo italiano, come sostegno e incoraggiamento alla lotta giusta del nostro Partito, rispondiamo di seguito alle Vostre domande.

In questi anni, sotto la guida del compagno Kim Jong Un, nostro stimato Presidente, il Partito sta portando dinamicamente avanti la lotta per la realizzazione degli importanti Programmi di costruzione del socialismo, presentati al 7° Congresso del Partito del Lavoro di Corea.

Il nostro Paese ha raggiunto, con orgoglio, la posizione di un Paese forte, politicamente e militarmente, e in questa fase l’obiettivo principale a cui puntiamo e per il quale il Partito dedica più sforzi è quello volto alla costruzione di un Paese forte anche sul piano economico.

Il nostro Partito ha messo a fuoco tutte le strategie di fase dirette alla costruzione di un Paese anche economicamente forte, totalmente indipendente e che possa svilupparsi innanzitutto attraverso un più potente impulso della scienza e della tecnologia, che consideriamo le principali forze motrici.

Gli obiettivi principali della strategia quinquennale dello sviluppo economico nazionale del 2016-2020, che è attualmente in corso di esecuzione, sono relativi ai settori prioritari dell’economia, dei settori d’industria di base e diretti ad un forte miglioramento e innalzamento del livello di vita del popolo, anche aumentando la produzione nel campo dell’agricoltura e dell’economia leggera.

Attraverso le esperienze ricavate dalla vita reale, concreta, il nostro popolo è convinto che finché si segue la direzione del Partito del Lavoro di Corea, si può sicuramente giungere a costruire un Paese socialista, forte e prospero, un Paese nel quale il popolo può godere di una vita che nulla ha da invidiare agli altri popoli.

Nel nostro sistema socialista, il nostro popolo sta godendo di una vita politica indipendente e di valore, anche sul piano materiale sufficiente, e sta vivendo con l’ottimismo del futuro, consapevole delle politiche di carattere popolare del Partito e dello Stato, a partire innanzitutto dai sistemi completamente gratuiti dell’educazione, della cura e della salute.

Il nostro socialismo, che ha negli interessi delle masse popolari il suo obiettivo centrale e che considera le esigenze primarie del popolo le questioni più giuste e prioritarie, gode per questa politica della vicinanza e del sostegno totale del popolo.

Realizzare una fortissima unità tra il Leader, il Partito e il Popolo; garantirsi l’indipendenza attraverso una struttura militare potente e contare sulla nostra forza come forza motrice centrale: queste sono le chiavi fondamentali per il successo del nostro socialismo, che avanza affrontando tutte le sfide della storia.

L’imperialismo nord americano, inquietato dalle vittorie e dall’avanzare del nostro socialismo, tenta disperatamente di violare la sovranità e i diritti di sopravvivenza e di sviluppo del nostro Paese, mettendo in discussione il nostro programma di sviluppo nucleare per l’auto-difesa.

In questi giorni, gli imperialisti tentano di bloccare totalmente anche le nostre attività di commercio internazionale e gli scambi economici normali, intensificando il livello di provocazione militare e di pressione politico-diplomatica contro il nostro Paese.

Le sanzioni delle forze a noi avverse sono state allargate a tutti campi economici (persino sportivi) violando profondamente i diritti umani, i diritti del nostro popolo, bloccando ad esempio la spedizione delle attrezzature mediche e di farmaci forniti dalle Organizzazioni Internazionali per la cura dei bambini e delle donne incinte e che allattano.

Le false accuse degli Stati Uniti, volte ad affermare che il nostro deterrente nucleare rappresenti una minaccia alla pace mondiale, seguono una logica da gangster, così come il vero ladro grida “al ladro”.

Il quadro, vero, reale, entro il quale prendono forma le contraddizioni attuali della penisola coreana, è dato da un confronto tra il nostro Paese, che vuole legittimamente difendere la propria sovranità e la propria dignità di Stato e di Nazione, e la politica violentemente ostile e le costanti minacce nucleari che gli Stati Uniti d’ America hanno nei nostri confronti e che durano ormai da circa 70 anni.

Già durante la guerra di Corea gli USA avevano minacciato di lanciare la bomba atomica sul nostro territorio e dal 1957 hanno iniziato a schierare gli armamenti nucleari in Corea del Sud, contro di noi.

Dal 1970, gli USA hanno iniziato a intraprendere quelle che sarebbero divenute incessanti esercitazioni militari congiunte e su larga scala contro di noi, mettendo in campo le risorse strategiche nucleari.

Anche in questi giorni sono in corso le esercitazioni militari degli Stati Uniti contro il nostro Paese, nelle quali sono utilizzati e dispiegati tutti i loro potentissimi mezzi strategici nucleari, compresi i bombardieri nucleari strategici e i tre gruppi di portaerei collocati nei pressi delle coste della penisola coreana.

È rispetto a tutto ciò e per salvaguardare la sovranità nazionale e la pace sulla penisola coreana, che siamo stati costretti a scegliere la strada dell’armamento nucleare, ed oggi le nostre forze armate nucleari sono un detterente potente contro la guerra e l’attacco militare degli imperialisti americani.

L’atteggiamento degli Stati Uniti, che hanno da molto tempo messo in luce le loro intenzioni dirette a distruggere totalmente il nostro Paese (progetto lanciato persino dalla platea mondiale delle Nazioni Unite), dimostra chiaramente la giustezza e l’inevitabilità della nostra scelta volta allo sviluppo e al rafforzamento delle nostre forze armate nucleari.

La linea del nostro Partito diretta allo sviluppo parallelo dell’economia e delle forze armate nucleari, non è una contromisura temporanea mirata a fronteggiare il brusco cambiamento della situazione, ma quella alla quale dobbiamo costantemente attenerci per difendere gli interessi supremi della nostra rivoluzione.

La pace è il bene più prezioso per il nostro popolo, che subisce le minacce aggressive e costanti degli Stati Uniti da mezzo secolo.

Ma la pace non arriva da sola e l’unico modo per garantire che essa sia vera e stabile sulla penisola coreana è quello di raggiungere l’equilibrio della forza con gli Stati Uniti.

Non si può mai sperare di avviare un vero e sincero dialogo per la vera pace sulla penisola coreana finché non si elimina l’origine della politica ostile e la minaccia nucleare degli imperialisti americani nei confronti del nostro Paese.

Tutti gli Stati, compresi i nostri Stati vicini, devono rispettare la sovranità del nostro Paese e fare gli sforzi necessari a risolvere il problema della penisola coreana, attraverso modalità imparziali e giuste.

Ciò che è che sicuro è che difenderemo la pace sulla penisola coreana stroncando l’attacco anti-rivoluzionario degli imperialisti con il nostro contrattacco rivoluzionario, basato sulle nostre forze. E riusciremo a portare alla vittoria la causa dell’indipendenza delle masse popolari e del socialismo.

Il nostro Partito continuerà ad impegnarsi nel rafforzamento dei rapporti con il Partito Comunista Italiano, i comunisti italiani e il popolo progressista.

Vorremmo approfittare di questa opportunità per farVi pervenire i nostri migliori auguri per i vostri lavori, che mirano a mantenere la tradizione del movimento comunista italiano, difendere i diritti del popolo, dei lavoratori e ad allargare e consolidare il Partito.

In fine Vi invitiamo, quando Vi sarà possibile, a visitare il nostro Paese, per approfondire le relazioni tra i due Partiti e constatare la realtà socialista del nostro Paese e gli aspetti della vita del nostro popolo, che non possiamo descrivere tutti in questa lettera.

Cordiali Saluti.

Il Comitato Centrale del Partito del Lavoro di Corea

Pyongyang, 16 novembre 2017

Appello del 19° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai

Di Ufficio Stampa. Riprendiamo da www.marx21.it e pubblichiamo l’Appello conclusivo dei lavori del 19° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai, tenutosi a San Pietroburgo in occasione del centenario della Rivoluzione Socialista d’Ottobre (da Solidnet.org).

Nota e traduzione di Marx21.it

In modo unanime, i partiti presenti invitano a intensificare le forme di coordinamento tra loro e a promuovere una serie di importanti iniziative comuni di mobilitazione e di lotta.

Per parte nostra, riteniamo positivo che all’iniziativa abbiano partecipato anche delegazioni al massimo livello dei tre più importanti partiti comunisti italiani (PCI, PC e PRC) ed esprimiamo l’augurio che la proposta di azione comune approvata dai 103 partiti presenti all’Incontro di San Pietroburgo, susciti anche nel nostro paese significativi momenti di convergenza e unità sulle questioni che maggiormente richiedono la mobilitazione di tutti i comunisti, ovunque collocati sul piano organizzativo. (Marx21.it)

 

‘Noi, i rappresentanti di 103 partiti comunisti e operai di 77 paesi che hanno partecipato al 19° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai tenutosi a San Pietroburgo, Federazione Russa, il 2-3 novembre 2017, sul tema: “Il 100° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre: gli ideali del Movimento Comunista, rivitalizzare la lotta contro le guerre imperialiste, per la pace e il socialismo”.

– sottolineando che l’anno 2017 sarà indubbiamente ricordato come l’anno del Centenario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre;

– con la convinzione che Lenin e il Partito Bolscevico sono stati e rimangono fonte di ispirazione ed esperienza inestimabile per i comunisti e gli altri rivoluzionari di tutto il pianeta;

– rimarcando il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 che ha aperto una nuova epoca nella storia dell’umanità ponendo le solide basi per il superamento rivoluzionario del capitalismo da parte del socialismo e del comunismo, ha sostenuto lo sviluppo economico e sociale  e il movimento progressivo dell’umanità verso la costruzione di una società giusta, libera dallo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, rispondendo anche alle sfide più impegnative del 20° secolo;

– evidenziando i successi dell’Unione Sovietica – il primo Stato degli Operai e dei Contadini – che in uno spazio di tempo storicamente breve ha raggiunto successi senza precedenti in tutti i campi economico, sociale, culturale, politico, scientifico e tecnologico, ha impresso uno sviluppo al movimento comunista e operaio internazionale e alla lotta dei lavoratori nei paesi capitalisti, è diventata la garante della pace e ha apportato il contributo decisivo alla Vittoria sul fascismo e alle conquiste del movimento di liberazione nazionale delle nazioni oppresse e colonizzate;

– consapevoli che nell’anno del 100° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre abbiamo di fronte il compito speciale di condurre ricerche e trarre le giuste conclusioni sulle cause che hanno portato alla disintegrazione dell’URSS;

– dotati della teoria di Lenin sul socialismo quale sistema socio-politico e respingendo le speculazioni secondo cui i cambiamenti controrivoluzionari che si sono verificati alla fine del 20° secolo annullano il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre e le conquiste dell’URSS nella costruzione e nello sviluppo del nuovo tipo di società;

– avendo discusso l’esperienza e la pratica della lotta per gli ideali del movimento comunista;

– di fronte a un sistema capitalista immerso in una profonda crisi strutturale e a una violenta e pericolosa offensiva dell’imperialismo – una realtà che afferma il socialismo come un’esigenza del presente e del futuro;

– salutando le lotte dei lavoratori e dei popoli che si svolgono in tutto il mondo contro l’offensiva imperialista e per la sovranità e l’indipendenza nazionale, la pace, il progresso sociale e il socialismo;

Invitiamo tutti i partiti comunisti e operai a intensificare il coordinamento e a promuovere le seguenti azioni comuni:

– fornire una valutazione obiettiva dei processi socio-politici in atto alla luce della necessità di intensificare la lotta contro l’anticomunismo, l’anti-sovietismo, rafforzare costantemente la solidarietà con i partiti comunisti e operai, con i comunisti e tutti coloro che devono fare fronte a persecuzioni politiche e alla messa al bando della loro attività, in particolare con il popolo ucraino e il Partito Comunista di Ucraina;

– organizzare ricerche scientifiche e scambi di opinione sulle cause che hanno portato alla controrivoluzione in URSS, alla restaurazione capitalistica e alla dissoluzione del campo socialista.

– organizzare lo studio su vasta scala dell’opera di Lenin da parte dei membri dei partiti e della popolazione spiegandone il suo significato storico e rilievo nel mondo moderno, organizzare eventi volti a divulgare i lavori di Lenin in occasione del 100° anniversario di “Stato e Rivoluzione”.

– condurre una vasta campagna internazionale in occasione del 200: anniversario della nascita di Karl Marx, evidenziando il suo contributo alla storia e il significato e il rilievo del “Manifesto Comunista”, pubblicato 170 anni fa e di “Das Kapital” pubblicato 150 anni fa. Particolare attenzione dovrebbe essere prestata a spiegarne il significato ai giovani;

– promuovere scambi sulle questioni teoriche e pratiche della lotta contro ogni forma di capitalismo, esponendone la natura sfruttatrice, oppressiva, aggressiva, inumana e predatoria e l’essenza ideologica, per allargare le conoscenze teoriche della popolazione, in particolare dei giovani;

– rafforzare l’unità, la solidarietà e il coordinamento nella lotta per il lavoro, i diritti sociali, sindacali e democratici, in particolare in occasione delle mobilitazioni dei lavoratori il 1° Maggio;

– sviluppare sforzi comuni per proteggere i diritti e le libertà democratiche, combattendo il razzismo e il fascismo, utilizzando a tal fine l’anniversario della Vittoria sul nazifascismo (9 maggio 1945) e il 75° anniversario della Vittoria nella Battaglia di Stalingrado (2 febbraio 1943);

– i partecipanti all’Incontro Internazionale sottolineano la necessità di affrontare la russofobia;

– chiedere la fine del blocco USA di Cuba, opporsi risolutamente ai piani imperialisti diretti contro il popolo cubano; sostenere il diritto del popolo palestinese a uno Stato libero, sovrano e indipendente; ed esprimere solidarietà con tutti i popoli di Medio Oriente, Africa, America Latina, Asia ed Europa che affrontano occupazioni, interventi o blocchi da parte dell’imperialismo, che si oppongono al terrorismo e ai fanatismi religiosi (Siria, Iraq, Venezuela Bolivariano, Ucraina e altri);

– intraprendere misure volte alla protezione dell’ambiente;

– allargare il fronte antimperialista per rafforzare la lotta per la pace, contro le aggressioni e lo sfruttamento dell’imperialismo, organizzare azioni congiunte contro la NATO e la sua espansione, contro le armi nucleari e le basi militari straniere, contro il militarismo e la guerra, per il disarmo e per una soluzione pacifica e giusta dei conflitti internazionali sulla base dei principi del Diritto Internazionale, contro l’intervento degli Stati Uniti nella Penisola Coreana e per la riunificazione pacifica della Corea.

– Infine, i partiti comunisti e operai che hanno preso parte ai lavori del 19° IIPCO ringraziano il Partito Comunista della Federazione Russa per l’ospitalità e l’eccellente organizzazione dell’Incontro.’

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IL PCI PER UNA LISTA COMUNISTA E ANTICAPITALISTA

17 novembre 2017

di Manuela Palermi, Presidente del CC e Bruno Steri della Segreteria nazionale PCI

L’annullamento dell’assemblea già indetta per il prossimo 18 novembre, che ha chiuso ingloriosamente il percorso aggregativo (o quasi aggregativo) apertosi al Brancaccio, e, d’altro lato, la riuscita della manifestazione dell’11 novembre scorso con cui nelle strade della capitale si è palesato un fronte di opposizione alle politiche di questo governo e dell’Unione Europea, chiudono una fase e ne aprono una nuova. Il tempo delle valutazioni e degli indugi, del confronto tra diversi ambiti della sinistra è scaduto: ogni ulteriore melina, oltre che dannosa risulterebbe ambigua. Siamo entrati di fatto in un contesto pre-elettorale; e, rispetto alla scadenza delle imminenti elezioni politiche, occorre da subito prendere posizione. Il Pci lo ha fatto con una chiara dichiarazione del suo segretario nazionale, in cui si conferma l’intento di costruire “un’articolata lista unitaria comunista, anticapitalista, di sinistra alternativa”. Ciò significa che la lista promossa da Bersani/D’Alema, il cui lancio ufficiale è previsto per il prossimo 2 dicembre, non resterà l’unica opzione possibile alla sinistra del Pd. Le due liste qui menzionate non sono infatti unificabili, in quanto sono espressione di progetti politici radicalmente differenti.

La proposta politico-programmatica in cui il Pci si riconosce implica una scelta di campo netta, chiara, che pretende una rottura senza alcuna ambiguità con le politiche liberiste, con l’austerità, con le politiche imposte dalla Troika e supinamente accettate dai governi  negli ultimi anni. Ciò significa anche che non vi potranno essere concessioni a quanti spingono per  “un’unità quale che sia”: al di là di ogni buona intenzione, l’esperienza del decennio appena trascorso dovrebbe dirci che tali scorciatoie non pagano né politicamente né elettoralmente.  Dobbiamo “assumere il merito come discriminante”, precisa Alboresi: conseguentemente, è anche necessario offrire un’immagine che incarni adeguatamente tale merito, evitando quindi la riproposizione di quanti si sono resi responsabili delle scelte antipopolari di questi anni (ovunque collocati). Né può essere la tutela di parlamentari uscenti (ammesso che se ne abbiano) la preoccupazione preponderante: al contrario, bisogna soprattutto “dare voce e rappresentanza” alle avanguardie di lotta contraddistintesi nei posti di lavoro e nei territori, alla generazione precaria, a giovani, donne, uomini che hanno pagato e continuano a pagare i costi sociali della crisi capitalistica.

 

C’è in particolare un travisamento attorno al quale si mobilitano ragionamenti e pulsioni. Molti guardano al panorama disastrato della sinistra, ai mille rivoli in cui quello che era un grande fiume si è frammentato; e se la prendono con coloro che, a loro dire, non capirebbero il valore dell’unità, non dismetterebbero la loro pervicacia identitaria nonostante la prospettiva di una sconfitta certa determinata dalla disunione. A costoro va posto un semplice interrogativo: come mai la sinistra è così ridotta? Il panorama frammentato non è un incidente della storia a cui porre riparo con un impeto solidale e unitario. E’ il drammatico effetto di quello che la stessa sinistra al governo ha combinato in questi anni, con politiche che hanno approfondito le disuguaglianze, impoverito il Paese, svenduto il suo patrimonio produttivo, logorato il tessuto democratico e ridato fiato alle destre più retrive. Politiche che hanno allontanato dal voto e dalla sinistra una consistente parte di popolo. Oggi va dato un segnale di radicale discontinuità, sapendo che il lavoro di ricostruzione e rigenerazione non potrà essere cosa di un giorno. L’importante è non affidarsi a ricette e volti che appartengano ancora al problema e non alla soluzione. Sapendo che – ricorda ancora Alboresi – i passaggi elettorali  “per noi restano un mezzo e non un fine”.

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Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917

di Alexander Höbel, Segreteria Nazionale PCI, responsabile Cultura e Formazione

A un secolo esatto dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella svolta storica conserva tutta la sua forza simbolica e politica. A lungo si è cercato di disinnescarla, soprattutto dopo la crisi del campo socialista e la fine dell’Urss. La rimozione e la demonizzazione sono state le principali strategie messe in atto per tentare di cancellare lo straordinario messaggio emancipatorio proveniente dall’Ottobre e di ridurre quest’ultimo al colpo di mano di una minoranza coesa ma sostanzialmente estranea, sovrapposta al concreto divenire storico. E invece la forza dell’Ottobre sta proprio nell’incontro tra una dinamica sociale e storica che, col massacro imperialista della Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’autocrazia zarista, era giunta in Russia a un certo grado di maturazione e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che colse tutte le potenzialità di tale contesto, e della formidabile spinta politica verso il superamento della barbarie e l’emancipazione degli oppressi che esso stava producendo.

Lo ricorderà Victor Serge, descrivendo la profonda sintonia, la vera e propria fusione tra Partito e masse, che si verificò nelle settimane precedenti l’Ottobre:

 

Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. […] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese […] è la loro coscienza, la loro organizzazione. […]

L’avanzata delle masse verso la rivoluzione si traduce così in un grande fatto politico: i bolscevichi, piccola minoranza rivoluzionaria in marzo, in settembre diventano il partito di maggioranza. Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. […] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica […] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica[1].

Come era stato possibile un così alto grado di sintonia tra masse e organizzazione politica? È una questione di carattere storico, ma ricca di implicazioni anche per l’oggi, nel momento in cui al contrario si registra il massimo dello scollamento tra questi due fattori. A me pare che le basi di questa fusione stiano nel lavoro che i bolscevichi avevano portato avanti negli anni precedenti, e nella giusta impostazione che a tale lavoro era stata data da Lenin, a partire dal suo preziosissimo Che fare? Qui egli aveva polemizzato con lo spontaneismo e l’economicismo, due facce della stessa medaglia, che, svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione politica, di fatto condannano il proletariato a rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il riflusso o la caduta sotto l’egemonia borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è la spinta spontanea delle masse […] tanto più aumenta […] il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e propaganda” che deve indurre il militante rivoluzionario a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della propria classe, portando in ciascuna lotta il respiro di una visione politica e di un’analisi generale; un militante che deve essere un “tribuno popolare” ma non un demagogo, e che parte dai singoli confitti per elevare il livello di coscienza e favorire la costruzione del Partito; un partito di quadri, ma a forte e netta vocazione di massa[2]. Il “piano tattico” dei bolscevichi, proseguiva Lenin, era dunque “la negazione dell’appello immediato all’assalto ed esprime l’esigenza di un ‘assedio regolare della fortezza nemica’ […] l’accentramento di tutti gli sforzi per raccogliere, organizzare e mobilitare un esercito permanente”[3]. Sono frasi che ricordano Gramsci, e la sua elaborazione su guerra di posizione e guerra manovrata; e anche questo ci conferma quanto avesse ragione il rivoluzionario sardo ad attribuire innanzitutto a Lenin il “concetto e [il] fatto” dell’egemonia[4].

Il modello di partito delineato nel Che fare? È dunque l’esatto contrario di quella caricatura del partito leninista che spesso viene propagandata: non un partito-setta dei “pochi ma buoni” e ben determinati, che nella clandestinità prepara il colpo di mano, ma un partito che impara a lavorare tra le masse, a farsene interprete, e che grazie a questa capacità acquisita sul campo, in seguito ad anni di lavoro politico e alla sua intensificazione a partire dal febbraio 1917, riesce a conquistarne la fiducia e a diventarne la guida. Qui la lezione per l’oggi è evidente.

L’Ottobre fu quindi per certi versi un banco di prova decisivo per quello sviluppo del pensiero marxista che va sotto il nome di leninismo. Il fatto che Lenin e i bolscevichi avessero “l’abilità di riconoscere ciò che le masse volevano”[5], la sintonia tra quel gruppo dirigente e gli operai, i contadini e i soldati mobilitatisi, furono il frutto di un lungo lavoro di organizzazione e di un’adeguata strategia politica. Benché infatti i bolscevichi tendessero a vedersi come i giacobini del XX secolo e sebbene nel processo rivoluzionario non sia mancata la necessità di surrogare con una forte e accentrata direzione politica una serie di pesanti limiti oggettivi e soggettivi (dal diffuso analfabetismo alla mancanza di una forte tradizione organizzativa del movimento operaio russo), la parte a mio parere più autentica del pensiero di Lenin sta proprio nella precisa indicazione di superare questi limiti, abbattere questi ostacoli, attraverso l’opera di educazione politica che egli affida al Partito. La politica – in particolare quella proletaria – è per il leader bolscevico sempre un fatto di massa; essa anzi “comincia laddove ci sono milioni di uomini”[6]. Come osserva Michele Prospero, nel 1917 furono “le elezioni dei Soviet nelle grandi città conquistate alla causa bolscevica […] la diserzione dei soldati” a dare all’insurrezione un profondo senso politico, a convincere Lenin che il momento era arrivato[7].

La stessa attenzione alla dimensione di massa dell’azione politica è dedicata dal grande rivoluzionario russo anche nell’analisi dei problemi che sorgono dopo la presa del potere, allorché inizia il tentativo dei bolscevichi di costruire uno Stato e un’economia nuovi; un apparato statale che non fosse composto da politici e funzionari di professione – oggi si direbbe, di tecnici –, ma fosse invece un apparato di massa, radicato e diffuso. Scrive Lenin nel 1918: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta anche nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza […] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”[8]. “Combattere sino in fondo il burocratismo – aggiunge un anno dopo – […] si può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla gestione. Nelle repubbliche borghesi […] la legge stessa lo impedisce. […] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma […] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura […]. Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro programma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli organi del governo per i lavoratori […]. Dinanzi a noi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione”[9].

In questo processo Lenin attribuisce grande importanza anche al sindacato come “cinghia di trasmissione” fra il partito e i lavoratori, in grado di recepire e trasmettere gli orientamenti delle masse e di essere al tempo stesso una “scuola di comunismo” e una “scuola di amministrazione dell’industria socialista”[10]. Una funzione, quindi, importantissima.

Questa priorità attribuita alla dimensione di massa della politica sarà alla base della crescita del movimento comunista in altri paesi durante il XX secolo, in particolare nei contesti in cui di tale lezione si saprà fare tesoro, dalla stagione dei Fronti popolari al ruolo di avanguardia nella lotta antifascista, dal “partito nuovo” togliattiano alla rivoluzione cinese, e in generale alla funzione esercitata dai comunisti nei movimenti di liberazione nazionale e nel processo di decolonizzazione.

È così che la Rivoluzione d’Ottobre ha potuto estendere la sua influenza su tutto il “secolo breve”, stimolando e provocando trasformazioni radicali, che hanno riguardato anche l’Occidente capitalistico, con la nascita del Welfare State e lo sviluppo della democrazia rappresentativa.

Ed è proprio questa dimensione, questa capacità di fare una politica di massa, uno dei lasciti più preziosi di quella straordinaria esperienza, che va ancora studiata e approfondita, ma soprattutto richiede ai comunisti una rinnovata capacità di acquisirne e applicarne gli insegnamenti.

 

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Elezioni Regionali in Sicilia, il PCI: ricostruire una forte

opposizione sociale politica

di Segreteria regionale PCI – Sicilia 

Le elezioni regionali siciliane sono un altro, allarmante, segnale della crisi italiana. Il malgoverno crocettiano ha spalancato le porte al ritorno al governo della regione della peggiore destra e al voto di protesta al Movimento cinque stelle. Una campagna elettorale in cui il dibattito sui problemi veri della Sicilia non ha avuto alcun posto e ha registrato l’assenza dalla consultazione della maggioranza dei cittadini e delle cittadine.

Assai presenti invece sono stati potenti fattori d’inquinamento del voto, come emerge ancora in queste ore. Fattori d’inquinamento che hanno operato a vantaggio della destra ma anche di candidati delle liste a sostegno del PD.

 

Si registra così una vera e propria questione democratica che s’intreccia con la gravissima crisi sociale di cui sono responsabili le politiche dei governi regionali e nazionali. In questo quadro confermiamo il nostro giudizio negativo sull’operazione politica che ha portato alla costruzione della lista “Cento passi” attorno alla candidatura di Claudio Fava.

Non solo il risultato è largamente inferiore alle previsioni accreditate ma le caratteristiche delle iniziative elettorali confermano che si è trattata di un’operazione completamente egemonizzata dal MDP e funzionale alla ricostruzione di un’area di centrosinistra che, in nessun modo, può rappresentare un’alternativa allo stato di cose esistenti. Il PCI sottolinea con forza la necessità di ricostruire, a partire dalla manifestazione nazionale del 11 novembre, una forte opposizione sociale politica e rilancia la sua iniziativa rivolta a unire tutte le forze comuniste e anticapitalistiche.

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Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917

di Alexander Höbel, Segreteria Nazionale PCI, responsabile Cultura e Formazione

A un secolo esatto dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella svolta storica conserva tutta la sua forza simbolica e politica. A lungo si è cercato di disinnescarla, soprattutto dopo la crisi del campo socialista e la fine dell’Urss. La rimozione e la demonizzazione sono state le principali strategie messe in atto per tentare di cancellare lo straordinario messaggio emancipatorio proveniente dall’Ottobre e di ridurre quest’ultimo al colpo di mano di una minoranza coesa ma sostanzialmente estranea, sovrapposta al concreto divenire storico. E invece la forza dell’Ottobre sta proprio nell’incontro tra una dinamica sociale e storica che, col massacro imperialista della Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’autocrazia zarista, era giunta in Russia a un certo grado di maturazione e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che colse tutte le potenzialità di tale contesto, e della formidabile spinta politica verso il superamento della barbarie e l’emancipazione degli oppressi che esso stava producendo.

Lo ricorderà Victor Serge, descrivendo la profonda sintonia, la vera e propria fusione tra Partito e masse, che si verificò nelle settimane precedenti l’Ottobre:

 

Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. […] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese […] è la loro coscienza, la loro organizzazione. […]

L’avanzata delle masse verso la rivoluzione si traduce così in un grande fatto politico: i bolscevichi, piccola minoranza rivoluzionaria in marzo, in settembre diventano il partito di maggioranza. Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. […] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica […] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica[1].

Come era stato possibile un così alto grado di sintonia tra masse e organizzazione politica? È una questione di carattere storico, ma ricca di implicazioni anche per l’oggi, nel momento in cui al contrario si registra il massimo dello scollamento tra questi due fattori. A me pare che le basi di questa fusione stiano nel lavoro che i bolscevichi avevano portato avanti negli anni precedenti, e nella giusta impostazione che a tale lavoro era stata data da Lenin, a partire dal suo preziosissimo Che fare? Qui egli aveva polemizzato con lo spontaneismo e l’economicismo, due facce della stessa medaglia, che, svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione politica, di fatto condannano il proletariato a rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il riflusso o la caduta sotto l’egemonia borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è la spinta spontanea delle masse […] tanto più aumenta […] il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e propaganda” che deve indurre il militante rivoluzionario a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della propria classe, portando in ciascuna lotta il respiro di una visione politica e di un’analisi generale; un militante che deve essere un “tribuno popolare” ma non un demagogo, e che parte dai singoli confitti per elevare il livello di coscienza e favorire la costruzione del Partito; un partito di quadri, ma a forte e netta vocazione di massa[2]. Il “piano tattico” dei bolscevichi, proseguiva Lenin, era dunque “la negazione dell’appello immediato all’assalto ed esprime l’esigenza di un ‘assedio regolare della fortezza nemica’ […] l’accentramento di tutti gli sforzi per raccogliere, organizzare e mobilitare un esercito permanente”[3]. Sono frasi che ricordano Gramsci, e la sua elaborazione su guerra di posizione e guerra manovrata; e anche questo ci conferma quanto avesse ragione il rivoluzionario sardo ad attribuire innanzitutto a Lenin il “concetto e [il] fatto” dell’egemonia[4].

Il modello di partito delineato nel Che fare? È dunque l’esatto contrario di quella caricatura del partito leninista che spesso viene propagandata: non un partito-setta dei “pochi ma buoni” e ben determinati, che nella clandestinità prepara il colpo di mano, ma un partito che impara a lavorare tra le masse, a farsene interprete, e che grazie a questa capacità acquisita sul campo, in seguito ad anni di lavoro politico e alla sua intensificazione a partire dal febbraio 1917, riesce a conquistarne la fiducia e a diventarne la guida. Qui la lezione per l’oggi è evidente.

L’Ottobre fu quindi per certi versi un banco di prova decisivo per quello sviluppo del pensiero marxista che va sotto il nome di leninismo. Il fatto che Lenin e i bolscevichi avessero “l’abilità di riconoscere ciò che le masse volevano”[5], la sintonia tra quel gruppo dirigente e gli operai, i contadini e i soldati mobilitatisi, furono il frutto di un lungo lavoro di organizzazione e di un’adeguata strategia politica. Benché infatti i bolscevichi tendessero a vedersi come i giacobini del XX secolo e sebbene nel processo rivoluzionario non sia mancata la necessità di surrogare con una forte e accentrata direzione politica una serie di pesanti limiti oggettivi e soggettivi (dal diffuso analfabetismo alla mancanza di una forte tradizione organizzativa del movimento operaio russo), la parte a mio parere più autentica del pensiero di Lenin sta proprio nella precisa indicazione di superare questi limiti, abbattere questi ostacoli, attraverso l’opera di educazione politica che egli affida al Partito. La politica – in particolare quella proletaria – è per il leader bolscevico sempre un fatto di massa; essa anzi “comincia laddove ci sono milioni di uomini”[6]. Come osserva Michele Prospero, nel 1917 furono “le elezioni dei Soviet nelle grandi città conquistate alla causa bolscevica […] la diserzione dei soldati” a dare all’insurrezione un profondo senso politico, a convincere Lenin che il momento era arrivato[7].

La stessa attenzione alla dimensione di massa dell’azione politica è dedicata dal grande rivoluzionario russo anche nell’analisi dei problemi che sorgono dopo la presa del potere, allorché inizia il tentativo dei bolscevichi di costruire uno Stato e un’economia nuovi; un apparato statale che non fosse composto da politici e funzionari di professione – oggi si direbbe, di tecnici –, ma fosse invece un apparato di massa, radicato e diffuso. Scrive Lenin nel 1918: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta anche nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza […] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”[8]. “Combattere sino in fondo il burocratismo – aggiunge un anno dopo – […] si può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla gestione. Nelle repubbliche borghesi […] la legge stessa lo impedisce. […] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma […] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura […]. Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro programma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli organi del governo per i lavoratori […]. Dinanzi a noi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione”[9].

In questo processo Lenin attribuisce grande importanza anche al sindacato come “cinghia di trasmissione” fra il partito e i lavoratori, in grado di recepire e trasmettere gli orientamenti delle masse e di essere al tempo stesso una “scuola di comunismo” e una “scuola di amministrazione dell’industria socialista”[10]. Una funzione, quindi, importantissima.

Questa priorità attribuita alla dimensione di massa della politica sarà alla base della crescita del movimento comunista in altri paesi durante il XX secolo, in particolare nei contesti in cui di tale lezione si saprà fare tesoro, dalla stagione dei Fronti popolari al ruolo di avanguardia nella lotta antifascista, dal “partito nuovo” togliattiano alla rivoluzione cinese, e in generale alla funzione esercitata dai comunisti nei movimenti di liberazione nazionale e nel processo di decolonizzazione.

È così che la Rivoluzione d’Ottobre ha potuto estendere la sua influenza su tutto il “secolo breve”, stimolando e provocando trasformazioni radicali, che hanno riguardato anche l’Occidente capitalistico, con la nascita del Welfare State e lo sviluppo della democrazia rappresentativa.

Ed è proprio questa dimensione, questa capacità di fare una politica di massa, uno dei lasciti più preziosi di quella straordinaria esperienza, che va ancora studiata e approfondita, ma soprattutto richiede ai comunisti una rinnovata capacità di acquisirne e applicarne gli insegnamenti.

La vita tra socialismo e capitalismo in Germania : storie di ex ‘Ossies’

Riprendiamo dalla Città futura e pubblichiamo un articolo di John Wojcik del 7.10.2017

La gioventù vissuta durante il socialismo della DDR vs il capitalismo della Germania contemporanea: testimonianze di vita di cittadini tedeschi a confronto a distanza di quasi 30 anni dalla caduta del muro di Berlino.

Al Babylon Theater di Berlino, lo scorso 16 settembre, una folla si è radunata per il memorial annuale dedicato a Dean Reed, americano ribelle, rockstar e regista, che divenne celebre per essersi rifugiato, nel 1972, inGermania Est (la Repubblica Democratica Tedesca, o DDR). I partecipanti erano tra i più accesi fans di Reed, che ne annoverò a migliaia in Germania Est, dove morì nel 1986.

 

Giovani ventenni al tempo della caduta del muro di Berlino, cresciuti e formatisi nell’era socialista della DDR e che, dopo la dissoluzione di quel Paese, hanno trascorso il successivo quarto di secolo vivendo sotto il capitalismo in una Germania molto diversa. Abbastanza grandi da ricordare la vita che fu nella DDR, si trovano quindi nella perfetta condizione di poter paragonare i due sistemi sociali. Al memorial di Dean Reed, ho avuto l’opportunità di intervistare alcuni di loro.

Questi ex-cittadini della DDR, definiti oggi “Ossies”, un diminutivo della parola tedesca che sta per “Est”, raccontano alcuni fatti che non appaiono sorprendenti, ma altri che invece risultano completamente inaspettati.

“Non ero interessata alla politica”

Heike Zastrow, che aveva 20 anni quando il Muro crollò, nel 1989, è tutta presa dall’ affettare delle torte offerte agli ospiti durante l’intervallo dello spettacolo, quando la avvicino per intervistarla.

“Io non ero affatto interessata alla politica e non amavo i discorsi politici dei leader”, mi dice, “non sopportavo il fatto di non poter viaggiare, di non poter andare dove volevo”. Alla chiusura della frontiera attorno a Berlino Ovest, situata proprio al centro della Germania Est, agli inizi degli anni ’60, la maggior parte dei cittadini della DDR in età pensionistica non poté viaggiare liberamente a Ovest. Alcuni permessi venivano concessi per varie ragioni, ma non era la regola. “Ma devo dire”, continua la Zastrow, “che conducevamo una vita molto bella nella DDR, ho ricevuto un’ottima educazione in quegli anni”.

Le ho chiesto di spiegarmi meglio.“Non dovevamo preoccuparci di avere un posto dove vivere né un’occupazione lavorativa, tanto meno rischiavamo di essere sfrattati. Non avevamo neanche la preoccupazione o la paura di non avere il necessario per vivere e godevamo anche di tante occasioni per la cultura ed il tempo libero a costi bassi o nulli”. Mi racconta inoltre che: “si tentava sempre non soltanto di garantirti un posto di lavoro ma che questo fosse il più adatto alle tue caratteristiche e, laddove possibile, quello che ti piacesse di più”.

Heike Zastrow mi spiega inoltre che non le piacevano gli aspetti tecnici della sua formazione scolastica, nonostante le permisero di sviluppare competenze e conoscenze che sarebbero poi risultati piuttosto utili. “Io amo gli animali”, dice, “e aspiravo tanto ad una professione che mi portasse a lavorare con loro”. Mi spiega quindi che “c’era bisogno di tutto in DDR, di gente che sapesse fare di tutto e si sono quindi impegnati a farmi avere un lavoro che mi piacesse, un posto in una grande fattoria collettiva di prodotti caseari dove ho trascorso un così bel periodo della mia vita lavorando con oltre 300 mucche”.

Purtroppo, continua a raccontare la donna, la ristrutturazione economica seguita allo scioglimento della DDR e all’annessione alla Germania Ovest, causò lo smantellamento di numerose occupazioni nell’industria e in agricoltura. Lei riuscì a trovare infine un posto come ispettrice dei controlli di qualità nell’attuale Germania capitalista, in una centrale elettrica a carbone. “Avrei preferito naturalmente continuare a lavorare con gli animali come facevo nella DDR” mi dice “ma sono stata in grado di ottenere un buon posto di lavoro grazie alla solida formazione e pratica che avevo ricevuto nella DDR”.

“Non ho mai desiderato la fine del socialismo”

Un’altra ex-cittadina della DDR che ho intervistato mi ha raccontato una storia piuttosto diversa. Quando si trasferì nella DDR aveva soltanto 3 mesi e sin da quel momento è stata una cittadina tedesca. “Non conosco nessun altro paese” mi dice.

Anche lei elogia il sistema educativo gratuito della DDR, dicendo che l’ha formata e preparata molto bene nel campo della stampa e dell’editoria, che lei scelse. In giovane età iniziò a lavorare nella redazione del “Neues Deutchland”, uno dei principali quotidiani della DDR, occupandosi di design grafico e tipografia, dove poi rimase.

Tuttavia lei è critica su alcuni aspetti della vita durante la DDR. Una delle critiche è rivolta alla scuola, che, sebbene fosse molto ben attrezzata per fornire competenze e conoscenze, non lo era altrettanto nel prendersi cura di bambini e ragazzi con particolari problemi.

Mi riferisce di aver sofferto da bambina di alcuni problemi comportamentali, e nelle scuole che frequentava l’enfasi era invece posta sulla conformità piuttosto che sulla ricerca delle soluzioni: “E’ stata dura superare quel periodo e sarebbe andata molto meglio se avessi ottenuto un maggiore supporto dalla scuola”, mi dice.

L’intervistata passa poi ad un’altra critica: “C’era troppa burocrazia, troppe complicazioni su questioni che avrebbero potuto essere gestire in maniera molto più semplice. E non mi piacevano i funzionari pubblici, alcuni di loro erano incompetenti, altri corrotti”.

Nessuna di queste perplessità, comunque, sembra averla fatta disamorare verso l’idea del socialismo.

“Vorrei enfatizzare il fatto che, mentre molti di noi avrebbero voluto che alcune di queste piccole cose potessero cambiare, io non avrei mai voluto che l’esperienza socialista terminasse. Volevo soltanto alcuni cambiamenti, ma non ciò che poi è realmente accaduto, non quello”.

Le ho chiesto di spiegarsi meglio: “Come puoi vedere io non sono di carnagione chiara, né bionda come molti tedeschi”, dice, “lo so che i ‘bastardi’ si trovano in ogni sistema. C’erano persone con sentimenti razzisti anche nella DDR. Ma le manifestazioni di razzismo erano illegali allora. Se eri razzista lo dovevi nascondere. Non potevi uscire per strada ed attaccare qualcuno per la sua razza, per il colore della sua pelle o per la sua fede”.

Mi spiega ancora che: “A Kreuzberg, [un sobborgo di Berlino che si trovava ad Ovest quando la città fu divisa, nda] mio figlio di 12 anni è stato aggredito da neo-nazisti, giovani che manifestano ed agiscono seguendo l’ideologia nazista che gli è stata trasmessa dai loro genitori. Egli non ha avuto danni fisici ma questi episodi causano seri traumi psicologici in un bambino. Questo non sarebbe mai accaduto nella DDR”.

Mi racconta di essere andata al Reed memorial perché ai tempi della DDR era una sua grande ammiratrice. “Lui andò in giro per il mondo a promuovere la ribellione contro l’ingiustizia e per la pace. Volevo essere qui oggi per cantare un brano di lotta dell’America Latina, un posto dove Reed trascorse alcuni anni della sua vita”.

Sulle elezioni in arrivo in Germania, come molti altri tedeschi, ha timore a dichiarare la sua preferenza. Dice di non essere ancora sicura di voler andare a votare. “Sarà comunque per qualcuno impegnato per il socialismo. Ti dico di più, io aspiro ad un vero socialismo democratico”, mi confida. “Lo so, lo sento che è possibile. Abbiamo avuto un socialismo imperfetto ma io sono convinta che possiamo fare meglio la prossima volta”.

Dal capitalismo al socialismo

Tra gli oratori intervenuti al memorial vi era anche Victor Grossman, noto ai lettori di People’s World come editorialista ed esperto di affari europei e che conobbe Reed personalmente.

Grossman era un giovane operaio di Buffalo, Stato di New York, quando venne precettato per la Guerra di Corea. Trascorse un periodo in Germania, dove apprese che, in quanto attivista di sinistra, sarebbe stato sottoposto ad arresto e incarceramento per via della campagna Maccartista che infuriava in quegli anni tra le forze armate, parallela alla medesima isteria in corso negli Stati Uniti.

Lo condannarono a cinque anni di reclusione e ad una multa di 10.000 dollari per non aver dichiarato la lista delle presunte organizzazioni sovversive di cui aveva fatto parte. E’ una storia complicata, ma riuscì a fuggire dalla base militare e finì per stabilirsi, come Reed, in DDR per vivere e da allora è sempre rimasto in Germania.

L’esperienza di Grossman è abbastanza unica. Egli visse i primi 20 anni della sua vita negli USA sotto il sistema capitalista, quindi i successivi 40 sotto il sistema socialista della DDR, e gli ultimi 27 nuovamente sotto il capitalismo nella Germania unificata.

In questa singolare intervista, ci siamo principalmente interessati al confronto tra la vita quotidiana e pratica di Grossman sotto i due diversi sistemi. “In fabbrica, a Buffalo, eravamo in 1.300 operai” mi dice “e non avevamo bagni o spogliatoi, non avevamo neanche una mensa. Nella DDR invece avevamo tutte queste cose e ci veniva dato un pasto caldo giornaliero che rappresenta in Germania il pasto principale della giornata”.

La differenza più grande, secondo Grossman, stava soprattutto nella sicurezza del lavoro. “A Buffalo, un giorno, di punto in bianco, Fedders licenziò 200 di noi. Così ci ritrovammo senza un lavoro e senza mezzi per vivere. Nella DDR, non avresti mai, dico mai, dovuto temere di essere cacciato in mezzo ad una strada. Se anche un posto di lavoro fosse stato soppresso, il sistema era perfettamente congegnato per farti avere un nuovo lavoro senza dover subire alcuna perdita di salario o di benefici pensionistici o di altro tipo. Non puoi immaginare quanto è bello essere liberi dall’incertezza economica” mi dice.

Ai tempi in cui Grossman frequentava le scuole negli Stati Uniti, le tasse erano molto più basse di adesso. Ciononostante egli afferma che nella DDR le scuole, inclusa la formazione superiore, non solo era eccellente ma anche gratuita.

“Non dovevi preoccuparti di trovare un lavoro per pagare le tasse, e potevi quindi interamente dedicarti allo studio”. Grossman fece così e si laureò alla Karl Marx Stadt University come giornalista. Proseguì quindi con l’insegnamento e scrisse anche dei libri che vennero pubblicati nella DDR.

Ma i maggiori riconoscimenti che Grossman riserva alla DDR riguardano la politica degli alloggi e l’eliminazione della povertà. “Tutti avevano diritto ad una casa”, dice, “gli affitti erano veramente molto bassi e non potevi essere sfrattato. Non si è mai avuto notizia di sfratti, e la DDR era realmente il primo paese al mondo ad aver completamente eliminato la povertà”.

Il socialismo aveva anche i suoi problemi

Tutto questo non significa che non ci fossero dei problemi, da quanto riferisce Grossman, e lui stesso fu una delle voci più critiche nelle interviste del sabato sera.

“Non erano spesso capaci di accettare la critiche pubbliche alla dirigenza” dice. “Potevi però permetterti di criticare il tuo superiore sul posto di lavoro, per come andavano le cose, e potevi criticare ritardi o errori burocratici. In America naturalmente puoi criticare i leader politici ma devi stare molto attento a criticare il tuo superiore o il proprietario dell’azienda per cui lavori”.

Grossman ammette anche l’esistenza della onnipresente Stasi, il servizio di sicurezza di Stato sempre dipinto in Occidente come terribile e pervasiva. “Nel mio palazzo vi erano due agenti della Stasi” dice “e tutti li conoscevano ma nessuno realmente se ne interessava. Se non ti lamentavi in pubblico di Honecker (l’allora Capo di Stato della DDR, nda), non ci venivi mai a contatto. Non entravano nelle vita della maggioranza della popolazione, ma sapevamo che erano lì”.

Grossman non ha commenti positivi per i giornali ufficiali, “Erano pessimi” dice “monotoni e noiosi – ti conciliavano il sonno, e raramente trattavano dei problemi reali, la gente non gli dava credito, anche se spesso raccontavano la verità”.

E naturalmente, dice Grossman, “c’era corruzione come sotto qualsiasi sistema”. Mi racconta che negli ultimi mesi della DDR egli aveva scritto ed era andato ad incontrare il responsabile della sezione di Berlino del partito di governo (Partito Socialista Unitario). Si raccomandò vivamente che il partito organizzasse una campagna per spiegare al popolo i motivi per cui l’allora crescente propaganda capitalista fosse discutibile, e quanto fosse importante individuare giovani oratori che parlassero delle conquiste del socialismo che – come disse testualmente – “dovevano essere preservate”. Grossman mi riferisce dei suoi timori di allora che la leadership del partito non si stesse impegnando abbastanza per gestire la crisi che la stava spazzando via e che non appena cadde il Muro “lo stesso leader del partito di Berlino passò dall’altra parte. Era un traditore”.

Ancora oggi, oltre un quarto di secolo dopo la dissoluzione della DDR, si assiste ad una campagna persistente sia in Germania che in tutto l’Occidente contro quel Paese. Ogni tour ufficiale di Berlino include sempre alcuni punti di informazione contro la DDR.

“Ma perché pensi che accade tutto questo?”, chiedo a Grossman, “perché continuare ad umiliare un Paese ed un governo che sono scomparsi da decenni ormai?

“È semplice”, risponde lui, “per alcuni anni, brevi ma gloriosi, la DDR ha via via realizzato molti degli obiettivi del socialismo. Ha sradicato la povertà. Il socialismo è stato il primo e l’unico sistema sociale nella storia ad aver raggiunto questo risultato. I poteri forti, le classi dominanti, temono queste verità. Non vogliono che i giovani lo sappiano. Non vogliono che la gente sappia che è esistito un altro mondo reale dove non esisteva la paura della disoccupazione, dove la povertà era stata eliminata, dove le donne godevano dell’uguaglianza, il razzismo era illegale, e nessun bambino soffriva la fame. E molti di loro temono il ritorno di una società che ha saputo tracciare una linea di confine, un confine che le varie Krupp, Siemens o Deutsche Bank non potrebbero mai oltrepassare, una frontiera di fronte alla quale il loro potere si arresta”.

Pubblicato su People’s World il 18 settembre 2017, traduzione in italiano per la Città Futura a cura di Zosimo.

HASTA SIEMPRE

 Il 9 ottobre 1967 veniva assassinato uno dei più grandi Rivoluzionari di sempre.

 Il 9 ottobre 1967 Ernesto “Che” Guevara veniva assassinato in Bolivia, nel villaggio di La Higuera. Nonostante la sua tragica scomparsa, il “Che” ha guadagnato l’immortalità incatenando intere generazioni al sogno di costruire un mondo migliore. Oggi, con l’Occidente che si trova di fronte a una crisi di valori senza precedenti, ci sarebbe ancora bisogno di lui, e il suo insegnamento continua a mostrare una luce in fondo al tunnel. Ernesto “Che” Guevara, medico e rivoluzionario, è uno di quei personaggi straordinari che, per per merito personale più che per accidente, accedono all’immortalità. A distanza di oltre quarant’anni dalla sua morte infatti, tutti nel mondo continuano a tenere vivo il ricordo del “Che”, un uomo che con la sua lucida follia rivoluzionaria è riuscito laddove generali, eserciti, partiti e politici hanno fallito. Dotato di una curiosità indomita, Ernesto Guevara rappresenta il rivoluzionario per antonomasia, colui che dopo aver saziato la propria sete di conoscenza decide di mettere in gioco tutto, soprattutto se stesso, per ottenere un fine più grande, cui avrebbe poi dedicato l’intero corso della sua vita. Ernesto Guevara soffriva d’asma, una malattia che però non gli avrebbe impedito di strisciare nella Sierra Maestra accanto a Fidel Castro quando nel 1959 fecero trionfare insieme la Rivoluzione a Cuba. Il “Che” era argentino ma si sentiva legato con il cuore e l’anima a tutto il Sudamerica, continente eternamente oppresso da un vicino ingombrante, gli Stati Uniti. Ernesto però non si sentiva un fratello solamente di tutti i sudamericani, ma di tutti gli oppressi in senso lato, e questo suo grande cuore lo avrebbe portato a prendere il fucile anche in Congo, nell’Africa Nera, per combattere quell’imperialismo contro cui ha combattuto per tutto il corso della sua breve ma indomita vita. Poeta, era un grande appassionato di Pablo Neruda, medico, sportivo e rivoluzionario, il “Che” è stato un personaggio a tutto tondo, cresciuto con i libri di Verne, Salgari e London, appassionato di fotografia e motociclette.Fu proprio a bordo di una motocicletta vecchia e scassata che il Che decise di intraprendere, ancora ragazzo, un viaggio per il Sudamerica assieme al suo vecchio amico, Alberto Granado. Di quei momenti fantastici Ernesto Guevara ci ha lasciato alcuni diari che ancora oggi ci possono sorprendere per la loro fantastica genuinità e per la loro immediatezza. Quando, spensierato, girava in lungo e in largo per il Sudamerica al fine di soddisfare la sua brama di curiosità, tra le righe di suoi ricordi si riesce quasi a toccare con mano la sua voglia di combattere contro le ingiustizie, il suo sentimento di non rassegnarsi alla realtà che ci circonda passivamente. Influenzato dal marxismo, il Che utilizzò i suoi viaggi in motocicletta per comprendere, per conoscere la miseria, la fame, l’oppressione di un continente che amava in modo viscerale, al punto da vederlo non come una somma di diverse nazioni, ma come un’unica realtà. Fu per questo motivo che dopo essersi laureato nel 1953 continuò a viaggiare, questa volta in Perù, Ecuador, Panama, Costa Rica e Guatemala. Fu questa la premessa alla sua grande avventura, quella che affrontò assieme ai fratelli Castro e a Camilo Cienfuegos, un’avventura cominciata una notte a Città del Messico quando, incontrato Fidel Castro, capì che avrebbe dovuto legare il suo destino a quello del rivoluzionario cubano. Inutile ricordare cosa i due sarebbero riusciti a fare, a Cuba, quando sbarcarono con il Granma il 2 dicembre del 1956, rimanendo in 12 dopo essere stati falciati dalle mitragliatrici di Batista.Nel 1959 Ernesto “Che” Guevara il 2 gennaio entrò a L’Avana diventando un vero e proprio eroe della Rivoluzione e guadagnandosi fama imperitura. Ma la sua carriera da rivoluzionario non finì a Cuba. Il “Che” amava troppo la libertà e sentiva dentro di sè un fuoco troppo ardente per lasciarsi alle spalle la lotta e godersi la meritata pace. Anche per questo motivo decise di lasciare Cuba, che tanto lo amava, e andare a combattere altrove per la Rivoluzione. Alla fine morì in Bolivia, dopo aver combattuto anche in Africa, e la sua morte rappresentò una fitta al cuore per milioni di persone in tutto il mondo. Si narra che il “Che” non avesse paura di morire, consapevole che anche la sua morte forse sarebbe servita a rendere immortale il suo pensiero, e così è stato. Oggi, con l’occidente che è alle prese con una delle crisi più problematiche della sua storia, ci sarebbe ancora tanto bisogno del Che e della sua carica rivoluzionaria. Di lui resta l’eterno ricordo, restano le frasi capaci di ispirare e di indicare sempre una strada, anche nelle situazioni più disperate. Ernesto “Che” Guevara era un duro, un duro che non perse mai la tenerezza e fu sempre capace di salutare la vita con un sorriso. Di fronte a lui non siamo che nani sulle spalle di giganti.Daniele Cardetta

Dal 6 all’8 ottobre a Bologna la prima festa del PCI!

Dibattiti su mafia, questioni internazionali, unità della sinistra e la presentazione del Programma del PCI in un’iniziativa alla quale parteciperà il Segretario Nazionale del PCI, Mauro Alboresi.

Ogni sera cucina a prezzi popolari e musica!

E domenica, per la giornata di chiusura, il pranzo di finanziamento a 15€. Per prenotarsi chiamare il 3485134225 o il 3287065565.

1997-2017  Memoria

Vent’anni sono trascorsi dalla scomparsa di Andrea Coveri,  comunista,partigiano,amministratore,cooperatore di grande moralità, soprattutto educatore ed amico di una generazione di giovani.

Uomo di una sinistra che storicamente ha distribuito valori di equità e rispetto umano. Ha lavorato per  una società che sapesse trasmettere i valori della giustizia sociale, solidarietà, dell’onestà e del socialismo. Noi annoveriamo Andrea, al quale abbiamo  titolato la nostra sezione e la “Libera Associazione Comunista” tra quei grandi dirigenti del passato del partito comunista meldolese che ci hanno tramandato delle eredità importanti.

Negli ultimi vent’anni una profonda crisi di riferimento e scissioni ha scosso la sinistra e il partito comunista nato dallo scioglimento del P.C.I. nel 1991 a Rimini, portando alla nascita di nuovi, troppi soggetti politici.

Dal Giugno 2016  siamo impegnati nella ricostruzione del P.C.I. che rappresenta il primo passaggio del processo di riunificazione delle comuniste e dei comunisti in un unico partito  con il  superamento della vasta diaspora comunista italiana.

Sappiamo quanto ardua sia la sfida in un momento storico in cui il verbo ricorrente è: le ideologie sono finite, quasi che le forme del capitalismo monopolista, dell’imperialismo e della globalizzazione selvaggia siano il frutto del volere divino.

Rafforzare l’unità, allargarla ad altri soggetti, riproporre un punto di riferimento politico e culturale al movimento operaio e alle nuove generazioni, ridarvi voce e speranza, a fronte del precipitare della loro condizione, conseguenza delle politiche affermatesi in questi lunghi anni, è tra i compiti che ci prefiggiamo.

Il P.C.I. si ispira ai valori della Costituzione Repubblicana, della Resistenza e dell’Antifascismo, e si richiama al miglior patrimonio politico ed ideologico dell’esperienza storica dei comunisti in Italia, da Gramsci a Berlinguer, ed in particolar modo al pensiero gramsciano e togliattiano, della sinistra di classe italiana e del movimento operaio e comunista italiano e internazionale, alla migliore tradizione marxista-leninista, alle migliori esperienze del socialismo scientifico, alle conquiste dei movimenti per la pace ed antimperialisti, alle lotte ambientaliste, antirazziste, di genere e per i diritti civili.

Perseguiremo una politica di confronto in piena indipendenza ed autonomia con tutte le forze progressiste, di sinistra che operano nel rispetto dei principi e dei valori della Costituzione Repubblicana. Vogliamo, per questa via, rimettere in campo una precisa dimensione ideale ed ideologica, siamo e restiamo per una alternativa di sistema per la prospettiva storica del socialismo.

E’ su questa via che i comunisti meldolesi con orgoglio intendono onorare Andrea e tutti coloro che hanno dedicato la loro vita per una società di pace, giustizia e socialismo.

 

Meldola, giugno 2017

Sezione “Andrea Coveri”

Giornata della Memoria. 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa entrano ad Auschwitz.

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Oggi ricorre il 38° anniversario del vile assassinio del compagno Guido Rossa da parte delle brigate rosse.

Oggi in pochi ne hanno memoria.

Noi comunisti vogliamo semplicemente ricordarlo com’era: un lavoratore, un comunista, un sindacalista, uno strenuo difensore della Costituzione nata dalla Resistenza, un uomo normale amante della vita. Guido Rossa fu e rimane per tutti un esempio di coraggio e di coerenza.

In questa occasione riaffermiamo che noi Comunisti fummo, siamo e saremo sempre contro il terrorismo e lotteremo per la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione. Queste erano e sono condizioni necessarie per la piena e reale affermazione della democrazia nel nostro paese.

Guido Rossa è parte della nostra storia. È di questa storia e di compagni come lui che dobbiamo sempre avere memoria per poter superare qualsiasi ostacolo e costruire un futuro migliore.

24 gennaio 2017

Sezione A.Coveri Meldola

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«LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI» LA PROPOSTA DI NANNI ALLEVA PER L’EMILIA ROMAGNA

                                      

Proposta di legge del consigliere e giurista Giovanni Alleva: «Settimana da 32 ore e azzeriamo i disoccupati»

«Lavorare meno, lavorare tutti»
L’idea del ‘77 che rivive in Emilia

BOLOGNA – Lavorare 35 ore alla settimana. Fausto Bertinotti si agitò tanto, nel 1998, fino a far cadere, sotto i colpi della sua bandiera mai davvero issata su nulla, il governo dell’Ulivo di Romano Prodi: spianando la strada a Massimo D’Alema. In Francia, unico paese europeo, il socialista Lionel Jospin introdusse la norma nel 1997: ma da tempo traballa, non sopravviverà se alle elezioni vinceranno il centro o la destra, gli stessi socialisti di Hollande e Valls non sanno che pesci prendere, hanno guardato al Jobs Act di Renzi. In Emilia- Romagna in compenso c’è qualcuno che vuole ridurre ancora di più l’orario di lavoro: dalle attuali 40 ore a 32, per «assorbire interamente» la disoccupazione. Con contributo economico dell’Ente Regione.

A preparare una legge ad hoc è un giurista dalla lunga storia: Piergiovanni Alleva, consigliere regionale dell’Altra Emilia-Romagna, allievo di Federico Mancini (uno dei padri delle riforme contrattuali targate Psi degli anni 70), come lui già docente di diritto del lavoro ed ex consigliere del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro che Bertinotti nel 2006 voleva presiedere e che il No al referendum del 4 dicembre scorso ha salvato dall’abolizione.

Ed ecco resuscitare il «Lavorare meno, lavorare tutti» di decenni lontani e sognanti. Proprio agli inizi di questo 2017, a 40 anni di distanza dal marzo 1977 dove gli studenti si rivoltarono contro «Bologna rossa di vergogna»: i rivoltosi sono cambiati da tempo, nell’oblio generale; solo qualcuno come Francesco Berardi, Bifo, mantiene ancora slogan antagonisti. Alleva, classe 1943, annuncia di stare ultimando un progetto di legge da presentare in Consiglio regionale per ridurre da cinque a quattro i giorni a chi lavora e coprire gli spazi aperti con nuove assunzioni. «I lavoratori dipendenti sono circa due milioni e i disoccupati circa 160.000, — dice — l’effetto occupazionale della riduzione di orario sarebbe più che doppio della disoccupazione esistente».

Disoccupazione addio, per il consigliere di estrema sinistra, che ricorda le riforme anni 70 da 48 a 40 ore di lavoro, «con nel tempo la creazione di oltre un milione di posti di lavoro ». La semplice riduzione delle ore di in una singola giornata non basta, sostiene: viene «facilmente riassorbita da misure organizzative, intensificazione dei ritmi di lavoro o riduzione delle pause». Quindi «riduzione mirata, consensuale e incentivata», per «un posto di lavoro in più ogni quattro», con «contratti di solidarietà espansivi previsti per lavoratori di imprese non in crisi». È un Jobs Act reinventato. Con la Regione che interviene per compensare almeno la metà del salario perso da chi accetta l’orario ridotto. Sfruttando, dice Alleva, anche i servizi di welfare aziendale.

04 gennaio 2017

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di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI; responsabile dipartimento esteri

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Il Partito Comunista Italiano (PCI) esprime la sua massima e determinata contrarietà, assieme ad una grande preoccupazione, per la decisione assunta in queste ore dal Ministro della Difesa del governo italiano, Roberta Pinotti, di inviare un contingente italiano (tra i 150 e i 200 uomini, le prime notizie) in Lettonia , vicino al confine della Russia. Tale decisione viene, non casualmente, a cadere nel bel mezzo di una crisi, tra USA e RUSSIA, così profonda da non escludere una guerra; una guerra, peraltro, già progettata sul campo e ritenuta per nulla inverosimile dagli USA e dalla NATO e contemplata dalla candidata alla Casa Bianca, Hillary Clinton, e dal suo entourage “democratico”.

La stessa conferenza stampa che il Ministro degli Esteri del governo italiano, Paolo Gentiloni ( conferenza stampa significativamente tenuta assieme al segretario generale della NATO, Stoltenberg), aumenta ancor più le preoccupazioni. Gentiloni, confermando la scelta del Ministero della Difesa di inviare soldati italiani sul fronte lettone e accettando supinamente i voleri della NATO, si è esercitato in una argomentazione tanto surreale quanto inquietante, affermando che “la scelta di inviare soldati italiani  sul fronte lettone non è una politica di aggressione verso Mosca, ma una politica di rassicurazione dei nostri confini come alleanza atlantica”. Concludendo – tra il consenso esplicito di Stoltenberg – “ che le decisioni del governo italiano  non influiscono nella linea di condotta che  l’Italia condivide con la NATO”. E come potrebbero, tali decisioni, influire sulla linea di condotta che l’Italia condivide con la NATO, se queste decisioni sono quelle che la NATO ha imposto al governo Renzi?

La scelta del governo italiano di aderire – inviando propri soldati – al progetto di attacco bellico degli USA e della NATO contro la Russia, prende perniciosamente corpo proprio nel momento in cui si acutizza l’intervento militare di Kiev e di Washington nel Donbass e in Crimea; mentre cresce il progetto USA e NATO di un intervento militare in Siria contro Assad e Mosca e a favore dell’ “esercito siriano della libertà” , esercito filo imperialista,costruito dagli stessi USA per far cadere Assad e che a lungo ha combattuto a fianco del Califfato; e mentre il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli USA, Mark Milley, va affermando chiaramente, in questi giorni e in modo assolutamente sinistro, che “ gli USA difenderanno il loro stile di vita anche a costo di un attacco militare contro la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord”.

L’attacco militare USA e NATO contro la Russia non è, in questo contesto, solo una paura o un allarme del movimento per la pace: esso è un pericolo concreto, poiché insito nella stessa concezione della fase mondiale  che esprime l’imperialismo USA e i suoi maggiori rappresentanti politici, tra i quali la stessa Hillary Clinton, futuro presidente degli Stati Uniti.

Il pericolo di guerra è concreto e vicino: che le forze della pace, della sinistra, della democrazia alzino la testa, prima  che sia troppo tardi!

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                                                              Terrorismo

Il Partito Comunista Italiano esprime piena  solidarietà ai familiari delle vittime del barbaro atto terroristico di Nizza ed esprime piena solidarietà all’ intero popolo francese, che soffre da tempo la prolungata azione del terrore. Esprime altresì totale solidarietà alla Repubblica francese, sanguinosamente colpita proprio nel giorno in cui si celebravano i suoi valori di libertà e democrazia, che il terrorismo punta a destabilizzare ovunque.le vittime e i loro cari, i comunisti non possono dimenticare , proprio perché grandi sono  il dolore e l’allarme per ciò che sta accadendo nel mondo ed è accaduto a Nizza in queste ore, le responsabilità storiche, immense, di quelle forze imperialiste, USA e NATO in testa, che in questi anni, attraverso le loro feroci guerre, hanno  distrutto l’ Iraq, la Libia, la Siria, distruggendo e destabilizzando un’ intera area del mondo, sostenendo l’isis e creando le basi oggettive e materiali per l’attuale violenza generale, lo stesso terrorismo e i grandi processi migratori che oggi caratterizzano tragicamente la fase.

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di Mauro Alboresi, segretario nazionale del PCI

L’uccisione a Fermo di Emmanuel, 36 anni, nigeriano, immigrato nel nostro paese con la moglie per sfuggire ai terroristi di Boko Haram, è al centro dell’attenzione dei numerosi organi di stampa e di informazione ed interroga la nostra società.

Al di la della responsabilità penale in capo a chi si è macchiato, dimostrando tutta la sua subcultura, la propria pochezza, di tale crimine, non vi è dubbio che  quanto successo dice molto delle pulsioni xenofobe che hanno investito il nostro Paese, di un clima manifestamente razzista  sempre più evidente, marcato.

Di ciò portano la maggiore responsabilità quelle forze politiche che da troppo tempo fanno della diversità, di colui che proviene da altri paesi, da altre culture, che professa altre religioni, un facile bersaglio al fine di acquisire consensi tra un’opinione pubblica disorientata, impaurita, soprattutto a fronte di una crisi economica, ma tanto vi è di etico e di morale, della quale non riesce a cogliere caratteristiche e responsabilità, ad individuare una possibile soluzione.

Posizioni politiche, quelle espresse, che alimentano la guerra tra poveri per nascondere ciò che accade, il perché accade e conseguentemente di chi sono le responsabilità.

Ciò che è accaduto dice di un clima di violenza crescente, di atti di sopraffazione sempre più espliciti, ostentati,della regressione della nostra società, dei suoi valori fondanti.

A ciò occorre ribellarsi, non ci si deve rassegnare.

Alla solidarietà nei confronti della moglie di Emmanuel,  alla quale giustamente è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico, della sua famiglia, alla richiesta della massima severità nei confronti di chi  si è reso colpevole di tale crimine, occorre unire l’impegno ad una battaglia culturale, sociale, politica tesa ad impedire il clima alla base della deriva in atto.

Occorre rilanciare l’idea dell’uguaglianza di ogni essere umano, la scelta di operare per dare risposta ai suoi bisogni, considerare l’immigrazione non come il problema, ma come la manifestazione del problema rappresentato dall’iniquità del modello economico e sociale imperante, per la cui alternativa noi comunisti ci sentiamo impegnati.

luglio 2016

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Parte il PCI 2.0

 

pci

di Dennis Vincent Klapwijk, Coordinamento Naz.le Provvisorio FGCI

E’ iniziata. La fase congressuale è finalmente iniziata. I documenti sono pronti, le tesi congressuali anche, e stanno girando per le federazioni, le mailing list, le chat e in tutta la rete. Le assemblee provinciali e regionali stanno mettendosi in moto. E alla fine di questo percorso, il 24-25-26 Giugno ci sarà la triade di giornate in cui (ri)nascerà il Partito Comunista Italiano. Un PCI 2.0 .

E’ strano ed entusiasmante al tempo stesso: il Partito Comunista Italiano, per chi come me è nato poco prima o poco dopo eventi come la Bolognina, il crollo del Muro di Berlino, il crollo dell’URSS, è un qualcosa di “mitico”. Un Partito conosciuto come il più grande Partito Comunista dell’occidente, ma solo sui libri di storia. Non abbiamo avuto la possibilità di viverlo, di preparare le grandi feste dell’Unità, di vendere il giornale la domenica, di andare nelle sezioni territoriali che venivano aperte anche in microscopici paesini delle montagne da pochi compagni, di vedere la storica sede di Botteghe Oscure. Non abbiamo avuto la possibilità di provare sulla pelle il senso di appartenenza e di fratellanza, quel senso particolare che solo la parola “Compagni” può descrivere, vissuto all’interno di quella struttura. Né abbiamo vissuto le discussioni, forti e sempre presenti, in momenti delicati come durante il referendum sul divorzio o sull’ipotesi di compromesso storico con la DC. Quei momenti erano forse lo specchio migliore del PCI: la discussione veniva fatta all’interno, e le influenze erano obbligatoriamente reciproche tra soggetti, militanti o dirigenti che fossero. Con momenti “goliardici”, come leggendari spumanti stappati nelle sezioni dopo il “fallimento” dell’idea di compromesso storico nel 1980. Eppure per la mia generazione questi sono racconti, non ricordi. Per carità, descritti benissimo, con le scintille negli occhi, da parte di chi li ha vissuti. Ma sono racconti, appunto quasi mitici, di un tempo passato.

Il “mito” del Partito Comunista Italiano in molti giovani permane,e ne è prova anche solo il dato di vendita delle bandiere PCI che sono state vendute dal banchetto del partito al concertone del primo maggio a Roma, dato che ha avuto come riscontro reale un’impossibilità di glissare, da parte di testate mediatiche nazionali, sulla presenza delle bandiere stesse tra il pubblico. In poche parole: erano troppo numerose per non essere viste a più riprese.

Ma cosa ha il PCI, quel simbolo, quella storia, di così “magico” per molti giovani ancora oggi ? Perché entusiasma ?

Chiariamo una cosa: dietro quel simbolo e quella storia ci sono anche delle ombre. Molti soggetti che hanno distrutto non solo il PCI, ma anche la sovranità nazionale, lo statuto dei lavoratori, si preparano a distruggere la Costituzione etc etc vengono dal PCI stesso. Erano membri del partito, ne hanno occupato i posti chiave sfasciandone completamente la struttura, finendo per ricoprire ruoli nella politica nazionale contemporanea che ha aperto a sua volta il passaggio a figure come il nostro premier attuale, con le sue politiche antilavorative e spudoratamente di classe (dominante).

Ma da cosa nasce il PCI ? Nasce dalle lotte operaie e contadine di inizio Novecento. Nasce dalla spinta della Rivoluzione Bolscevica del 1917, nasce dalla clandestinità antifascista, nasce dalla Resistenza durante la guerra. Nasce da una storia di lotta, quella che lo porta ad essere il più grande partito comunista dell’occidente. Questa è la sua matrice, non quella dei soggetti, perché di soggettività tra loro complici si tratta, che lo hanno distrutto.

Ho sentito spesso dire negli ultimi tempi che la bandiera del PCI è un semplice feticcio, che il PCI è morto e non può tornare, e che è ridicolo anche solo pensarlo. Oggi la politica è al 90% derisione di chi non la pensa come te, sintomo questo dell’insicurezza esistenziale dell’uomo moderno, per cui la critica volta a deridere è degna d’attenzione tanto quanto i mozziconi di sigaretta abbandonati per terra. Ma, tralasciando gli aspetti psico-sociologici e rispondendo nel merito politico, i critici si dimenticano una cosa, sempre e comunque, che è peculiare dei comunisti: la capacità di sognare. Vladimir Lenin sognava un mondo più giusto, come Mao, Gramsci, Fidel Castro, Ernesto Guevara, Hugo Chavez. Solo chi ha la capacità di sognare può plasmare la realtà. Il PCI, e per PCI si intende il suo corpo vivo, i suoi iscritti e militanti, sognavano il cambiamento della società italiana. E hanno ottenuto dei cambiamenti grandiosi, oggi purtroppo presi di mira da parte del potere. I giovani sono i sognatori per eccellenza ed è logico che un soggetto che ha rappresentato per anni la realizzazione pratica del sogno politico di uguaglianza, giustizia e libertà sia desiderato e voluto dagli stessi.

E’ ovvio: non tutti i giovani la pensano così, anzi, nell’epoca del pensiero debole e del ragionevole, la maggioranza casca completamente nel “ragionevole ragionamento” secondo il quale “se non lavori non mangi”, altro che sognare. Tradotto: diritti, politica, salute sono robe da viziati, il giovane maturo moderno sa che lavorare come uno schiavo è la cosa giusta, ubriacarsi per avere una sbronza epica da raccontare è il modo migliore di essere alternativo e lamentarsi per come va la vita, senza agire in prima persona per cambiarla, è la normalità quotidiana.

Esistono poi i “rabbiosi”, ragazzi che hanno anche coscienza politica e capacità di sognare, ma troppa rabbia dentro da espellere, tendenzialmente facendo più danno a sé stessi che al sistema che vorrebbero abbattere.

Ma esistono anche i giovani sognatori, appassionati ed interessati. E’ da loro che sta venendo l’adesione giovanile al costituendo PCI 2.0 ed è da loro che dobbiamo partire per trovare lo slancio, l’entusiasmo e la conferma che ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Faccio l’ennesima precisazione (che al giorno d’oggi gli articoli sono spesso letti più per fare le pulci che per la lettura fine a sé stessa): no, ovviamente non tutti i giovani sognatori stanno arrivando a frotte a chiedere l’iscrizione, sta anche a noi raggiungerli tutti, coinvolgerli, dar loro un faro da seguire per il cambiamento.

Già l’esserci “ribellati” alla strada imposta più di vent’anni fa, ovvero lo scioglimento del PCI, dimostra che chi sogna ha in mano il proprio destino. Questo non si traduce in una strada tutta in discesa, anzi, ma è la dimostrazione di come chi sogna abbia una capacità in più rispetto a chi ha perso questa caratteristica. La capacità di “cambiare la storia”. Perché ricreare un partito che tutti credevano e molti volevano morto è andare contro la linea imposta da chi si erge a demiurgo della Storia. Mi si conceda questo passaggio autoglorificante: da troppi anni ormai la nostra area politica vive più di autocritiche, mosse perlopiù da ex appartenenti all’area stessa, delusi dalla politica e ormai apparentemente incapaci di sognare. Questo percorso di ricostruzione del PCI agli stessi delusi si rivolge, invitandoli a riabbracciare l’ottimismo. Una delusione amorosa non è per forza sinonimo di eterna solitudine ed astrazione da qualsivoglia esperienza di coppia. Una delusione politica non deve essere per forza sinonimo di astrazione e/o negazione assoluta dell’attivismo politico.

Andiamo avanti, andiamo lontano. Riappropriamoci di quel simbolo e di quella  identità che ha sublimato per anni la volontà di emancipazione delle masse, coscienti che oggi è più difficile, non diventeremo in tempi brevi una grande formazione politica, ma lotteremo per esserlo, giorno per giorno, mattoncino su mattoncino per diventarlo un domani. Nessuno di noi fa politica per la propria faccia o per la propria poltrona (quale ? ), ma per passione. Per questo attiriamo i giovani entusiasti, per questo dobbiamo continuare su questa strada. Per realizzare i nostri sogni.

“Siamo un esercito di sognatori. E’ per questo che siamo invincibili”

E. Guevara de la Serna

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L’Unità: gravi, faziose e censorie le accuse all’ANPI e al suo Presidente Smuraglia

 

di Alessandro Fontanesi, segretario PCdI Reggio Emilia

Non paghi di aver ridotto il giornale di Antonio Gramsci a carta straccia, ora dalle pagine de l’Unità del 1° aprile, a firma di Fabrizio Rondolino, gli pseudo “democratici” si permettono di attaccare l’Anpi e il suo presidente partigiano Smuraglia perché non è e non sono d’accordo con le improvvide modifiche alla Costituzione, combinate ad una legge elettorale ancor peggiore della legge Acerbo di Mussolini. Il tentativo di zittire l’Anpi ed il suo presidente partigiano è un fatto grave, molto grave, specie se diretto dalle pagine del giornale fondato da Antonio Gramsci e che in tutta la sua storia, specie nell’ultima molto travagliata, mai si era visto. Delegittimare l’Anpi e il suo presidente partigiano con dichiarazioni del tipo “Insomma, ad un esame non vogliamo dire di diritto costituzionale, ma di educazione civica alla scuola media, Smuraglia sarebbe sonoramente bocciato. Ma questo è un problema suo. Gli chiediamo però, sommessamente, di non trascinare con sé la memoria e i valori della Resistenza“, evidenziano in pieno la natura squadrista di questo governo e di un partito a cui di democratico è rimasto forse nemmeno il nome. Un governo e un partito, il Pd, che dimostrano ogni giorno che passa di essere allergici ad ogni sorta di dissenso (col coraggio di farsi ancora meraviglia di Berlusconi), persino se il dissenso viene ed a ragione dalla storia della Resistenza del nostro Paese quale è oggi l’Anpi.  Dichiarazioni faziose, censorie e fuorvianti, perché la posizione assunta dall’Anpi sulla Costituzione  è sempre stata molto chiara, anche quando faceva comodo per dare addosso ai governi di destra e lo è ancora oggi in particolare sulle riforme peggiorative della natura democratica della Costituzione che da qualche tempo sono mal sopportate, specie da chi crede che l’Anpi debba essere una sorta di “stampella” del governo e del partito di Renzi. Ma una cosa è il confronto delle idee anche se diverse e soprattutto il rispetto di quelle altrui anche se non piacciono, ma con un limite invalicabile che non può cadere, o scadere come in questo caso, nelle offese di un giornalista evidentemente legittimato a farlo, verso un uomo come Smuraglia di specchiata moralità, un partigiano che parla a ragion veduta, perché quella Costituzione che ora si vuole snaturare al punto di demolirla, è il frutto della stagione della Resistenza di cui Smuraglia è stato protagonista e di cui oggi l’Anpi è legittima erede. Ed il tentativo denigratorio è ancor più grave perché diretto, di fatto, anche nei confronti della Resistenza stessa e che il giornalista Rondolino non solo dimostra di non conoscere, addirittura con l’aggravante tentativo di darne lezione ai suoi interpreti.

Al presidente partigiano Smuraglia e all’Anpi va tutta la solidarietà dei comunisti per questo volgare ed ignobile attacco, volto a delegittimare ancora una volta la Resistenza, i partigiani e la Costituzione.

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Buon Primo Maggio a chi vive del proprio lavoro

maggio

di Giorgio Langella

Oggi dovrebbe essere un giorno di festa ma le nuvole si addensano metaforicamente e non solo.
Ci dicono che gli occupati aumentano. Decine di migliaia (90.000) solo nel mese di marzo. I dati ISTAT lo confermano ma se facciamo riferimento ai due mesi precedenti notiamo come questo “straordinario” aumento che, secondo la propaganda di regime, dimostrerebbe il “successo” del jobs act diventi null’altro che una stabilizzazione di una situazione drammatica. Infatti se a marzo gli occupati sono stimati in 22.577.883 unità, a gennaio erano 22.575.292 e gli inattivi sono stimati a marzo in 13.951.037 unità, erano a gennaio 13.930.730. Non solo, i lavoratori occupati permanenti sono stimati a marzo in 14.801.200 unità e i lavoratori a termine in 2.342.221 unità mentre a gennaio erano rispettivamente 14.853.557 e 2.323.380; dati che, evidentemente, contraddicono gli strepitosi “effetti del jobs act” che Renzi e soci millantano sbandierando i dati ISTAT di marzo diffusi (guarda caso) alla vigilia del Primo Maggio.

Ma non è finita, solo qualche giorno fa EUROSTAT diffondeva i dati, relativi al 2015, sull’occupazione nei paesi europei. Ebbene, l’Italia delle “straordinarie” riforme renziane si colloca agli ultimi posti, con un tasso di occupazione (popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni) del 60,5% (la media europea è del 70,1%).

E, se si guardano altri dati (ma basterebbe frequentare i luoghi di lavoro, le fabbriche e gli uffici), si può vedere come la produzione sia stagnante e spess in calo. Del resto, in assenza di qualsiasi politica per lo sviluppo, questa situazione, che non si può che definire disastrosa, è nella logica delle cose. Forse i mediocri personaggi che governano il paese essendo abituati a non lavorare (lo hanno mai fatto in vita loro?) credono che facendo propaganda si possano risolvere le cose?

Intanto al 30 aprile 2016 i morti per infortunio nei luoghi di lavoro sono 191 e diventano oltre 400 considerando le morti sulle strade e in itinere e tutti i lavoratori, anche quelli non assicurati da INAIL.

Ma, secondo il governo va tutto bene, anzi “meglio”.

Un’ultima cosa. In Francia il governo di quel paese ha proposto una “riforma” del lavoro molto simile al “jobs act” renziano. Ebbene, c’è stata la rivolta dei lavoratori e degli studenti. Enormi manifestazioni e scioperi. Una lotta che sta facendo recedere il governo dalle sue intenzioni di colpire i diritti dei lavoratori. In Italia stravolgono la Costituzione, cancellano i diritti conquistati in decenni di lotte, ma tutto passa senza problemi. Viviamo in un paese rassegnato, abituato a subire, avvolto da un torpore mortale.

Manca una forza politica che possa e sappia contrastare lo scempio che sta avvenendo nel nostro paese. Un’organizzazione che riesca a far crescere la coscienza che chi vive del proprio lavoro appartiene a una stessa comunità (a una classe, si sarebbe detto tempo fa) e che può, unito, conquistare mete oggi impensabili. Manca, in Italia, la forza del Partito Comunista Italiano. Proviamo a ricostruirlo.

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