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ARCHIVIO HOME PAGINA N° 2

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Elezioni Regionali in Sicilia, il PCI: ricostruire una forte

opposizione sociale politica

di Segreteria regionale PCI – Sicilia 

Le elezioni regionali siciliane sono un altro, allarmante, segnale della crisi italiana. Il malgoverno crocettiano ha spalancato le porte al ritorno al governo della regione della peggiore destra e al voto di protesta al Movimento cinque stelle. Una campagna elettorale in cui il dibattito sui problemi veri della Sicilia non ha avuto alcun posto e ha registrato l’assenza dalla consultazione della maggioranza dei cittadini e delle cittadine.

Assai presenti invece sono stati potenti fattori d’inquinamento del voto, come emerge ancora in queste ore. Fattori d’inquinamento che hanno operato a vantaggio della destra ma anche di candidati delle liste a sostegno del PD.

 

Si registra così una vera e propria questione democratica che s’intreccia con la gravissima crisi sociale di cui sono responsabili le politiche dei governi regionali e nazionali. In questo quadro confermiamo il nostro giudizio negativo sull’operazione politica che ha portato alla costruzione della lista “Cento passi” attorno alla candidatura di Claudio Fava.

Non solo il risultato è largamente inferiore alle previsioni accreditate ma le caratteristiche delle iniziative elettorali confermano che si è trattata di un’operazione completamente egemonizzata dal MDP e funzionale alla ricostruzione di un’area di centrosinistra che, in nessun modo, può rappresentare un’alternativa allo stato di cose esistenti. Il PCI sottolinea con forza la necessità di ricostruire, a partire dalla manifestazione nazionale del 11 novembre, una forte opposizione sociale politica e rilancia la sua iniziativa rivolta a unire tutte le forze comuniste e anticapitalistiche.

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Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917

di Alexander Höbel, Segreteria Nazionale PCI, responsabile Cultura e Formazione

A un secolo esatto dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella svolta storica conserva tutta la sua forza simbolica e politica. A lungo si è cercato di disinnescarla, soprattutto dopo la crisi del campo socialista e la fine dell’Urss. La rimozione e la demonizzazione sono state le principali strategie messe in atto per tentare di cancellare lo straordinario messaggio emancipatorio proveniente dall’Ottobre e di ridurre quest’ultimo al colpo di mano di una minoranza coesa ma sostanzialmente estranea, sovrapposta al concreto divenire storico. E invece la forza dell’Ottobre sta proprio nell’incontro tra una dinamica sociale e storica che, col massacro imperialista della Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’autocrazia zarista, era giunta in Russia a un certo grado di maturazione e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che colse tutte le potenzialità di tale contesto, e della formidabile spinta politica verso il superamento della barbarie e l’emancipazione degli oppressi che esso stava producendo.

Lo ricorderà Victor Serge, descrivendo la profonda sintonia, la vera e propria fusione tra Partito e masse, che si verificò nelle settimane precedenti l’Ottobre:

 

Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. […] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese […] è la loro coscienza, la loro organizzazione. […]

L’avanzata delle masse verso la rivoluzione si traduce così in un grande fatto politico: i bolscevichi, piccola minoranza rivoluzionaria in marzo, in settembre diventano il partito di maggioranza. Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. […] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica […] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica[1].

Come era stato possibile un così alto grado di sintonia tra masse e organizzazione politica? È una questione di carattere storico, ma ricca di implicazioni anche per l’oggi, nel momento in cui al contrario si registra il massimo dello scollamento tra questi due fattori. A me pare che le basi di questa fusione stiano nel lavoro che i bolscevichi avevano portato avanti negli anni precedenti, e nella giusta impostazione che a tale lavoro era stata data da Lenin, a partire dal suo preziosissimo Che fare? Qui egli aveva polemizzato con lo spontaneismo e l’economicismo, due facce della stessa medaglia, che, svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione politica, di fatto condannano il proletariato a rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il riflusso o la caduta sotto l’egemonia borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è la spinta spontanea delle masse […] tanto più aumenta […] il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e propaganda” che deve indurre il militante rivoluzionario a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della propria classe, portando in ciascuna lotta il respiro di una visione politica e di un’analisi generale; un militante che deve essere un “tribuno popolare” ma non un demagogo, e che parte dai singoli confitti per elevare il livello di coscienza e favorire la costruzione del Partito; un partito di quadri, ma a forte e netta vocazione di massa[2]. Il “piano tattico” dei bolscevichi, proseguiva Lenin, era dunque “la negazione dell’appello immediato all’assalto ed esprime l’esigenza di un ‘assedio regolare della fortezza nemica’ […] l’accentramento di tutti gli sforzi per raccogliere, organizzare e mobilitare un esercito permanente”[3]. Sono frasi che ricordano Gramsci, e la sua elaborazione su guerra di posizione e guerra manovrata; e anche questo ci conferma quanto avesse ragione il rivoluzionario sardo ad attribuire innanzitutto a Lenin il “concetto e [il] fatto” dell’egemonia[4].

Il modello di partito delineato nel Che fare? È dunque l’esatto contrario di quella caricatura del partito leninista che spesso viene propagandata: non un partito-setta dei “pochi ma buoni” e ben determinati, che nella clandestinità prepara il colpo di mano, ma un partito che impara a lavorare tra le masse, a farsene interprete, e che grazie a questa capacità acquisita sul campo, in seguito ad anni di lavoro politico e alla sua intensificazione a partire dal febbraio 1917, riesce a conquistarne la fiducia e a diventarne la guida. Qui la lezione per l’oggi è evidente.

L’Ottobre fu quindi per certi versi un banco di prova decisivo per quello sviluppo del pensiero marxista che va sotto il nome di leninismo. Il fatto che Lenin e i bolscevichi avessero “l’abilità di riconoscere ciò che le masse volevano”[5], la sintonia tra quel gruppo dirigente e gli operai, i contadini e i soldati mobilitatisi, furono il frutto di un lungo lavoro di organizzazione e di un’adeguata strategia politica. Benché infatti i bolscevichi tendessero a vedersi come i giacobini del XX secolo e sebbene nel processo rivoluzionario non sia mancata la necessità di surrogare con una forte e accentrata direzione politica una serie di pesanti limiti oggettivi e soggettivi (dal diffuso analfabetismo alla mancanza di una forte tradizione organizzativa del movimento operaio russo), la parte a mio parere più autentica del pensiero di Lenin sta proprio nella precisa indicazione di superare questi limiti, abbattere questi ostacoli, attraverso l’opera di educazione politica che egli affida al Partito. La politica – in particolare quella proletaria – è per il leader bolscevico sempre un fatto di massa; essa anzi “comincia laddove ci sono milioni di uomini”[6]. Come osserva Michele Prospero, nel 1917 furono “le elezioni dei Soviet nelle grandi città conquistate alla causa bolscevica […] la diserzione dei soldati” a dare all’insurrezione un profondo senso politico, a convincere Lenin che il momento era arrivato[7].

La stessa attenzione alla dimensione di massa dell’azione politica è dedicata dal grande rivoluzionario russo anche nell’analisi dei problemi che sorgono dopo la presa del potere, allorché inizia il tentativo dei bolscevichi di costruire uno Stato e un’economia nuovi; un apparato statale che non fosse composto da politici e funzionari di professione – oggi si direbbe, di tecnici –, ma fosse invece un apparato di massa, radicato e diffuso. Scrive Lenin nel 1918: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta anche nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza […] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”[8]. “Combattere sino in fondo il burocratismo – aggiunge un anno dopo – […] si può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla gestione. Nelle repubbliche borghesi […] la legge stessa lo impedisce. […] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma […] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura […]. Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro programma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli organi del governo per i lavoratori […]. Dinanzi a noi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione”[9].

In questo processo Lenin attribuisce grande importanza anche al sindacato come “cinghia di trasmissione” fra il partito e i lavoratori, in grado di recepire e trasmettere gli orientamenti delle masse e di essere al tempo stesso una “scuola di comunismo” e una “scuola di amministrazione dell’industria socialista”[10]. Una funzione, quindi, importantissima.

Questa priorità attribuita alla dimensione di massa della politica sarà alla base della crescita del movimento comunista in altri paesi durante il XX secolo, in particolare nei contesti in cui di tale lezione si saprà fare tesoro, dalla stagione dei Fronti popolari al ruolo di avanguardia nella lotta antifascista, dal “partito nuovo” togliattiano alla rivoluzione cinese, e in generale alla funzione esercitata dai comunisti nei movimenti di liberazione nazionale e nel processo di decolonizzazione.

È così che la Rivoluzione d’Ottobre ha potuto estendere la sua influenza su tutto il “secolo breve”, stimolando e provocando trasformazioni radicali, che hanno riguardato anche l’Occidente capitalistico, con la nascita del Welfare State e lo sviluppo della democrazia rappresentativa.

Ed è proprio questa dimensione, questa capacità di fare una politica di massa, uno dei lasciti più preziosi di quella straordinaria esperienza, che va ancora studiata e approfondita, ma soprattutto richiede ai comunisti una rinnovata capacità di acquisirne e applicarne gli insegnamenti.

La vita tra socialismo e capitalismo in Germania : storie di ex ‘Ossies’

Riprendiamo dalla Città futura e pubblichiamo un articolo di John Wojcik del 7.10.2017

La gioventù vissuta durante il socialismo della DDR vs il capitalismo della Germania contemporanea: testimonianze di vita di cittadini tedeschi a confronto a distanza di quasi 30 anni dalla caduta del muro di Berlino.

Al Babylon Theater di Berlino, lo scorso 16 settembre, una folla si è radunata per il memorial annuale dedicato a Dean Reed, americano ribelle, rockstar e regista, che divenne celebre per essersi rifugiato, nel 1972, inGermania Est (la Repubblica Democratica Tedesca, o DDR). I partecipanti erano tra i più accesi fans di Reed, che ne annoverò a migliaia in Germania Est, dove morì nel 1986.

 

Giovani ventenni al tempo della caduta del muro di Berlino, cresciuti e formatisi nell’era socialista della DDR e che, dopo la dissoluzione di quel Paese, hanno trascorso il successivo quarto di secolo vivendo sotto il capitalismo in una Germania molto diversa. Abbastanza grandi da ricordare la vita che fu nella DDR, si trovano quindi nella perfetta condizione di poter paragonare i due sistemi sociali. Al memorial di Dean Reed, ho avuto l’opportunità di intervistare alcuni di loro.

Questi ex-cittadini della DDR, definiti oggi “Ossies”, un diminutivo della parola tedesca che sta per “Est”, raccontano alcuni fatti che non appaiono sorprendenti, ma altri che invece risultano completamente inaspettati.

“Non ero interessata alla politica”

Heike Zastrow, che aveva 20 anni quando il Muro crollò, nel 1989, è tutta presa dall’ affettare delle torte offerte agli ospiti durante l’intervallo dello spettacolo, quando la avvicino per intervistarla.

“Io non ero affatto interessata alla politica e non amavo i discorsi politici dei leader”, mi dice, “non sopportavo il fatto di non poter viaggiare, di non poter andare dove volevo”. Alla chiusura della frontiera attorno a Berlino Ovest, situata proprio al centro della Germania Est, agli inizi degli anni ’60, la maggior parte dei cittadini della DDR in età pensionistica non poté viaggiare liberamente a Ovest. Alcuni permessi venivano concessi per varie ragioni, ma non era la regola. “Ma devo dire”, continua la Zastrow, “che conducevamo una vita molto bella nella DDR, ho ricevuto un’ottima educazione in quegli anni”.

Le ho chiesto di spiegarmi meglio.“Non dovevamo preoccuparci di avere un posto dove vivere né un’occupazione lavorativa, tanto meno rischiavamo di essere sfrattati. Non avevamo neanche la preoccupazione o la paura di non avere il necessario per vivere e godevamo anche di tante occasioni per la cultura ed il tempo libero a costi bassi o nulli”. Mi racconta inoltre che: “si tentava sempre non soltanto di garantirti un posto di lavoro ma che questo fosse il più adatto alle tue caratteristiche e, laddove possibile, quello che ti piacesse di più”.

Heike Zastrow mi spiega inoltre che non le piacevano gli aspetti tecnici della sua formazione scolastica, nonostante le permisero di sviluppare competenze e conoscenze che sarebbero poi risultati piuttosto utili. “Io amo gli animali”, dice, “e aspiravo tanto ad una professione che mi portasse a lavorare con loro”. Mi spiega quindi che “c’era bisogno di tutto in DDR, di gente che sapesse fare di tutto e si sono quindi impegnati a farmi avere un lavoro che mi piacesse, un posto in una grande fattoria collettiva di prodotti caseari dove ho trascorso un così bel periodo della mia vita lavorando con oltre 300 mucche”.

Purtroppo, continua a raccontare la donna, la ristrutturazione economica seguita allo scioglimento della DDR e all’annessione alla Germania Ovest, causò lo smantellamento di numerose occupazioni nell’industria e in agricoltura. Lei riuscì a trovare infine un posto come ispettrice dei controlli di qualità nell’attuale Germania capitalista, in una centrale elettrica a carbone. “Avrei preferito naturalmente continuare a lavorare con gli animali come facevo nella DDR” mi dice “ma sono stata in grado di ottenere un buon posto di lavoro grazie alla solida formazione e pratica che avevo ricevuto nella DDR”.

“Non ho mai desiderato la fine del socialismo”

Un’altra ex-cittadina della DDR che ho intervistato mi ha raccontato una storia piuttosto diversa. Quando si trasferì nella DDR aveva soltanto 3 mesi e sin da quel momento è stata una cittadina tedesca. “Non conosco nessun altro paese” mi dice.

Anche lei elogia il sistema educativo gratuito della DDR, dicendo che l’ha formata e preparata molto bene nel campo della stampa e dell’editoria, che lei scelse. In giovane età iniziò a lavorare nella redazione del “Neues Deutchland”, uno dei principali quotidiani della DDR, occupandosi di design grafico e tipografia, dove poi rimase.

Tuttavia lei è critica su alcuni aspetti della vita durante la DDR. Una delle critiche è rivolta alla scuola, che, sebbene fosse molto ben attrezzata per fornire competenze e conoscenze, non lo era altrettanto nel prendersi cura di bambini e ragazzi con particolari problemi.

Mi riferisce di aver sofferto da bambina di alcuni problemi comportamentali, e nelle scuole che frequentava l’enfasi era invece posta sulla conformità piuttosto che sulla ricerca delle soluzioni: “E’ stata dura superare quel periodo e sarebbe andata molto meglio se avessi ottenuto un maggiore supporto dalla scuola”, mi dice.

L’intervistata passa poi ad un’altra critica: “C’era troppa burocrazia, troppe complicazioni su questioni che avrebbero potuto essere gestire in maniera molto più semplice. E non mi piacevano i funzionari pubblici, alcuni di loro erano incompetenti, altri corrotti”.

Nessuna di queste perplessità, comunque, sembra averla fatta disamorare verso l’idea del socialismo.

“Vorrei enfatizzare il fatto che, mentre molti di noi avrebbero voluto che alcune di queste piccole cose potessero cambiare, io non avrei mai voluto che l’esperienza socialista terminasse. Volevo soltanto alcuni cambiamenti, ma non ciò che poi è realmente accaduto, non quello”.

Le ho chiesto di spiegarsi meglio: “Come puoi vedere io non sono di carnagione chiara, né bionda come molti tedeschi”, dice, “lo so che i ‘bastardi’ si trovano in ogni sistema. C’erano persone con sentimenti razzisti anche nella DDR. Ma le manifestazioni di razzismo erano illegali allora. Se eri razzista lo dovevi nascondere. Non potevi uscire per strada ed attaccare qualcuno per la sua razza, per il colore della sua pelle o per la sua fede”.

Mi spiega ancora che: “A Kreuzberg, [un sobborgo di Berlino che si trovava ad Ovest quando la città fu divisa, nda] mio figlio di 12 anni è stato aggredito da neo-nazisti, giovani che manifestano ed agiscono seguendo l’ideologia nazista che gli è stata trasmessa dai loro genitori. Egli non ha avuto danni fisici ma questi episodi causano seri traumi psicologici in un bambino. Questo non sarebbe mai accaduto nella DDR”.

Mi racconta di essere andata al Reed memorial perché ai tempi della DDR era una sua grande ammiratrice. “Lui andò in giro per il mondo a promuovere la ribellione contro l’ingiustizia e per la pace. Volevo essere qui oggi per cantare un brano di lotta dell’America Latina, un posto dove Reed trascorse alcuni anni della sua vita”.

Sulle elezioni in arrivo in Germania, come molti altri tedeschi, ha timore a dichiarare la sua preferenza. Dice di non essere ancora sicura di voler andare a votare. “Sarà comunque per qualcuno impegnato per il socialismo. Ti dico di più, io aspiro ad un vero socialismo democratico”, mi confida. “Lo so, lo sento che è possibile. Abbiamo avuto un socialismo imperfetto ma io sono convinta che possiamo fare meglio la prossima volta”.

Dal capitalismo al socialismo

Tra gli oratori intervenuti al memorial vi era anche Victor Grossman, noto ai lettori di People’s World come editorialista ed esperto di affari europei e che conobbe Reed personalmente.

Grossman era un giovane operaio di Buffalo, Stato di New York, quando venne precettato per la Guerra di Corea. Trascorse un periodo in Germania, dove apprese che, in quanto attivista di sinistra, sarebbe stato sottoposto ad arresto e incarceramento per via della campagna Maccartista che infuriava in quegli anni tra le forze armate, parallela alla medesima isteria in corso negli Stati Uniti.

Lo condannarono a cinque anni di reclusione e ad una multa di 10.000 dollari per non aver dichiarato la lista delle presunte organizzazioni sovversive di cui aveva fatto parte. E’ una storia complicata, ma riuscì a fuggire dalla base militare e finì per stabilirsi, come Reed, in DDR per vivere e da allora è sempre rimasto in Germania.

L’esperienza di Grossman è abbastanza unica. Egli visse i primi 20 anni della sua vita negli USA sotto il sistema capitalista, quindi i successivi 40 sotto il sistema socialista della DDR, e gli ultimi 27 nuovamente sotto il capitalismo nella Germania unificata.

In questa singolare intervista, ci siamo principalmente interessati al confronto tra la vita quotidiana e pratica di Grossman sotto i due diversi sistemi. “In fabbrica, a Buffalo, eravamo in 1.300 operai” mi dice “e non avevamo bagni o spogliatoi, non avevamo neanche una mensa. Nella DDR invece avevamo tutte queste cose e ci veniva dato un pasto caldo giornaliero che rappresenta in Germania il pasto principale della giornata”.

La differenza più grande, secondo Grossman, stava soprattutto nella sicurezza del lavoro. “A Buffalo, un giorno, di punto in bianco, Fedders licenziò 200 di noi. Così ci ritrovammo senza un lavoro e senza mezzi per vivere. Nella DDR, non avresti mai, dico mai, dovuto temere di essere cacciato in mezzo ad una strada. Se anche un posto di lavoro fosse stato soppresso, il sistema era perfettamente congegnato per farti avere un nuovo lavoro senza dover subire alcuna perdita di salario o di benefici pensionistici o di altro tipo. Non puoi immaginare quanto è bello essere liberi dall’incertezza economica” mi dice.

Ai tempi in cui Grossman frequentava le scuole negli Stati Uniti, le tasse erano molto più basse di adesso. Ciononostante egli afferma che nella DDR le scuole, inclusa la formazione superiore, non solo era eccellente ma anche gratuita.

“Non dovevi preoccuparti di trovare un lavoro per pagare le tasse, e potevi quindi interamente dedicarti allo studio”. Grossman fece così e si laureò alla Karl Marx Stadt University come giornalista. Proseguì quindi con l’insegnamento e scrisse anche dei libri che vennero pubblicati nella DDR.

Ma i maggiori riconoscimenti che Grossman riserva alla DDR riguardano la politica degli alloggi e l’eliminazione della povertà. “Tutti avevano diritto ad una casa”, dice, “gli affitti erano veramente molto bassi e non potevi essere sfrattato. Non si è mai avuto notizia di sfratti, e la DDR era realmente il primo paese al mondo ad aver completamente eliminato la povertà”.

Il socialismo aveva anche i suoi problemi

Tutto questo non significa che non ci fossero dei problemi, da quanto riferisce Grossman, e lui stesso fu una delle voci più critiche nelle interviste del sabato sera.

“Non erano spesso capaci di accettare la critiche pubbliche alla dirigenza” dice. “Potevi però permetterti di criticare il tuo superiore sul posto di lavoro, per come andavano le cose, e potevi criticare ritardi o errori burocratici. In America naturalmente puoi criticare i leader politici ma devi stare molto attento a criticare il tuo superiore o il proprietario dell’azienda per cui lavori”.

Grossman ammette anche l’esistenza della onnipresente Stasi, il servizio di sicurezza di Stato sempre dipinto in Occidente come terribile e pervasiva. “Nel mio palazzo vi erano due agenti della Stasi” dice “e tutti li conoscevano ma nessuno realmente se ne interessava. Se non ti lamentavi in pubblico di Honecker (l’allora Capo di Stato della DDR, nda), non ci venivi mai a contatto. Non entravano nelle vita della maggioranza della popolazione, ma sapevamo che erano lì”.

Grossman non ha commenti positivi per i giornali ufficiali, “Erano pessimi” dice “monotoni e noiosi – ti conciliavano il sonno, e raramente trattavano dei problemi reali, la gente non gli dava credito, anche se spesso raccontavano la verità”.

E naturalmente, dice Grossman, “c’era corruzione come sotto qualsiasi sistema”. Mi racconta che negli ultimi mesi della DDR egli aveva scritto ed era andato ad incontrare il responsabile della sezione di Berlino del partito di governo (Partito Socialista Unitario). Si raccomandò vivamente che il partito organizzasse una campagna per spiegare al popolo i motivi per cui l’allora crescente propaganda capitalista fosse discutibile, e quanto fosse importante individuare giovani oratori che parlassero delle conquiste del socialismo che – come disse testualmente – “dovevano essere preservate”. Grossman mi riferisce dei suoi timori di allora che la leadership del partito non si stesse impegnando abbastanza per gestire la crisi che la stava spazzando via e che non appena cadde il Muro “lo stesso leader del partito di Berlino passò dall’altra parte. Era un traditore”.

Ancora oggi, oltre un quarto di secolo dopo la dissoluzione della DDR, si assiste ad una campagna persistente sia in Germania che in tutto l’Occidente contro quel Paese. Ogni tour ufficiale di Berlino include sempre alcuni punti di informazione contro la DDR.

“Ma perché pensi che accade tutto questo?”, chiedo a Grossman, “perché continuare ad umiliare un Paese ed un governo che sono scomparsi da decenni ormai?

“È semplice”, risponde lui, “per alcuni anni, brevi ma gloriosi, la DDR ha via via realizzato molti degli obiettivi del socialismo. Ha sradicato la povertà. Il socialismo è stato il primo e l’unico sistema sociale nella storia ad aver raggiunto questo risultato. I poteri forti, le classi dominanti, temono queste verità. Non vogliono che i giovani lo sappiano. Non vogliono che la gente sappia che è esistito un altro mondo reale dove non esisteva la paura della disoccupazione, dove la povertà era stata eliminata, dove le donne godevano dell’uguaglianza, il razzismo era illegale, e nessun bambino soffriva la fame. E molti di loro temono il ritorno di una società che ha saputo tracciare una linea di confine, un confine che le varie Krupp, Siemens o Deutsche Bank non potrebbero mai oltrepassare, una frontiera di fronte alla quale il loro potere si arresta”.

Pubblicato su People’s World il 18 settembre 2017, traduzione in italiano per la Città Futura a cura di Zosimo.

HASTA SIEMPRE

 Il 9 ottobre 1967 veniva assassinato uno dei più grandi Rivoluzionari di sempre.

 Il 9 ottobre 1967 Ernesto “Che” Guevara veniva assassinato in Bolivia, nel villaggio di La Higuera. Nonostante la sua tragica scomparsa, il “Che” ha guadagnato l’immortalità incatenando intere generazioni al sogno di costruire un mondo migliore. Oggi, con l’Occidente che si trova di fronte a una crisi di valori senza precedenti, ci sarebbe ancora bisogno di lui, e il suo insegnamento continua a mostrare una luce in fondo al tunnel. Ernesto “Che” Guevara, medico e rivoluzionario, è uno di quei personaggi straordinari che, per per merito personale più che per accidente, accedono all’immortalità. A distanza di oltre quarant’anni dalla sua morte infatti, tutti nel mondo continuano a tenere vivo il ricordo del “Che”, un uomo che con la sua lucida follia rivoluzionaria è riuscito laddove generali, eserciti, partiti e politici hanno fallito. Dotato di una curiosità indomita, Ernesto Guevara rappresenta il rivoluzionario per antonomasia, colui che dopo aver saziato la propria sete di conoscenza decide di mettere in gioco tutto, soprattutto se stesso, per ottenere un fine più grande, cui avrebbe poi dedicato l’intero corso della sua vita. Ernesto Guevara soffriva d’asma, una malattia che però non gli avrebbe impedito di strisciare nella Sierra Maestra accanto a Fidel Castro quando nel 1959 fecero trionfare insieme la Rivoluzione a Cuba. Il “Che” era argentino ma si sentiva legato con il cuore e l’anima a tutto il Sudamerica, continente eternamente oppresso da un vicino ingombrante, gli Stati Uniti. Ernesto però non si sentiva un fratello solamente di tutti i sudamericani, ma di tutti gli oppressi in senso lato, e questo suo grande cuore lo avrebbe portato a prendere il fucile anche in Congo, nell’Africa Nera, per combattere quell’imperialismo contro cui ha combattuto per tutto il corso della sua breve ma indomita vita. Poeta, era un grande appassionato di Pablo Neruda, medico, sportivo e rivoluzionario, il “Che” è stato un personaggio a tutto tondo, cresciuto con i libri di Verne, Salgari e London, appassionato di fotografia e motociclette.Fu proprio a bordo di una motocicletta vecchia e scassata che il Che decise di intraprendere, ancora ragazzo, un viaggio per il Sudamerica assieme al suo vecchio amico, Alberto Granado. Di quei momenti fantastici Ernesto Guevara ci ha lasciato alcuni diari che ancora oggi ci possono sorprendere per la loro fantastica genuinità e per la loro immediatezza. Quando, spensierato, girava in lungo e in largo per il Sudamerica al fine di soddisfare la sua brama di curiosità, tra le righe di suoi ricordi si riesce quasi a toccare con mano la sua voglia di combattere contro le ingiustizie, il suo sentimento di non rassegnarsi alla realtà che ci circonda passivamente. Influenzato dal marxismo, il Che utilizzò i suoi viaggi in motocicletta per comprendere, per conoscere la miseria, la fame, l’oppressione di un continente che amava in modo viscerale, al punto da vederlo non come una somma di diverse nazioni, ma come un’unica realtà. Fu per questo motivo che dopo essersi laureato nel 1953 continuò a viaggiare, questa volta in Perù, Ecuador, Panama, Costa Rica e Guatemala. Fu questa la premessa alla sua grande avventura, quella che affrontò assieme ai fratelli Castro e a Camilo Cienfuegos, un’avventura cominciata una notte a Città del Messico quando, incontrato Fidel Castro, capì che avrebbe dovuto legare il suo destino a quello del rivoluzionario cubano. Inutile ricordare cosa i due sarebbero riusciti a fare, a Cuba, quando sbarcarono con il Granma il 2 dicembre del 1956, rimanendo in 12 dopo essere stati falciati dalle mitragliatrici di Batista.Nel 1959 Ernesto “Che” Guevara il 2 gennaio entrò a L’Avana diventando un vero e proprio eroe della Rivoluzione e guadagnandosi fama imperitura. Ma la sua carriera da rivoluzionario non finì a Cuba. Il “Che” amava troppo la libertà e sentiva dentro di sè un fuoco troppo ardente per lasciarsi alle spalle la lotta e godersi la meritata pace. Anche per questo motivo decise di lasciare Cuba, che tanto lo amava, e andare a combattere altrove per la Rivoluzione. Alla fine morì in Bolivia, dopo aver combattuto anche in Africa, e la sua morte rappresentò una fitta al cuore per milioni di persone in tutto il mondo. Si narra che il “Che” non avesse paura di morire, consapevole che anche la sua morte forse sarebbe servita a rendere immortale il suo pensiero, e così è stato. Oggi, con l’occidente che è alle prese con una delle crisi più problematiche della sua storia, ci sarebbe ancora tanto bisogno del Che e della sua carica rivoluzionaria. Di lui resta l’eterno ricordo, restano le frasi capaci di ispirare e di indicare sempre una strada, anche nelle situazioni più disperate. Ernesto “Che” Guevara era un duro, un duro che non perse mai la tenerezza e fu sempre capace di salutare la vita con un sorriso. Di fronte a lui non siamo che nani sulle spalle di giganti.Daniele Cardetta

Dal 6 all’8 ottobre a Bologna la prima festa del PCI!

Dibattiti su mafia, questioni internazionali, unità della sinistra e la presentazione del Programma del PCI in un’iniziativa alla quale parteciperà il Segretario Nazionale del PCI, Mauro Alboresi.

Ogni sera cucina a prezzi popolari e musica!

E domenica, per la giornata di chiusura, il pranzo di finanziamento a 15€. Per prenotarsi chiamare il 3485134225 o il 3287065565.

1997-2017  Memoria

Vent’anni sono trascorsi dalla scomparsa di Andrea Coveri,  comunista,partigiano,amministratore,cooperatore di grande moralità, soprattutto educatore ed amico di una generazione di giovani.

Uomo di una sinistra che storicamente ha distribuito valori di equità e rispetto umano. Ha lavorato per  una società che sapesse trasmettere i valori della giustizia sociale, solidarietà, dell’onestà e del socialismo. Noi annoveriamo Andrea, al quale abbiamo  titolato la nostra sezione e la “Libera Associazione Comunista” tra quei grandi dirigenti del passato del partito comunista meldolese che ci hanno tramandato delle eredità importanti.

Negli ultimi vent’anni una profonda crisi di riferimento e scissioni ha scosso la sinistra e il partito comunista nato dallo scioglimento del P.C.I. nel 1991 a Rimini, portando alla nascita di nuovi, troppi soggetti politici.

Dal Giugno 2016  siamo impegnati nella ricostruzione del P.C.I. che rappresenta il primo passaggio del processo di riunificazione delle comuniste e dei comunisti in un unico partito  con il  superamento della vasta diaspora comunista italiana.

Sappiamo quanto ardua sia la sfida in un momento storico in cui il verbo ricorrente è: le ideologie sono finite, quasi che le forme del capitalismo monopolista, dell’imperialismo e della globalizzazione selvaggia siano il frutto del volere divino.

Rafforzare l’unità, allargarla ad altri soggetti, riproporre un punto di riferimento politico e culturale al movimento operaio e alle nuove generazioni, ridarvi voce e speranza, a fronte del precipitare della loro condizione, conseguenza delle politiche affermatesi in questi lunghi anni, è tra i compiti che ci prefiggiamo.

Il P.C.I. si ispira ai valori della Costituzione Repubblicana, della Resistenza e dell’Antifascismo, e si richiama al miglior patrimonio politico ed ideologico dell’esperienza storica dei comunisti in Italia, da Gramsci a Berlinguer, ed in particolar modo al pensiero gramsciano e togliattiano, della sinistra di classe italiana e del movimento operaio e comunista italiano e internazionale, alla migliore tradizione marxista-leninista, alle migliori esperienze del socialismo scientifico, alle conquiste dei movimenti per la pace ed antimperialisti, alle lotte ambientaliste, antirazziste, di genere e per i diritti civili.

Perseguiremo una politica di confronto in piena indipendenza ed autonomia con tutte le forze progressiste, di sinistra che operano nel rispetto dei principi e dei valori della Costituzione Repubblicana. Vogliamo, per questa via, rimettere in campo una precisa dimensione ideale ed ideologica, siamo e restiamo per una alternativa di sistema per la prospettiva storica del socialismo.

E’ su questa via che i comunisti meldolesi con orgoglio intendono onorare Andrea e tutti coloro che hanno dedicato la loro vita per una società di pace, giustizia e socialismo.

 

Meldola, giugno 2017

Sezione “Andrea Coveri”

Giornata della Memoria. 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa entrano ad Auschwitz.

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Oggi ricorre il 38° anniversario del vile assassinio del compagno Guido Rossa da parte delle brigate rosse.

Oggi in pochi ne hanno memoria.

Noi comunisti vogliamo semplicemente ricordarlo com’era: un lavoratore, un comunista, un sindacalista, uno strenuo difensore della Costituzione nata dalla Resistenza, un uomo normale amante della vita. Guido Rossa fu e rimane per tutti un esempio di coraggio e di coerenza.

In questa occasione riaffermiamo che noi Comunisti fummo, siamo e saremo sempre contro il terrorismo e lotteremo per la difesa e l’attuazione della nostra Costituzione. Queste erano e sono condizioni necessarie per la piena e reale affermazione della democrazia nel nostro paese.

Guido Rossa è parte della nostra storia. È di questa storia e di compagni come lui che dobbiamo sempre avere memoria per poter superare qualsiasi ostacolo e costruire un futuro migliore.

24 gennaio 2017

Sezione A.Coveri Meldola

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«LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI» LA PROPOSTA DI NANNI ALLEVA PER L’EMILIA ROMAGNA

                                      

Proposta di legge del consigliere e giurista Giovanni Alleva: «Settimana da 32 ore e azzeriamo i disoccupati»

«Lavorare meno, lavorare tutti»
L’idea del ‘77 che rivive in Emilia

BOLOGNA – Lavorare 35 ore alla settimana. Fausto Bertinotti si agitò tanto, nel 1998, fino a far cadere, sotto i colpi della sua bandiera mai davvero issata su nulla, il governo dell’Ulivo di Romano Prodi: spianando la strada a Massimo D’Alema. In Francia, unico paese europeo, il socialista Lionel Jospin introdusse la norma nel 1997: ma da tempo traballa, non sopravviverà se alle elezioni vinceranno il centro o la destra, gli stessi socialisti di Hollande e Valls non sanno che pesci prendere, hanno guardato al Jobs Act di Renzi. In Emilia- Romagna in compenso c’è qualcuno che vuole ridurre ancora di più l’orario di lavoro: dalle attuali 40 ore a 32, per «assorbire interamente» la disoccupazione. Con contributo economico dell’Ente Regione.

A preparare una legge ad hoc è un giurista dalla lunga storia: Piergiovanni Alleva, consigliere regionale dell’Altra Emilia-Romagna, allievo di Federico Mancini (uno dei padri delle riforme contrattuali targate Psi degli anni 70), come lui già docente di diritto del lavoro ed ex consigliere del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro che Bertinotti nel 2006 voleva presiedere e che il No al referendum del 4 dicembre scorso ha salvato dall’abolizione.

Ed ecco resuscitare il «Lavorare meno, lavorare tutti» di decenni lontani e sognanti. Proprio agli inizi di questo 2017, a 40 anni di distanza dal marzo 1977 dove gli studenti si rivoltarono contro «Bologna rossa di vergogna»: i rivoltosi sono cambiati da tempo, nell’oblio generale; solo qualcuno come Francesco Berardi, Bifo, mantiene ancora slogan antagonisti. Alleva, classe 1943, annuncia di stare ultimando un progetto di legge da presentare in Consiglio regionale per ridurre da cinque a quattro i giorni a chi lavora e coprire gli spazi aperti con nuove assunzioni. «I lavoratori dipendenti sono circa due milioni e i disoccupati circa 160.000, — dice — l’effetto occupazionale della riduzione di orario sarebbe più che doppio della disoccupazione esistente».

Disoccupazione addio, per il consigliere di estrema sinistra, che ricorda le riforme anni 70 da 48 a 40 ore di lavoro, «con nel tempo la creazione di oltre un milione di posti di lavoro ». La semplice riduzione delle ore di in una singola giornata non basta, sostiene: viene «facilmente riassorbita da misure organizzative, intensificazione dei ritmi di lavoro o riduzione delle pause». Quindi «riduzione mirata, consensuale e incentivata», per «un posto di lavoro in più ogni quattro», con «contratti di solidarietà espansivi previsti per lavoratori di imprese non in crisi». È un Jobs Act reinventato. Con la Regione che interviene per compensare almeno la metà del salario perso da chi accetta l’orario ridotto. Sfruttando, dice Alleva, anche i servizi di welfare aziendale.

04 gennaio 2017

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di Fosco Giannini, segreteria nazionale PCI; responsabile dipartimento esteri

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Il Partito Comunista Italiano (PCI) esprime la sua massima e determinata contrarietà, assieme ad una grande preoccupazione, per la decisione assunta in queste ore dal Ministro della Difesa del governo italiano, Roberta Pinotti, di inviare un contingente italiano (tra i 150 e i 200 uomini, le prime notizie) in Lettonia , vicino al confine della Russia. Tale decisione viene, non casualmente, a cadere nel bel mezzo di una crisi, tra USA e RUSSIA, così profonda da non escludere una guerra; una guerra, peraltro, già progettata sul campo e ritenuta per nulla inverosimile dagli USA e dalla NATO e contemplata dalla candidata alla Casa Bianca, Hillary Clinton, e dal suo entourage “democratico”.

La stessa conferenza stampa che il Ministro degli Esteri del governo italiano, Paolo Gentiloni ( conferenza stampa significativamente tenuta assieme al segretario generale della NATO, Stoltenberg), aumenta ancor più le preoccupazioni. Gentiloni, confermando la scelta del Ministero della Difesa di inviare soldati italiani sul fronte lettone e accettando supinamente i voleri della NATO, si è esercitato in una argomentazione tanto surreale quanto inquietante, affermando che “la scelta di inviare soldati italiani  sul fronte lettone non è una politica di aggressione verso Mosca, ma una politica di rassicurazione dei nostri confini come alleanza atlantica”. Concludendo – tra il consenso esplicito di Stoltenberg – “ che le decisioni del governo italiano  non influiscono nella linea di condotta che  l’Italia condivide con la NATO”. E come potrebbero, tali decisioni, influire sulla linea di condotta che l’Italia condivide con la NATO, se queste decisioni sono quelle che la NATO ha imposto al governo Renzi?

La scelta del governo italiano di aderire – inviando propri soldati – al progetto di attacco bellico degli USA e della NATO contro la Russia, prende perniciosamente corpo proprio nel momento in cui si acutizza l’intervento militare di Kiev e di Washington nel Donbass e in Crimea; mentre cresce il progetto USA e NATO di un intervento militare in Siria contro Assad e Mosca e a favore dell’ “esercito siriano della libertà” , esercito filo imperialista,costruito dagli stessi USA per far cadere Assad e che a lungo ha combattuto a fianco del Califfato; e mentre il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito degli USA, Mark Milley, va affermando chiaramente, in questi giorni e in modo assolutamente sinistro, che “ gli USA difenderanno il loro stile di vita anche a costo di un attacco militare contro la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord”.

L’attacco militare USA e NATO contro la Russia non è, in questo contesto, solo una paura o un allarme del movimento per la pace: esso è un pericolo concreto, poiché insito nella stessa concezione della fase mondiale  che esprime l’imperialismo USA e i suoi maggiori rappresentanti politici, tra i quali la stessa Hillary Clinton, futuro presidente degli Stati Uniti.

Il pericolo di guerra è concreto e vicino: che le forze della pace, della sinistra, della democrazia alzino la testa, prima  che sia troppo tardi!

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                                                              Terrorismo

Il Partito Comunista Italiano esprime piena  solidarietà ai familiari delle vittime del barbaro atto terroristico di Nizza ed esprime piena solidarietà all’ intero popolo francese, che soffre da tempo la prolungata azione del terrore. Esprime altresì totale solidarietà alla Repubblica francese, sanguinosamente colpita proprio nel giorno in cui si celebravano i suoi valori di libertà e democrazia, che il terrorismo punta a destabilizzare ovunque.le vittime e i loro cari, i comunisti non possono dimenticare , proprio perché grandi sono  il dolore e l’allarme per ciò che sta accadendo nel mondo ed è accaduto a Nizza in queste ore, le responsabilità storiche, immense, di quelle forze imperialiste, USA e NATO in testa, che in questi anni, attraverso le loro feroci guerre, hanno  distrutto l’ Iraq, la Libia, la Siria, distruggendo e destabilizzando un’ intera area del mondo, sostenendo l’isis e creando le basi oggettive e materiali per l’attuale violenza generale, lo stesso terrorismo e i grandi processi migratori che oggi caratterizzano tragicamente la fase.

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di Mauro Alboresi, segretario nazionale del PCI

L’uccisione a Fermo di Emmanuel, 36 anni, nigeriano, immigrato nel nostro paese con la moglie per sfuggire ai terroristi di Boko Haram, è al centro dell’attenzione dei numerosi organi di stampa e di informazione ed interroga la nostra società.

Al di la della responsabilità penale in capo a chi si è macchiato, dimostrando tutta la sua subcultura, la propria pochezza, di tale crimine, non vi è dubbio che  quanto successo dice molto delle pulsioni xenofobe che hanno investito il nostro Paese, di un clima manifestamente razzista  sempre più evidente, marcato.

Di ciò portano la maggiore responsabilità quelle forze politiche che da troppo tempo fanno della diversità, di colui che proviene da altri paesi, da altre culture, che professa altre religioni, un facile bersaglio al fine di acquisire consensi tra un’opinione pubblica disorientata, impaurita, soprattutto a fronte di una crisi economica, ma tanto vi è di etico e di morale, della quale non riesce a cogliere caratteristiche e responsabilità, ad individuare una possibile soluzione.

Posizioni politiche, quelle espresse, che alimentano la guerra tra poveri per nascondere ciò che accade, il perché accade e conseguentemente di chi sono le responsabilità.

Ciò che è accaduto dice di un clima di violenza crescente, di atti di sopraffazione sempre più espliciti, ostentati,della regressione della nostra società, dei suoi valori fondanti.

A ciò occorre ribellarsi, non ci si deve rassegnare.

Alla solidarietà nei confronti della moglie di Emmanuel,  alla quale giustamente è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico, della sua famiglia, alla richiesta della massima severità nei confronti di chi  si è reso colpevole di tale crimine, occorre unire l’impegno ad una battaglia culturale, sociale, politica tesa ad impedire il clima alla base della deriva in atto.

Occorre rilanciare l’idea dell’uguaglianza di ogni essere umano, la scelta di operare per dare risposta ai suoi bisogni, considerare l’immigrazione non come il problema, ma come la manifestazione del problema rappresentato dall’iniquità del modello economico e sociale imperante, per la cui alternativa noi comunisti ci sentiamo impegnati.

luglio 2016

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Parte il PCI 2.0

 

pci

di Dennis Vincent Klapwijk, Coordinamento Naz.le Provvisorio FGCI

E’ iniziata. La fase congressuale è finalmente iniziata. I documenti sono pronti, le tesi congressuali anche, e stanno girando per le federazioni, le mailing list, le chat e in tutta la rete. Le assemblee provinciali e regionali stanno mettendosi in moto. E alla fine di questo percorso, il 24-25-26 Giugno ci sarà la triade di giornate in cui (ri)nascerà il Partito Comunista Italiano. Un PCI 2.0 .

E’ strano ed entusiasmante al tempo stesso: il Partito Comunista Italiano, per chi come me è nato poco prima o poco dopo eventi come la Bolognina, il crollo del Muro di Berlino, il crollo dell’URSS, è un qualcosa di “mitico”. Un Partito conosciuto come il più grande Partito Comunista dell’occidente, ma solo sui libri di storia. Non abbiamo avuto la possibilità di viverlo, di preparare le grandi feste dell’Unità, di vendere il giornale la domenica, di andare nelle sezioni territoriali che venivano aperte anche in microscopici paesini delle montagne da pochi compagni, di vedere la storica sede di Botteghe Oscure. Non abbiamo avuto la possibilità di provare sulla pelle il senso di appartenenza e di fratellanza, quel senso particolare che solo la parola “Compagni” può descrivere, vissuto all’interno di quella struttura. Né abbiamo vissuto le discussioni, forti e sempre presenti, in momenti delicati come durante il referendum sul divorzio o sull’ipotesi di compromesso storico con la DC. Quei momenti erano forse lo specchio migliore del PCI: la discussione veniva fatta all’interno, e le influenze erano obbligatoriamente reciproche tra soggetti, militanti o dirigenti che fossero. Con momenti “goliardici”, come leggendari spumanti stappati nelle sezioni dopo il “fallimento” dell’idea di compromesso storico nel 1980. Eppure per la mia generazione questi sono racconti, non ricordi. Per carità, descritti benissimo, con le scintille negli occhi, da parte di chi li ha vissuti. Ma sono racconti, appunto quasi mitici, di un tempo passato.

Il “mito” del Partito Comunista Italiano in molti giovani permane,e ne è prova anche solo il dato di vendita delle bandiere PCI che sono state vendute dal banchetto del partito al concertone del primo maggio a Roma, dato che ha avuto come riscontro reale un’impossibilità di glissare, da parte di testate mediatiche nazionali, sulla presenza delle bandiere stesse tra il pubblico. In poche parole: erano troppo numerose per non essere viste a più riprese.

Ma cosa ha il PCI, quel simbolo, quella storia, di così “magico” per molti giovani ancora oggi ? Perché entusiasma ?

Chiariamo una cosa: dietro quel simbolo e quella storia ci sono anche delle ombre. Molti soggetti che hanno distrutto non solo il PCI, ma anche la sovranità nazionale, lo statuto dei lavoratori, si preparano a distruggere la Costituzione etc etc vengono dal PCI stesso. Erano membri del partito, ne hanno occupato i posti chiave sfasciandone completamente la struttura, finendo per ricoprire ruoli nella politica nazionale contemporanea che ha aperto a sua volta il passaggio a figure come il nostro premier attuale, con le sue politiche antilavorative e spudoratamente di classe (dominante).

Ma da cosa nasce il PCI ? Nasce dalle lotte operaie e contadine di inizio Novecento. Nasce dalla spinta della Rivoluzione Bolscevica del 1917, nasce dalla clandestinità antifascista, nasce dalla Resistenza durante la guerra. Nasce da una storia di lotta, quella che lo porta ad essere il più grande partito comunista dell’occidente. Questa è la sua matrice, non quella dei soggetti, perché di soggettività tra loro complici si tratta, che lo hanno distrutto.

Ho sentito spesso dire negli ultimi tempi che la bandiera del PCI è un semplice feticcio, che il PCI è morto e non può tornare, e che è ridicolo anche solo pensarlo. Oggi la politica è al 90% derisione di chi non la pensa come te, sintomo questo dell’insicurezza esistenziale dell’uomo moderno, per cui la critica volta a deridere è degna d’attenzione tanto quanto i mozziconi di sigaretta abbandonati per terra. Ma, tralasciando gli aspetti psico-sociologici e rispondendo nel merito politico, i critici si dimenticano una cosa, sempre e comunque, che è peculiare dei comunisti: la capacità di sognare. Vladimir Lenin sognava un mondo più giusto, come Mao, Gramsci, Fidel Castro, Ernesto Guevara, Hugo Chavez. Solo chi ha la capacità di sognare può plasmare la realtà. Il PCI, e per PCI si intende il suo corpo vivo, i suoi iscritti e militanti, sognavano il cambiamento della società italiana. E hanno ottenuto dei cambiamenti grandiosi, oggi purtroppo presi di mira da parte del potere. I giovani sono i sognatori per eccellenza ed è logico che un soggetto che ha rappresentato per anni la realizzazione pratica del sogno politico di uguaglianza, giustizia e libertà sia desiderato e voluto dagli stessi.

E’ ovvio: non tutti i giovani la pensano così, anzi, nell’epoca del pensiero debole e del ragionevole, la maggioranza casca completamente nel “ragionevole ragionamento” secondo il quale “se non lavori non mangi”, altro che sognare. Tradotto: diritti, politica, salute sono robe da viziati, il giovane maturo moderno sa che lavorare come uno schiavo è la cosa giusta, ubriacarsi per avere una sbronza epica da raccontare è il modo migliore di essere alternativo e lamentarsi per come va la vita, senza agire in prima persona per cambiarla, è la normalità quotidiana.

Esistono poi i “rabbiosi”, ragazzi che hanno anche coscienza politica e capacità di sognare, ma troppa rabbia dentro da espellere, tendenzialmente facendo più danno a sé stessi che al sistema che vorrebbero abbattere.

Ma esistono anche i giovani sognatori, appassionati ed interessati. E’ da loro che sta venendo l’adesione giovanile al costituendo PCI 2.0 ed è da loro che dobbiamo partire per trovare lo slancio, l’entusiasmo e la conferma che ci stiamo muovendo nella giusta direzione. Faccio l’ennesima precisazione (che al giorno d’oggi gli articoli sono spesso letti più per fare le pulci che per la lettura fine a sé stessa): no, ovviamente non tutti i giovani sognatori stanno arrivando a frotte a chiedere l’iscrizione, sta anche a noi raggiungerli tutti, coinvolgerli, dar loro un faro da seguire per il cambiamento.

Già l’esserci “ribellati” alla strada imposta più di vent’anni fa, ovvero lo scioglimento del PCI, dimostra che chi sogna ha in mano il proprio destino. Questo non si traduce in una strada tutta in discesa, anzi, ma è la dimostrazione di come chi sogna abbia una capacità in più rispetto a chi ha perso questa caratteristica. La capacità di “cambiare la storia”. Perché ricreare un partito che tutti credevano e molti volevano morto è andare contro la linea imposta da chi si erge a demiurgo della Storia. Mi si conceda questo passaggio autoglorificante: da troppi anni ormai la nostra area politica vive più di autocritiche, mosse perlopiù da ex appartenenti all’area stessa, delusi dalla politica e ormai apparentemente incapaci di sognare. Questo percorso di ricostruzione del PCI agli stessi delusi si rivolge, invitandoli a riabbracciare l’ottimismo. Una delusione amorosa non è per forza sinonimo di eterna solitudine ed astrazione da qualsivoglia esperienza di coppia. Una delusione politica non deve essere per forza sinonimo di astrazione e/o negazione assoluta dell’attivismo politico.

Andiamo avanti, andiamo lontano. Riappropriamoci di quel simbolo e di quella  identità che ha sublimato per anni la volontà di emancipazione delle masse, coscienti che oggi è più difficile, non diventeremo in tempi brevi una grande formazione politica, ma lotteremo per esserlo, giorno per giorno, mattoncino su mattoncino per diventarlo un domani. Nessuno di noi fa politica per la propria faccia o per la propria poltrona (quale ? ), ma per passione. Per questo attiriamo i giovani entusiasti, per questo dobbiamo continuare su questa strada. Per realizzare i nostri sogni.

“Siamo un esercito di sognatori. E’ per questo che siamo invincibili”

E. Guevara de la Serna

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L’Unità: gravi, faziose e censorie le accuse all’ANPI e al suo Presidente Smuraglia

 

di Alessandro Fontanesi, segretario PCdI Reggio Emilia

Non paghi di aver ridotto il giornale di Antonio Gramsci a carta straccia, ora dalle pagine de l’Unità del 1° aprile, a firma di Fabrizio Rondolino, gli pseudo “democratici” si permettono di attaccare l’Anpi e il suo presidente partigiano Smuraglia perché non è e non sono d’accordo con le improvvide modifiche alla Costituzione, combinate ad una legge elettorale ancor peggiore della legge Acerbo di Mussolini. Il tentativo di zittire l’Anpi ed il suo presidente partigiano è un fatto grave, molto grave, specie se diretto dalle pagine del giornale fondato da Antonio Gramsci e che in tutta la sua storia, specie nell’ultima molto travagliata, mai si era visto. Delegittimare l’Anpi e il suo presidente partigiano con dichiarazioni del tipo “Insomma, ad un esame non vogliamo dire di diritto costituzionale, ma di educazione civica alla scuola media, Smuraglia sarebbe sonoramente bocciato. Ma questo è un problema suo. Gli chiediamo però, sommessamente, di non trascinare con sé la memoria e i valori della Resistenza“, evidenziano in pieno la natura squadrista di questo governo e di un partito a cui di democratico è rimasto forse nemmeno il nome. Un governo e un partito, il Pd, che dimostrano ogni giorno che passa di essere allergici ad ogni sorta di dissenso (col coraggio di farsi ancora meraviglia di Berlusconi), persino se il dissenso viene ed a ragione dalla storia della Resistenza del nostro Paese quale è oggi l’Anpi.  Dichiarazioni faziose, censorie e fuorvianti, perché la posizione assunta dall’Anpi sulla Costituzione  è sempre stata molto chiara, anche quando faceva comodo per dare addosso ai governi di destra e lo è ancora oggi in particolare sulle riforme peggiorative della natura democratica della Costituzione che da qualche tempo sono mal sopportate, specie da chi crede che l’Anpi debba essere una sorta di “stampella” del governo e del partito di Renzi. Ma una cosa è il confronto delle idee anche se diverse e soprattutto il rispetto di quelle altrui anche se non piacciono, ma con un limite invalicabile che non può cadere, o scadere come in questo caso, nelle offese di un giornalista evidentemente legittimato a farlo, verso un uomo come Smuraglia di specchiata moralità, un partigiano che parla a ragion veduta, perché quella Costituzione che ora si vuole snaturare al punto di demolirla, è il frutto della stagione della Resistenza di cui Smuraglia è stato protagonista e di cui oggi l’Anpi è legittima erede. Ed il tentativo denigratorio è ancor più grave perché diretto, di fatto, anche nei confronti della Resistenza stessa e che il giornalista Rondolino non solo dimostra di non conoscere, addirittura con l’aggravante tentativo di darne lezione ai suoi interpreti.

Al presidente partigiano Smuraglia e all’Anpi va tutta la solidarietà dei comunisti per questo volgare ed ignobile attacco, volto a delegittimare ancora una volta la Resistenza, i partigiani e la Costituzione.

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Buon Primo Maggio a chi vive del proprio lavoro

maggio

di Giorgio Langella

Oggi dovrebbe essere un giorno di festa ma le nuvole si addensano metaforicamente e non solo.
Ci dicono che gli occupati aumentano. Decine di migliaia (90.000) solo nel mese di marzo. I dati ISTAT lo confermano ma se facciamo riferimento ai due mesi precedenti notiamo come questo “straordinario” aumento che, secondo la propaganda di regime, dimostrerebbe il “successo” del jobs act diventi null’altro che una stabilizzazione di una situazione drammatica. Infatti se a marzo gli occupati sono stimati in 22.577.883 unità, a gennaio erano 22.575.292 e gli inattivi sono stimati a marzo in 13.951.037 unità, erano a gennaio 13.930.730. Non solo, i lavoratori occupati permanenti sono stimati a marzo in 14.801.200 unità e i lavoratori a termine in 2.342.221 unità mentre a gennaio erano rispettivamente 14.853.557 e 2.323.380; dati che, evidentemente, contraddicono gli strepitosi “effetti del jobs act” che Renzi e soci millantano sbandierando i dati ISTAT di marzo diffusi (guarda caso) alla vigilia del Primo Maggio.

Ma non è finita, solo qualche giorno fa EUROSTAT diffondeva i dati, relativi al 2015, sull’occupazione nei paesi europei. Ebbene, l’Italia delle “straordinarie” riforme renziane si colloca agli ultimi posti, con un tasso di occupazione (popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni) del 60,5% (la media europea è del 70,1%).

E, se si guardano altri dati (ma basterebbe frequentare i luoghi di lavoro, le fabbriche e gli uffici), si può vedere come la produzione sia stagnante e spess in calo. Del resto, in assenza di qualsiasi politica per lo sviluppo, questa situazione, che non si può che definire disastrosa, è nella logica delle cose. Forse i mediocri personaggi che governano il paese essendo abituati a non lavorare (lo hanno mai fatto in vita loro?) credono che facendo propaganda si possano risolvere le cose?

Intanto al 30 aprile 2016 i morti per infortunio nei luoghi di lavoro sono 191 e diventano oltre 400 considerando le morti sulle strade e in itinere e tutti i lavoratori, anche quelli non assicurati da INAIL.

Ma, secondo il governo va tutto bene, anzi “meglio”.

Un’ultima cosa. In Francia il governo di quel paese ha proposto una “riforma” del lavoro molto simile al “jobs act” renziano. Ebbene, c’è stata la rivolta dei lavoratori e degli studenti. Enormi manifestazioni e scioperi. Una lotta che sta facendo recedere il governo dalle sue intenzioni di colpire i diritti dei lavoratori. In Italia stravolgono la Costituzione, cancellano i diritti conquistati in decenni di lotte, ma tutto passa senza problemi. Viviamo in un paese rassegnato, abituato a subire, avvolto da un torpore mortale.

Manca una forza politica che possa e sappia contrastare lo scempio che sta avvenendo nel nostro paese. Un’organizzazione che riesca a far crescere la coscienza che chi vive del proprio lavoro appartiene a una stessa comunità (a una classe, si sarebbe detto tempo fa) e che può, unito, conquistare mete oggi impensabili. Manca, in Italia, la forza del Partito Comunista Italiano. Proviamo a ricostruirlo.

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