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ARCHIVIO HOME PAGE N° I

 

   
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Il sonno della memoria genera mostri

Giornata-della-Memoria-3

di Giorgio Langella

Nella giornata della memoria, è bene tenere presente alcuni fatti che stanno succedendo attorno a noi e della gravità dei quali, forse, non riusciamo a rendercene conto appieno. Esiste, oggi, un revisionismo strisciante che avvolge la Storia in una nebbia di ignoranza e di confusione. Così il ritorno, in Europa, di forme di fascismo e nazismo che si pensavano essere definitivamente sconfitte e distrutte con la seconda guerra mondiale, viene incentivato grazie agli opportunismi politici, alle connivenze e alle convenienze internazionali che producono volute cecità, alleanze e patti indecenti.

Ne sono esempio le guerre e le devastazioni frutto delle politiche imperialiste di una parte del mondo. Ne sono esempio le discriminazioni e l’odio verso chi fugge da guerre e fame che i paesi più ricchi hanno provocato nelle zone più povere del mondo. Ne sono esempio le sperequazioni intollerabili tra chi è ricco e chi è sempre più povero. Ne sono esempio gli atti di razzismo e xenofobia ormai all’ordine del giorno. Ne sono esempio le dichiarazioni inquietanti del presidente turco Erdogan su Hitler e gli atti di guerra contro il popolo curdo. Ne è esempio la situazione che si vive in Palestina. Ne è quello che è successo e succede in Ucraina, proprio al centro di Europa, dove forze che si richiamano apertamente alle gesta del nazista Bandera partecipano a un governo che ha scatenato una vera e propria guerra contro le popolazioni del Donbass. In Ucraina si vedono le svastiche e le insegne delle SS sulle divise e i vessilli di battaglioni militari più o meno regolari dell’esercito di Kiev. Lo fanno con la connivenza della Nato, della UE, degli Stati Uniti. E, mentre succede questo, sempre in Ucraina vengono vietati i simboli comunisti. Quei simboli che erano dell’armata rossa sovietica che, proprio il 27 gennaio del 1944 entrarono ad Auschiwtz liberando i prigionieri superstiti. Simboli che erano parte integrante nel memoriale italiano di Auschwitz che viene smantellato perché la Polonia “non vuole simboli comunisti”. Forse vuole dimenticare.

Noi non vogliamo dimenticare perché sonno della memoria fa nascere mostri. Gli stessi che hanno generato fascismo e nazismo.

Anche a Vicenza, medaglia d’oro per la Resistenza, bisogna ricordare. Lo si deve fare scegliendo da che parte stare. Lo ha fatto, mettendo in gioco la propria vita, chi ha deciso di combattere la barbarie nazifascista nelle montagne, nelle fabbriche, nelle città del nostro paese. Lo ha fatto chi è stato trucidato nei rastrellamenti della Piana di Valdagno e del Bosco Nero di Granezza. Lo ha fatto chi è stato impiccato a Bassano. Lo hanno fatto i martiri fucilati a Vicenza. Qualcuno vorrebbe equiparare carnefici e vittime in una giornata della memoria “buonista” che non faccia male a nessuno. Di fronte a questa colpevole indifferenza sappiamo che non ci si può nascondere dietro una ipotetica “equidistanza” perché, di fatto, significa la negazione di cosa è stato il nazifascismo in Italia e in Europa. Bisogna essere partigiani come ci hanno insegnato grandi persone come i “Piccoli Maestri”, come Toni Giuriolo, come Bruno Viola “Marinaio”, come Fiorenzo Costalunga “Argiuna”, come Quirino Traforti “Carnera” e tanti altri che hanno combattuto quell’orrore che il fascismo aveva creato nel nostro paese.

E si devono ricordare tutti i perseguitati dal nazifascismo. Gli ebrei e gli zingari, i serbi considerati inferiori e, quindi, schiavizzati, i perseguitati perché comunisti, socialisti o semplicemente antifascisti, i testimoni di Geova, gli omosessuali …

Di fronte a quel pensiero unico che vorrebbe cancellare la storia, bisogna vigilare ed essere partigiani perché essere “neutrali” significa essere ciechi di fronte al pericolo del nazifascismo che avanza in Europa.

Un pericolo concreto al quale non si può restare “indifferenti” perché come diceva Gramsci, “l’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita”. E contribuisce a favorire la rinascita di tentazioni autoritarie.

Ora e sempre Resistenza.

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22 gennaio 2016

Gramsci

di Antonio Gramsci, da “Indifferenti” 11 febbraio 1917

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.

Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

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Da Livorno 1921 a oggi. Una lezione sempre attuale

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di Alexander Höbel, direzione nazionale PCdI

Novantacinque anni sono passati dalla fondazione del Partito comunista d’Italia, eppure l’esperienza storica di quello che diventerà poi il partito comunista più forte dell’intero Occidente conserva una sua notevole attualità. Non perché il contesto generale non sia completamente cambiato, non solo rispetto al 1921 ma anche al mondo e all’Italia degli anni ’60 e ’70; né perché i problemi e le sfide con cui oggi i comunisti devono misurarsi siano gli stessi di allora. Ma perché è l’ispirazione di fondo di quella esperienza che rimane valida e conserva una grande utilità per l’oggi; l’ambizione di trasformare radicalmente questo paese nel quadro di una lotta mondiale per l’emancipazione, ma anche alcune specifiche linee guida di tipo strategico.

Limitiamoci a due esempi. Primo, la politica di massa, o meglio l’ispirazione di massa della politica del partito, che il Pcd’I, eccettuati alcuni momenti ben determinati, seppe conservare per quasi tutta la sua storia. È la politica di Gramsci e del gruppo ordinovista già prima della fondazione del partito, allorché seguono e dirigono la lotta degli operai torinesi e l’esperienza dei Consigli di fabbrica, ponendosi al fianco dei lavoratori, all’interno della classe operaia e dei suoi organismi; è la politica tratteggiata dalle Tesi di Lione, allorché Gramsci si preoccupa in primo luogo di individuare le forze motrici della rivoluzione italiana, le classi sociali e gli spezzoni di classi sociali con i quali il proletariato industriale avrebbe potuto e dovuto allearsi per rovesciare lo stato di cose presente: un’analisi, questa delle forze sociali del cambiamento, che dovremmo tornare a fare con rinnovata attenzione. E ancora: è la politica seguita dal Pcd’I durante il fascismo, prima con la difesa delle organizzazioni di classe – cellule di partito e sindacali, organismi di mutuo soccorso ecc. -, ancorché clandestine; poi affiancando a tale prezioso lavoro quello altrettanto importante all’interno delle organizzazioni di massa del regime – sindacati e dopolavoro in primis -, appunto per non isolarsi, per non perdere il legame con quei lavoratori che il fascismo tentava di irreggimentare e organizzare anche nel tempo libero, ma che – facendo leva sulle contraddizioni materiali e il conflitto insopprimibile degli interessi di classe – i comunisti potevano ancora mobilitare, facendo seguire alle lotte rivendicative un’azione di chiarificazione politica e ideologica che consentisse di acquisire al partito stesso gli elementi più vivaci del proletariato. È questa la politica – elaborata e guidata da uomini come Gramsci, Togliatti, Longo e tanti altri – che consente al Pcd’I di rimanere una forza viva e radicata persino nelle condizioni difficilissime imposte dal fascismo; è questa la politica di Camilla Ravera, Teresa Noce e di tante altre donne, dirigenti comuniste di primo piano, che tennero vivo il legame con le masse femminili. Ed è grazie a questo lavoro che i comunisti giungono alla Resistenza come una forza non estranea alla parte più cosciente delle masse popolari, il che consente loro di porsi alla testa della lotta di liberazione, con uomini come Longo, Secchia, Amendola e molti altri, giovani come Eugenio Curiel che nel fuoco della lotta riflettevano sulla democrazia progressiva e su come trasformare il Paese quando la guerra fosse finita.

La stessa ispirazione legata alla politica di massa è rilanciata dal “partito nuovo” a partire dal 1944, è anzi forse il cuore stesso del progetto togliattiano: un partito di masse, fortemente radicato nella classe operaia e nel mondo del lavoro salariato in genere, che con le sue cellule nei luoghi di lavoro, con le sue sezioni e Case del popolo nei territori, tenesse sempre vivo il legame organico con le masse popolari, costituendo uno straordinario strumento di educazione politica di massa ma anche una scuola continua per quadri e dirigenti, che a quelle masse, ai loro problemi e alle loro esigenze dovevano rapportarsi quotidianamente. Questa ispirazione sopravvisse alla morte di Togliatti, fu portata avanti dal Pci di Luigi Longo, nella trasformazione tumultuosa vissuta dal Paese negli anni ’60, con la capacità di cogliere i segnali nuovi, usare i nuovi strumenti comunicativi, dirigere o quanto meno avere una presenza organica in lotte essenziali di quegli anni come le grandi lotte operaie del 1966-70 o la mobilitazione contro la guerra del Vietnam, riuscendo stabilire un dialogo non settario né subalterno con lo stesso movimento studentesco. Questa politica di massa giunge fino al Pci di Berlinguer, sebbene in diversi passaggi la dialettica tra mobilitazione dal basso e azione politica “dall’alto” (vertici tra partiti, incontri tra dirigenti ecc.) vide prevalere in modo eccessivo il secondo termine; e tuttavia quel Pci era ancora un partito profondamente radicato tra i lavoratori e nelle masse popolari, in grado di mobilitare masse enormi sul terreno antifascista, nelle lotte per la pace e nel conflitto sociale, fino ad aggregare attorno a sé più del 40% della popolazione italiana in difesa della scala mobile.

Il secondo esempio è quello della politica culturale, ossia di come il Pci sia riuscito pazientemente a costruire le linee guida e gli strumenti concreti per incidere nella cultura e anche nel senso comune del Paese, il che costituiva uno degli elementi centrali – anche se certo non il solo – della strategia dell’egemonia. La formidabile operazione di politica culturale condotta attorno al pensiero di Gramsci, per la sua popolarizzazione più vasta possibile; la creazione di strumenti essenziali come l’Istituto Gramsci, con le sue sezioni di lavoro, e di una serie di riviste, in grado di portare avanti un’elaborazione alta, frutto di specifiche competenze, che poi serviva anche alla politica del partito, alla elaborazione della sua strategia e delle sue proposte programmatiche. E ancora, il rapporto fecondo con larga parte dell’intellettualità progressista italiana, non solo marxista o comunista (si pensi alle relazioni ai convegni gramsciani affidate a Eugenio Garin), e al tempo stesso il confronto continuo con quanto il marxismo e il movimento comunista e antimperialista producevano sul terreno culturale; la consapevolezza che il campo della ricerca ha un’autonomia e la necessità di strumenti propri che sono diversi da quelli strettamente politici; e che tuttavia alla politica sono essenziali proprio in quanto quel lavoro di elaborazione e ricerca viene condotto in modo rigoroso, andando al di là della contingenza politica quotidiana.

Politica di massa e politica culturale di alto livello erano dunque aspetti complementari nell’esperienza del Pci, due facce della stessa medaglia, due componenti indispensabili della strategia dell’egemonia. L’elaborazione e le competenze si legavano al programma e alle proposte politiche e legislative del partito – un partito che, seguendo l’indicazione togliattiana, proponeva sempre le proprie soluzioni ai problemi, anziché limitarsi a un’azione di mera propaganda – e al tempo stesso contribuivano alla costruzione di un nuovo senso comune di massa, formavano in modo innovativo milioni di persone.

Si tratta di due momenti essenziali dell’azione politica che oggi abbiamo l’urgente necessità di rilanciare nelle forme e con gli strumenti opportuni. Anche per questo, riflettere sull’esperienza del Pci e applicare il meglio di quegli insegnamenti al mutato contesto è qualcosa che serve moltissimo ai comunisti di oggi, a quelli che vogliono cambiare questo paese e il mondo nel XXI secolo.

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Diciamo NO all’apprendista De Gaulle

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di Antonio Frattasi, Segretario provinciale Pcdi Napoli

Il 4 settembre del 1958, a Parigi, in Place de La Republique, il generale Charles De Gaulle, ultimo presidente del Consiglio della IV Repubblica, diede inizio alla campagna referendaria per l’ approvazione della Costituzione della V Repubblica.De Gaulle si rivolse ai francesi con tono accorato e da padre della patria, chiedendo loro di approvare con il voto il progetto di legge: “Io vi chiedo,a nome della Francia,di rispondere si”. E fece intendere che un no alla riforma sarebbe stato un no alla sua persona ed alla sua politica.
De Gaulle era indubbiamente un conservatore, ma anche uno statista di grande prestigio  ed una delle figure più importanti della storia europea e francese  del Novecento. A Londra era stato capo del governo in esilio della Francia libera.Da vecchio ufficiale aveva il mito della grande Francia, e credeva che i destini del suo paese si identificassero in maniera indissolubile con la sua politica. La riforma costituzionale da lui fortemente voluta – che nel ’62 sarebbe stata modificata introducendo  il semipresidenzialismo- si poneva in netta antitesi  con l’archittetura istituzionale della IV Repubblica,aveva tratti autoritari e ridimensionava  il ruolo del Parlamento a tutto vantaggio dell’ esecutivo. Il referendum  si svolse il 28 settembre 1958.De Gaulle,approfittando della crisi determinata dallo scacco di Suez e dal pronunciamento dei militari in Algeria,convinse i francesi che soltanto un plebiscito in suo favore avrebbe  salvato il paese dalla catastrofe. Il Partito comunista francese  ed  alcune forze minori del socialismo si opposero con determinazione e coraggio.
Oggi Matteo Renzi chiede agli italiani di votare la sua riforma costituzionale(sarebbe meglio dire il suo papocchio,vero e proprio scempio alla Carta del ’48) e minaccia di lasciare la vita politica se le modifiche non saranno approvate dai cittadini. Usa, scimmiottando De Gaulle, toni da padre della Patria che non gli si addicono. I cittadini italiani non sono ingenui e sprovveduti  e,per quanto le difficoltà economiche siano gravi, sono consapevoli  che la Costituzione del ’48 è un bene da preservare.

Renzi non somiglia neanche un poco a De Gaulle,ma se avesse qualche recondito pensiero di tentare di emularlo  usando, durante la prossima campagna referendaria, alcuni argomenti,riveduti e corretti, che utilizzò nel ’58 il Generale  (necessità della stabilità dell’ esecutivo e riduzione degli spazi di democrazia per  il bene del paese)non soltanto perderebbe rovinosamente( e noi faremo di tutto perchè ciò accada),ma susciterebbe l’ilarità anche dei bambini.

Comunque,Renzi e Boschi e gli altri” padri costituenti” stiano sereni :in autunno voteremo compattamente NO alla loro  riforma costituzionale.

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Sul 25° anniversario della guerra del golfo

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Venticinque anni fa, nelle prime ore del 17 gennaio 1991, iniziava nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apriva la fase storica che stiamo vivendo.

Questa guerra, preparata e provocata da Washington con la politica del «divide et impera», veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Approfittando della crisi del campo avversario, gli Stati Uniti rafforzavano con la guerra la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo.

La coalizione internazionale, formata da Washington, inviava nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 per cento statunitensi, agli ordini di un generale Usa. Per 43 giorni, l’aviazione statunitense e alleata effettuava, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciavano oltre 10 milioni di submunizioni. Partecipavano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. Il 23 febbraio le truppe della coalizione, comprendenti oltre mezzo milione di soldati, lanciavano l’offensiva terrestre. Essa terminava il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.

La guerra del Golfo fu la prima guerra a cui partecipava sotto comando Usa la Repubblica italiana, violando l’articolo 11, uno dei principi fondamentali della propria Costituzione. I caccia Tornado dell’aeronautica italiana effettuarono 226 sortite, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense.

Nessuno sa con esattezza quanti furono i morti iracheni nella guerra del 1991: sicuramente centinaia di migliaia, per circa la metà civili. Ufficiali statunitensi confermavano che migliaia di soldati iracheni erano stati sepolti vivi nelle trincee con carri armati trasformati in bulldozer. Alla guerra seguiva l’embargo, che provocava nella popolazione più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.

Subito dopo la guerra del Golfo, gli Stati Uniti lanciavano ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).

La Nato, pur non partecipando ufficialmente in quanto tale alla guerra del Golfo, metteva a disposizione sue forze e strutture per le operazioni militari. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico varava, sulla base della guerra del Golfo, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza».

Nello stesso anno in Italia veniva varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo la Costituzione, indicava quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».

Nasceva così con la guerra del Golfo la strategia che ha guidato le successive guerre sotto comando Usa – contro la Jugoslavia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria dal 2013 – accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del Pkk, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia Usa/Nato, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova guerra fredda e al rilancio della corsa agli armamenti nucleari.

Su tale sfondo il Comitato No Guerra No Nato ricorda la guerra del Golfo di 25 anni fa, nel massimo spirito unitario e allo stesso tempo nella massima chiarezza sul significato di tale ricorrenza, chiamando a intensificare la campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per una Italia sovrana e neutrale, per la formazione del più ampio fronte interno e internazionale contro il sistema di guerra, per la piena sovranità e indipendenza dei popoli.

Comitato No Guerra No NATO   

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Venezuela: la realtà vs la narrazione dei media italiani

venezuela

dossier a cura della Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma” (da www.albainformazione.com)

Verso le elezioni del 6 dicembre: come stanno le cose in Venezuela e perché i media italiani non raccontano la verità.

1. INTRODUZIONE

Il prossimo 6 dicembre, il processo bolivariano chiamerà alle urne il popolo venezuelano: sarà quindi la ventesima volta che la Revolución – iniziata con l’elezione del presidente Hugo Chávez al tramonto del ventesimo secolo – si sottoporrà al giudizio popolare.

Nonostante la sinistra rivoluzionaria abbia vinto diciotto delle diciannove elezioni indette finora, il governo di Maduro, così come quello precedente di Chávez, è costantemente attaccato dai più potenti mezzi d’informazione internazionali, proprietà delle grandi corporazioni private che governano il mercato globale. La narrazione è sempre la stessa: il governo bolivariano viene dipinto come una grottesca dittatura governata da caudillos corrotti che stanno affamando il popolo venezuelano e espandendo il modello castrista cubano, proprio in quel paese che era considerato area riservata agli affari statunitensi e che forniva, “senza troppe storie”, carburante a quella macchina drogata di crescita senza freni che è il capitalismo globalizzato.

Questa campagna mediatica diffamatoria e, come avremo modo di vedere, infondata, si è intensificata dopo la morte di Chávez.  In particolare, negli ultimi mesi e in concomitanza con la guerra economica e la strategia della violenza realizzata dalle oligarchie in combutta con i poteri del continente americano, la stampa internazionale parla spesso e male del Venezuela bolivariano.

L’obiettivo di questo piccolo dossier è quello di illustrare come la stampa italiana più influente sull’opinione pubblica abbia agito rispetto al Venezuela con scorrettezza e poca professionalità. Coerentemente con il potere economico italiano, che ha scelto di trasformare e svendere lo Stato italiano in funzione delle necessità della globalizzazione neoliberista, il latifondo mediatico ha scelto di trattare il caso venezuelano non in funzione del diritto all’informazione, ma servendo quell’architettura imperiale composta da entità economiche e finanziare con struttura planetaria che vedono nella Rivoluzione bolivariana una minaccia per i loro interessi economici.  Gli unici mezzi d’informazione che fino ad oggi hanno fatto luce sulla significativa e interessante realtà venezuelana sono infatti quelli che non hanno padroni. Tra questi, si consiglia di consultare: ALBAinformazione, L’Antidiplomatico, Contropiano, Il Manifesto, o il blog di Fabio Marcelli su Il Fatto Quotidiano: strumenti informativi che, lo ripetiamo, oltre ad essere attratti dalle conquiste sociali raggiunte in Venezuela, hanno potuto esprimersi onestamente e professionalmente grazie al fatto di non dipendere economicamente da nessuna grande impresa privata.

Con l’augurio di aver prodotto un piccolo ma utile manuale per movimenti, organizzazioni e associazioni che lottano per una trasformazione della realtà mondiale e per la costruzione di relazioni di amicizia e solidarietà tra i popoli del mondo, abbiamo scelto il caso delle Guarimbas: le già citate violenze organizzate dalla destra più reazionaria e antipopolare in Venezuela, come esempio della campagna diffamatoria di cui è vittima il processo bolivariano in Venezuela.

2. IL CASO GUARIMBAS: LA VIOLENZA FASCISTA CONTRO IL PROCESSO BOLIVARIANO

La Salida era il piano dell’estrema destra venezuelana, guidata da Leopoldo Lopez per deporre il legittimo presidente Maduro, eletto con  un regolare processo democratico, attraverso dei movimenti di piazza, sulla falsa riga delle “rivoluzione colorate” come quelle di Libia, Siria e Ucraina. Le manifestazioni di piazza, definite “pacifiche manifestazioni di giovani studenti democratici”, si sono presto trasformate in violenta guerriglia urbana, se non proprio in azioni militari con infiltrazioni di paramilitari stranieri nelle regioni confinanti con la Colombia, come il Tachira.

Queste azioni terroriste, in seguito chiamate “Guarimbas”[1] (barricate), implicavano il blocco e il controllo delle strade, azioni armate e incendiarie contro le istituzioni socialiste della Repubblica Bolivariana del Venezuela; mediante l’utilizzo di miguelitos (chiodi atti a creare incidenti stradali) e guayas, fili di acciaio posizionati all’altezza della testa da un lato all’altro di una carreggiata (con l’obiettivo di decapitare i motociclisti). Alcuni testimoni[2] parlano di veri e propri pedaggi che i normali cittadini erano costretti a pagare ai guarimberos per potersi spostare da una parte all’altra delle città. I bersagli delle azioni terroriste erano i simboli dello stato bolivariano: ospedali, centri di salute, ambulanze, scuole, asili, centri per il turismo, tv di stato. Supermercati e negozi erano spesso costretti a chiudere per portare la popolazione allo stremo. Tutto ciò avrebbe dovuto portare a legittimare un cambio di governo o un intervento esterno. Una specie di strategia della tensione all’interno di quello che viene definito un golpe continuado.

Solo nel 2014 in Venezuela, questi atti criminali, spesso sfociati nella “caccia al chavista”, hanno provocato la morte di 43 cittadini venezuelani e più di 800 feriti, tra cui non pochi membri delle forze di polizia e delle forze armate bolivariane. Non pochi di questi ultimi, hanno perso la vita a causa di colpi di arma da fuoco sparati da cecchini posti a poca distanza da loro; alcuni sono stati uccisi mentre cercavano di togliere le barricate costruite da gruppi paramilitari colombiani e venezuelani.

Insomma, le Guarimbas della destra fascista venezuelana, iniziate il 12 febbraio del 2014, subito dopo la vittoria di Nicolás Maduro alle elezioni presidenziali, avevano come fine la creazione del disordine, per poi accusare il Governo democratico venezuelano di violare i diritti umani in Venezuela. Tutto questo, attraverso “operazioni speciali”, sotto “falsa bandiera”, che compongono ciò che non pochi analisti chiamano: “Colpo di Stato continuato”; e cioè, la “guerra senza limiti” degli Stati Uniti contro il socialismo bolivariano, con la ratio di porre in essere il precedente (o meglio, il “casus belli”) e legittimare quindi un intervento militare di tipo simmetrico dei marines statunitensi nel paese andino – amazzonico.

3. LA NARRAZIONE TOSSICA DEI MEDIA ITALIANI

Durante le Guarimbas la stampa italiana è stata il bollettino ufficiale dell’opposizione antichavista. La Stampa, il Fatto Quotidiano per la penna di Cavallini, La Repubblica con Omero Ciai, Il Messaggero, L’internazionale, Panorama, il Giornale, Rainews hanno dato l’esclusiva mediatica al punto di vista dell’opposizione, un’opposizione di ultra-destra, neoliberale e sostenuta dagli Stati Uniti, che da sempre spingono verso un cambio di governo a Caracas, per porre fine una volta per tutte all’esperienza socialista della repubblica bolivariana. Una stampa che si riconferma totalmente organica alla macchina propagandistica dell’imperialismo, arma di punta della già citata guerra di IV generazione degli Usa.

Il piano eversivo denominato “la salida”, che mirava all’uscita di scena di Maduro attraverso la mobilitazione delle piazze, ha avuto come copertura mediatica la campagna internazionale SOS Venezuela, una campagna impostata su tre canali: la stampa, i social network e internet in generale, le ONG (in particolare Amnesty e Human Right Watchs).

Sulla sua pagina italiana di Facebook, Sos Venezuela si dichiara apertamente anticastrocomunista e volta ad abbattere il socialismo, che indica come la causa del “disastro” economico e sociale del paese.  Tuttavia assume delle connotazioni volte a far leva su un pubblico con una sensibilità di sinistra[3]: descrivono le guarimbas come giovani studenti, soprattutto donne, che manifestano pacificamente per la democrazia e la libertà. Le rivolte di destra, che mirano alla fine del socialismo e alla reintroduzione di rapporti economici capitalisti (e quindi, sostanzialmente a riportare il paese alla condizione di “cortile degli Usa”), sono mascherate come manifestazioni   antiautoritarie, antirepressive, democratiche e libertarie. Un copione già andato in scena in Libia, Siria e Ucraina[4], in quella che potrebbe chiamarsi strategia Usa del golpe permanente, volta al mantenimento della sua egemonia attraverso la destabilizzazione globale[5].

Lo slogan della campagna Sos Venezuela è: il Venezuela muore mentre l’Italia tace. Invece è esattamente il contrario. Gli attivisti antichavisti in italia stanno ovunque: nei salotti tv, nei tg e nelle trasmissioni radio, su blog e social network, col sostegno di ong e classe politica.

A non aver voce sono le altre parti in causa: il governo e il popolo venezuelano. Non essendoci una pluralità di fonti se non i bollettini dell’opposizione, ne risulta che il ruolo della stampa italiana è quello di cassa di risonanza dell’ultra-destra sostenuta dagli Usa. L’informazione ne riporta semplicemente la propaganda, non i fatti oggettivi. Questo perché la campagna mediatica è volta esattamente a capovolgere i fatti: mostrare una democrazia partecipata come una feroce dittatura, una parte politica progressista e popolare come reazionaria e antipopolare, le vittime delle violazioni dei diritti umani per carnefici e i carnefici per vittime. Per poter capovolgere la realtà ha bisogno di imporre una visione unica senza contraddittorio.

Così gli attivisti dell’ultra-destra di Leopoldo Lopez, come Marinellys Tremamunno[6], approdano sui nostri schermi parlando della loro lotta di liberazione contro la brutale dittatura di Maduro e lamentando il silenzio dell’Italia sul “genocidio” che è in corso in Venezuela. Schematizzando, i punti fondameli della loro campagna mediatica sono questi:

  1. Maduro ha vinto grazie ai brogli, il suo potere è illegittimo. Maduro è un dittatore.
  2. I giovani sono scesi spontaneamente in piazza per mandare via il dittatore attraverso pacifiche manifestazioni e ripristinare la democrazia.
  3. Il governo risponde alla piazza con la repressione violenta e brutale e la persecuzione politica degli oppositori, che vengono incarcerati per le loro idee, come Leopoldo Lopez.
  4. Anche la stampa dissidente viene perseguitata e oscurata.
  5. Il paese muore a causa di una brutale dittatura socialista che ha causato fame e miseria.
  6. Per questa ragione il popolo venezuelano (cioè gli attivisti legati a Voluntad Popular) chiede l’attenzione dei media e l’intervento esterno.

Queste verità sono quantomeno incomplete. La stampa italiana le propugna senza contrapporre il punto di vista delle altri parti in causa, il governo bolivariano e il resto del popolo venezuelano. Tace su dei fatti oggettivi.

  1. In Venezuela non c’è alcuna dittatura. Maduro ha preso il posto di Chávez prima ad interim in quanto vice, poi perché eletto democraticamente dal popolo venezuelano. Le elezioni sono avvenute regolarmente, in maniera trasparente[7]. L’opposizione denuncia brogli ma non presenta prove, per cui le sue accuse rimangono del tutto prive di fondamento reale.

La stampa italiana ha sempre cercato goffamente di mostrare la repubblica bolivariana come una dittatura. Ma non potendosi basare su alcun dato oggettivo, si è limitata a discreditare prima Chávez, definendolo un populista, un demagogo autoritario, caudillo o duce[8], poi Maduro definito poco carismatico[9], lasciando intendere l’inadeguatezza di un ex tramviere a guidare uno stato. Bisognerebbe ricordare a questo tipo di stampa, che le origini operaie di Maduro non significano che non è qualificato per il ruolo di presidente, ma soltanto che il popolo venezuelano ha scelto di essere rappresentato da un ex tranviere, piuttosto che da un avvocato o un uomo d’affari.

  1. Al contrario, la piazza di Lopez rappresenta un limitato gruppo sociale uscito sconfitto dal confronto elettorale, che adesso cerca di raggiungere il potere attraverso la destabilizzazione e la richiesta di un intervento esterno. La stampa italiana ha quindi l’onere di camuffare da manifestazione democratica un piano evidentemente eversivo, che spiega perché a) il governo di Caracas denuncia un golpe diretto da paesi stranieri b) perché Leopoldo Lopez si trova in carcere. E’ costretta a tacere sui 5 milioni di dollari che gli Stati Uniti hanno stanziato nel 2014 per sostenere le attività dell’opposizione[10], ovvero le cosiddette “manifestazioni spontanee”. Manifestazioni che peraltro hanno poco di pacifico.
  1. Ad attribuire la responsabilità delle violenze e delle violazioni dei diritti umani ai manifestanti sono proprio le stesse vittime dei disordini! E’ il comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado[11] a denunciare i metodi violenti, i blocchi stradali, le imboscate, gli assalti a scuole, ospedali, supermercati, tv nazionali e le infiltrazioni paramilitari tra i manifestanti, soprattutto negli stati frontalieri con la Colombia in cui sarebbero presenti anche mercenari stranieri. Alcuni guarimberos riceverebbero un compenso di 3000 bolivar al giorno[12], altri sono politici legati all’estrema destra colombiana, come il sindaco della capitale del Tachira, San Cristobal[13].

Tra le vittime non ci sono solo soltanto elementi dell’opposizione, ma chavisti, forze dell’ordine, semplici cittadini che cercavano di togliere le barricate o che le difendevano, cittadini morti perché i soccorsi erano bloccati dalle barricate[14]. Non le manifestazioni di studenti, spontanee e pacifiche, di cui parla l’opposizione, ma uno scenario da guerra civile provocata da chi ha pianificato e sostenuto la Salida, ovvero Leopoldo Lopez e gli Stati Uniti.

  1. Non esiste nessuna sospensione della libertà di stampa. In Venezuela c’è un pluralismo mediatico non sottoposto al controllo del governo. Alcuni mezzi di comunicazione schierati con l’opposizione hanno manipolato foto di abusi delle forze dell’ordine avvenuti in Messico, Chile, Spagna e altri paesi, come violenze avvenute durante le manifestazioni di piazza. Per queste manipolazioni si sono aperte dei procedimenti giudiziari che hanno poi portato alla chiusura di emittenti e giornali[15]. La domanda che ci si dovrebbe porre è: perché i media manipolavano le immagini? Qui prodest?
  1. L’opposizione indica nel socialismo la causa della crisi del paese, per questo vorrebbe reintrodurre misure neoliberiste e libertà di mercato (che è forse l’unica libertà che realmente chiede!). Dello stesso parere non sembra essere la Fao, che più volte, ha premiato il Venezuela per i suoi risultati nella lotta alla fame e alla povertà. L’ultimo riconoscimento lo ha ricevuto proprio quest’anno per aver raggiunto l’obiettivo “sviluppo del millennio”, ovvero aver eliminato la fame grazie alle mission viviendas, e aver aiutato gli altri paesi ad uscire dalla povertà. Se il Venezuela è riuscito a ridurre il livello di povertà al 5,4% e ad eliminare la fame, è grazie alla nazionalizzazione del petrolio, una misura di politica economica socialista. Con i proventi del petrolio il Venezuela, oltre a dichiarare una lotta strutturale alla povertà, è riuscito a fornire servizi, strutture e trasporti pubblici al suo popolo e a garantire il diritto all’abitazione costruendo abitazioni popolari (sinora 800.000). La crisi è dovuta, in larga parte, a una guerra economica provocata da: guerra del prezzo del petrolio al ribasso, la speculazione sul bolivar, il contrabbando di merci ai confini della Colombia. Queste pressioni esterne, su una economia non ancora solidamente sviluppata inserita in un quadro di crisi economica globale, hanno creato problemi di inflazione e carenza di merci di prima necessità, oltre che una diminuzione della ricchezza generale. Il malcontento popolare generato da questa temporanea situazione di crisi, è strumentalizzato dalla stampa venezuelana (e italiana) legata agli interessi di Washington e dall’opposizione per destabilizzare il processo bolivariano e condizionare l’esito delle elezioni del 6 dicembre.
  1. Considerando questi aspetti ne esce un quadro diverso da quello servito in pasto al pubblico dagli “attivisti democratici” dell’ultra destra di Lopez: le Guarimbas sono state un’operazione con cui l’opposizione ha solo cercato di destabilizzare il potere di Caracas con la scusa dei diritti umani, per sostituire un governo legittimo, progressista e popolare a una élite politica reazionaria legata a interessi economici e politici esterni al Venezuela e contrapposti al suo popolo. In questo senso, la richiesta di un aiuto esterno e di sanzioni, era funzionale soltanto a fermare il processo bolivariano, esasperare la situazione economica e privare il popolo venezuelano della propria autodeterminazione e sovranità. Una situazione che ha costretto la stampa a manipolare o tacere sui fatti per poter mostrare la realtà capovolta come verità mediatica.

4. CONCLUSIONI

Quello che ci viene da chiedere è perché la legalità di uno stato democratico dev’essere rispettata in quest’Italia ingiusta e calpestata impunemente in Venezuela? In Venezuela si è arrivati al punto che un gruppazzo di ex presidenti è andato a fare lì una manifestazione. Che direbbero se Zapatero, Sarkozy o … Ahmadinejad venissero a manifestare davanti a Rebibbia per protestare contro i pestaggi dei poliziotti che riducono la gente nelle condizioni di Stefano Cucchi o contro le torture ai prigionieri politici o contro il 41 bis che sempre tortura è?

Come mai la stampa nostrana, che in Italia sta sempre dalla parte delle cariche della polizia, dei lacrimogeni, del diritto dello stato alla repressione dei manifestanti, in Venezuela (come prima in Libia, Siria e Ucraina) diventa improvvisamente sensibile alle aspirazioni di libertà e democrazia di “giovani studenti pacifici venezuelani”, della destra fascista anti-chavista filo Usa?

Se vincesse la destra – e cioè se quel 40% circa di oppositori diventasse maggioranza -, il Venezuela diventerebbe improvvisamente una democrazia gradita a questi giornali? E cosa definisce la tanto decantata democrazia (borghese) se non il feticcio elettorale?

Cosa direbbero questi giornali se il sindaco di Milano o di Roma si calasse il passamontagna come Daniel Ceballos (ex sindaco di San Cristobal) se ne andasse in giro ad attaccare la polizia? Perché qui in Italia, giornali come il Fatto Quotidiano e i suoi consimili chiedono galera per corrotti e mafiosi e in Venezuela difendono e coccolano golpisti e banchieri corrotti? Perché questi giornalisti tacciono sulla repressione che colpisce la dissidenza di sinistra italiana, come per esempio il movimento No Tav, ergendosi a paladini della legalità, e invece in Venezuela sostengono chi non rispetta una costituzione prodotta da una recente rivoluzione di nuova democrazia?

Forse la risposta è da trovare in quello che hanno fatto il governo di Chávez prima e quello di Maduro poi.  Allora, prima di concludere questo breve racconto, occorre illustrare e sottolineare alcune vittorie importanti raggiunte dal Venezuela socialista e bolivariano. Possiamo elencare 4 punti fondamentali in questo senso, 4 obiettivi già raggiunti dalla Rivoluziona Bolivariana che non può smontare o negare nemmeno il discorso ultrareazionario dell’opposizione:

  1. la Rivoluziona Bolivariana ha il grande merito di aver politicizzato una società lasciata completamente atomizzata dal modello di capitalismo rentier petrolifero promosso dal 1958, anno della restaurazione della “democrazia rappresentativa”. In altri termini, il processo bolivariano ha saputo rompere con il modello anteriore di democrazia formale, fossile e senza contenuti, che ricorda molto l’attuale modello decadente italiano, e realizzare una lenta ma effettiva transizione a un modello di democrazia sostanziale, partecipativa, popolare e basata sulle Comunas: organi di autogoverno locale che smantellano la burocrazia statale e le sue logiche esclusive ed alienanti.
  1. Il processo bolivariano ha messo i diritti sociali al centro del modello economico. Le missioni sociali e altri potenti programmi sociali realizzati dal Governo negli ultimi anni ricordano le politiche sociali realizzate dalle socialdemocrazie europee nel dopoguerra grazie alle conquiste del movimento operaio. Tuttavia, la grande differenza è che in Venezuela i programmi sociali –lontani dalle dinamiche assistenzialiste- prevedono spesso la più ampia e protagonista partecipazione possibile delle comunità, come per esempio la missione Barrio Adentro[16]. Più in generale, a differenza di quello che era il Welfare State, il governo bolivariano non chiede permesso al grande capitale per realizzare queste politiche finalizzate a pagare il “debito sociale” contratto dal capitalismo con il popolo venezuelano, e in particolare con le classi popolari. Infatti, la spesa sociale in Venezuela è esplosa quando la congiuntura macroeconomica era positiva, ma è continuata ad aumentare anche quando la crisi economica globalizzata ha avuto un forte impatto sull’economia nazionale, ancora dipendente dal petrolio. Quindi, nel Venezuela socialista le condizioni degli strati più vulnerabili non dipendono da quanti profitti può accaparrare comunque la borghesia, ma sono un obiettivo centrale e non negoziabile per il governo. Questa volontà politica ha fatto sì che negli ultimi 15 anni il Venezuela ha ridotto enormemente la povertà, e allo stesso tempo la disuguaglianza economica.
  1. Un’altra fondamentale questione che ha permesso grandi conquiste sociali è la nazionalizzazione del petrolio. Il Venezuela è tra i paesi più ricchi al mondo per riserve di greggio. Grazie alla volontà e determinazione del presidente Hugo Chávez il controllo del petrolio è stato strappato alle imprese multinazionali e messo a disposizione dello Stato e di un progetto di paese includente, democratico, solidale, al servizio di un orizzonte sociale socialista. In tal modo è stato possibile dal ’99 ad oggi dimezzare il livello di povertà, portandolo dal 10,8% al 5,4%, mentre la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, si è assestata intorno al 5%[17]. La restituzione dei proventi derivanti dall’industria petrolifera al popolo, ha permesso l’accesso per tutti alle cure mediche, mentre ha garantito il diritto all’abitazione e all’alimentazione. La nazionalizzazione non ha soltanto consentito di diminuire la forbice tra ricchi e poveri, configurando una struttura sociale più equa, ma ha permesso di esportare una maggiore eguaglianza sociale negli altri paesi dell’ALBA. Fornendo il petrolio a condizioni vantaggiose, ha permesso l’indipendenza energetica di quei paesi dalle multinazionali del petrolio, che hanno perso un continente da saccheggiare. La stampa borghese urla al paternalismo e alla corruzione, per discreditare un modello di integrazione economica basato sulla cooperazione -non sulla concorrenza – e sulla socializzazione dei profitti, ovvero sulla restituzione del plusvalore alle classi che lo producono.
  1. Questo progetto socialista a livello interno si proietta fuori dai confini statali come un grido di dissenso alla logica imperiale della globalizzazione neoliberista. A livello regionale, il governo bolivariano è stato determinante per smontare il Consenso di Washington e costruire il Consenso Bolivariano, una nuova architettura sovranazionale antimperialista, che si è materializzata nell’istituzionalizzazione dell’ALBA: come progetto socialista d’integrazione regionale. Più in generale, a livello internazionale, il Venezuela rappresenta un pilastro essenziale per la costruzione di un mondo multipolare, un ordine internazionale per la prima volta nella storia senza imperi ne imperialismi, ma basato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla convivenza tra diversi modelli politici e sociali.

Ovviamente, riconoscere questi grandi passi in avanti non vuol dire credere che il Venezuela sia oggi un paradiso, anzi. Non vuol dire non riconoscere che la Rivoluzione bolivariana deve ancora fare passi in avanti per democratizzare le forze di polizia o l’economia del paese. Oltre alla guerra economica messa in piedi dal potere economico, ci sono grandi ostacoli non ancora superati: primo tra tutti la dipendenza dal petrolio e del modello primario esportatore. Però, il governo bolivariano rimane l’unica forza politica democratica e rivoluzionaria capace di affrontare queste grandi sfide. Non solo, nonostante le contraddizioni e i problemi, il Venezuela bolivariano e socialista può e deve rappresentare un esempio per altri popoli e nazioni che stanno soffrendo la barbarie del capitalismo e la crudeltà del neoliberismo. Forse proprio per questo, uno dei grandi obiettivi delle corporazioni mediatiche è quello d’impedire che le sinistre mondiali e i movimenti anticapitalisti possano analizzare con obiettività e trasparenza l’attuale processo bolivariano. Disorientando e mentendo continuamente sulla realtà delle cose in Venezuela non solo si crea un’opinione pubblica internazionale consenziente a un’eventuale operazione militare, ma s’impedisce alla sinistra mondiale di fare dell’esperienza bolivariana una ricchezza teorica e pratica per altri progetti di trasformazione sociale.

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Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre

lenin

A 98 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14 luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.
Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato – costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.
In secondo luogo, la soluzione rivoluzionaria di quel conflitto consentì di porre all’ordine del giorno – e di rendere per la prima volta concreto, dopo il generoso tentativo della Comune di Parigi – l’obiettivo della costruzione di un sistema economico e sociale diverso, di un sistema socialista. Ciò implicava un primo tentativo di dar vita a un’economia non più regolata dalla legge del profitto e dalle stesse regole del mercato, che pure avevano una storia secolare, realizzando un’organizzazione economica e produttiva il cui criterio essenziale fosse quello del benessere collettivo anziché dell’arricchimento individuale, e al fondo quello del prevalere del valore d’uso di risorse e merci, anziché del loro valore di scambio, che in regime capitalistico porta alla “mercificazione di ogni cosa”, compresi ormai l’acqua, i semi da cui nascono i frutti, il corpo e il DNA. Questa trasformazione costituiva un’impresa enorme, di portata storica, che i bolscevichi dovettero affrontare senza poter contare, come speravano, nella contemporanea trasformazione socialista dei paesi europei più sviluppati (che avrebbe posto su basi strutturali più solide il processo di transizione al socialismo), in un paese arretrato, devastato dalla guerra e poi dalla guerra civile, invaso e poi accerchiato da eserciti stranieri; un paese in cui la grande maggioranza della popolazione era analfabeta e viveva e lavorava nelle zone rurali. In un paese del genere, e con strumenti di calcolo rozzi, lontani anni luce dai moderni computer e calcolatori, si sarebbe dovuta avviare un’economia pianificata, che consentisse una modernizzazione equa, uno sviluppo economico ma al tempo stesso sociale e civile – e l’esempio dei paesi capitalistici ci mostra come raramente questi elementi procedano assieme; e quello sviluppo ci sarà, sebbene con contraddizioni drammatiche, errori e costi umani pesanti.
Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del superamento del lavoro alienato, non solo nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal prodotto che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra lavoro manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando, nella migliore delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando maggiore spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i ritmi di fabbrica in misura tale che la competizione economica internazionale intanto avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.
Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema più generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e diretti, governanti e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei suoi meccanismi. Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di superare la democrazia come delega, di andare al di là di una democrazia meramente rappresentativa e formale, per affermare un modello di democrazia diretta, sostanziale, basata sulla partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario, insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione della politica e quindi crisi della partecipazione e della stessa democrazia, che viviamo oggi nei paesi capitalistici; e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di realizzare in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e soprattutto punti essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione agli ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità di difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi sistemi.
Come si vede, sono tutti obiettivi di portata storica, che alludono a un vero e proprio salto di civiltà e a un processo anch’esso storico, come peraltro preconizzavano Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza complessa e articolata che ne seguì semplicemente non potevano risolvere da sole questi problemi, vincere da sole e in 74 anni queste sfide. E tuttavia esse hanno costituito un primo, gigantesco passo in questa direzione, hanno consentito l’ingresso nella storia – stavolta da protagonisti – dei popoli coloniali e dei paesi periferici e semiperiferici del sistema, avviando quello smantellamento del modello coloniale che sarebbe proseguito nel secondo dopoguerra; hanno costituito un input essenziale per l’affermarsi dei diritti sociali nell’agenda politica mondiale, favorendo con la loro stessa esistenza la costruzione di sistemi di Welfare anche in Occidente.
Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione poneva sono oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari, poiché solo un sistema economico che sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione illimitata di merci la pianificazione razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono maggiormente possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle tecnologie informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di calcolo, e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile, pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista. Dunque per chi come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità, l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello che Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di apprendimento” delle classi e dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita, scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la vecchia società. Per questo nel nostro calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.
Alexander Höbel, direzione nazionale PCdI
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Mafia Roma, la lupa capitolina vista attraverso le luci di un mezzo dei Carabinieri

Il prossimo 5 novembre potrebbe sembrare un giovedì autunnale come tanti altri.

Invece è un giorno davvero speciale, anche se sono in molti quelli che vorrebbero rimuoverne ogni traccia. Un giorno importante sul serio dicevo, perchè in quel primo giovedì del mese di novembre si aprirà nell’aula bunker di Rebibbia a Roma il maxi-processo per “Mafia Capitale”. Alla sbarra sfileranno malavitosi della peggiore risma, faccendieri e capitani d’impresa, alti burocrati dell’amministrazione comunale Capitolina, ex estremisti neri ma soprattutto politici.

Politici importanti, di quelli che a Roma decidevano molte cose e organizzavano migliaia di voti, tutti provenienti dai partiti che “contano” e che hanno governato negli ultimi anni il Campidoglio.
Questa volta insieme ai soliti nomi del centro destra, coinvolti anche alcuni esponenti di rilievo del PD romano. Tutti i componenti di questa simpatica comitiva sono accusati di aver avviato e in parte realizzato il nuovo “sacco di Roma”, come dei novelli lanzichenecchi.

Per ora si parla di imputati sottoposti a processo e quindi ancora di “presunti innocenti”, anche se le accuse a loro carico sono pesanti e corredate da prove spesso schiaccianti. Fin qui sembrerebbe una normale storia di corruzione all’italiana, con comuni delinquenti insieme a “colletti bianchi” in combutta. Voi direte che non è la prima volta che capita qualcosa di simile e che non sarà nemmeno l’ultima. Il processo accerterà, ove esistano, le responsabilità dei singoli imputati.

Tutto giusto. Però non esistono solo responsabilità penali nella vicenda. I politici hanno responsabilità nei confronti dei cittadini romani di altro genere. Poi come non parlare dei partiti a cui gli imputati appartengono? Questi ultimi hanno una responsabilità politica precisa sull’operato dei propri esponenti. Più sono gravi i fatti di rilevanza penale contestati ai loro iscritti tanto più è seria la responsabilità politica dei partiti di riferimento.

A Roma in questi giorni si parla di tutto, ma sono sporadici gli accenni a questo processo.
Stampa e media, soprattutto quelli romani, sembrano ignorare la vicenda. Ovviamente esistono le eccezioni che confermano la regola. Tuttavia il maxi-processo è marginalizzato dall’informazione che quasi non ne parla. Unico argomento trattato con sufficiente ampiezza di spazi sui giornali è quello legato alle notizie su Buzzi e Carminati. Loro parlano un gustoso dialetto e le intercettazioni fanno “audience”. Il romanesco di alcuni dialoghi ricorda alcuni film con Tomas Milian nei panni del “commissario Giraldi”.

Invece è scomparso quasi completamente ogni accenno sulla stampa romana e nazionale che “conta” ai nomi eccellenti. Eppure nella rete questa volta sono finiti pesci abbastanza grossi. Per fortuna c’è chi come noi (e siamo un bel po’) continua a voler vedere la realtà dei fatti per come è e non per come ci viene presentata. Così, molto a naso, la sensazione è che della vicenda sia emersa solo la punta dell’iceberg.

Noi però siamo molto curiosi e questa montagna, non di ghiaccio ma di rifiuti, la vogliamo esplorare tutta.

Roberto Vallocchia, segretario PCdI Roma

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Nell’anniversario del Golpe cileno, avvenuto l’11 settembre 1973, il sito del PCdI ripropone l’ultimo discorso del presidente Salvador Allende, che morì lo stesso giorno. Un giorno che non possiamo dimenticare, il giorno in cui le forze della reazione uccisero la rivoluzione  democratica di Allende e delle forze del socialismo.

“La storia é nostra e la fanno i popoli”; perché é troppo vero, é troppo bello, é troppo giusto ed opportuno.

“Pagherò con la mia vita la difesa dei principi che sono cari a questa patria. Cadrà la vergogna su coloro che hanno disatteso i propri impegni, venendo meno alla propria parola, rotto la disciplina delle Forze Armate. Il popolo deve stare all’erta, vigilare, non deve lasciarsi provocare, né massacrare, ma deve anche difendere le sue conquiste. Deve difendere il diritto a costruire con il proprio lavoro una vita degna e migliore.

Una parola per quelli che, autoproclamandosi democratici, hanno istigato questa rivolta, per quelli che, definendosi rappresentanti del popolo, hanno tramato in modo stolto e losco per rendere possibile questo passo che spinge il Cile nel baratro.

In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della patria vi chiamo per dirvi di avere fede.

La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine; questa é una tappa che sarà superata, é un momento duro e difficile. E’ possibile che ci schiaccino, ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza per la conquista di una vita migliore.

Compatrioti: é possibile che facciano tacere la radio, e mi accomiato da voi. In questo momento stanno passando gli aerei. E’ possibile che sparino su di noi. Ma sappiate che siamo qui, per lo meno con questo esempio, per mostrare che in questo paese ci sono uomini che compiono la loro funzione fino in fondo. Io lo farò per mandato del popolo e con la volontà cosciente di un presidente consapevole della dignità dell’incarico. Forse questa sarà l’ultima opportunità che avrò per rivolgermi a voi.

Le Forze Aeree hanno bombardato le antenne di radio Portales e di radio Corporacion. Le mie parole non sono amare ma deluse; esse saranno il castigo morale per quelli che hanno tradito il giuramento che fecero.

Soldati del Cile, comandanti in capo ed associati – all’ammiraglio Merino – il generale Mendoza, generale meschino che solo ieri aveva dichiarato la sua solidarietà e lealtà al governo, si é nominato comandante generale dei Carabineros.

Di fronte a questi eventi posso solo dire ai lavoratori: io non rinuncerò. Collocato in un passaggio storico pagherò con la mia vita la lealtà del popolo.

E vi dico che ho la certezza che il seme che consegnammo alla coscienza degna di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere distrutto definitivamente.

Hanno la forza, potranno asservirci, ma non si arrestano i processi sociali, né con il crimine, né con la forza.

La storia é nostra e la fanno i popoli.

Lavoratori della mia patria, voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete riposto in un uomo che é stato soltanto interprete di grande desiderio di giustizia, che giurò che avrebbe rispettato la costituzione e la legge, così come in realtà ha fatto. In questo momento finale, l’ultimo nel quale io possa rivolgermi a voi, spero che sia chiara la lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, insieme alla reazione ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero la loro tradizione: quella che mostrò Schneider e che avrebbe riaffermato il comandante Araya, vittima di quel settore che oggi starà nelle proprie case sperando di poter conquistare il potere con mano straniera a difendere le proprietà ed i privilegi.

Mi rivolgo, soprattutto, alla semplice donna della nostra terra: alla contadina che ha creduto in noi; all’operaia che ha lavorato di più, alla madre che ha sempre curato i propri figli.

Mi rivolgo ai professionisti della patria, ai professionisti patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la rivolta auspicata dagli ordini professionali, ordini di classe che solo vogliono difendere i vantaggi di una società capitalista.

Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che hanno cantato la loro allegria ed il loro spirito di lotta.

Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo é già presente da tempo negli attentati terroristici, facendo saltare ponti, interrompendo le vie ferroviarie, distruggendo oleodotti e gasdotti. Di fronte al silenzio di quelli che avevano l’obbligo di intervenire, la storia li giudicherà. Sicuramente radio Magallanes sarà fatta tacere ed il suono tranquillo della mia voce non vi giungerà.

Non importa, continuerete ad ascoltarmi. Sarò sempre vicino a voi, per lo meno il ricordo che avrete di me sarà quello di un uomo degno che fu leale con la patria.

Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi sterminare e non deve farsi umiliare.

Lavoratori della mia patria: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno il momento grigio ed amaro in cui il tradimento vuole imporsi.

Andate avanti sapendo che, molto presto, si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!

Queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano.

Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una punizione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento”.

Salvador Allende, 11 settembre 1973

allende
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Tessera-2015

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_______7 luglio 1960: per cosa sono morti quei ragazzi?

1960_reggio emilia luglio

Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi bandiera rossa”, quante volte ne abbiamo ripetuto i versi con grande trasporto emotivo, eppure 55 anni dopo quegli eventi che insanguinarono le strade della nostra città, quelle strofe risuonano quanto mai lontane, di un epoca che probabilmente i nostri concittadini non sentono affatto appartenergli.
Certo più di mezzo secolo è un ” pezzo” di storia non breve, ma non sufficiente a giustificare come nelle nostre scuole, di quanto avvenuto nel luglio 1960 a Reggio Emilia, non vi sia la minima menzione e questo non da oggi. Non per agitare il solito feticcio dell’anti politica, tra gli attuali nostri deputati e non di certo meno tra quelli che di poco li hanno preceduti, in quanti saprebbero rispondere a una domanda su cosa rappresenti il 7 luglio 1960?
Fatti lontani non solo nel tempo, ma soprattutto culturalmente, a cui va aggiunta la mancanza di giustizia per chi è morto e per i rispettivi famigliari e che, anno dopo anno, è come se quei cinque nostri concittadini venissero uccisi nuovamente, uno per ogni anno trascorso senza la doverosa giustizia. Non solo recentemente si sono succeduti timidi impegni a riguardo, addirittura promesse sempre rimaste disattese in anni più lontani, ma è rimasta sostanziale la volontà politica di non arrivare ad alcun tipo di giustizia. Perché dopo 55 anni al governo del Paese ci sono gli epigoni di quelle forze politiche che allora furono protagoniste della violenta repressione di piazza, per giunta insieme agli eredi di chi quella sanguinosa repressione dovette subirla, certo non un dettaglio marginale, considerando soprattutto a come si è arrivati a questa sorta di compromesso politico tra ex. Ex comunisti, ex democristiani, ex fascisti.
Che vergogna!
Eppure Farioli, Franchi, Tondelli, Serri e Riverberi in piazza sono morti per le idee in cui credevano, erano tutti e cinque comunisti, tre di loro addirittura erano stati partigiani. Sapevano che durante quel luglio 1960 era in atto un disegno politico ben preciso, reprimere non solo il dissenso popolare, ma ancor più gravemente archiviare quel patto giurato sancito con la Resistenza antifascista, ossia la Costituzione. La ribellione, se così la vogliamo chiamare, di quel torrido luglio, non fu la prerogativa della sola generazione con le magliette a righe e come spesso sbrigativamente lo si vuole far sembrare, ma lo fu di tutto il nostro popolo da nord e sud del Paese, ne sono di fatti a conferma la variegata eterogeneità di quei cinque caduti, la cui età era compresa tra i 19 anni di Ovidio Franchi e i 41 anni di Marino Serri. Un popolo dunque che aveva buona memoria e che ben sapeva cosa significava sdoganare i fascisti ad appena 15 anni dalla fine della guerra di Mussolini, con annesse tutte le implicazioni passate. E non casualmente lo sapeva altrettanto bene la DC, sospinta dai dollari americani, con quel Tambroni che sull’onda dello sdegno popolare dovette dimettersi. Per chiudere quel cerchio reazionario, mancò tuttavia il non aver capito quanto il nostro popolo fosse unito e consapevole che la sola strada della Costituzione era quella da percorrere per il suo progresso sociale.
Quel disegno non venne però archiviato, ma riproposto con ancor più folle violenza, circa 10 anni dopo a Piazza Fontana, poi a Piazza Loggia e alla stazione di Bologna, dieci anni che flagellarono la piazze italiane, l’uso indiscriminato delle bombe, la guerra ai civili, le stragi fasciste, accomunate ai fatti di Reggio per gli stessi depistaggi, le collusioni politiche dello Stato con gli assassini a la medesima mancanza di giustizia per gli innocenti che pagarono colpe che non avevano. Furono quelli gli anni in cui trovarono compimento le più grandi conquiste sociali nel nostro Paese, sempre nel solco tracciato dalla Costituzione, una Costituzione che sembra essere diventata oggi il prezzo da pagare, o da sacrificare, per il baratto politico tra ex, pur di governare a qualunque costo. Ex comunisti, ex democristiani, ex fascisti. Che vergogna! Il 7 luglio 1960 è un storia che parla al presente oggi ancor di più che in passato, perché si sta perdendo nell’indifferenza quanto invece i caduti del luglio reggiano sapevano che andava difeso, come durante la Resistenza. I diritti dei lavoratori, la scuola pubblica, il diritto ai beni comuni come l’acqua, la Costituzione, memori di quel passato e dai quali non dovremo permettere a nessuno di farci tornare indietro.
Alessandro Fontanesi, Segretario provinciale PCdI Reggio Emilia

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PCdI Roma:

 

“Marino amministri con la forza

 

con cui ha chiamato in causa i fascisti”

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Siamo l’unico partito che non ha chiesto le dimissioni di Ignazio Marino. Forse perché sapevamo che prima o poi il Pd avrebbe fatto scattare le sue trappole. O forse perché quando ha chiuso Malagrotta immaginavamo che gliela avrebbero fatta pagare di brutto”. Lo afferma Roberto Vallochia, segretario romano del Partito Comunista d’Italia. “Ora si chiede a Marino efficienza e competenza. E’ giusto. Gliela chiediamo anche noi, anche se nel verminaio romano è facile incontrare sabbie mobili ad ogni passo. Oggi chiediamo a Marino di trovare, nell’amministrazione della città, la stessa forza con cui ha chiamato in causa i fascisti. Se lo farà, riuscirà nel suo compito. E noi lo appoggeremo. Se non lo farà – conclude Vallocchia – sarà inghiottito dalle sabbie mobili.

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Verso la costituente comunista

costCare compagne e cari compagni, come sapete il 12 luglio a Roma si terrà l’assemblea nazionale dell’Associazione per la ricostruzione del partito comunista. Da lì prenderà l’avvio la costituente di una forza comunista in Italia. E’, per tutte e tutti noi, che lavoriamo da anni a questo obiettivo, un appuntamento di grande importanza al quale vi prego di assicurare la più ampia partecipazione.

La locandina va pubblicizzata il più possibile: nei giornali locali, sui nostri siti, nella rete in generale, sui giornalini di sezione e federazione…

Colgo l’occasione per ricordarvi che domenica 21 giugno sull’ultima pagina del “manifesto” apparirà l’Appello per la costituente. Le federazioni che vivono in luoghi dove non arriva la distribuzione del manifesto, possono ordinare le copie ad una edicola.

Fraterni saluti.

Manuela Palermi, Presidente del Comitato Centrale Pcdi

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http://sapereeundovere.itLa Germania, che fa tanto la moralizzatrice con gli altri Paesi europei, è andata in default due volte in un secolo e le sono stati condonati i debiti di due guerre mondiali per consentirle di riprendersi. Fra i Paesi che le hanno condonato i debiti, la Grecia, prima di tutto, che pure era molto povera, e l’Italia.

Dopo la Grande Guerra, John Maynard Keynes sostenne che il conto salato chiesto dai Paesi vincitori agli sconfitti avrebbe reso impossibile alla Germania di avviare la rinascita. L’ammontare del debito di guerra equivaleva, in effetti, al 100% del Pil tedesco. Fatalmemte, nel 1923 si arrivò al grande default tedesco, con l’iperinflazione che distrusse la repubblica di Weimar. Adolf Hitler si rifiutò di onorare i debiti, i marchi risparmiati furono investiti per la rinascita economica e il riarmo, concluso, come si sa, con una seconda guerra, ben peggiore, in seguito alla quale a Berlino si richiese un secondo, enorme quantitativo di denaro da parte di numerosi Paesi. L’ammontare complessivo aveva raggiunto i 23 miliardi di dollari (di allora!)

La Germania sconfitta non avrebbe mai potuto pagare i debiti accumulati in due guerre, peraltro da essa stessa provocate.

Mentre i sovietici pretesero e ottennero il pagamento della somma loro spettante, fino all’ultimo centesimo, ottenuta anche facendo lavorare a costo zero migliaia di civili e prigionieri, il 24 agosto 1953 ben 21 Paesi, Belgio, Canada, Ceylon, Danimarca, Grecia, Iran, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Norvegia, Pakistan, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, Repubblica francese, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Svizzera, Unione Sudafricana e Jugoslavia, con un trattato firmato a Londra le consentirono di dimezzare il debito del 50%, da 23 a 11,5 miliardi di dollari, dilazionato in 30 anni. In questo modo, la Germania poté evitare il default, che c’era di fatto. L’altro 50% avrebbe dovuto essere rimborsato dopo l’eventuale riunificazione delle due Germanie, ma nel 1990 l’allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell’accordo, che avrebbe procurato un terzo default alla Germania. Italia e Grecia acconsentirono di non esigere il dovuto.

Nell’ottobre 2010 la Germania ha finito di rimborsare i debiti imposti dal trattato del 1953 con il pagamento dell’ultimo debito per un importo di 69,9 milioni di euro.

Senza l’accordo di Londra che l’ha favorita come pochi, la Germania dovrebbe rimborsare debiti per altri 50 anni. E non ci sarebbe stata la forte crescita del secondo dopoguerra dell’economia tedesca, né Berlino avrebbe potuto entrare nella Banca Mondiale, nel Fondo Monetario Internazionale e nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Quindi: che cos’ha da lamentare la Merkel, dal momento che il suo Paese ha subito e procurato difficoltà ben maggiori e che proprio dall’Italia e dalla Grecia ha ottenuto il dimezzamento delle somme dovute per i disastri provocati con la prima e la seconda guerra mondiale? La Grecia nel 1953 era molto povera, aveva un grande bisogno di quei soldi, e ne aveva sicuramente diritto, perché aggredita dalla Germania. Eppure… Perché nessun politico italiano ricorda ai tedeschi il debito non esigito?

Roberto Schena

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____Un esercito di lavoratori senza diritti

precarietàL’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) esiste dal 1919 ed è un’importante agenzia delle Nazioni Unite. Si occupa di elaborare e supervisionare le norme internazionali del lavoro. E’ composta da rappresentanti dei governi, delle imprese e dei lavoratori e, almeno una volta l’anno, presenta una valutazione sulle condizioni di lavoro nel mondo. Ebbene questa organizzazione – che nulla ha di radicale o di estremista – ha scritto che il lavoro “vive oggi una situazione intollerabile, segnata dalla disoccupazione, dalla precarietà e dalle diseguaglianze”. Alla denuncia ha allegato dati impressionanti. Nel mondo  ci sono più di 200 milioni di disoccupati, quasi 1.770 milioni di lavoratori poveri (meno di due dollari al giorno di salario), un’incalcolabile e sconosciuta marea di persone che lavorano nell’economia sommersa ed almeno  21 milioni di schiavi, la cifra più alta mai raggiunta nella storia dell’umanità.

In Europa si è insediata la dittatura di un’ideologia, il liberismo, che ha i suoi fondamentali nell’impresa e nel mercato. Qui l’attacco al lavoro si gioca contro i diritti e il salario. L’Ilo ne dà un giudizio molto severo. Il primo male, dice, è il forte indebolimento delle protezioni garantite dalle leggi e dai contratti (costati ai lavoratori decenni di lotte sindacali) a seguito dell’aumento globale della precarietà. Uno ad uno  i diritti vengono smantellati: contrattazione, licenziamento, organizzazione del lavoro, salario, tempo di lavoro, scioperi, contrattazione collettiva, rappresentanza sindacale… ne emerge una vera e propria offensiva di classe messa in atto dai governi, dalle istituzioni neoliberiste e dalle grandi multinazionali. L’obiettivo è la massima libertà per le imprese di sfruttare, disciplinare, dividere ed indebolire la classe lavoratrice rendendola sempre più precaria, esposta sul lavoro a rischi che ne danneggiano la salute e in alcuni casi la vita, e a cui viene addossata buona parte del rischio economico delle imprese. Man mano che il potere delle imprese aumenta, i lavoratori – isolati, divisi in un mare di contratti e sottocontratti, frammentati – perdono il controllo del proprio lavoro e si appanna, fino a venir meno,  la coscienza collettiva e solidale, quella che in altri anni ha permesso di organizzarsi, lottare, migliorare le condizioni di lavoro e di vita.

Prendiamo due esempi: l’Italia e l’Inghilterra.

In Italia è arrivato il jobs act, affiancato da un’indecente campagna mediatica che l’ha presentato come occasione per superare la miriade di contratti precari e dare stabilità ai lavoratori. In realtà è vero il contrario. Con il jobs act si è cancellato il contratto a tempo indeterminato. Tutti i nuovi assunti sono precari. Possono essere licenziati in ogni momento, ogni lavoratore è solo davanti all’impresa, le sue mansioni vengono monitorate e controllate a distanze, i salari sono bassi, la rappresentanza sindacale diventa praticamente nulla. Un esercito di lavoratrici e lavoratori senza diritti, la cui capacità di autorganizzazione e di sindacalizzazione è annullata dall’incertezza del lavoro.

In Inghilterra ci sono circa 700 mila lavoratori con contratti a zero ore. Si tratta di contratti che non pongono nessun vincolo alle imprese e nulla garantiscono ai lavoratori, né un salario né un numero minimo di ore di lavoro. L’impresa chiama i lavoratori solo e quando ne ha bisogno. Anche qui fu usata un’intensa campagna mediatica. Le “zero ore” vennero presentate come un’opportunità da non perdere perché, superando le rigidità del mercato del lavoro, avrebbero permesso di coniugare studio e lavoro, vita familiare e lavoro. Una felice occasione per studenti e donne. Ovviamente le cose non sono andate così. I contratti a zero ore si vanno vorticosamente espandendo e coinvolgono tutte le lavoratrici e i lavoratori, senza eccezione alcuna.

Non c’è nulla che renda i lavoratori vulnerabili ed aumenti le condizioni di sfruttamento come la precarietà, perché significa essere disoccupato, avere un lavoro intermittente, essere sottoccupato, avere un contratto a termine o a tempo parziale o inferiore alle proprie capacità, essere un falso lavoratore autonomo, lavorare in nero. Significa non avere alcuna sicurezza contrattuale, un salario basso, mansioni incerte e mutabili e nessun controllo del tempo e degli orari.

Le forme di  precarietà sono molte, individuarle non è semplice. Contrariamente a quanto s’è creduto nel passato, non riguardano il solo lavoro giovanile, ma investono tutte le classi di età. La precarietà è affollata di immigrati, di donne, di anziani, di ragazze e ragazzi che hanno studiato. Inizialmente la si presentava quasi con esaltazione, prefigurando l’emergere di una nuova classe sociale, interessata e disponibile a vivere sempre nuove esperienze.

In realtà siamo di fronte ad un processo di dominazione e in questo processo le lavoratrici e i lavoratori vengono dominati e costretti ad accettare lo sfruttamento e addirittura l’autosfruttamento. E’ un processo economico e sociale che si basa sul potere diseguale e sul secolare conflitto tra capitale e lavoro, dove milioni di persone hanno da vendere solo il proprio cervello o le proprie braccia.

Il processo di dominazione vive di elementi come la paura e il ricatto, riuscendo a trasferirli anche tra coloro che hanno un lavoro stabile. Perché c’è scarsità di lavoro e contemporaneamente tanta forza lavoro e “se il lavoro non lo fai tu, lo farà un altro”.

La precarietà è oggi un fenomeno strutturale, endemico. Esiste in tutti i settori e, in maggiore o minor misura, colpisce la stragrande maggioranza dei lavoratori, sia nel settore privato che pubblico, sia nell’industria che nell’agricoltura che nei servizi. E’ praticamente generalizzata nei lavori non contrattualizzati, molti dei quali occulti, com’è il caso dell’enorme numero di donne e di immigrati nel lavoro domestico. La distrazione con cui anche da settori sindacali e di sinistra si guarda al lavoro riproduttivo e di cura, invisibile e non remunerato, è politicamente miope perché esso costituisce un fattore chiave nell’organizzazione della produzione e nel processo di accumulazione capitalistica.

In Europa l’offensiva contro i lavoratori è senza precedenti, e in quest’offensiva vale tutto: guerre, disoccupazione, aumento dei prezzi e delle tasse, mancanza di libertà e riduzione dei diritti, povertà, insicurezza. Tutto in nome della libertà assoluta per le imprese e i mercati, e cioè per chi possiede potere ed enormi ricchezze.

In un mondo del lavoro dove la diversificazione produttiva e dei mercati, le nuove tecniche di gestione ed organizzazione della mano d’opera e le innovazioni tecnologiche continuano velocemente a proletarizzare il lavoro nell’industria e nei servizi, la battaglia politica per un’organizzazione del lavoro democratica si propone in tutta la sua urgente crudezza. La precarizzazione del lavoro non è un destino né una fatalità. E’ il risultato di un sistema politico e di un modello economico. Sono questi che occorre rovesciare. Difficile anche pensarlo se non si inizia a ricostruire un filo che riporti a unità il destino dei lavoratori e spezzi le mille divisioni in cui sono oggi costretti. Non sarà facile. C’è da ricostruire il destino di intere generazioni.

Manuela Palermi, presidente del CC del Pcdi

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Manuela Palermi:

“Sciopera la scuola, una grande manifestazione di popolo”

scuolaQuello di domani sarà un grande sciopero. Scenderanno in piazza i lavoratori della scuola e non solo, perché al loro fianco ci saranno tante famiglie che ogni giorno hanno a che fare con la scuola, con i suoi problemi e le sue carenze, con la precarietà degli edifici scolastici, con l’insufficienza delle risorse.

Noi ci saremo. Il Partito Comunista d’Italia sfilerà con le sue bandiere, con l’impegno per una scuola pubblica, laica, gratuita e quindi accessibile a tutte e tutti, perché l’istruzione e il campo del sapere sono il futuro di una società civile e libera, sono la garanzia del progresso democratico del nostro Paese.

Ci sarà la Fiom, anch’essa in nome di una scuola “pubblica, gratuita, non precaria, sicura, autogovernata, democratica, formativa, laica e libera”.

Ci saranno quelli del Manifesto dei 500, e cioè gli insegnanti e genitori che si battono assieme per la difesa della scuola pubblica, masi sufficientemente garantita.

Ci sarà l’Agenquadri (Associazione Generale Quadri, Professionisti e Alte Professionalità) che ricorda a Renzi che “la scuola appartiene a famiglie e studenti, e sarebbe bello se nel DDL fossero previsti ruoli di maggiore protagonismo per entrambi”.

Ci sarà il Coordinamento Nazionale Medici “perché il governo ha fallito nel suo compito di garantire la formazione pubblica, libera e democratica, a tutti i cittadini”. E tanti, tanti altri sindacati, associazioni, coordinamenti, forze politiche della sinistra.

Insomma sarà una grande manifestazione di popolo che si articolerà in 7 città per permettere a quanti più possibili di partecipare: Aosta, Bari, Cagliari, Catania, Milano, Palermo, Roma.

E’ in atto, e non da oggi, un tentativo perverso di privatizzazione del sapere – che coinvolge la scuola ma anche l’università e la ricerca – che va battuto, e i cui primi attori sono Renzi e Confindustria. Hanno già fatto molti danni. Dalla privazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori con il jobs act all’attacco continuo e scellerato contro la Costituzione. Vanno fermati. E solo l’unità dei soggetti che credono nella democrazia partecipata, che difendono la storia di un Paese che ha lottato contro il fascismo in nome della libertà e della democrazia, può sconfiggerli. Quella di domani è una grande occasione.

Manuela Palermi

 

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Con l’Italicum l’Italia si trasforma in una democratura

italicumNel corso dell’ultimo quarto di secolo i cambiamenti intercorsi nella legge elettorale sono stati caratterizzati da un unico obiettivo: quello di compiere, sul piano istituzionale, il cambiamento di fase che era già in corso sul piano economico (con lo smantellamento del settore pubblico e la privatizzazione delle aziende di stato nei settori strategici) e su quello politico (con la distruzione del sistema dei partiti, come strumenti di organizzazione della vita pubblica e democratica di questo paese). Segnare, quindi, la vittoria del capitale (più spesso delle oligarchie) sul lavoro e sulla democrazia. La Carta Costituzionale è stata sempre di più tradita nei suoi principi fondamentali e si è sbilanciato l’equilibrio istituzionale che i padri costituenti avevano riposto nella centralità del parlamento. Non c’è da stupirsi, pertanto, che nel corso degli anni si sia fatto riferimento alla “legge truffa” del ’53 per denunciare l’anti-democraticità di quanto stesse avvenendo. Eppure la più “antidemocratica” delle leggi proposte o approvate fin ora, impallidirebbe a confronto con la riforma in discussione in queste ore nel parlamento.

Il raffronto è lampante tenendo conto di un semplice dato: la “legge truffa” (che comunque non fu mai approvata), garantiva una maggioranza parlamentare a chi avesse conseguito il 50,1% dei voti nelle urne, in una fase nella quale l’astensione registrata era tra le più basse d’Europa. L’Italicum, invece, garantisce la maggioranza assoluta ad una forza che al secondo turno raggiunge il 40% dei voti. Cioè, paradossalmente, un partito che al primo turno prende il 25% dei consensi (in una fase nella quale l’astensione è la più alta da quando è stato istituito il suffragio universale) può arrivare ad avere la maggioranza assoluta del parlamento. Per queste ragioni, il più ponderato dei confronti da fare è quello con la legge Acerbo del 1923, voluta da Mussolini per garantire al Pnf il controllo del Parlamento del Regno, indispensabile per avviare le “riforme politiche” che diedero vita al ventennio. In quel caso si garantivano i 2/3 degli eletti al partito che superava il 25% del quorum ed anche allora, come oggi, il governo oppose la fiducia per portare a casa il risultato, cancellando il dibattito parlamentare e zittendo le opposizioni.

Siamo consapevoli che il paragone è forte, ma a cos’altro possiamo pensare di fronte a quanto sta avvenendo in parlamento? Anche i più moderati degli opinionisti non esitano ad usare parole nette come “democratura” e “fine della democrazia parlamentare”. A ben ragione, purtroppo.

Con l’abolizione de facto del Senato e la riscrittura della legge elettorale, si sta procedendo spediti verso un sistema monocamerale, senza contrappesi né equilibri tra i poteri. Col sistema dei capilista bloccati, la Camera sarà costituita a maggioranza assoluta (oltre il 60% degli eletti) da nominati dal segretario del partito di maggioranza (che comunque rappresenta una minoranza del paese). Il Governo avrà a disposizione la Camera e non viceversa, determinando il rovesciamento perfetto del principio istituzionale della Carta del ’48. A questo si aggiunge, inoltre, la cancellazione del principio di rappresentanza. Il Governo, per mano del parlamento di nominati, sarà in grado di eleggere i nuovi membri della Corte Costituzionale (che perderebbe quindi la sua piena autonomia) ed in grado di “occupare” integralmente la Rai, nominandone l’Ad (previsto nella riforma del sistema radiotelevisivo, voluto sempre da Renzi), come fa notare da diversi mesi Eugenio Scalfari, non proprio un bolscevico. Supremazia sul parlamento, potere di nomina dei giudici della Corte, controllo del consiglio di amministrazione della Rai e, ovviamente, pesante ipoteca sul futuro Presidente della Repubblica (che verrebbe eletto da un parlamento sì fatto) sono le conseguenze dirette dell’Italicum e tratteggiano nitidamente i confini di questa democratura.

Di fronte a questo scempio è necessario lottare: qui si sta scrivendo il futuro del paese e della democrazia e, mai come ora, è necessario bloccare questa deriva dispotica a cui ci sta portando il governo a guida Pd.

Ognuno deve fare la sua parte.

Può farla il Presidente della Repubblica, a cui ci rivolgiamo, perchè rispetti il giuramento sulla  Costituzione.

Devono farla i deputati della minoranza Pd: è la loro ultima occasione per non essere sussunti dal “renzismo” e dal “partito della nazione”. E, per farlo, devono essere protagonisti di scelte coraggiose. Chi in queste ore ha annunciato di non votare la fiducia sull’Italicum deve essere conseguente ed andare fino in fondo votando contro, perché astenersi o uscire dall’aula equivarrebbe a non opporsi a questa legge, definita –non a torto-  da tanti di loro, una “violenza” nei confronti del Parlamento.

Devono farlo quei corpi intermedi a cui questo governo sta conducendo uno degli attacchi più pesanti degli ultimi anni. Ci riferiamo in particolar modo ai sindacati e all’Anpi. Lo scempio dell’approvazione dell’Italicum si sta consumando proprio tra 25 Aprile e 1 Maggio,

non opporsi equivarrebbe a condannarsi ad essere percepiti dai più giovani solo come preziosi custodi del passato ed organizzatori del “concertone di Piazza San Giovanni” o dei picchetti ai cippi partigiani – importantissimi momenti di ricordo e partecipazione – ma non soggetti essenziali del cambiamento ed alleati nella battaglia per la democrazia.

Deve farlo la sinistra, che su questa battaglia può trovare linfa per una nuova rinascita ed il terreno comune per l’unità, tante volte cercata in questi anni.

Ed ovviamente, anche i comunisti faranno la loro parte, fuori dal parlamento, tra la gente, per battere, assieme a tutti i sinceri democratici, questa torsione autoritaria e pericolosa. Anche per questo siamo impegnati nel processo della ricostruzione del partito comunista: per rimettere assieme i comunisti, rigenerare il partito e dare una speranza ed un’avvenire diverso a questo paese.

 Francesco Maringiò

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Per un 25 aprile antifascista e anti-imperialista

fiore-del-partigiano-25-aprileDomani 25 aprile i Comunisti d’Italia saranno in tutte le piazze del Paese a fianco dei partigiani di ieri e di oggi per ricordare i Settant’anni dalla Liberazione dal nazifascismo. Saranno a fianco delle organizzazioni partigiane, dell’Anpi, in una giornata di ricordo, di festa e di lotta. 

Di seguito l’appello alla partecipazione alla manifestazione indetta dall’Anpi a Roma, alla quale il Pcdi ha dato la sua adesione anche attraverso il comunicato congiunto del comitato “25 aprile”

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Roma è “città aperta” a tutte le resistenze. Per un 25 aprile antifascista antimperialista antisionista, tutti a Porta San Paolo, sabato 25 aprile alle 9.30, con i fazzoletti dei partigiani, con le bandiere rosse, con le bandiere dei popoli che resistono all’imperialismo, con le bandiere delle resistenze sociali. No al fascismo di ieri e di oggi.

Il 25 aprile dei 70 anni dalla Liberazione cade in una situazione in cui i venti di guerra sono impetuosi dentro l’Europa e nell’area del Mediterraneo, e l’imperialismo di USA, UE e Israele, insieme ai suoi sciagurati prodotti come l’IS, rappresenta il principale nemico della pace.

Al contrario, la straordinaria tenacia di alcuni eroici popoli – dal Medio Oriente all’Europa – è di esempio alle lotte che hanno origine ovunque questi predatori mettano le mani. La giornata del 25 aprile ha quindi per noi tutti il significato di riattualizzare gli insegnamenti della Resistenza partigiana nel 70esimo della sua vittoria.

Una resistenza che si rende necessaria anche nei luoghi di lavoro e nei territori, dove la crisi capitalista e le politiche economiche dei vari governi aggrediscono ad oltranza le condizioni di lavoro e di vita delle masse lavoratrici.

Vogliamo che nelle piazze dei partigiani ci siano i simboli di chi lotta per la libertà, l’uguaglianza, la giustizia sociale e l’autodeterminazione dei popoli.

Per questo ci rivolgiamo a tutte le realtà solidali con i popoli che resistono all’imperialismo, ai movimenti per le lotte sociali, a tutti/e gli autentici antifascisti/e antimperialisti/e antirazzisti/e:

insieme in piazza il 25 aprile!

NO PASARAN

Comitato 25 aprile – Roma

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Saluto del PCdI all’Assemblea nazionale de “l’Altra Europa”

altra europa

Care compagne e cari compagni,

vi porto il saluto del Partito Comunista d’Italia ed il suo fraterno augurio per la riuscita dei vostri lavori.

Un augurio autentico, perché la riuscita del vostro intento, ricostruire una sinistra forte, di massa, orgogliosa delle proprie idee e dei propri progetti, non può che essere interesse di tutte quelle forze che sinceramente e con determinazione si battono per l’unità della sinistra oggi divisa, per l’unità del mondo del lavoro salariato, precario, intellettuale, autonomo che da ormai 8 lunghissimi anni è l’unico a pagare la crisi del capitalismo ed è l’unico chiamato a sopportare i cosiddetti “sacrifici”.

Noi che siamo qui siamo stati capaci in questi anni di resistere al fascino indiscreto di questa rappresentazione liberista dei fatti, siamo stati capaci di tenere viva l’idea dell’alternativa. Ma, per poter concretizzarsi, quell’idea dev’essere supportata da numeri, da forze, energie, in altre parole dall’unità della sinistra.

Sono i fatti a incalzarci in tal senso: il JobsAct, vale a dire la precarizzazione a tempo indeterminato del lavoro ed una sanatoria di fatto di una selva di contratti precari in essere totalmente illegittimi, la fine di un modello di relazioni sociali basato sulla dignità del lavoro e sostituita col ricatto padronale, la costruzione di una Nato economica, pronta a distruggere diritti, ambiente e qualità della vita, che passa sotto il nome di TTIP, le politiche militariste, imperialiste e neoliberiste di questa Unione europea del capitale, della finanza e della tecnocrazia che obbliga coi suoi assetti economici strutturali ad una competizione tra gli Stati fondata sulla svalutazione interna dei salari, che impedisce l’esercizio effettivo della sovranità popolare nell’esemplare caso della ostilità nei confronti del nuovo governo greco di Alexis Tsipras e di qualsiasi concessione ad un popolo stremato da una austerity illogica e distruttiva, uno scenario di guerra globale a cui noi dobbiamo rispondere prontamente con un nuovo e vasto movimento per la pace, lo smantellamento della democrazia costituzionale e della scuola pubblica, impongono a tutti noi uno scatto.

La sinistra del nostro Paese, che ha conosciuto nei decenni passati la forza ed il peso più significativo in Europa e nell’Occidente, ha tutte le carte in regola per poter ambire a tornare grande, vi sono tutte le condizioni per poter riunire i rivoli rimasti orfani di una sinistra forte, innovativa e di cambiamento radicale.

Facciamolo insieme, non possiamo più indugiare. Facciamolo con la passione, l’entusiasmo e la determinazione che sempre ha contraddistinto la sinistra ed il suo agire politico. Facciamolo per una generazione che vede giorno dopo giorno un pezzo della propria vita fagocitato dal rigorismo e dalla ideologia perversa che è alla base di questa crisi capitalistica. Una crisi nel cui seno si stanno riscrivendo le relazioni sociali ed i rapporti di forza, un rivoluzione passiva che le élites dominanti stanno combattendo finora vittoriosamente.

Occorre costruire rapidamente una risposta all’altezza della durissima offensiva che i poteri forti stanno scatenando ormai da anni. E’ necessario che essa sia coraggiosa, radicale ed unitaria.

Facciamolo con determinazione e responsabilità anzitutto nei confronti delle nuove generazioni, pronti a fare ciascuno un passo indietro per farne due in avanti tutti insieme.

Reddito, riduzione dell’orario di lavoro, intervento pubblico in economia, pari opportunità, diritto allo studio, salario adeguato, accoglienza, politiche per la pace, sono nei fatti la lettera della nostra Costituzione a cui anche nel corso di questa Assemblea si è fatto naturalmente e spesso riferimento, il vero programma unitario della sinistra unitaria.

Queste parole d’ordine sono il futuro necessario che dobbiamo riconquistare. Buon lavoro compagne e compagni.

 

Francesco Valerio della Croce, Comitato Centrale PCdI

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Auguri compagno Pietro Ingrao!!!

ingraoUna delegazione del PCdI in rappresentanza della Segreteria nazionale, guidata dal Tesoriere Ugo Moro, ha reso oggi visita al Presidente Pietro Ingrao in occasione del suo centesimo compleanno, congratulandosi per l’esempio ed il rigore di strenuo combattente comunista. Le lotte per la pace, i diritti, l’emancipazione e l’uguaglianza del Compagno Ingrao sono infatti un riferimento e uno stimolo nel durissimo percorso di ricostruzione di una forza comunista degna della storia e delle conquiste del nostro popolo.

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Roma 24 marzo – Jobs-achtung

locandina“Martedì 24 marzo si terrà a Roma, nella sala di via Galileo Galilei 53 a partire dalle ore 17, un dibattito sul JobsAct e sulla proposta di referendum abrogativo lanciata dal Partito Comunista d’Italia – è quanto dichiara la segreteria nazionale del Partito Comunista d’Italia – prenderanno parte al dibattito tra gli altri Stefano Fassina (Pd), Manuela Palermi (PCdI), Giorgio Airaudo (SEL), Lucia Mango (PCdI), Piergiovanni Alleva (giurista Fiom) ed esponenti di Cgil, Fiom e sindacato di base. Lo scopo dell’iniziativa è lanciare una mobilitazione a partire dai territori, – continua la nota – costruire l’unità della sinistra politica e sostenere il referendum abrogativo della riforma del lavoro del governo Renzi, una riforma che cancella i diritti, liberalizza i licenziamenti e distrugge la contrattazione nazionale puntando ad un impoverimento dei salari.”

Segreteria nazionale Partito Comunista d’Italia

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__________________________________8 Marzo – Una Giornata internazionale per la pace, per il lavoro, per i diritti, per la libertà

origini-festa-donnaMai siamo state così vicine alla guerra come in questi giorni. Mentre un governo reazionario diretto dal twittatore premier fa a pezzi la Costituzione nata dalla Resistenza, neri venti di guerra soffiano sull’Europa e sono sempre più vicini.

Ma non c’è risposta adeguata da parte dei movimenti per la pace, dei sindacati, delle associazioni, dai partiti della sinistra, se non quello del Partito Comunista d’Italia che ha lanciato questo monito fin dall’inizio, seppure con le poche forze che siamo in grado di mettere in campo, inadeguate da sole alla gravità della situazione. Perché c’è un paese immerso in una cupa rassegnazione, donne e uomini che hanno visto la propria esistenza sconvolta dalla mancanza del lavoro, dalla cancellazione dei diritti, con punte di avanguardie che si mobilitano con un sostegno pur importante per la Grecia, contro il mostro tricefalo della Ue.

Questa Grecia dove le donne sono tornate a morire di parto in casa perché non possono nemmeno più permettersi di partorire in un ospedale.

Ma quelle stesse avanguardie non si mobilitano a sufficienza per la pace, c’è sottovalutazione del reale pericolo, eppure le guerre premono, sostenute dagli interessi del capitalismo imperante, quel capitalismo che ha armato la mano di coloro che le guerre le vogliono da sempre per poi armare anche chi li deve combattere.

E sono pronti a farlo ancora.

Le donne sono state e sono da sempre in prima fila sia come combattenti armate, quando è necessario combattere per difendere la libertà, sia come manifestanti per la pace, quando combattere non serve a niente, ma sono anche stufe.

Bisogna che ce lo diciamo.

Stufe di perdere nelle inutili guerre dell’imperialismo e del capitalismo oltre alla libertà anche i propri affetti e spesso la propria casa. Indignate di essere l’oggetto del desiderio più infame, quello che ci fa subire in ogni parte del mondo in guerra l’orrore degli stupri.

Stanche di rivedere che tutto si scolora ancora una volta nel nero, quel nero simbolo della ferocia e del rigurgito nazifascista.

Ogni volta pensiamo che sia l’ultima, e invece si ricomincia sempre da un’altra parte, quella parte che un giorno si chiama Palestina e il giorno dopo Siria e poi Ucraina, e il giorno dopo Libia e poi di nuovo Palestina. Il meccanismo non cambia. E i mandanti sono sempre gli stessi.

E nel nostro paese quanto siamo stufe di lottare per dignità e lavoro per poi vedere cancellati i nostri diritti così faticosamente conquistati in tanti anni di lotte. Cancellati con un colpo di spugna da un governo reazionario e antidemocratico dove ci sono anche donne che invece di occuparsi di parità fanno da contorno fiorito al decisionismo del premier.

Eppure ci tocca ancora una volta, come sempre. Ci tocca mobilitarci e sostenere l’applicazione della legge 194 contro gli attacchi del movimento per la vita e dei medici obiettori.

Ci tocca sostenerci e sostenere coloro che hanno perduto il lavoro e coloro che non l’hanno mai neppure avuto, licenziati e licenziate, disoccupati e disoccupate, e ci tocca il lavoro di cura per i nostri anziani, per l’ ormai consolidata mancanza di servizi, e ci tocca consolare e spronare alla lotta i giovani e le ragazze che si sono impegnati nello studio con grandi sacrifici nostri e loro e adesso?

Speranze di futuro zero.

Ci è stato tolto tanto. Questo Jobs Act voluto dal governo Renzi ci colpisce duramente, colpisce tutti, ma colpisce soprattutto le donne, per i tanti ricatti che possono subire le lavoratrici da quel padrone che non ha neppure più bisogno di farti firmare le dimissioni in bianco per garantirsi di farti fuori dal posto di lavoro se aspetti un figlio, perché questa legge consente di assumerti e licenziarti per quante volte piace al padrone. Che i media chiamano imprenditori ma che occorre invece chiamare con il loro nome perché sono sempre i soliti sfruttatori, che oggi possono ancora di più.

Ci è stato tolto tanto in dignità con anni di olgettine.

Ci viene tolto tutto con violenze e stupri. La consigliera per le Pari opportunità, un altro fiorellino del governo Renzi, ha fatto tante promesse per il sostegno ai Centri antiviolenza. Promesse che ad oggi sono solo fumo. Un altro zero.

Abbiamo provato a scegliere nuove forme di lotta, non solo lunghe file di cortei intorno al mondo, abbiamo scelto anche di scendere a ballare nelle piazze, il 14 febbraio. Perché ci serve una rivoluzione per riprenderci il nostro corpo.

C’è tanta fatica, ma non c’è resa nelle donne, non ci sarà mai.

Tanto meno nelle donne del Partito Comunista d’Italia.

Facciamo di questo 8 marzo 2015 una Giornata internazionale per la pace, per il lavoro, per i diritti, per la libertà.

di Marica Guazzora, direzione nazionale PCdI

 

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Il Pcdi aderisce al Coordinamento per la “democrazia costituzionale”

comitato costituzioneIl governo Renzi sta attuando uno stravolgimento della Costituzione ed una pessima legge elettorale alterando il bilanciamento dei poteri e determinandone una concentrazione nelle mani dell’Esecutivo. Molte voci di costituzionalisti, intellettuali, politici si sono levate contro, ma il governo Renzi ha continuato a procedere a tappe forzate, sottraendosi ad ogni confronto democratico, impedendo la partecipazione dei cittadini ad un processo di cambiamento di un patto fondamentale come quello costitutivo.

La gravità di questi fatti ha spinto molte associazioni, personalità della cultura, sindacalisti, a costituire il 24 febbraio il “Coordinamento per la Democrazia Costituzionale” (http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net/aderisci-al-coordinamento-per-la-democrazia-costituzionale/) a cui il Partito Comunista d’Italia ha aderito. Al Coordinamento hanno dato, finora, la propria adesione associazioni come l’ARS (Associazione per il rinnovamento della sinistra), Associazione Articolo 21, i Comitati Dossetti, Libertà e Giustizia, l’Associazione per la Democrazia costituzionale, l’Associazione Giuristi Democratici, PCdI, La Rete per la Costituzione, il Manifesto in rete, “Agire politicamente” (Coordinamento Cristiano democratico), il Gruppo di Volpedo, Iniziativa 21 giugno, Iniziativa socialista, Sinistra-lavoro, Rete socialista-socialismo europeo, Futura Umanità, Libera cittadinanza, Comitato difesa della Costituzione Ravenna, nonché strutture sindacali come la FIOM, l’USB (Unione Sindacale di Base) e organizzazioni politiche come l’Altra Europa con Tsipras, PRC, Lavoro e società, parlamentari del gruppo misto, di Sel e della sinistra Pd. La Cgil e Libera parteciperanno ai lavori come osservatori. Hanno aderito, inoltre, costituzionalisti e personalità della cultura come Gustavo Zagrebelsky, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Massimo Villone, Nadia Urbinati, Pietro Adami, Franco Russo, Anna Falcone, Domenico Gallo, Sandra Bonsanti, Felice Besostri, Antonio Caputo, Raniero La Valle, Paolo Ciofi, oltre ai parlamentari Vannino Chiti, Erica D’Adda, Francesco Campanella, Maria Grazia Gatti, Alfredo D’Attorre, Paolo Corsini, Felice Casson, Loredana De Petris, Stefano Fassina, Stefano Quaranta, Corradino Mineo, Giorgio Airaudo, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci

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Documento conclusivo

del C.c. del Pcdi del 22 febbraio 2015

logo Pcdi alta risoluzioneIl Comitato Centrale del Pcdi, tenutosi a Roma il 22 febbraio scorso, ha approvato a larghissima maggioranza il seguente documento conclusivo di indirizzo:

Il Comitato Centrale:
– esprime forte preoccupazione per l’addensarsi sull’Europa di venti di guerra, che hanno il loro epicentro nella crisi Ucraina e nella volontà dei settori più oltranzisti dell’imperialismo, dell’Unione Europea e della Nato, di accentuare la loro linea aggressiva nei confronti della Russia e della sua partnership strategica con la Cina, che rappresentano l’architrave dei BRICS e il principale contrappeso ad un quadro mondiale dominato dall’imperialismo.
– sostiene la ripresa di una campagna di massa nel Paese volta a sostenere l’uscita dell’Italia dal sistema di guerra e di aggressione rappresentato dalla NATO, e per una politica estera rigorosamente rispettosa dell’art.11 della Costituzione.
– si oppone ad ogni coinvolgimento del nostro Paese in qualsivoglia intervento militare in Libia, un paese che per decenni l’Italia ha colonizzato, sfruttandone le risorse e massacrandone il popolo e che ancora di recente ha aggredito con una guerra imperialista; considera irresponsabili le dichiarazioni di esponenti del governo Renzi favorevoli ad un nuovo intervento militare dell’Italia o della Nato in Libia.
– ritiene molto grave che il governo italiano non abbia ancora riconosciuto formalmente lo stato di Palestina. Chiede un pronunciamento del Parlamento in tal senso, così da collocare il nostro Paese a fianco del popolo palestinese e dei suoi diritti.
– ribadisce la sua solidarietà alle lotte del popolo greco ed al suo diritto di determinare il proprio futuro, senza ingerenze straniere. Il popolo greco è stato ridotto in miseria dalla politica di austerity dell’Unione europea che ora tenta di impedirne una svolta strategica a favore delle classi subalterne.
– considera gravissima l’attuazione dei decreti che hanno reso legge il jobs act, dando il via libera ai licenziamenti individuali e collettivi e a un’ulteriore precarizzazione del lavoro. Impegna la Segreteria Nazionale a promuovere al più presto un’iniziativa, assieme alle altre forze della sinistra politica e sindacale, per un referendum abrogativo di tale legge;
– ritiene di grande importanza le iniziative fin qui condotte a sostegno dell’appello per la ricostruzione del Partito Comunista e invita tutti i territori a intensificare questa campagna che consideriamo fondamentale per l’avvenire del movimento comunista nel nostro Paese.
– valuta con preoccupazione i ritardi e le contraddizioni con cui procede nel nostro Paese la costruzione di un fronte ampio delle sinistre. Sollecita pertanto tutte le organizzazioni territoriali a promuovere iniziative coerenti con tale obiettivo per il pieno compimento della nostra linea politica.
– sottolinea l’importanza della prima Assemblea Nazionale delle donne comuniste, che si terrà a Napoli il 14 e 15 marzo, considerandola un ampliamento della democrazia e del dibattito interni al partito oltre che un rafforzamento del nostro insediamento sociale.
– sollecita un impegno della segreteria nazionale e di tutto il partito volto ad arrivare in breve tempo ad un’assemblea nazionale della Fgci.
– chiede a tutto il partito un serio e tenace impegno per il tesseramento 2015. I segnali sono positivi, c’è apprezzamento per la nostra linea politica di ricostruzione del Partito Comunista e di un fronte ampio delle sinistre, che sono gli architravi della nostra linea.

Il Paese attraversa una situazione grave ed ha bisogno di una presenza comunista più forte e indipendente, non subalterna e non settaria, dentro un fronte ampio delle sinistre e delle forze del lavoro e della pace, che sappia essere punto di riferimento delle lavoratrici e dei lavoratori, delle donne e dei giovani, dei pensionati, di tutti coloro che oggi subiscono pesantemente le linee antioperaie, antipopolari del governo Renzi e la subalternità ad una politica estera di interventismo militare e di guerra ispirata dal governo degli Stati Uniti e dai settori più aggressivi dell’Unione europea e della Nato.

 

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"Un calcio all'articolo 18"

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grecia crisiL’atteggiamento della Troika verso la Grecia somiglia più ad una vendetta che ad un ragionamento politico. Crede proprio, il potere bancario e finanziario che si è impossessato della Ue, di poter continuare ad affamare milioni di persone? A impoverire paesi? A condurre una politica estera di ottuso colonialismo? Il popolo greco sta male, non ha soldi, non ha assistenza sanitaria, non ha lavoro. L’Italia sta un po’ meglio, ma mica tanto. Oggi la Caritas denuncia che un italiano su tre è a rischio povertà, che solo i giovani greci stanno peggio dei nostri. Ma i ricchi di fronte ai quattrini e al potere diventano ingordi, i cittadini si trasformano in fantasmi insignificanti. Ma stiano attenti, Quando un popolo alza la testa la riabbassa difficilmente.

Manuela Palermi

libiaLe dichiarazioni del Governo Renzi sulla Libia sono irresponsabili e sbagliate. La grave crisi che il Paese nordafricano sta vivendo è infatti il frutto della disgregazione dello stato voluta e favorita proprio da quei Paesi Occidentali (inclusa l’Italia) che oggi si dicono preoccupati per l’avanzare delle forze islamiche più oscurantiste e reazionarie.
In Libia, come in Siria e in Iraq, per anni i paesi della Nato hanno finanziato, protetto e aiutato logisticamente quelle forze che oggi si richiamano all’Isis e ad Al Qaida con la convinzione di poterne trarre vantaggio nell’obiettivo dichiarato di disgregare gli stati nazionali. In gioco non sono mai stati, quindi, né la democrazia, tantomeno i diritti e la libertà di quei popoli. Gli interessi erano e sono ben altri, a partire dallo sfruttamento delle preziose risorse energetiche presenti nei sottosuoli di quelle regioni.
Per queste ragioni sentir dire in queste ore che l’Italia deve intervenire perché avrebbe in Libia “i propri vitali interessi” rappresenta il perpetuarsi di quegli errori. Invece di parlare di “interessi” l’Occidente, e soprattutto l’Italia, dovrebbe riconoscere proprie “responsabilità”. Non scordiamoci che il nostro Paese per decenni ha colonizzato quella regione, sfruttandone le risorse e massacrandone il popolo.
Ma torniamo ai nostri giorni. Sicuramente l’avanzare dello Stato Islamico in Libia pone la comunità internazionale di fronte a scelte difficili. Pensare che queste scelte possano essere guidate dagli stessi soggetti che hanno favorito questo scenario è folle e sbagliato. Servirebbe un istituto delle Nazioni Unite credibile e rispettato, cosa che da anni non è più a causa di guerre, embarghi e silenzi, in deciso contrasto con i principi fondanti dell’Onu.
Il Pcdi condanna ogni iniziativa unilaterale volta a riaffermare “interessi” e logiche coloniali su quel Paese e auspica, al contrario, il coinvolgimento di tutta la comunità internazionale a partire dai paesi del Brics e del continente africano. Bloccare l’avanzata dell’Isis in Libia è infatti possibile solo se ci sarà la volontà di bloccarla anche in Siria ed in Iraq e soprattutto se verrà chiesta coerenza a quei paesi che a parole dicono di voler combattere questo fenomeno, salvo finanziarlo sottobanco o aiutarlo logisticamente favorendone gli spostamenti.
Altra cosa è il tema degli sbarchi degli immigrati sulle nostre coste. A questo proposito il Partito comunista d’Italia riafferma la necessità immediata di avere una nuova legge sull’immigrazione che attraverso politiche di inclusione e di legalità spezzi gli interessi mafiosi che si celano dietro questo fenomeno. Poniamo immediatamente fine alla carneficina in atto nel Mediterraneo attivando a livello europeo percorsi legali per la richiesta del permesso d’asilo. Il Pcdi sottolinea inoltre che se gli immigrati affollano le spiagge libiche in attesa di divenire carne da macello nelle mani di trafficanti e mafie senza scrupoli, le responsabilità e le cause vanno ricercate altrove: dalle condizioni di estrema povertà di alcune aree dell’africa sub sahariana sfruttate e depredate da una economia capitalista e imperialista, alle aggressioni verso gli stati siriani e iracheni, ai diritti negati verso i popoli curdi e palestinesi. Credere di poter fermare questi flussi senza dare risposta a queste cose rappresenta pura ipocrisia.

Dipartimento Esteri Pcdi

Dilaga la propaganda

sull’Ucraina

 

persino il Fatto ci casca

Pubblicato il 7 feb 2015

di Vauro Senesi

ucrainavauro“L’Unione Sovietica invase Ucraina e Germania durante la seconda guerra mondiale. Dobbiamo evitare che si ripeta”. Queste le parole pronunciate dal primo ministro ucraino Arseniy Yatsenyuk in occasione della sua visita a Berlino lo scorso nove Gennaio. Dovrebbero essere sufficienti a dare misura della sua credibilità, anche senza considerare le note posizioni ultra nazionaliste e filo NATO del suo partito, il Fronte Nazionale. Su Il Fatto di ieri viene riportata, senza apparente accenno di dubbio riguardo alla veridicità dei contenuti, una “denuncia” del suddetto primo ministro che accusa i separatisti di disseminare il Donbass di mine-giocattolo per mutilare i bambini. Una semplice considerazione: Al di là dei torti e delle ragioni è un fatto che la popolazione di quei territori è per più del novanta per cento russofona. La domanda che sorge spontanea è, per quale assurdo motivo i separatisti dovrebbero voler colpire i bambini del loro stesso popolo, per di più nelle zone che loro stessi controllano? Io e Lorenzo Galeazzi siamo da poco tornati dal Donbass. Non abbiamo visto, né’ nessuno dei molti civili che abbiamo incontrato e con cui abbiamo parlato vi ha fatto cenno, ordigni giocattolo. Quello che invece abbiamo visto è, tra le tante distruzioni, la scuola materna di Perviomaisk bombardata e ridotta in macerie dalla artiglieria ucraina (Vedi foto). Se è vero che le guerre si combattono anche a colpi di propaganda beh, sarebbe forse opportuno che gli operatori della informazione libera usassero un po’ più di attenzione per non rischiare di farsene inconsapevole veicolo.

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LA NERA E VERA STORIA DELLE FOIBE

proclama

 

Con periodicità cronometrica ritorna il problema delle foibe e dei profughi istriani che fascisti e neofascisti hanno sempre impunemente agitato per fini demagogici nascondendo agli italiani la verità storica. Questa volta è il turno del neofascista Fini che a nome del governo italiano prende l’impegno solenne di ricordare quei profughi e insieme i caduti delle foibe, istituendo una giornata ufficiale di rimembranza (il 10 febbraio) in modo che questa tragedia, a suo dire, non si ripeta mai più. Così Fini, ignorando volutamente più di venti anni di orrori e massacri perpetrati dai fascisti e dai nazisti verso quelle popolazioni, si presenta lindo e pinto agli italiani di oggi e alle nuove generazioni che di quegli avvenimenti non hanno mai sentito parlare. Ma vediamo come sono andate le cose. Con la fine della prima guerra mondiale l’Italia ottenne con il Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, tutta l’Istria fino a Monte Nevoso, Zara e l’isola di Lagosta; mentre Fiume fu dichiarata città libera sia dall’Italia che dalla Jugoslavia. Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo, la popolazione dell’Istria, composta per circa il 65% da croati e sloveni in prevalenza contadini e operai, si trovò di fronte allo squadrismo italiano in camicia nera, parzialmente importato da Triste dove si manifestò con particolare aggressività e ferocia.

Gli episodi del 13 luglio 1920 durante i quali gruppi di nazionalisti e fascisti, sostenuti e finanziati da armatori triestini, devastarono la tipografia del giornale “Edinost”, gli studi di numerosi professionisti sloveni le sedi della Banca Adriatica, della Banca di Credito di Lubiana, della Cooperativa per il Commercio e l’Industria e della Cassa di Risparmio Croata, segnarono l’inizio di una dura e violenta politica di oppressione e pulizia etnica che  perseguì ininterrottamente  per tutto il ventennio nei confronti delle popolazioni slave, slovene e croate. Fu l’inizio di un’opera di snazionalizzazione violenta e capillare di italianizzazione e di fascistizzazione della Venezia Giulia. Erano questi gli anni in cui lo “squadrismo nero” in Italia dilagava in tutta la sua efferatezza, appoggiato dalle forze di polizia e dalle Guardie Regie.

Nel solo primo semestre del 1921 furono operate, in Italia, dalle squadre fasciste più di 800 distruzioni: 119 Camere del Lavoro, 17 giornali e tipografie, 59 Case del Popolo, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 8 società di mutuo soccorso, 141 sezioni socialiste, 100 circoli di cultura, 10 biblioteche, 28 sindacati operai, ecc. Nella Venezia Giulia le aggressioni e gli assalti da parte di squadre fasciste contro sedi operaie e slave si moltiplicarono: dopo l’incendio del “Balkan”, venne devastato ed incendiato il “Norodni Dom” di Pola, vennero date alle fiamme le case dei villaggi di Krnica e di Mackolje. Nel complesso 134 furono gli edifici della Venezia Giulia distrutti fra il 1919 ed il 1920. Mussolini scriverà sul “Popolo d’Italia” del 24 settembre 1920: “in altre plaghe d’Italia i Fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica”. (Foibe e Deportazioni: Quaderni della Resistenza n 10 a cura del Comitato Regionale dell’Anpi del Friuli-Venezia Giulia). Dopo la presa del potere politico da parte di Mussolini i misfatti nell’Istria si intensificarono fini ad assumere la forma di un preciso programma “legale” di snazionalizzazione nei confronti dei circa 500.000 sloveni e croati che il suddetto Trattato aveva destinato a vivere dentro i confini dello Stato italiano.

Furono aboliti o distrutti tutti gli enti o sodalizi culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata, sparì ogni segno esteriore della presenza dei croati e sloveni, vennero abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti nelle loro lingue furono considerati materiale sovversivo, con decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia, migliaia di persone finirono al confino ( Tremiti, Ustica, Ponza, Ventotene, S. Stefano, Portolongone, Lipari, Favignana, ecc.), la lingua croata e slovena fu proibita nei tribunali e negli uffici e perfino sulle lapidi sepolcrali.

Centinaia e centinaia di democratici italiani, di operai, di socialisti, di comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle popolazioni croate e slovene, subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Molti di loro scomparivano nel giro di una notte, probabilmente infoibati. Circa 60.000 slavi fuggirono dall’Istria la cui metà trovò rifugio nelle due Americhe. Nel tentativo di cancellare ogni identità culturale e linguistica di quelle popolazioni considerate senza storia e di razza inferiore, il fascismo ormai al potere iniziò l’opera di snazionalizzazione colpendo i quadri dirigenti e costringendo all’emigrazione funzionari pubblici, sacerdoti, maestri, intellettuali per eliminare ogni espressione di vita politica e culturale. “I maestri slavi, i preti, i circoli di cultura slavi, ecc. sono tali anacronismi e controsensi in una regione annessa da ben nove anni e dove non esiste una classe intellettuale slava, da indurre a porre un freno immediato alla nostra longanimità e tolleranza” (da “Il Popolo di Trieste” del 27 giugno 1927).

Portata a termine la distruzione di ogni vestigia della cultura e delle tradizioni slave, il fascismo si accinse ad attaccare il movimento cooperativo dei contadini. Iniziò così il programma  della loro espulsione dalle campagne avvenuta mediante l’indebitamento degli stessi contadini verso alcuni  Istituti finanziari italiani e in particolare con l’Istituto per il Risorgimento delle Tre Venezie. Tra il ’28 e il ’29 vennero sciolte le leghe delle cooperative di Gorizia, costituite da 170 cooperative di cui 70 di credito e quella di Trieste, costituita da 140 cooperative, di cui 86 di credito. Si moltiplicarono i pignoramenti e infine tutte le terre messe all’asta furono in parte rilevate dall’Ente per la Rinascita delle Tre Venezie, costituito “ad hoc” il 14 agosto 1931. In pochi anni tutti i contadini proprietari di appezzamenti di terra furono espropriati: una metà di tali appezzamenti a favore dell’Ente e l’altra metà a favore di tre agrari italiani (L. CERMELJ:L’Istria fra le due guerre. Contributi per una storia sociale, IRSML, Ediesse, Roma 1985). Infine un decreto del governo italiano (n. 82 del 07-01-1937) autorizzò l’Ente delle Tre Venezie ad espropriare qualsiasi proprietà agricola. Ma ormai la seconda guerra mondiale batteva alle porte, così che il programma di bonifica etnica rurale rimase incompiuto.

Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania. Il 28 ottobre 1940 l’attacco fascista alla Grecia si risolse in una completa sconfitta. Il 6 aprile del ’41, 56 divisioni tedesche, italiane, ungheresi e bulgare, attaccarono da ogni parte il Regno di Jugoslavia che crollò nel giro di venti giorni. La Jugoslavia venne smembrata: la Slovenia settentrionale, più industrializzata, fu presa dalla Germania, quella meridionale, agricola, venne annessa all’Italia. La città di Lubiana fu dichiarata una  provincia italiana. Furono annesse all’Italia anche le province di Fiume, Zara e la parte centrale della Dalmazia con numerose isole adriatiche. Zara, Spalato e Cattaro costituirono il Governatorato della Dalmazia. La Croazia fu dichiarato stato indipendente e Aimone di Savoia ne fu proclamato re, mentre il governo fu affidato al boia fascista croato Ante Pavelic – rientrato in Jugoslavia al seguito delle truppe naziste – e agli ustascia che diedero subito sfogo ad ogni sorta di “pulizia etnica”. Il Montenegro divenne un Governatorato civile italiano, trasformato ben presto in Governatorato militare. Buona parte del Kossovo e della Macedonia fu invece annessa alla Grande Albania, già aggredita ed annessa all’Italia nell’aprile del ’39.

Alla spartizione militare della Jugoslavia, seguì subito quella economica e finanziaria. Il bottino maggiore toccò, naturalmente, ai tedeschi i quali si accaparrarono le migliori fonti di materie prime ed energetiche, le più grandi banche e tutte quelle zone che ritennero economicamente più importanti, secondo una proporzione che rispecchiava il grado di vassallaggio di Mussolini ad Hitler. Come era nell’aria già da parecchio tempo, nell’estate del ’41, in Croazia, esplosero nei modi più barbari e sanguinari, i massacri più efferati condotti dagli ustascia contro la popolazione serba, gli ortodossi, gli ebrei, i comunisti e gli avversari politici di tutti i tipi. Un campo di concentramento fu attrezzato a Jasenovac per la loro eliminazione fisica. Ebbe così inizio una crociata cattolica che nulla aveva da invidiare ai peggiori massacri del Medioevo. Duecentonovantanove chiese serboortodosse della “Croazia Indipendente” furono saccheggiate, annientate e molte furono trasformate in magazzini e stalle. Duecentoquarantamila serbi ortodossi furono costretti a convertirsi al cattolicesimo e circa 750.000 furono assassinati, fucilati a mucchi, colpiti con scure, gettati nei fiumi, nelle foibe e nel mare. Venivano massacrati nelle cosiddette “Case del Signore”, ad esempio duemila persone solo nella chiesa di Glina. Da vivi venivano loro strappati gli occhi, tagliate le orecchie e il naso, venivano sgozzati, decapitati o crocifissi. In un rapporto su “La situazione politica in Dalmazia”, a proposito delle stragi compiute da questi “barbari del novecento” in Bosnia, nella Dalmazia rimasta sotto Ante Pavelic, si parla di “intere popolazioni trucidate” e di “centinaia di bambini sgozzati in serie”. Anche le camicie nere, per ordine di Mussolini, si distinsero per la loro ferocia perpetrando ogni sorta di violenza. Decine di migliaia di civili furono deportati nei campi di concentramento disseminati dall’Albania all’Italia, dall’isola adriatica di Arbe fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. In quei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono 4.000 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie.

In un documento del 15 dicembre 1942 l’Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell’XI Corpo d’Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati “presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame”. Sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato= individuo che sta tranquillo”. Nel marzo del ’42 il generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia (Supersloda), diramò una circolare 3/C (un libretto di circa 200 pagine compilato dal comando Supersloda contenente, tra l’altro, il “trattamento da usare alle popolazioni e ai partigiani nel corso delle operazioni”) nella quale si legge: “Il da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente”. Queste parole certamente furono tenute presenti e durante l’eccidio di Gramozna in Slovenia e quando alcune migliaia di civili “ribelli” furono falciati dai plotoni di esecuzione italiani, senza processo, ma solo in seguito a semplici ordini di generali dell’esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.

In 29 mesi di occupazione italiana nella sola “provincia” di Lubiana vennero fucilati o come ostaggi o durante le operazioni di rastrellamento, circa 5.000 civili, ai quali vanno aggiunti i circa 200 bruciati o massacrati in modi diversi. Novecento, invece, i partigiani catturati e fucilati. A questi si devono aggiungere altre 7.000 persone, in gran parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento. Complessivamente oltre 13.000 persone, su 340.000 abitanti, il 2,6% della popolazione (opera citata: Quaderni della Resistenza n 10).

Nella zona nord-orientale dell’Istria, alle spalle di Abbazia, le autorità militari italiane intrapresero, all’inizio del giugno ’42, un’azione terroristica contro le famiglie dalle quali risultava assente qualche congiunto relativamente idoneo alle armi, sicchè era probabile ritenere che tale congiunto avesse raggiunto le file dei partigiani.

A seguito di ciò un comunicato del generale Lorenzo Bravarone informò che erano state arrestate e deportate nei lager italiani 34 famiglie per un totale di 131 persone. I loro beni mobili furono confiscati  e le loro case incendiate. Dodici di loro vennero passati per le armi senza alcun processo. Il 13 luglio del ’42 il prefetto di Fiume, Temistocle Testa, ordinò una feroce rappresaglia come vendetta per l’uccisione di due maestri elementari fascisti mandati dal regime a Podhum per “italianizzare” i bambini croati. Reparti di camicie nere, insieme a reparti delle truppe regolari, appoggiati da numerosi giovani fascisti di Fiume, all’alba del 13 luglio entrarono nel villaggio di Podhum, rastrellarono l’intera popolazione che fu condotta in una cava di pietre presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva saccheggiato e incendiato.

Centinaia e centinaia di case furono distrutte, tutto il bestiame fu portato via e 889 persone di cui 412 bambini, 269 donne e 208 anziani finirono nei campi di concentramento italiani. Altri 91 uomini furono fucilati nella cava. Questo fu il vero volto del capitalismo italiano, monarchico e fascista, in Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale. Tra la caduta del regime fascista, 25 luglio del ’43, e l’8 settembre del ’43, i poteri passarono dai gerarchi fascisti alle autorità militari le quali continuarono ad usare gli stessi strumenti di repressione usati dai fascisti, impiegando le truppe dislocate in Istria per la lotta contro i “ribelli” della Venezia Giulia. Con il crollo del regime fascista divampò la lotta di Resistenza – già da anni preparata – slovena e croata in Istria e nel Goriziano. Fin dal tardo pomeriggio dell’8 settembre nella penisola ci fu una generale rivolta popolare che coinvolse in egual misura le popolazioni italiane nei centri costieri e quelle croate e slovene nell’interno. Le strutture militari dello Stato non opposero nessuna resistenza ( ad eccezione di Pola dove contro gli insorti e i partigiani fu aperto il fuoco per ordine del Comando di guarnigione e si ebbero tre morti fra i civili ), sicchè nel giro di pochi giorni le armi dell’esercito e dei carabinieri passarono agli insorti. Nel clima esaltante della libertà riconquistata, accompagnato da manifestazioni di rivalsa sociale, prese corpo la volontà di una vera resa dei conti con gli italiani fascisti. Già il 13 settembre cominciarono gli arresti dei gerarchi fascisti, dei podestà e di altri funzionari per ordine dei numerosi CPL. I primi massicci arresti avvennero nelle zone di Rovigno e di Albona. Tra gli errestati, che nella stragrande maggioranza era composta da gerarchi fascisti, spie e collaborazionisti, capitarono anche impiegati comunali, notabili, commercianti ritenuti sfruttatori e fascisti che non avevano grandi colpe da espiare.Ma se l’equazione, diffusa in molte località dell’Istria, italiani=fascisti non fu giusta politicamente poiché accomunava il popolo italiano con il governo fascista, essa non fu certamente dettata dal CLN di Trieste che era il principale organo politico della Resistenza italiana nella Venezia Giulia. Il Comitato popolare di liberazione, nel settembre del ’43, anzi raccomandò che la punizione dei criminali fascisti avvenisse con regolari processi, impedendo nella maniera più energica procedimenti arbitrari e vendette.

Questi sono dunque gli avvenimenti più importanti che precedettero il 25 luglio e l’8 settembre del ’43 e sui quali regna il silenzio più assoluto. Essi ci dimostrano che ancor prima dell’8 settembre  nelle foibe finirono, per opera dei fascisti di Mussolini, dei nazisti di Hitler e del fascista croato (sostenuto dalle gerarchie Vaticane e benedetto da Pio XII) Ante Pavelic, comunisti, socialisti, antifascisti e democratici, e, tra il 13 e il 25 settembre del ’43 e dopo l’aprile del ’45, ci finirono, giustamente, non solo gli sfruttatori e gli assassini fascisti italiani, ma anche i traditori del popolo croato e sloveno, i fascisti ustascia e i degenerati cetnici. Le foibe non furono che l’espressione dell’odio popolare compresso in decenni di oppressione e sfruttamento che esplose con la caratteristica insurrezione popolare rivoluzionaria. 

 

Piero De Sanctis (tratto dal numero 8 della rivista Gramsci, del maggio 2003)

 
Evo Morales: Cuba è il paese più solidale del mondo

 

Evo Morales:

 

Cuba è il paese più

 

solidale

del mondo

Pubblicato il 4 feb 2015

Il presidente boliviano Evo Morales ritiene che, anche con l’embargo degli Stati Uniti, Cuba è il paese più solidale del mondo, perché “condivide quello che ha, non ciò che avanza e nel momento in cui è più necessario.”

Morales, che stava partecipando al terzo Vertice della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC) ha detto ai giornalisti che lui resta convinto che “il popolo cubano dovrebbe essere riconosciuto alle Nazioni Unite come il paese che mostra più solidarietà con i popoli di tutto il mondo. “

“Se Cuba non fosse stata bloccata sarebbe un modello di Stato, di Paese, per tutti,” ha detto Evo, aggiungendo che alle Nazioni Unite l’anno scorso 188 paesi hanno votato contro l’assedio economico, ma “si tratta di risoluzioni che i presidenti degli Stati Uniti non rispettano “.

Per quanto riguarda il ripristino delle relazioni tra i due paesi, ha detto che “alcuni settori dicono che è stata una grande concessione da parte di Obama. Io non la vedo così, è stato grazie alla lotta e alla coscienza del popolo cubano, all’unità nella loro rivoluzione. Prima c’era solo Cuba, Fidel e il suo popolo, ora ci sono molti paesi che condividono gli stessi principi. “

Il Capo dello Stato Plurinazionale della Bolivia ha ricordato che Fidel e Cuba sono stati espulsi dalla Organizzazione degli Stati Americani (OAS) perché erano comunisti. “Anche io sono un altro comunista, sono marxista -leninista, sto per essere espulso dal OAS per questo? La situazione è cambiata molto da allora”, ha detto.

“L’unità del mondo con Cuba ha costretto a cominciare a ristabilire le relazioni diplomatiche. Ma non finisce qui, quando Obama va al Summit delle Americhe a Panama con il blocco revocato, allora gli crederemo. Mi auguro che lui vada a Panama dopo aver restituito la Base Navale di Guantánamo. Se così fosse, allora ci crederemo al fatto che egli è in grado di cambiare “, ha detto.

“Quando c’è la volontà politica le cose si compiono”, ha concluso Evo.

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Ill.mo Presidente della Repubblica,
sono a scriverLe per congratularmi per la Sua elezione dei giorni scorsi a Capo dello Stato, di garante della Costituzione, come giustamente Lei stesso ha evidenziato nel Suo discorso di giuramento. La nostra Repubblica ha certamente bisogno di una figura di garanzia e fedeltà al dettato costituzionale, in questi anni messo a dura prova da tentativi di riforma della Carta, tesi più allo snaturamento della stessa che all’attuazione dei principi di libertà in essa contenuti.
Apprezzando il Suo richiamo alla Costituzione repubblicana, al Settantesimo anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, ed alla necessità di tutelare e garantire un futuro alle classi sociali più deboli, Le porgo, a nome del Partito Comunista d’Italia, un sincero augurio di buon lavoro.

 

Cesare Procaccini, segretario nazionale Partito Comunista d’Italia

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antifa

Non bastava la presenza di un drappello di nostalgici fascisti, con tanto di vessilli della repubblichetta di Salò, durante la commemorazione partigiana a Fabbrico ogni 27 febbraio. Ora, apprendiamo con preoccupazione che, sempre il comune di Fabbrico, il prossimo e imminente 30 gennaio, è stato scelto come sede di un presidio dei fascisti di Forza Nuova. Non fosse la cosa tanto seria, bisognerebbe capire che cosa hanno fatto i cittadini di Fabbrico per meritarsi la costante presenza nelle loro strade dei “fascisti del nuovo millennio”? E su questo qualche risposta, gli ultimi amministratori della città, compreso quello da poco eletto, potrebbero iniziare a darne, se sono in grado. Forza Nuova sarà a Fabbrico per presidiare l’hotel dove sono stati accolti poco più di una decina di profughi, in fuga dalla fame e dalla guerra.  E fino a prova contraria e fino a che il governo Renzi-Berlusconi non l’avrà smantellata col patto del Nazareno, è la Costituzione che garantisce il diritto dei profughi ad essere accolti e difesi. Ancora una volta tuttavia, dobbiamo fare i conti con l’indifferenza delle istituzioni e delle forze preposte all’ordine pubblico, che tollerano la presenza di partiti politici che si ispirano chiaramente al fascismo vecchio e nuovo e che quindi si pongono, per loro stessa volontà politica, al di fuori del dettato costituzionale. E ripetiamo, su Fabbrico pesa la medesima indifferenza per altri fascisti durante la commemorazione partigiana del 27 febbraio e temiamo che questa di Forza Nuova, non sia una semplice casualità. E ancora una volta dobbiamo amaramente constatare come le scusanti di comodo e le ragioni del “quieto vivere”, purtroppo abbiano un peso molto maggiore di quelle morali, del buon senso e del rispetto per la storia da cui è nata la Costituzione. Gli episodi come quello di Cremona pochi giorni fa, dove una partita di calcio è stato il pretesto per una adunata squadrista fascista, per ammazzare quasi una persona, non sono più tollerabili e non sono più tollerabili le scuse di comodo, del “tanto non fanno nulla”. Sempre alle estreme conseguenze bisogna andare incontro, prima di prendere provvedimenti? Solo un giorno fa si è festeggiato il Giorno della Memoria, tutti pronti a condannare nazismo e fascismo, ma purtroppo dal giorno dopo e questa è la conferma, alle parole non seguono i fatti. Lo abbiamo già detto, sulla memoria non si può stare con un piede in due staffe, l’indifferenza è abulia, è vigliaccheria, è parassitismo. Se la domanda è il fascismo, l’indifferenza non è certo la risposta.

Alessandro Fontanesi, segretario provinciale Partito Comunista d’Italia – Reggio Emilia

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humanfac

 

Le conclusioni dell’iniziativa di Milano di SEL, “Human Factor”, con la proposta di coordinamento tra le forze di sinistra, compresi i comunisti, sono molto apprezzabili e costituiscono una novità significativa perche’ superano il progetto di partiti genericamente (anche nella simbologia) di sinistra sulla scia della “Bolognina”. Il PCdI è interessato a tutte le iniziative che tendono a dar vita ad un fronte o un polo di sinistra plurale ed autonomo, aperto ai movimenti progressivi della societa’ e in primo luogo al mondo del lavoro salariato, del lavoro pubblico e del lavoro autonomo. Occorre prendere atto, e siamo in ritardo, di una situazione sociale e democratica molto grave e al tempo stesso dell’esigenza di ricostruire una presenza di massa e unitaria della sinistra in questa ormai terza repubblica caratterizzata dal renzismo che, nei confronti dei lavoratori, si è comportato peggio del berlusconismo.

Serve l’unità nella diversità. Vendola giustamente ha ribadito: “io non sciolgo Sel”. Neanche noi vogliamo scioglierci ed anzi vogliamo ricostruire un partito comunista piu’ grande ma  con la consapevolezza che gli attuali rapporti di forza non consentono a nessuno di essere autosufficente a sinistra.

 

Cesare Procaccini, Segretario naz.le Partito Comunista d’Italia

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Procaccini

 (segretario PCdI):

 

 “un fatto storico la vittoria di

 

Tsipras”

tsipras

I risultati che arrivano dalle elezioni greche sono di straordinaria importanza, segnano l’avanzata complessiva della sinistra e la vittoria netta di Alexis Tsipras. E’ un segno forte che il popolo greco ha inviato alla Troika di Bruxelles, è la catena dell’austerity che comincia a spezzarsi. Tuttavia, il risultato dell’estrema destra di Alba Dorata è un dato di cui non si può non tenere conto: quel dato impone alla sinistra la massima compattezza e vigilanza democratica. Ci complimentiamo inoltre con i compagni del KKE per il loro risultato di tenuta in questi anni difficili.
La vittoria di Tsipras ed il risultato della sinistra greca rappresentano un chiaro segnale anche per noi: è tempo che anche l’Italia conosca una sinistra unita in grado di contare, essere competitiva, plurale, partecipata e che valorizzi il contributo delle differenti organizzazioni e culture politiche di cui essa è composta.
E’ per questo che in Italia lavoriamo per la ricomposizione comunista e per un fronte di sinistra che abbia una politica di massa.
Cesare Procaccini, segretario naz.le Partito Comunista d’Italia
21 gennaio
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Manuela Palermi:

“Berlusconi è un grande. Ha

agguantato Renzi”

italicum“Il governo Renzi si regge su una solida maggioranza Pd/Forza Italia il cui cervello politico si chiama Berlusconi”. E’ quanto afferma Manuela Palermi, presidente del comitato centrale del Partito Comunista d’Italia. “Questa maggioranza sta triturando il Pd. Cofferati se ne va, la sinistra Dem minaccia di andarsene, tanti militanti e votanti se ne restano a casa, ma la politica berlusconiana continua ad avanzare inesorabile nel Pd. E’ una politica – continua Palermi – che si chiama: controriforme istituzionali, jobs act, Italicum, decreto fiscale… Ogni tanto qualche berlusconiano dice “perché dovremmo fare opposizione a scelte politiche che sono le nostre?”. Ha ragione, perché dovrebbero? E infatti il problema non è FI che vota a favore, il problema è che lo fa anche il Pd. Berlusconi è un grande. Ha agguantato Renzi e lo tiene stretto”.

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Procaccini (segretario PCdI):

 “Uscita di Cofferati un segnale alla

 Sinistra”

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L’uscita di Sergio Cofferati dal Pd è un atto di onestà intellettuale e di dignità politica in un tempo di carrierismi e oppotunismi. Il suo atto può essere un segnale importante alla Sinistra oggi divisa, può richiamare tutti ad una comune presa di coscienza: se divisa, la sinistra è debole e i diritti vengono perduti, ma unita questa sinistra può giocare un ruolo determinante ed uscire dall’angolo. Sono d’accordo con Maurizio Landini: la sinistra valorizzi le sue diverse organizzazioni, anime e pensieri nell’unità. L’unità nella diversità sia la guida della ricomposizione della sinistra. Il Partito Comunista d’Italia è pronto a dare il suo pieno contributo unitario per creare anche in Italia una sinistra unita.

Non si perda ulteriore tempo, ne hanno bisogno i lavoratori.

Cesare Procaccini, segretario naz.le Partito Comunista d’Italia

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Procaccini (PC d’Italia):

“Un bilancio negativo per la

presidenza di Napolitano”

FI CONTRO NAPOLITANO, GIOCÒ RUOLO IN CADUTA BERLUSCONI

La notizia delle dimissioni di Giorgio Napolitano da Presidente della Repubblica non sorprende poichè già largamente  preannunciate. Si chiude una presidenza tormentata che è stata caratterizzata, specie nella sua seconda metà, da un eccesso nell’esercizio delle funzioni costituzionalmente assegnate al Presidente della Repubblica. Dalla nomina di Mario Monti a premier in avanti, la presidenza di Napolitano, più che porsi nel solco della custodia della Costituzione e dei suoi valori, ha contribuito in maniera non secondaria ad uno snaturamento della funzione presidenziale stessa, spianando la strada a riforme costituzionali distruttive ed antidemocratiche. Il lavoro politico dei comunisti è volto alla difesa della Costituzione repubblicana ed alla sua attuazione.

Cesare Procaccini, segretario naz.le Partito Comunista d’Italia

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semestre-zoom

Con il discorso tenuto oggi al Parlamento europeo, Renzi ratifica il fallimento del semestre europeo a guida italiana. Con le solite argomentazioni propagandistiche e fumose tenta di nascondere una direzione europea impotente e consenziente rispetto alle politiche rigoriste e di austerity. Renzi aveva esordito a luglio annunciando una svolta radicale, la fine dell’austerity e il varo di politiche per la crescita. Tutto ciò non c’è stato. Al contrario, abbiamo assistito alla distruzione dei diritti sul piano interno e al foraggiamento della politica imperialistica della Nato. Un bilancio completamente negativo.

Cesare Procaccini, Segretario naz.le Partito Comunista d’Italia

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Rosi, un intellettuale intransigente e colto, amante della sua Napoli

86_uomini-contro-mark-frechette-francesco-rosi-022-jpg-tged-1340660854Francesco Rosi è stato una dei più importanti uomini di cinema del Novecento, un regista che ha saputo magistralmente raccontare le grandi trasformazioni sociali, economiche, culturali, morali che hanno, dal dopoguerra in poi, segnato profondamente le vicende collettive dell’Italia uscita dal secondo conflitto mondiale.

La sua lunga e proficua opera è stata fondamentale soprattutto per la formazione della coscienza civile e politica delle giovani generazioni che, negli anni Sessanta e Settanta, si interrogavano sulla storia del nostro Paese, sui suoi mali antichi e recenti e lottavano per costruire un’Italia democratica, in cui fossero finalmente realizzati i valori ed i principi della Costituzione repubblicana e non esistessero più odiose discriminazioni di classe.

Il cinema di Rosi è stata una continua ed attenta riflessione sui meccanismi del potere (“Il caso Mattei “del 1973; “Cadaveri eccellenti” del 1975), sulla pavidità ed arroganza delle classi dirigenti locali e nazionali (“Mani sulla città” del 1963), sulle tragedie della guerra ( “Uomini contro del 1971″ e “La tregua” del 1995), sulla mafia (“Salvatore Giuliano” del 1961; “Lucky Luciano” del 1973; “Dimenticare Palermo” del 1989), sul terrorismo(“Tre fratelli” del 1980),su Napoli e sul condizionamento esercitato dalla violenza camorristica (“La sfida” del 1957), sulla scoperta del Mezzogiorno e della cultura contadina (“Cristo si è fermato ad Eboli” del 1978).

Francesco Rosi è stato un grande intellettuale, coraggioso, onesto, appassionato, moralmente intransigente, fieramente indipendente, mai piegatosi agli interessi di bottega del cinema commerciale. Pur se conosciuto ed apprezzato, non soltanto in Italia, per la sua vasta attività di regista cinematografico, egli è stato anche un appassionato e colto uomo di teatro, i cui interessi hanno spaziato con solida competenza e raffinata sensibilità artistica dalla regia di testi teatrali a quella di opere liriche. Ha amato Napoli con l’amore che ogni uomo di cultura napoletano della sua generazione, pur se costretto a lasciare la città, ha continuato a portare alla bellissima e martoriata terra di origine, ma non indulse mai al vuoto sentimentalismo,al vittimismo piagnone ed a forme di napoletanismo deteriore. Le sue battaglie per un cinema democratico e di denuncia dei mali storici del nostro Paese sono state momenti importanti per la libertà del pensiero e dell’ espressione culturale.

La federazione napoletana e la segreteria regionale del Partito comunista d’Italia esprimono il loro cordoglio alla famiglia del regista scomparso,uno dei principali protagonisti del cinema italiano del Novecento.

Antonio Frattasi, segretario provinciale Partito Comunista d’Italia

Giacomo De Angelis, segretario regionale  Partito Comunista d’Italia

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L’ATTENTATO DI PARIGI: UN ATTO CRIMINALE VOLTO A CREARE
UN CLIMA DI GUERRA NELL’OPINIONE PUBBLICA EUROPEA E OCCIDENTALE

I comunisti italiani, sgomenti, esprimono dolore, cordoglio e solidarietà nei confronti dei familiari delle vittime e del popolo francese per il grave attentato che lo ha colpito.

L’attentato di Parigi si configura come un atto criminale assolutamente inquietante, volto a creare un clima e pulsioni di guerra e ritorsione nell’opinione pubblica francese ed europea, per trascinarla sul terreno di reazioni emotive volte a giustificare nuovi interventi militari nei confronti di Paesi additati come ostili e nemici.

Temiamo seriamente di essere in presenza di una sorta di 11 settembre della Francia (e dell’Europa), tramite il quale forze oscure, contrarie alla pace, vogliono indurre l’opinione pubblica francese ed occidentale ad una reazione di guerra in nome della lotta contro l’estremismo islamico, ad una nuova crociata contro gli infedeli, che tenda ad assumere il carattere di uno “scontro di civiltà”.

Come per l’11 settembre, in cui l’attentato alle Due Torri – attribuito ad estremisti islamici – servì all’imperialismo americano per scatenare l’aggressione e l’occupazione dell’Afghanistan (accusato di proteggerne i mandanti); così oggi l’attentato di Parigi viene attribuito da una potente campagna mediatica all’ISIS o ad analoghe entità fondamentaliste della Stato Islamico.
Si tratta di quelle stesse entità, che sono state armate e sostenute fino ad ieri dagli Usa, dalla Gran Bretagna, dalla Francia per destabilizzare ed aggredire la Libia, la Siria, l’Iraq (domani forse l’Iran), al fine di rafforzare e giustificare l’escalation della presenza militare atlantica in Medio Oriente, o in altre regioni nevralgiche del mondo. E che oggi sfuggono al controllo dei loro padroni, o ne sono in qualche misura manovrate.

Difficile non ricordare, in questo contesto, il monito di Papa Francesco, che ancora di recente ha detto che “siamo già entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”.

Siamo fortemente preoccupati per le sorti della pace mondiale, che vediamo oggi seriamente minacciata da una escalation di guerra economica e militare imperialista che, anche nella più recente crisi Ucraina, rivela un crescendo di ostilità nei confronti della Russia, della Cina, di tutte le forze che nel mondo fanno da contrappeso alla potenza Usa e atlantica.

Siamo anche preoccupati (a volte scandalizzati) per l’indifferenza o l’opportunismo con cui anche forze che si vorrebbero democratiche o di sinistra si sottraggono ad una precisa analisi e assunzione di responsabilità in materia di pace e guerra.

Invitiamo tutte le compagne e i compagni, tutte le forze progressiste e coerentemente contrarie a tale pericolosa escalation, a dare anche nelle prossime ore il loro contributo di informazione e orientamento lucido e responsabile sulle cause primarie dell’attuale tensione nel quadro internazionale.

L’Italia, membro attivo della NATO, non è certo estranea a questo teatro inquietante di escalation militare. I governi italiani che si sono succeduti in questi anni hanno pesantemente contribuito e avallato tale escalation: Iraq, Yugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina…

E’ necessario operare affinchè tutte le forze amanti della pace e contrarie a tale politica di aggressione, comunque collocate, diano il loro contributo per fermare questa marcia verso un conflitto globale, prima che sia troppo tardi.
La stessa elezione del nuovo Presidente della Repubblica può e deve essere innanzitutto l’occasione per favorire l’ascesa al Colle di una figura che – diversamente dal ruolo deteriore svolto da Giorgio Napolitano – possa dare un contributo almeno in parte favorevole ad una collocazione internazionale dell’Italia meno subalterna al sistema di guerra e di aggressione militare, più disponibile ad una linea di cooperazione internazionale multipolare. In coerenza coi valori e coi principi della nostra Costituzione.

Fausto Sorini, segreteria nazionale PCdI, responsabile esteri

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partito-comunistaGli ultimi anni nel nostro Paese si è verificato un disastroso abbattimento del diritto dei lavoratori, portando la stessa Italia ad affrontare una crisi infinita. Il Pdci ha voluto fondare un nuovo partito politico che riunirà tutti i grandi soggetti della vera sinistra italiana, infatti nel nuovo Partito Comunista d’Italia vi è la volontà di guidare un largo fronte, per tutelare il martoriato campo del lavoro. La libertà degli uomini è messa in pericolo dallo sconfinato sistema economico. Senza questo diritto si rischia di cadere nel macabro tunnel del non ritorno.
La sinistra ha più volte evidenziato grandissime spaccature all’interno dei suoi movimenti. Tutto questo è ingiustificato visto il loro comune obiettivo, cioè salvare la giustizia sociale. L’operaio non è solo colui che contribuisce con la forza delle proprie braccia alla nascita di opere, egli è il solo essere umano capace di attraversare fatica e inventiva, binomio perfetto per un comunismo ancora presente. I tempi cambiano, le società si modificano, ma il comunismo rimane presente in ogni anima umana. Le speranze di un mondo migliore devono attraversare qualsiasi scetticismo, perchè quest’ultimo distrugge sogni e forze. Tutti i partiti della sinistra italiana sono ben accolti dentro tale progetto.
La soluzione sarebbe quella di costituire una grande coalizione: potrebbero farne parte Rifondazione, Radicali, Partito Comunista dei Lavoratori, Idv, Sel, PcdI, Verdi ecc. Sarebbe importante anche riunire tutti gli esponenti, che negli anni scorsi hanno avuto dei contrasti politici. Ricordiamoci, il rancore è un sentimento proveniente dal male e dalla intolleranza intellettuale. Ogni divisione va sanata in tutti i modi, solo così potrà nascere una sinistra capace di regalare un sogno agli italiani. Il segretario nazionale del PcdI, Cesare Procaccini, ci rilascia delle dichiarazioni molto significative, sognando il ritorno di un grande Partito comunista.

1) Segretario Procaccini dove arriverà il nuovo Partito Comunista d’Italia?

Noi lavoriamo affinchè si possa ricostruire in Italia un Pc degno della migliore storia del comunismo italiano. Il Pci purtroppo non c’è più tuttavia la sua politica di autonomia e di unità è di straordinaria attualità sia per la politica italiana sia per il mondo con una vocazione nazionale e internazionalista, per la pace e contro il mai sopito imperialismo. Il PcdI conscio delle difficoltà di contesto e dei rapporti di forza è a disposizione per una ricomposizione comunista che parli alla società, il nostro Partito ha aderito all’associazione per la ricostituzione del Pc promossa da diversi soggetti e personalità. Oltre la metà di aventi diritto non va più a votare e tanti sono di sinistra e potenziali comunisti. Il PcdI mi auguro che possa aprire un processo di unità dopo tante divisioni.

2) Quali sono i progetti più importanti del vostro movimento politico?

Stiamo lavorando su diversi progetti dal lavoro salariato e a quello autonomo messi duramente in crisi dalla globalizzazione capitalista e dalle politiche dell’Ue. In questo senso svilupperemo apposite iniziative come pure sulla sanità pubblica e sui beni statali come l’acqua e più in generale per una presenza dello stato in economia e nella finanza per l’accesso al credito.

3) La sinistra italiana sta vivendo una grande decadenza di ideali. Perché è arrivata a questo punto?

La sinistra, al pari dei comunisti, è divisa e perciò debole. L’autoscioglimento del Pci ha travolto in termini ideologici l’intera sinistra pensando ad una ricomposizione senza i comunisti. Questa linea si è dimostrata perdente. Serve un fronte di sinistra plurale ma unito, con un programma unico. Serve un polo di sinistra autonomo che deve avere l’obiettivo della rappresentanza politica dei lavoratori, senza l’ossessione di fare o non fare a prescindere accordi elettorali col Pd. Una sinistra ambiziosa che possa cambiare gli attuali rapporti di forza. Costituzione, sinistra e comunisti – non una contraddizione ma una sinergia. Occorre l’unità, nella diversità, di una sinistra inclusiva, né subalterna né settaria. Serve contro il governo Renzi, contro questa Europa dei banchieri. Il PCdI organizzerà a breve un seminario programmatico aperto a tutta la sinistra.

4) Volete riunire tutte le forze comuniste presenti in Italia. Che appello intende lanciare a Rifondazione?

Da diversi congressi abbiamo rivolto al Prc la proposta di unificare Pdci e Prc. I motivi della scissione del 1998 sono alle spalle. Nel corso del tempo anche il Prc si è “contaminato” col governo con ministri e con il presidente della Camera. E poi i “capi”della scissione, quelli dello slogan “o svolta o rottura” non ci sono più. Ma il Prc ha declinato la nostra proposta di unità. Secondo me, lo dico con rispetto, è stato un gravissimo errore che indebolisce il ruolo dei partiti di sinistra ed assegna una presunta superiorità alla società civile. Tuttavia , ripeto, il tema del Pc rimane come necessità oggettiva oggi più di ieri.

5) Paolo Ferrero entrerà nel PCdI?

Verso il compagno Ferrero c’è stima. Mi auguro che si possa stare insieme in un fronte della sinistra, con all’interno un partito comunista autonomo e ben organizzato.

6) La classe operaia può guardare in un futuro migliore?

Renzi ha intensificato l’attacco ai lavoratori mettendo in discussione diritti fondamentali. Peggio di Berlusconi e di Monti. L’abolizione dell’articolo 18 è l’emblema di questo attacco. Un futuro migliore va costruito con un processo di lotte e di proposte politiche e sindacali. Noi abbiamo appoggiato le mobilitazioni, come lo sciopero generale fatto da Cgil e Uil. La sinistra e i comunisti devono offrire proposte serie e realizzabili. L’illusione di finte politiche, antisistema e populiste, non aiutano. Chiedere tutto per non ottenere nulla, porta alla frustrazione e alla rassegnazione. La classe operaia, che conosco bene, merita una sinistra unita che la possa rappresentare nelle piazze e nelle istituzioni.

7) Perché le altre forze comuniste dovrebbero unirsi a voi? Ci dica le ragioni.

Perché dopo la fine del Pci tutti i parametri sociali, economici, culturali e dei diritti o sono arretrati o, peggio ancora, cancellati. Questa è una costatazione – oserei dire tecnica – di quanto avvenuto dal 1992 ad oggi. Per non parlare della questione morale. Un dirigente che si richiama al comunismo deve riflettere: se esercitare una funzione di pura testimonianza oppure  perseguire, come ci indica Lenin, una vasta politica di alleanze per portare il proletariato al potere. Oggi in Italia non c’è questo “pericolo”, tuttavia senza un partito di massa, più grande degli attuali, si rischia di essere ininfluenti e non portare le nostre idee alle generazioni future. Noi vogliamo provare ad invertire la tendenza. Come sappiamo, nel mondo ci sono esperienze diverse, da Cuba alla Rpc al Vietnam a Fronti di sinistra latinoamericani. Queste esperienze ci dicono che ciò è possibile. Ed anche in Europa ci sono partiti comunisti forti, consistenti. Colgo l’occasione di questa intervista per ringraziare la vostra testata e tutti i lettori con l’augurio di un migliore 2015. Mi permetta di aggiungere che a giorni partirà la “campagna” di tesseramento e di sottoscrizione al Partito Comunista d’Italia. Una buona occasione per tutti per conoscere meglio il nostro partito.

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Cesare Procaccini, segr. Pcdi:

 “Non va escluso nulla, neanche un

referendum, contro il jobs act”

jobs act“Concordo con Piegiovanni Alleva, maestro di Diritto del Lavoro, su quanto scritto sul manifesto di sabato”. E’ quanto dichiara Cesare Procaccini, segretario nazionale del PCdI. “Ne condivido l’indignazione che traspare dalle righe in merito al Jobs Act, perchè si tratta di una legge dettata da Confindustria e trascritta diligentemente dal governo Renzi. Non a caso, continua Procaccini, il fulcro della legge, al di là delle tante parole e della falsa propaganda, è quello di consentire alle imprese di licenziare illegittimamente i lavoratori. Un’enormità per uno Stato che si dichiara di diritto, un’enormità contro la parte più debole e soffrente della crisi che sono i lavoratori. A nome del Partito Comunista d’Italia rispondo con un si netto e convinto, sperando che altri seguano la nostra scelta, alla proposta di Alleva di non escludere nulla, ivi compreso un referendum abrogativo, per far fallire il jobs act. La fiducia che nutro nell’intelligenza e nella capacità di lotta dei lavoratori, conclude Procaccini, mi da’ grande fiducia che questa vergognosa legge venga cancellata dalla volontà popolare”.

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-Nella pagina “Ricostruzione del PARTITO COMUNISTA troverete: relazione e contributi- 

Procaccini (segretario PCdI):

 

“posta una pietra per la ricostruzione del

 

Partito Comunista”

cesare procaccini

 

Esprimo la profonda soddisfazione mia e di tutto il Partito Comunista d’Italia per la riuscita della manifestazione di lancio dell’associazione per la ricostruzione del Partito Comunista. Il 20 dicembre centinaia di compagne e compagni hanno affollato il Centro Congressi Cavour di Roma per dimostrare la loro adesione convinta ad un progetto di ricostruzione di un soggetto politico comunista unitario e rinnovato. Un apporto prezioso ai processi unitari a sinistra a cui i comunisti organizzati in partito devono portare il loro contributo.

A 20 anni circa dalla sciagurata scelta di chiudere l’esperienza del Partito Comunista Italiano e all’epilogo del renzismo a cui sono giunti i fautori di quella “svolta”, i comunisti riaffermano la loro volontà di essere parte delle dinamiche della società e di essere il soggetto rivoluzionario del cambiamento autentico. La voce dei lavoratori delle fabbriche e del mondo del precariato che hanno riempito la sala del centro congressi ha chiesto a coralmente unità a sinistra e un progetto serio di ricostruzione di un partito comunista adeguato ai tempi durissimi che viviamo. Dopo questa entusiasmante assemblea possiamo affermare di aver posto un’altra solida pietra a fondamento della ricostruzione.

 

Cesare Procaccini, segretario nazionale Partito Comunista d’Italia

 

Procaccini

 

(segretario PCdI): “Cuba è libera,

un giorno storico per tutti”

cuba

 

Apprendiamo la notizia della liberazione dei patrioti cubani ingiustamente incarcerati negli Stati Uniti e della decisione di Obama di revocare l’embargo che per 53 anni ha cercato di strozzare la grande rivoluzione guidata dal  Fidel Castro ed Ernesto “Che” Guevara. Un tentativo definitivamente fallito. Questo è un momento storico che dice chiaramente che la prospettiva del socialismo è tutt’altro che sconfitta e che gli equilibri internazionali sono in rapido mutamento. Nostro compito è continuare a sostenere tutte le esperienze socialiste e che tendono al socialismo per aprire una prospettiva migliore e nuova per l’umanità intera.
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Un passo per rafforzare

 

una prospettiva

 

comunista in Italia

pcdi

 

Lo scorso 23 Novembre, a Roma, si è tenuta la preannunciata riunione del Comitato Centrale del nostro Partito, avente all’ordine del giorno l’analisi della fase, con particolare riferimento alle elezioni regionali svoltesi in Emilia-Romagna ed in Calabria, ed  il completamento degli adempimenti  derivanti dalla Conferenza Politica ed Organizzativa Nazionale tenutasi a Pianoro (Bologna) lo scorso  mese di Settembre.

L’ampia discussione sviluppatasi al riguardo ha sottolineato la validità della linea politica che il Partito si è dato con il VII° Congresso e, conseguentemente,  la necessità di proseguire con determinazione nel processo di ricostruzione di  una soggettività comunista capace di ridare rappresentanza politica alle istanze del mondo del lavoro e delle masse popolari, così duramente colpite dalla crisi strutturale del sistema capitalistico e  dalle politiche liberiste imperanti, e di  rappresentare, prefigurando  una alternativa possibile, una risposta credibile ai loro bisogni.

Una necessità, questa, che ha trovato e trova in alcuni ambiti politici, più in generale in diversi settori della società, rilevanti condivisioni, come testimonia, in ultimo, l’appello dell’Associazione per la Ricostruzione del Partito Comunista, che sta raccogliendo numerose e significative adesioni.

A tal fine, al termine della riunione,  i componenti del Comitato Centrale, consapevoli della necessità del contributo dei Comunisti Italiani, ma anche della sua insufficienza, hanno assunto la decisione di partecipare a tale processo dando  vita al  Partito Comunista d’Italia, quale evoluzione dell’esperienza del PdCI e scelta a ciò funzionale.

Conseguentemente,  gli stessi, hanno  deliberato la registrazione, nelle sedi a ciò deputate,  dello Statuto e del simbolo del PCd’I,  nonché di ogni altro atto a ciò necessario, e deciso di promuovere rapidamente la relativa campagna di tesseramento per l’anno 2015.

E’ pertanto necessario dare vita , nel più breve tempo possibile, a partire dalle riunioni di tutti gli organismi,  al  più ampio coinvolgimento dell’insieme delle compagne e dei compagni aderenti al PdCI, di coloro che hanno manifestato e

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dobbiamo uscire dalla Nato”

NO_NATONei giorni scorsi è stata lanciata una campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato. Una iniziativa che ha l’obiettivo di mettere in discussione l’Alleanza che è al centro di tutti i conflitti di questi ultimi anni.

Il Pdci è fra i promotori di questa campagna e invita tutt@ ad aderire e a lavorare per dare massima diffusione a questa iniziativa. Di seguito il manifesto politico IN ITALIANO E IN INGLESE.

 

“L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che il Sipri quantifica in 72 milioni di euro al giorno.

Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.

È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, che potrebbe essere fortemente ridotto se l’Italia uscisse dalla Nato.

L’Alleanza Atlantica persegue una strategia espansionistica e aggressiva.

Dopo la fine della guerra fredda, ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava; ha inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex Urss e due della ex Jugoslavia; ha occupato militarmente l’Afghanistan; ha demolito con la guerra la Libia e tentato di fare lo stesso con la Siria.

Ha addestrato forze neofasciste e neonaziste ucraine, organizzando il putsch di piazza Maidan che ha riportato l’Europa a una situazione analoga a quella della guerra fredda, provocando un nuovo pericoloso confronto con la Russia.

Ha iniziato a proiettare le sue forze militari nell’Oceano Indiano nel quadro di una strategia che mira alla regione Asia-Pacifico, provocando un confronto militare con la Cina.

In tale quadro, le forze armate italiane vengono proiettate in paesi esterni all’area dell’Alleanza, per missioni internazionali che, anche quando vengono definite di «peacekeeping», sono guerre finalizzate alla demolizione di interi Stati (come già avvenuto con la Federazione Jugoslava e la Libia).

Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’Art. 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.

L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.

La più alta carica militare della Nato, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La Nato è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.

L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.

Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.

L’Italia, uscendo dalla Nato, riacquisterebbe la piena sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.

Sostieni la campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO.

LA PACE HA BISOGNO ANCHE DI TE”.

Inviare le adesioni a:comitatononato@gmail.com

Le elezioni in Emilia-Romagna: un passo importante per l’alternativa

Elezioni-Regionali-Emilia-Romagna-2014L’esito delle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna, svoltesi il 23 Novembre scorso, consegna all’analisi dei tanti soggetti interessati una situazione inedita, per complessità e problematicità, che pone non pochi interrogativi circa i suoi possibili sviluppi.
Il dato che più di altri è stato sottolineato è quello relativo all’astensione dell’elettorato dal voto.
Del resto, non può non fare riflettere il fatto che su 3.460.402 potenziali elettori il numero di votanti sia stato di sole 1.304.841 unità, ossia il 37,7% .
Si tratta di un dato macroscopico, soprattutto se comparato con quello registratosi alle elezioni regionali del 2010 ( 68%) o con quello delle recenti elezioni europee ( 69,9%).
Non vi è dubbio che la percentuale di astensionismo registratasi è riconducibile al distacco sempre più marcato dei cittadini dalla politica che si registra nel Paese, che le vicende che hanno coinvolto prima il Presidente uscente Errani e, successivamente, i diversi gruppi consiliari, hanno rappresentato per gli emiliano romagnoli una ulteriore spinta in tale direzione, ma ciò non basta a spiegarla.
Essa rappresenta anche la crescente protesta di quello che viene definito “il popolo della sinistra”nei confronti delle politiche del governo Renzi, il cui partito, il PD, perde oltre 382.000 voti rispetto alle elezioni regionali del 2010 ed oltre 677.000 voti in riferimento alle elezioni europee.
Relativamente all’articolazione del voto, nell’ambito del centrosinistra il 44,52%, con relativi 29 seggi, è ricondotto al PD, il 3,23% (2 seggi) a SEL, mentre Emilia-Romagna Civica, prevalentemente riconducibile a socialisti e verdi, con l’1,49% dei voti, e Centro Democratico/Democrazia Solidale, con lo 0,63% , non sono rappresentati in Consiglio Regionale.
Per quanto riguarda il centrodestra, che complessivamente registra il 29,7% dei voti, che equivalgono ad 11 seggi, si sottolinea il 19,42% della Lega Nord (8 seggi), che diventa il secondo partito in regione, l’8,36% di Forza Italia ( 2 seggi), il peggiore risultato conseguito dalla sua nascita, l’1,91% di Fratelli D’Italia/Alleanza Nazionale che equivale ad un seggio.
Il Movimento 5 Stelle, arretrando a terza forza in virtù del 13,26% dei voti ottenuti( 5 seggi), conferma la parabola discendente che lo caratterizza a livello nazionale, per molti a causa dei limiti della sua proposta, priva di una coerenza d’insieme, sicuramente per le modalità di gestione che lo contraddistinguono e che sempre più sono messe in discussione dai propri aderenti.
La formazione Nuovo Centro Destra/Unione di Centro/ Emilia-Romagna Popolare con il 2,63% dei voti non conquista nessun seggio.
Fallisce, con lo 0,98% dei consensi, il tentativo di Liberi Cittadini, formazione promossa da ex penta stellati, tra i quali Giovanni Favia, di vedersi rappresentati in Consiglio Regionale.
In tale contesto il 3,7% ottenuto dalla lista “L’Altra Emilia-Romagna” rappresenta un risultato importante.
Il PdCI, che a sostegno di tale proposta politica si è fortemente impegnato, come evidenzia anche il consenso ottenuto dai propri rappresentanti in lista, esprime la propria soddisfazione, resa ancora più marcata a fronte della elezione in Consiglio Regionale di Pier Giovanni Alleva, giuslavorista da sempre impegnato in difesa dei diritti dei lavoratori e firmatario del recente appello nazionale per la ricostruzione del Partito Comunista.
In una situazione difficile come l’attuale, a fronte di una campagna elettorale quanto mai segnata dalle vicende politiche nazionali, e che L’AER ha condotto scontando nei confronti degli altri soggetti coinvolti una grande disparità di mezzi, molti elettori ed elettrici ne hanno apprezzato il progetto.
Esso sottolinea l’esigenza di una forte discontinuità ed innovazione nel governo della Regione, il bisogno di politiche capaci di rilanciare, attualizzandolo, quello che un tempo è stato vissuto come un modello, ossia uno stretto rapporto tra qualità dello sviluppo, diritti, partecipazione, una scelta, questa, che non può prescindere da un rinnovato protagonismo del soggetto pubblico, dalla sua centralità.
Quello dell’AER è un preciso profilo programmatico, sulle cui basi si svilupperà, dentro e fuori l’Istituzione, l’azione di opposizione al centrosinistra, a guida PD, che con Bonaccini si predispone al governo della Regione.
Ciò pur con meno del 50% dei voti espressi dal 37,7% dei votanti, evidenziando non una “questione di illegittimità”, ma la presenza di una “questione democratica”, nel senso del venire progressivamente meno del modello di democrazia partecipata proprio della Costituzione, non a caso più d’uno ha parlato di perdita per la democrazia, più in generale l’affermarsi di un illusorio “chiamarsi fuori” che, come la storia insegna, è funzionale al potere.
Il forte astensionismo sottolineato si evidenzia anche come “spazio politico” al quale indirizzare l’azione dell’AER, che solo in minima parte è riuscita ad intercettarlo, con l’obbiettivo di vederla riconosciuta sempre più come una alternativa possibile ad un governo regionale che assai difficilmente opererà scelte diverse da quelle che discendono dalle politiche governative, sempre più aderenti ai diktat della cosiddetta Troika, all’imperante filosofia liberista, e che quindi dimostrerà tutti i propri limiti in rapporto ai bisogni della Regione, dei suoi abitanti.
Anche per queste ragioni ci rammarichiamo della diversa scelta di posizionamento di SEL, con la quale occorrerà comunque verificare se sussistono margini per una comune iniziativa su singole rilevanti questioni.
In sintesi ciò che ci consegna il voto regionale è una Regione sempre più “uguale alle altre”, e come le altre chiamata a misurarsi con un futuro quanto mai incerto.
A fronte di ciò l’impegno del PdCI è volto a far sì che senza pregiudizi, assumendo il merito come discriminante, L’AER dispieghi al meglio la propria azione, persegua gli obbiettivi che si è data, proponendosi come un possibile riferimento per un Paese, l’Italia, che abbisogna di politiche assai diverse da quelle portate avanti dal governo Renzi, di politiche di sinistra, delle quali, al di là dei proclami, non vi è traccia.
E’ evidente che il risultato elettorale conseguito dalla lista L’AER non potrà che avere ripercussioni rispetto al processo in atto di scomposizione/ricomposizione della stessa sinistra sul piano nazionale, alle sue articolazioni, e quindi relativamente al suo futuro.
E’ una questione complessa, questa, che va oltre lo specifico emiliano-romagnolo e come tale andrà affrontata, nelle sedi e con le modalità che saranno decise.
Per quanto riguarda il PdCI serve affermare rapidamente, sulla base di un preciso programma alternativo, un processo di unità tra le forze di sinistra, con forme e modalità tali da non imporre la rinuncia all’autonomia politica ed organizzativa delle sue componenti.
Le diverse esperienze presenti in diversi paesi indicano che ciò oltre che necessario è possibile.

PdCi Emilia-Romagna

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Disoccupazione,

 

 Renzi dà i numeri

 

I dati dell’ISTAT sull’occupazione sono impietosi e rivelano la drammaticità della crisi che stiamo vivendo.

A fine ottobre il tasso di disoccupazione è cresciuto fino al 13,2%, quello di occupazione è al 55,6%. Il tasso di disoccupazione giovanile (età compresa tra i 15 e i 24 anni) è al 43,3%. In numeri assoluti vuol dire che ci sono 3.410.000 persone iscritte alle liste di disoccupazione, 22.374.000 occupati, 708.000 giovani in cerca di lavoro. In un mese i disoccupati sono cresciuti di 90.000 unità, gli occupati sono calati di 55.000 unità, i giovani in cerca di lavoro sono 4.000 in più.

Numeri che si accompagnano a quelli della cassa integrazione che sfiora, nei primi 10 mesi di quest’anno il miliardo di ore. Un tragico record.

Di fronte a queste cifre, il presidente del consiglio Matteo Renzi, dichiara di essere preoccupato ma di guardare il dato degli occupati che sta crescendo. E dice testualmente che da quando “abbiamo iniziato con questo governo, ci sono 100 mila posti di lavoro in più”. Ma i conti non tornano.

Se si guardano i numeri diffusi dall’ISTAT, la dichiarazione di Renzi appare, per lo meno, inesatta. Il governo da lui presieduto ha avuto la fiducia delle camere a fine febbraio di quest’anno. Allora, proviamo a capire se è vera l’affermazione dell’ex sindaco di Firenze sui 100.000 posti di lavoro in più.

A marzo 2014, il tasso di disoccupazione era del 12,6% (a ottobre è cresciuto dello 0,6%), il tasso di occupazione era del 55,7% (a ottobre è calato dello 0,1%), quello della disoccupazione giovanile era al 42,5% (a ottobre è cresciuto dello 0,8%). In valori assoluti tra ottobre e marzo 2014 i disoccupati sono cresciuti di 185.000 unità, gli occupati sono calati di 31.000 unità, i giovani in cerca di lavoro sono 18.000 in più. E i 100.000 posti di lavoro rivendicati da Renzi dove sono? Forse fa riferimento al dato di febbraio 2014 (uno dei mesi che registra un picco di occupati). In, questo caso, la crescita degli occupati, tra ottobre e febbraio, c’è ma si ferma a 51.000. La metà, cioè, di quelli dichiarati dal presidente del consiglio.

Mentre l’ISTAT fotografa una situazione che continua a peggiorare, Renzi fornisce numeri a vanvera. È un insulto all’intelligenza degli italiani. Un triste pressapochismo molto pericoloso. Va bene essere ottimisti, ma minimizzare i problemi e barare sui numeri reali è qualcosa di molto grave per chi dovrebbe governare il paese.

Ogni giorno che passa ci dimostra che questi “nuovi politicanti” che si sono installati al governo sono supponenti, arroganti, inaffidabili e sostanzialmente impreparati. Sono personaggi di infimo livello che vogliono cancellare i diritti, stravolgere la costituzione e cambiare le regole democratiche del nostro paese senza conoscere le reali condizioni di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani. Vivono in un’altra dimensione e, generalmente, non hanno mai lavorato. Sono capaci solo di fare annunci, falsificare la realtà truccando i dati e andare dall’estetista per sembrare sempre più “moderni”.

Giorgio Langella

Mango-Giannini:

“Jobs act, il Pdci si mobilita”

jobs actIl Jobs act è passato alla Camera e tornerà in aula al Senato il 2 dicembre.

In quella sede, la spaccatura che già si è verificata alla Camera, potrebbe essere più consistente. Il pericolo è tale che in caso di approvazione definitiva del Jobs act, così com’è stato approvato dalla Camera, anche la Cgil è pronta  a ricorrere alla Corte di Giustizia Europea in base alla Carta di Nizza sui principi fondamentali (Art.30 “Ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali”. Art.31 “ Le condizioni di lavoro devono essere giuste ed eque”.  In questo caso l’articolo dice che “ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose” e “ogni lavoratore ha diritto a una limitazione della durata massima del lavoro e a periodi di riposo giornalieri e settimanali e a ferie annuali retribuite”).

Con la legge delega del governo Renzi, del resto, non solo viene abolito l’art.18, ma alzata da 12 a 36 mesi la durata dei contratti a tempo determinato senza causale, cioè quelli per cui non è obbligatorio specificare il motivo dell’assunzione, non occorrerà, inoltre soluzione di continuità tra l’uno la cessazione di un contratto ed il rinnovo dell’altro, come previsto fino ad oggi. I contratti di apprendistato avranno meno vincoli. Per esempio, per assumere nuovi apprendisti non sarà obbligatorio confermare i precedenti apprendisti alla fine del percorso formativo. La busta paga base degli apprendisti sarà pari al 35 per cento della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento. È prevista inoltre l’abolizione del Durc (Documento unico di regolarità contributiva), il documento sugli obblighi legislativi e contrattuali delle aziende nei confronti di Inps, Inail e Cassa edile. E’ previsto il controllo tramite telecamere a circuito interno dei lavoratori. E la chimera del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, non si è specificato a quali tutele faccia riferimento e per quale motivo un datore di lavoro dovrebbe assumere in questa forma, quando può assumere a tempo determinato senza darne giustificazione.

Il jobs act non è quello di cui il Paese ha bisogno per ripartire, non creerà posti di lavoro, non attrarrà investimenti ma produrrà nuovi licenziamenti, metterà i lavoratori ancor di più gli uni contro gli altri, essendo esso basato sul principio che ci siano lavoratori  iper garantiti e lavoratori non garantiti, e che sia l’esistenza e l’osservanza dei diritti dei primi a determinare la conseguente mancanza di tutele per tutti gli altri. In verità questo Jobs act toglierà tutele agli uni e agli altri, disegnando un mondo del lavoro praticamente privo di tutele , in cui ciascun lavoratore dovrà contrattare per sé col proprio datore di lavoro, evitando di passare attraverso i quadri intermedi.

Una vera e propria aggressione ai diritti dei lavoratori.

Per queste ragioni il Partito dei Comunisti Italiani è impegnato a mobilitarsi davanti a palazzo Madama il 2 dicembre, a sostenere le lotte dei lavoratori partecipando allo sciopero generale del 12 dicembre.

Lucia Mango resp lavoro

Fosco Giannini resp lavoro di massa

_______________________Elezioni regionali, Procaccini: “un astensionismo drammatico che mette a rischio la democrazia”

elezioni regionali

 

Il primo dato emerso dalle elezioni regionali di domenica scorsa in Emilia Romagna e Calabria è rappresentato dall’astensionismo (hanno partecipato al voto il 38% circa degli aventi diritto nella prima regione ed il 43% circa nella seconda), esploso a livelli mai conosciuti precedentemente. Questo dato è il segno di una sconfitta netta del governo Renzi che, con le sue riforme antipopolari, sta progressivamente restringendo gli spazi di democrazia. Penso alla scellerata riscrittura della Costituzione, all’antidemocratico sistema elettorale chiamato Italicum, all’accanimento contro i diritti dei lavoratori operato con il JobsAct. Uno scollamento forte tra governo e Paese che si accompagna ad una crescente e straordinaria mobilitazione del sindacato che ha risvegliato e richiamato alla lotta il mondo del lavoro, stanco di subire gli effetti di una crisi ingiusta e senza fine.

Rivolgo un ringraziamento ai compagni e alle compagne che nelle due Regioni hanno permesso di registrare un risultato assai significato per le liste sostenute dai Comunisti Italiani (3,7% in Emilia e 4,4% in Calabria). In particolare, desidero complimentarmi col Professor Piergiovanni Alleva, eletto nel consiglio regionale emiliano e con noi impegnato nella ricostruzione del Partito Comunista e di una sinistra di classe più forte.

E’ necessario – proprio a fronte del drammatico astensionismo – proseguire la lotta e offrire una prospettiva politica nuova all’insofferenza registrata da questo voto, che significa per noi continuare il progetto dalla ricostruzione del Partito comunista e lavorare per unire la sinistra politica, sindacale e dei movimenti nella lotta contro il JobsAct e le politiche del governo Renzi

 

Cesare Procaccini

Segretario naz.le PdCI

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______________________Il PdCI con “L’ALTRAEMILIA ROMAGNA”Elezioni regionali 23 novembre.VOTA   “ L’ALTRA EMILIA ROMAGNA”

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bandiere-pdci

 

Il Partito dei Comunisti Italiani conferma il proprio sostegno alla giornata di lotta del 14 novembre e la propria presenza allo Sciopero generale di Milano indetto dalla Fiom Cgil con una sua delegazione guidata da Mauro Alboresi, esponente della segreteria nazionale del PdCI, e Vladimiro Merlin, segretario regionale lombardo del Partito. Il PdCI sarà, inoltre, presente allo Sciopero sociale delle realtà studentesche, del precariato e conflittuali a Roma, previsto sempre il 14, con una delegazione guidata da Manuela Palermi, presidente del Comitato Centrale del PdCI

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Foto: Le vignette del nostro Vauro ENIGMI STORICI
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Cene eleganti per gente di un certo livello

E intanto, mentre i lavoratori subiscono i pestaggi delle “forze dell’ordine” e pagano la crisi provocata da un liberismo spaventoso ed ingiusto, il PD organizza cene al prezzo di 1.000 euro per commensale. Sono, come si può capire, cene eleganti per gente di un certo livello che servono a rimpinguare le casse del partito. Gli “ospiti paganti” accorrono entusiasti e tutti sono contenti perché il finanziamento privato è molto bello e moderno. E, allora, si dia inizio ai banchetti frequentati dalla gente che conta e che può pagare qualsiasi cifra per essere presente all’evento.

I capi del PD devono aver pensato che, se vogliono raggranellare soldi e tanti, gli “ospiti” non possono essere gli operai, i cassintegrati, i pensionati. I denari li chiedono così ai padroni, ai capitalisti, ai finanzieri, a chi ha esportato più meno legalmente capitali all’estero, a quelli che hanno delocalizzato, a quelli che non ci pensano un attimo a licenziare e chiudere le fabbriche. E alla gente di spettacolo che, così, si fa pubblicità. “Bellaggente”, insomma. Loro si che hanno i soldi per finanziare Renzi e il PD.

I sospetto, più che legittimo, è che nel dopo cena sarà facile che ci sia una specie di “riconoscenza” da parte di chi ha fatto cassa nei confronti di chi ha pagato. Questo ricade nella logica delle attuali consuetudini politiche italiane. In effetti, la politica viene fatta non più per vocazione o per passione, ma perché è un “mestiere” (come afferma Alessandra Moretti, probabile futura candidata per il PD alla presidenza della regione Veneto) che viene svolto sostanzialmente per il proprio tornaconto personale, di quello del gruppo di riferimento o di entrambi. Un mestiere che serve a gestire quell’intreccio perverso tra la “cosa pubblica” e gli interessi personali che è diventato caratteristica principale della “modernità” (e dello scempio) del fare politica oggigiorno. Una modernità falsa e ambigua che assomiglia tanto a quei sistemi di società basati sull’ingiustizia sociale (società vecchie e polverose che si pensavano spazzate via dalla rivoluzione francese, da quella russa e, perché no, anche dalla nostra Costituzione). Società nelle quali chi poteva fare politica e comandare apparteneva sempre alla classe più agiata. Fare politica e dirigere il paese era privilegio dei ricchi … il popolo doveva accettare la propria condizione di servile sudditanza. Senza protestare.

Forse non ce ne accorgiamo appieno, ma si sta tornando a quelle condizioni. Il problema è che sono tutti contenti. Ce lo fanno capire con le parole e i fatti. Il tesoriere del PD dichiara, infatti: «Credo che il Pd, dopo l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, abbia inaugurato una nuova modalità di “fund raising”. Nei prossimi giorni passeremo alla fase della trasparenza».

Sono convinti ed entusiasti, a partire da Alessandra Moretti che deve aver maturato una certa esperienza in queste forme di finanziamento visto l’uso che ne ha fatto per la propria, recente, campagna elettorale per il parlamento europeo. È bene ricordare, a tal proposito, il pranzo organizzato a tal fine dal presidente della Maltauro. Pranzo che si è svolto lo stesso giorno nel quale, Enrico Maltauro, allora amministratore delegato dell’impresa che porta il suo cognome, veniva arrestato perché coinvolto nello scandalo dell’Expo. Tutte cose lecite, per carità, ma anche un po’ inopportune.

Non c’è che dire, le “cene eleganti” e costosissime organizzate dal PD a Milano e Roma, sono proprio un bell’esempio di quella “trasparenza” promessa dal tesoriere del PD. Un metodo che, a detta dei “nuovi” dirigenti di quel partito, è limpido e immune da qualsiasi pericolo di sudditanza e qualsiasi tentazione di restituire il favore. I legittimi dubbi, però, rimangono.

Tempo fa, quando in politica si aveva ancora un minimo di pudore e di serietà, questo modo di ottenere risorse (ben diverso dalla sottoscrizione e dal lavoro che militanti e simpatizzanti davano al partito senza chiedere nulla in cambio) sarebbe stato visto come indicativo di legami poco chiari. Oggi non è più così. Tutto è personale, privatizzato, frutto della “generosità” di qualche mecenate che, molto probabilmente, prima o poi chiederà qualcosa in cambio. E se non lo farà, sarà naturale che l’organizzazione che ha ricevuto la regalia, si sentirà in obbligo e avrà un occhio di riguardo per favorire gli interessi del finanziatore di turno. È la maniera più classica e normale di consegnare la politica a chi ha la ricchezza per farla. La politica pulita, fatta per passione è, per questa “bellaggente”, qualcosa di superato, di obsoleto. Fare politica per loro è null’altro che esercitare un mestiere che deve essere molto ben remunerato.

Ormai è chiaro, il PD è diventato un partito personale, è un comitato elettorale di tipo statunitense che risponde a lobby formate da chi detiene la stragrande maggioranza della ricchezza del paese e può sborsare, per una cena, quanto un operaio percepisce in un mese di lavoro e fatica. È la trasformazione definitiva del partito in un insieme di comitati di affari che risponderanno ai propri “benefattori” e non alle aspirazioni e ai bisogni dei cittadini che vivono del proprio lavoro e pagano le tasse.

Anche per questo è difficile, molto difficile, associare il PD alla sinistra, quella vera. Ci si renda conto che l’accostamento del termine “sinistra” ai nomi “Renzi”, “governo”, “PD”, “Moretti” e soci è alquanto bizzarro. Li si definisca per quello che realmente sono: furbi opportunisti e carrieristi più o meno capaci che fanno gli interessi di quei ricchi che li finanziano e ai quali devono rispondere. Sono politicanti e organizzazioni che hanno deciso che la parte della barricata nella quale hanno scelto di prendere posto, occupando comode poltrone, non è certamente quella di chi lavora in catena di montaggio, nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri. Non è, neanche, quella di chi è disoccupato o di chi percepisce pensioni tutt’altro che d’oro. E non è quella di chi non riesce a trovare lavoro e fa fatica ad arrivare a fine mese.

Giorgio Langella

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 “7 Novembre: Un anniversario per guardare al futuro”

rivoluzione-dottobreSono  passati novantasette anni dal quel lontano 7 novembre 1917, quando in Russia trionfava la rivoluzione bolscevica, anni di grandi speranze e di sonore delusioni. Una data importante, perché quel 7 novembre cambiò il corso della storia: per la prima volta le classi più povere, i lavoratori, prendevano direttamente nelle loro mani il proprio futuro ribaltando quanto sembrava fino ad allora immodificabile. Il trionfo dei comunisti russi diede speranza e forza a tutti i democratici del mondo e rafforzò quanti lottavano per affermare le idee del socialismo e del comunismo.
Ricordare oggi quel anniversario non è un retaggio nostalgico, ha senso perché noi il significato di quella rivoluzione lo proiettiamo nel futuro. I valori dell’Ottobre non sono sconfitti, lo dimostrano le tante esperienze che da Cuba, alla Cina, passando dal Viet Nam e dal Venezuela, si richiamano a quegli ideali.
Le diseguaglianze stanno aumentando in Italia come in gran parte del mondo capitalista, i diritti di chi lavora sono rimessi pesantemente in discussione e i lavoratori sono spesso trattati come nuovi schiavi al servizio del profitto. Le guerre si estendono e dietro i conflitti oggi come ieri si nascondono gli interessi dell’imperialismo e di novelle forme di colonialismo. Tante buone ragioni, queste, per affermare che nel mondo c’è sempre più bisogno di comunismo.
Noi ci battiamo e lavoriamo per questo. Per questo continuiamo a tenere accesa la fiammella di quanti non si piegano e caparbiamente vogliono, come fecero i cittadini russi in quel lontano giorno di 97 anni fa, dimostrare che un futuro diverso può esistere e si può costruire. E’ questa la sfida che abbiamo davanti.
Cesare Procaccini

L’Ottobre e noi, 97 anni dopo

leninSono passati 97 anni da quel 7 novembre 1917 che costituì una svolta decisiva nella storia contemporanea. È quasi un secolo, e tuttavia quell’evento – pure a 25 anni dal crollo del campo socialista – ha ancora una forte eco nel mondo, e in queste ore viene ricordato nelle zone più diverse del pianeta. Questo accade perché, per molti aspetti, l’Ottobre – la “rivoluzione contro il Capitale”, avvenuta nell’arretrata Russia zarista – è uno dei passaggi cardine della modernità, uno dei momenti fondanti dell’età contemporanea.

Se infatti il tentativo compiuto dall’umanità nell’era moderna è quello di emanciparsi dal bisogno e su queste basi costruire un nuovo tipo di libertà, una libertà concreta, effettiva, valida per tutti e non per ristrette minoranze, è insomma il tentativo di determinare da sé le condizioni della propria esistenza, sottraendole alle leggi cieche dell’economia, proprio la Rivoluzione d’Ottobre è uno dei passaggi decisivi di questo gigantesco processo storico.
Per la prima volta, infatti, non solo la classe operaia, i contadini, i lavoratori salariati hanno tentato di liberarsi dallo sfruttamento e dal lavoro alienato, ma l’umanità stessa ha tentato di superare una condizione che la vede schiava di meccanismi economici che non riesce a controllare, schiava dell’anarchia del mercato, e invece ha tentato di sottomettere i meccanismi dell’economia alla volontà degli uomini, una volontà cosciente e organizzata che si pone lo scopo del benessere collettivo. Come scriveva E.H. Carr, “la rivoluzione del 1917 fu la prima rivoluzione della storia che cercò d’instaurare la giustizia sociale mediante controlli economici organizzati dall’azione politica” ; insomma di superare il caos, le assurdità e le ingiustizie della società capitalistica attraverso l’opera di una razionalità collettiva organizzata.
Oggi, mentre tutto l’Occidente capitalistico vive una crisi profondissima, strutturale, sistemica, l’immagine di leggi economiche e forze anonime (“il mercato”, “i mercati”) che in modo cieco e incontrollato aggravano quella crisi che esse stesse hanno provocato è sempre più incombente, e proprio per questo l’esigenza di una riappropriazione collettiva del tessuto produttivo, delle risorse, dell’economia in quanto tale si riaffaccia, dopo diversi anni, a livello di massa. Certo, questo avviene ancora in modo confuso, indeterminato, e tuttavia è un segnale importante di cambiamento. E lo stesso discorso potrebbe valere per quella istanza di riappropriazione della politica, per quella esigenza di una democrazia di tipo nuovo, che è oggi ancora in nuce, ma che pure potrebbe tornare a emergere.
L’Ottobre 1917 è per molti versi il simbolo più forte di questa riappropriazione, collettiva e di massa, delle condizioni della propria vita. Il processo storico che ne seguì fu tormentato e complesso , e tuttavia una base era stata posta, facendo compiere un passo in avanti enorme alle “diverse forme della lotta di classe” – per la “liberazione della classe operaia”, per l’emancipazione dei popoli oppressi e per l’emancipazione femminile – e a come esse si svilupperanno in tutto il Novecento.
“Il comunismo è morto”, dice però il senso comune. Certo, come comunisti siamo ancora in una fase di crisi, dopo la sconfitta del 1989-91, e soprattutto in Europa occidentale “non stiamo tanto bene”, sebbene la forza di un grande patrimonio teorico e storico e l’esistenza di partiti comunisti di massa come quello portoghese mostrano che anche in questa parte del mondo la partita è aperta. Ma soprattutto, se allarghiamo lo sguardo al resto del pianeta, vediamo che i comunisti sono vivi e vegeti, hanno organizzazioni di massa, e che il simbolo della falce e martello è ancora ben visibile nelle lotte sociali e politiche e nelle esperienze di emancipazione e sviluppo che avanzano in tante zone del mondo.
In Italia la ricostruzione di un partito comunista degno di questo nome, unitario, con una linea e un’ispirazione di massa, che riprenda e rinnovi la grande esperienza del comunismo italiano e sia lievito di un fronte ampio di sinistra in grado di ridare ai lavoratori rappresentanza e organizzazione, è un’esigenza sociale che torna a riaffacciarsi, ed è un obiettivo che come Pdci ci siamo posti in modo esplicito, proponendolo a tutte le forze che vedono la stessa necessità.
È anche questo il nostro modo per tentare di tenere viva la lezione e l’esperienza dell’Ottobre, convinti come siamo che la storia non è finita e più che mai è attuale l’alternativa tra il superamento dell’assetto capitalistico e la “comune rovina delle classi in lotta”.

di Alexander Höbel

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Mosca 7 novembre 2014, 97° anniversario della rivoluzione d’ottobre, il gruppo dirigente del PCFR rende onore al mausoleo di LENIN.
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 e la paura dei lavoratori

C’è nulla più brutalmente di destra che chiudersi in una fabbrica svuotata di operai – comandati a prendersi un giorno di ferie – ospitato dal padrone di quella fabbrica assieme al capo di Confindustria e ad altri padroni frequentatori della Leopolda? A Renzi non è venuto in mente che accettare quell’invito era un’offesa verso gli operai? Che pensare sia normale tenerli fuori dal luogo dove ogni giorno vanno a lavorare è sintomo di un demenziale delirio di onnipotenza?
La fila di auto blu è entrata in mattinata nella fabbrica vuota mentre la polizia caricava i sindacati di base, gli studenti e i giovani dei centri sociali. All’interno i padroni bresciani – e Renzi con loro – tuonavano contro i sindacati, responsabili di arrestare il rilancio dell’Italia. Renzi concordava così appassionatamente da dire che i sindacati sfruttano il dolore dei disoccupati solo per attaccare il governo.
In realtà da quando i sindacati hanno finalmente assunto il dolore dei lavoratori il clima in Italia è cambiato. Te ne accorgi perché le parole e gli atteggiamenti stanno ritrovando la loro autentica interpretazione. Renzi che va in quella fabbrica non è il salvatore della patria, ma solo uno che preferisce incontrare le imprese perché è politicamente schierato con loro. Il jobs act non è una straordinaria opportunità, ma una porcheria antioperaia, fatta pure male, che toglie salario e diritti e restituisce ai padroni la potestà di sorvegliare a distanza chi lavora. Che Renzi sembra la parodia di Berlusconi, con la differenza che almeno il Berlusca se la prendeva con quelli più lontani da lui, i comunisti, mentre Renzi se la prende con i piddini che flebilmente lo contestano e con i lavoratori, quelli che per la sinistra rappresentano, anche nei momenti di più acuta difficoltà e contestazione, il suo popolo. Il blocco sociale di riferimento.
La giornata di Renzi a Brescia non è finita con l’osannato comizio riservatogli dai rappresentanti delle imprese. A un certo punto ha fatto sapere ai sindacati che li avrebbe incontrati. Hanno aspettato quasi due ore, poi hanno capito che Renzi, protetto dalla sua auto blu, se ne era andato. In silenzio, vigliaccamente, senza avvertire nessuno.
Il clima è cambiato e Renzi sta perdendo.

Manuela Palermi

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pdciComunicato stampa
di Cesare Procaccini
Segretario nazionale del PdCI

“Credevamo impossibile che si ripetessero episodi che fanno tornare alla mente le cariche della polizia di Scelba”. E’ quanto dichiara Cesare Procaccini, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani. “Gli operai dell’Ast di Terni hanno tutte le ragi…oni di questo mondo a manifestare, a protestare, ed è incredibile che la loro protesta sia stata repressa con i manganelli. L’atteggiamento odioso di Renzi contro la Cgil sta sortendo i suoi primi, gravissimi effetti. E il ministro dell’Interno Alfano deve aver interpretato quell’atteggiamento da uomo di destra qual è. Mi auguro – prosegue Procaccini – che tutto il Pd prenda immediatamente e con durezza le distanze da quanto accaduto. Se non lo facesse, si renderebbe responsabile di un clima irrespirabile contro i lavoratori e contro la Cgil, promosso da Renzi e interpretato squallidamente dall’europarlamentare Picierno. Ai lavoratori dell’Ast, alla Fiom, alla Cgil va tutta la solidarietà e la vicinanza piena del Pdci”.

 


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 Roma 25 ottobre, i Comunisti Italiani alla manifestazione.

L’impegno del PdCI è quello di determinare le condizioni affinché prevalga tra gli elettori e le elettrici dell’Emilia-Romagna l’esigenza della discontinuità e dell’innovazione.


Il PdCI, in relazione alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna, ha posto precise questioni di merito al centro della propria interlocuzione con i diversi soggetti politici interessati.
Lo stesso, senza pregiudizi, si è fortemente impegnato al fine di costruire una lista, rappresentativa di tutte le forze di sinistra ed ambientaliste, a sostegno di un comune programma volto a rispondere alle molteplici questioni che hanno progressivamente investito la Regione, e per verificare la possibilità di dare vita, su tali basi, ad una alleanza, la più ampia possibile, con le diverse forze politiche con le quali ha condiviso la lunga esperienza del governo regionale del Presidente Errani.
Preso atto dell’impossibilità di realizzare ciò, a causa delle scelte legittimamente operate da altri sul piano relazionale, dei contenuti, degli schieramenti, il PdCI è parte attiva della costituenda lista “L’altra Emilia-Romagna”, che condivide l’esigenza di una forte discontinuità ed innovazione nel governo della Regione ed il bisogno di affermare politiche che, rifuggendo dalle logiche liberiste che ne hanno segnato più di una scelta, si propongano di rilanciare, attualizzandolo, quello che un tempo è stato visto come un modello, ossia uno stretto rapporto tra qualità dello sviluppo, diritti, partecipazione, una scelta, questa, che non può prescindere da un rinnovato protagonismo del soggetto pubblico, dalla sua centralità.
L’impegno del PdCI è quello di determinare le condizioni affinché prevalga tra gli elettori e le elettrici dell’Emilia-Romagna l’esigenza della discontinuità e dell’innovazione

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Il PdCI con “L’ALTRA EMILIA ROMAGNA”

Elezioni regionali 23 novembre.

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PROCACCINI:

 

Il Pdci a fianco dei

 

lavoratori: il 25 in piazza

 

 con la Cgil

 

cgil 25 ottob<I Comunisti italiani sostengono e partecipano alla manifestazione nazionale indetta dalla Cgil per il prossimo 25 ottobre a Roma> Lo afferma Cesare Procaccini, segretario nazionale del Pdci. <La crisi economica e l’incapacità del governo Renzi a dare risposte adeguate e concrete ai bisogni di tante donne e tanti uomini – prosegue il leader del Pdci – è sotto gli occhi di tutti. Al contrario questo esecutivo, in piena coerenza con i governi precedenti, continua a colpire i lavoratori e quanti da sempre pagano i costi di politiche scellerate e classiste. Le misure economiche lungi dall’avere al centro un criterio di redistribuzione delle ricchezze colpiscono i diritti e i salari di chi vive del proprio lavoro, aumentando diseguaglianze e prevaricazioni e mettendo in discussione la dignità stessa del lavoro come nel caso dell’attacco all’articolo 18>. <Per queste ragioni – conclude Procaccini – il Pdci sostiene le proteste che in questi giorni mettono in discussione questo modello di sviluppo, fra queste lo sciopero generale dei sindacati di base Usb, e invita tutti i suoi militanti ad attivarsi per essere parte attiva di questa stagione di lotte>.

Manuela Palermi,

 

Pdci: “Governo

Renzi senza consenso, nato su

 

beghe di Palazzo alle quali s’è

 

prestato Napolitano”

Matteo_Renzi_3“Quello che sta avvenendo al Senato è un atto di prepotenza e arroganza da parte di un governo che ha perso ogni contatto con i problemi concreti, di vita e di lavoro, del popolo italiano”. Lo afferma Manuela Palermi, presidente del Comitato Centrale del Pdci. “E’ un governo che non ha ricevuto alcun consenso popolare, continua Palermi, nato su beghe di Palazzo alle quali si è prestato anche il presidente Napolitano. E’ intollerabile mettere la fiducia su una delega, il jobs act, perché Renzi possa portare lo scalpo dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori alla Merkel ed alla Troika. Diamo tutta la nostra solidarietà – afferma ancora Palermi – a quei senatori che si stanno battendo contro questa infamia, così come sosteniamo la protesta della Fiom, del sindacalismo di base e degli studenti contro il summit dei “padroni d’Europa” che si sta svolgendo a Milano”.

    

PdCI

 

 aderisce alla manifestazione

della Fiom

Il Partito dei Comunisti Italiani aderisce alla mobilitazione proclamata dalla Fiom per il 18 ottobre. Giudichiamo gravissimo il nuovo attacco portato ai diritti dei lavoratori italiani, martoriati da anni dai vari governi, dalle ricette dell’austerity imposte dall’Ue e dal Fondo monetario. Dopo aver supinamente accettato i trattati economici e i vincoli di bilancio, ora il governo Renzi si appresta a completare l’opera: una precarizzazione generale e perenne dei rapporti di lavoro.  In tutto questo, ancora una volta, l’offensiva viene concentrata contro l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. L’obiettivo è chiaro: abbattere anche simbolicamente una delle conquiste più importanti conseguite dal movimento dei lavoratori italiani. La follia assoluta di questa offensiva è chiaramente rappresentata dall’assunto per cui l’occupazione possa essere rilanciata con la facilitazione dei licenziamenti. A questa  folle ricetta noi contrapponiamo la necessità di uno stop alla massa di licenziamenti attraverso un intervento diretto dello Stato a garanzia dell’occupazione e un sostegno al reddito delle fasce popolari martoriate in questi anni di “controriforme”. E’ necessaria la massima unità delle forza politiche di sinistra, del mondo sindacale, dei movimenti democratici e di lotta del nostro Paese. Non si può consentire al governo Renzi di completare il “programma” dettato dalla Bce nella sua celebre lettera dell’agosto 2011. Serve una stagione intensa di lotta per aprire una prospettiva diversa rispetto al neoliberismo dominante nel nostro Paese.

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Volata finale per la raccolta delle

500 mila firme. Il sostegno della

 

 Cgil

Volata finale per la raccolta delle cinquecentomila firme per il referendum che prevede l’abrogazione della legge attuativa del Fiscal compact, varata nel 2012 sotto il governo Monti. La scadenza è il 30 settembre e le iniziative in corso sono molte. Ottimista il prof. Piga, portavoce del Comitato promotore costituito in particolare da economisti di diverse culture. Anche se non si nasconde le difficoltà sempre presenti nei referendum, specie se i media, come accade in questa occasione, creano una specie di silenzio stampa. Sottolinea il contributo determinante dato dalla Cgil, “un lavoro favoloso – dice – stiamo lavorando come matti e siamo molto convinti che ce la faremo”. “Intanto un risultato molto importante è già stato raggiunto – sottolinea Alfiero Grandi, presidente della Associazione per il rinnovamento della sinistra che fra i primi ha aderito alla iniziativa – con i referendum è iniziato un percorso di massa contro l’austerità, una iniziativa concreta. La critica all’austerità fino ad ora non aveva trovato forme adeguate per esprimersi. Malgrado l’evidente incapacità delle politiche definite austere, anche se sul significato di questa parola,ci sarebbe molto da dire, a risolvere la crisi accrescendo invece le ingiustizie sociali sembrava non vi fossero reali alternative. I quattro referendum possono contrastare una diffusa rassegnazione, dando un forte contributo a reagire ai pericoli per l’occupazione ed a sostenere i più deboli”. “Senza alternative – prosegue – anche le politiche più avversate finiscono per essere subite”.
I quattro referendum hanno smosso anche le acque della politica. In particolare, rileva Grandi, “la sinistra politica e sociale non era riuscita a dare credibilità e forza ad una iniziativa capace di delineare un’alternativa politica ed economica ai Moloch distruttivi delle percentuali previste dal patto di stabilità”. Acque smosse e anche movimentate: una cinquantina di parlamentari del Pd hanno aderito al Comitato parlamentare di sostegno al referendum, si annuncia un emendamento sulle riforme per eliminare l’obbligo di pareggio di bilancio previsto oggi dall’articolo 81 della Costituzione. Al Comitato parlamentare aderiscono 95 senatori e deputati, i 30 di Sel, i 10 di Led (gli usciti da Sel con Gennaro Migliore)”.
Acque smosse anche in Europa. Non si può non tener conto del referendum, della raccolta di firme, della partecipazione, delle iniziative parlamentari. Alfiero Grandi afferma che “per ammorbidire l’austerità che tuttora domina nelle politiche europee non bastano i giochi di parole. Renzi ha invertito con destrezza le priorità da lui stesso annunziate puntando ora sulle riforme per ottenere flessibilità. Tra i compiti a casa di montiana memoria e le riforme renziane c’è sostanziale continuità. Avere messo l’obiettivo di imprimere una svolta alle politiche europee in subordine alle riforme è stato un errore. Puntare sulle aperture della Merkel è un comportamento per lo meno provinciale, che sottovaluta il peso delle forze che in Europa vogliono mantenere politiche di austerità, con l’obiettivo di uno spostamento permanente dei rapporti di forza a favore delle classi dominanti, per avere mano libera nella concorrenza internazionale”. Ancora: proprio le iniziative prese da Draghi “ci dicono che va ridiscusso apertamente il ruolo della Bce. Da tempo si chiede di allinearne ruolo e politiche alla Federal reserve, per la crescita, teoricamente presente nel patto di stabilità”.
I quattro referendum, in sostanza hanno nel mirino le esagerazioni della legge attuativa, consentono di preparare iniziative per obiettivi come la revisione dell’articolo 81 della Costituzione ripristinando la sovranità del governo e del Parlamento sulle scelte, e la revisione del Fiscal compact. “Se sette anni di recessione e disoccupazione vi sembran pochi”, dice Grandi riprendendo una famoso canto di protesta delle mondine e invitando all’ultimo sforzo per raccogliere le firme. “Il neoletto parlamento europeo e la nuova commissione – conclude – devono porsi l’obiettivo della revisione dei trattati. Il governo e il parlamento dovrebbero porre il problema già nel semestre di presidenza italiana. Anche il Pse ha finalmente chiesto di rivedere Fiscal compact e politiche di austerità. I quattro referendum possono aprire spazi per tutti in Europa, perfino per Renzi, se veramente vuole superare l’austerità”.

Alfiero Grandi( Ars)

Paola Pellegrini: “Il PdCI contro il

 

progetto di distruzione della scuola

 

 pubblica italiana del Ministro

 

Giannini”

Le linee di indirizzo sulla scuola, esposte dal Ministro Giannini al meeting di Comunione e Liberazione e certo non per pura coincidenza, sono davvero una “rivoluzione”, ma di di tipo regressivo e di stravolgimento classista e reazionario della scuola pubblica italiana e infatti ripropongono quasi pedissequamente le vecchie impostazioni fallimentari degli ’ex Ministri Gelmini e Aprea.

Negli annunci della Giannini non c’è una sia pur minima certezza sul capitolo delle risorse disponibili, dopo mesi di propaganda e annunci su stanziamenti mirabolanti per l’edilizia scolastica pubblica, a fronte di condizioni di degrado progressivo e inarrestabile dell’intero comparto scolastico pubblico, non c’è nessuna idea di riqualificazione culturale e formativa, se non lo zuccherino di più ore di musica e storia dell’arte, specchietti per le allodole in un disegno che invece si muove su assi precisi di dequalificazione ulteriore della scuola pubblica, fino alla proposta assurda e in controtendenza rispetto agli standard europei, oltrechè culturalmente regressiva, di diminuire l’offerta formativa superiore da cinque a quattro anni.

Scuola pubblica in dismissione dunque, a partire dalla sua parificazione con il sistema delle scuole private, cui si offre la torta della defiscalizzazione delle spese per quelle famiglie che opteranno in tale senso per la formazione dei propri figli; a seguire con la distruzione definitiva di ogni regola contrattuale che garantisca diritti, doveri e responsabilità educative e formative ad un corpo docente stremato da anni di incerte e fumose giravolte sulla sua missione, sulle modalità di reclutamento, con l’uso spregiudicato del ricatto occupazionale che ha fatto degli insegnanti italiani la categoria di lavoratori della conoscenza più mortificati d’Europa.

Sparisce così ogni impegno per il rinnovo del contratto nazionale, si intende togliere salario a tutti con il superamento degli scatti per dare soldi a pochi utilizzando il vecchio progetto dell’Aprea, ma chi giudicherà il merito degli insegnanti, e in base a quali criteri?

Dunque non c’è alcun progetto per stabilizzare gli organici e riformare il reclutamento superando il precariato. La demagogia della Giannini – “aboliremo le supplenze” – maschera l’ulteriore indebolimento della scuola pubblica, degli apprendimenti e dei diritti degli studenti, con un impoverimento del curriculum della scuola superiore; aumentando il carico di lavoro frontale dei docenti. Non eliminerebbe “fisicamente” i 400mila docenti presenti nelle graduatorie di istituto, ma favorirebbe la loro espulsione definitiva da un sistema iniquo, che ne ha sfruttato per anni il lavoro, con la promessa di un posto futuro che in tal modo non arriverà mai.

Le parole del ministro, pur se volutamente fumose non nascondono però il disegno di fondo che accumuna il suo progetto a quelli di Aprea e Gelmini: piegare la scuola pubblica alle logiche delle imprese e del mercato, e mentre si promettono più soldi alle scuole private, le tanto decantate autonomie scolastiche sono ormai senza risorse e niente viene proposto per il sostegno alle famiglie che non sono più in grado di sostenere i costi per fare studiare i figli. Con questa proposta si aggrava paurosamente il divario tra la previsione costituzionale del diritto allo studio, e si mette in moto un meccanismo che può riportare la scuola italiana verso antiche impostazioni di classe e di separazione tra i saperi. Il governo Renzi, tramite il Ministro Giannini dichiara così al meeting di CL, nel cuore del sistema privatistico di istruzione e sanità, che si intende attaccare la scuola italiana nella sua missione di luogo pubblico di formazione democratica e civile dei cittadini, rendendola ancor più selettiva ed esasperando la frattura educativa e culturale, come nella migliore tradizione delle società fondate per principio sulla diseguaglianza, tra formazione accademica e formazione professionale

Per noi Comunisti Itaiani, i punti di partenza devono essere invece, e lo andiamo ripetendo da anni, e non da soli, l’elevazione dell’obbligo scolastico a 18 anni, nuovi e strutturali investimenti di risorse e di progettualità in grado di risollevare il livello ed della scuola pubblica italiana, il superamento di ogni forma di precariato che condanna centinaia di migliaia di insegnati a vivere decenni nella scuola senza speranza di un lavoro serio e stabile in un settore che, per definizione, non può vivere di casualità ma di progetto. Questo quadro di obbiettivi darebbe sostanza alle politiche per il diritto allo studio negate da questo governo, e può diventare la piattaforma per cui battersi e mobilitare le energie politiche e sociali che nel paese ancora investono sulla democrazia e sulla costituzione.

Il Pdci si schiera dunque al fianco delle organizzazioni sindacali dei lavoratori della conoscenza, degli studenti e di tutte le famiglie che ancora vogliono un futuro dignitoso e di crescita culturale e sociale dei loro figli,

La condizione per invertire la crisi del sistema educativo e di istruzione è tornare a investire per migliorare la qualità dell’offerta formativa, non certo diminuirne qualità e durata, una scelta miope che indica da sola in quale considerazione questa cosiddetta classe dirigente tenga l’istruzione pubblica e il futuro delle nuove generazioni.

Paola Pellegrini, responsabile Nazionale Scuola e Cultura del PdCI

Intervista a Giacchè:

 

“Non ci sono

 

alternative

 

 alla fine dell’austerità. E

 

nemmeno trattative”

 

 

a www.controlacrisi.org

Intervista di Fabio Sebastini a Vladimiro Giacchè

 

Molti stanno utilizzando l’inciampo della Germania come un argomento per trattare una maggiore flessibilità nel prossimo confronto europeo. Non ti sembra un po’ puerile?
La Germania non è in crisi nel senso della recessione. E questo nonostante l’ultimo dato congiunturale del Pil. I rischi di recessione secondo gli esperti sono aumentati. E sono ancora più seri di come emerge dai dati, nel senso che nel trimestre non sono conteggiati i contraccolpi per la Germania della crisi con la Russia.

Quali sono le valutazioni in Germania sulle difficoltà nella crescita?
Si è aperto un dibattito che è stato innescato dalla Buba sui margini che ci sarebbero per aumetnare i salari. E’ uscita una intervsita sul FAZ a Weidman che parla di aumenti salariali del 3%. Si è scatenato un putiferio, al quale Weidman ha dovuto rimediare con più di qualche precisazione. E gli industriali tedeschi lo hanno perdonato.

I nodi con la Germania li conosciamo. Il punto è come costringerli a cambiare.
Dai dati dell’ultimo trimestre tedesco i fattori negativi parlano di un calo delle esportazioni, soprattutto nel Sud Europa, di un tasso basso di investimento e la domanda interna che non tira. E’ da quindici anni che non tira perché gli aumenti di produttività non sono stati trasferiti nei salari. E’ chiaro che per loro, il primo dei compiti a casa è reflazionare, cioè aumentare la domanda interna. Loro stessi si rendono conto che qualche sforzo lo devono fare. E’ quello che sta dicendo la Linke non da oggi. Il mercantilismo tedesco tiene bassi i salari e quindi sull’onda vengono fuori i problemi degli altri paesi. Nel momento in cui questo modello va in crisi è chiaro che si imballa tutto il sistema.

E i compiti della Bce, che in questo momento si trova accerchiata da dollaro debole, disoccupazione e deflazione?
La cosa paradossale è proprio questa, che fino ad oggi i compiti la Bce non li ha fatti. Ho trovato singolari le dichiarazioni di Draghi sulla sovranità degli stati dell’Ue. Fuori luogo, sia nel merito, perché non rientra nel suo mandato; ma anche perché sono loro che non si stanno muovendo. Sono alla prese con una deflazione che potrebbe avere effetti catastrofici. Il problema è che in questa situazione in cui l’aumento dei prezzi è vicino allo zero, con alcuni poaesi come Grecia e Portogallo in cui è già realtà. Il trattato impone alla Bce di mantenere l’inflazione a un livello prossimo al due per cento. Siamo a zero da diversi mesi e il trend è chiaro per tutti. E la Bce ha ultieriolmente ribassato i tassi e per il resto non ha fatto nulla. Draghi ha parlato di fantasmagoriche misure. E per farlo dovrebbe compare titoli di Stato di diversi paesi, scontrandosi con l’opposizione della Germania.

E’ riformabile l’austerità come intende Renzi?
Il terzo nodo è la fine delle politiche di austerity. Ho detto la fine e non la correzione o gli sconti. Dovrebbe essere chiaro a tutti che chiunque oggi deve fare i conti con il fatto chce nella seconda metà del 2011 siamo ripiombati nella crisi esclusivamente a causa delle politiche di austerity. Basta vedere i dati. La Germania ha fatto poiltiche espansive per 300 miliardi di euro. Noi abbiamo fatto politiche restrittive per cinque punti percentuali di Pil fino al 2013. Per noi è assolutamente decisivo che queste politiche vadano abbandonate. Sono politiche sbagliate. Devono finire per il semplice motivo che sono politiche che nascono per migliorare il debito pubblico e invece lo peggiorano. Per i rapporti di forza sfavorevoli e le complicità dei nostri governi queste politche le abbiamo ingoiate. E quel passaggio sul pareggio di bilancio in Costituzione è stato un atto sconsiderato e orribile. E’ il caso di prendere atto che si è trattato di un errore drammatico. Non possiamo permetterci nemmeno una forma moderata della continuazione di queste politiche. Anche per quanto riguarda la riduzione del debito, alle condizioni attuali lo scenario che si profila è drammatico perché quello che ci rimane in mano sono tasse e tagli.

Non si fermano nepopure davanti all’evidenza. Ma non è che il loro obiettivo è riportare il “costo del lavoro” a livelli infimi supplendo così ai vuoti di produttività e ai fallimenti di alcuni settori produttivi prima ad alto valore aggiunto?
E’ evidente che la Bce che in conformità con il pensiero unico continua a puntare sulle riforme strutturali che si riducono alla precarizzazione del lavoro. Devo dire che mi sembra che in Italia qualche segnale in controtendenza stia arrivando.Anche sui giornali non sospetti di simpatie a sinsitra si dice che le riforme strutturali non hanno senso. Quello che si desidera fare, togliendo un ostacolo ai licenziamenti, è spianare la strada a un aumento vertiginoso della disoccupazione vertiginoso. Si sta facendo strada la consapevolezza che quella è una strada sbagliata. C’è comunque una forte spinta in questa direzione. Credo che anche la parte più avvertita degli imprenditori sappia benissimo che questo non è il punto. La produttività deve recupare innanzitutto sui fattori infrastrutturali.

Per il resto?
Oramai non ci sono più scelte, il punto rimasto è l’abolizione dei vincoli europei. Quando la lista di Rivoluzione civile lo diceva era completamente isolata. Ho apprezzato la posizione di Renzi al Parlamento europeo. Il probelma, però, è cosa fai dopo. Non si può pensare di negoziare un brandello quando c’è da cambiare lo scenario complessivo. Le forze in Europa oggi ci sarebbero per isolare la Germania. Nulla di meno può essere fatto, altrimenti Renzi farà la fine dei suoi predecessori.

Non è troppo tardi per il QE? Cioè voglio dire, lo hanno già fatto gli americani, il mercato è saturo, no?
E’ chiaro che Draghi è sotto pressione per le poltiche monetarie degli Usa. Del resto se c’è stata la riduzione dello spread tra Btp e titoli di Stato tedeschi è perché c’è stata l’espansione monetaria. Questa arma però può essere una illusione, senza aver risolto i probelmi strutturali. La sostenibilità del debito si riproporrà. Lo spread basso può essere una droga che i rivolge contro nel giro di una settimana. Lo spread non è un indicatore per l’economia italiana.

 

 

 

 

 

La verità negata sull’aereo

malese

abbattuto nei cieli dell’Ucraina

 

Sembra ormai certo che l’aereo della Malaysia Airlines (volo MH17) abbattuto in Ucraina non sia stato abbattuto da un missile terra-aria lanciato dai “separatisti filo-russi” ma da un’azione di caccia dell’aviazione governativa ucraina.

Questa notizia, già diffusa dal sito ufficiale della Repubblica di Lugansk subito dopo il disastro, è stata pubblicata qualche giorno fa dal principale giornale malese in lingua inglese sufragata da testimonianze, prove circostanziate e fotografie che mostrano la fusoliera del boeing 777 crivellata di colpi di mitragliatrice. Il 7 agosto in un articolo del News Straits Times Online firmato da Haris Hussain, si può leggere: “Analisti dell’ intelligence degli Stati Uniti hanno già concluso che il volo MH17 è stato abbattuto da un missile aria-aria e che il governo ucraino ha a che vedere con la faccenda. Ciò corrobora la teoria che va emergendo tra gli investigatori locali secondo la quale il Boeing 777-200 è stato colpito da un missile aria-aria e poi e finito con il cannone di bordo di un caccia che gli stava dietro”.

Una notizia dettagliata che riporta quanto già reso pubblico dall’esercito russo durante una conferenza stampa nella quale furono mostrati i tracciati radar che dimostravano la responsabilità del governo di Kiev nell’abbattimento dell’aereo malese e, quindi, nella morte di 298 tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Una notizia clamorosa perché sulla vicenda l’informazione occidentale e italiana ha sempre puntato il dito verso le forze separatiste che non riconoscono il governo golpista di Kiev e che hanno proclamato la repubblica popolare di Novorossia. Ma quello che risulta incredibile è come questa notizia non sia stata sufficientemente diffusa dai principali mezzi di informazione italiani. Solo la Stampa (tra i giornali a tiratura nazionale) ha pubblicato in data 12 agosto 2014 (vedi edizione on-line), un articolo completo dal titolo “L’MH17 è stato colpito da un aereo. Lo scrive la stampa della Malaysia citando analisti Usa”.

Forse, per la maggioranza dei mass-media italiani, è meglio lasciare l’opinione pubblica nella falsa convinzione che, nel conflitto ucraino (che, ricordiamo, ha provocato oltre 2.000 morti – la maggior parte civili – con l’esercito di Kiev che continua i bombardamenti indiscriminati contro le città che si sono ribellate) i “cattivi” siano i “separatisti” della autoproclamata repubblica popolare.

Forse è meglio tacere delle responsabilità dell’occidente in quello che è stato un vero e proprio colpo di stato cruento avvenuto in Ucraina con il determinante appoggio di formazioni dichiaratamente naziste che oggi fanno parte del governo che si è insediato a Kiev.

Forse è meglio sorvolare su questioni che possono essere imbarazzanti per il “nostro” presidente del consiglio Renzi che solo qualche giorno fa ha telefonato a Poroshenko (l’ennesimo oligarca diventato presidente dell’Ucraina dopo elezioni che definire trasparenti e democratiche sarebbe un insulto) dando “incondizionato sostegno all’integrità territoriale ucraina”.

Forse è più opportuno nascondere la verità quando questa contrasta le molteplici accuse del presidente statunitense, il premio nobel “preventivo” per la pace Barack Obama, e dei paesi della Nato alla Russia per giustificare sanzioni altrimenti incomprensibili.

Certo, cercando le notizie su internet, si possono trovare gli articoli sopra citati e la verità prima o poi viene a galla, ma resta il fatto che quella “ufficiale” italiana è sempre più simile a un’informazione di regime che non può o non vuole pubblicare le notizie scomode. La nebbia che avvolge il conflitto in corso in Ucraina è solo un altro tassello di quella deriva autoritaria e quel declino democratico che stanno crescendo nel nostro paese.

Inquietante, molto inquietante.

Giorgio Langella

sfosli2-copiaIl Pdci aderisce al referendum “Stop austerità. Referendum contro il fiscal compact”. Si tratta di 4 quesiti per fermare una politica economica scellerata che, in nome dell’austerità, dei dettami della Troika e della Merkel, ha messo in ginocchio il Paese, ha impoverito la produzione industriale, ha causato e causa chiusure di fabbriche e uffici e punti vendita. Lavoratrici e lavoratori vivono una situazione insostenibile. Salari e pensioni bassi mangiati da un cumulo di tasse a non finire, sottoccupazione e disoccupazione che hanno toccato i livelli del 1977, giovani che non trovano lavoro e non possono costruirsi un futuro, tagli continui a punti fondamentali dello stato sociale come la salute, le pensioni, l’assistenza, la scuola pubblica…
Il partito ha appena inviato una mail a tutte le strutture spiegando i termini dei referendum e chiedendo l’impegno per la raccolta delle firme.
Il Comitato referendario è ancora in rodaggio ma già ha aperto uno specifico sito www.referendum243.it. Consultandolo avrete i nomi del comitato promotore e dei sostenitori e approfondimenti per comprendere le finalità e il significato – decisamente importante – dei quattro quesiti referendari che si propongono l’abbattimento di uno strumento micidiale come il fiscal compact.

Manuela Palermi, Presidente C.C. Pdci

 

Procaccini: “I dati sulla

 

disoccupazione sono un duro atto di

accusa contro Renzi e l’Ue

vauro<Una vera e propria emergenza nazionale, che non può tollerare ritardi o sottovalutazioni. Servono politiche economiche completamente nuove e riforme efficaci in grado di rilanciare l’occupazione>. E’ il commento che Cesare Procaccini ha fatto dopo aver letto i dati Istat sull’andamento della disoccupazione in Italia.
<La crescita dei non occupati al 13,6%, e quella ben più grave giovanile al 46%, sono cifre che mostrano un Paese in ginocchio, che senza una rottura con le politiche economiche di questi anni non potrà avere nessun futuro. Questi numeri segnano inoltre – prosegue il segretario del Pdci – un durissimo atto di accusa verso l’Unione Europea, che in questi anni è riuscita a fare solo gli interessi della finanza, delle banche e della grande industria>.
<Ad oggi però, conclude Procaccini, non si vedono segnali positivi. Sia il governo Renzi che i vertici dell’Ue continuano a parlare di sacrifici, di tagli e di privatizzazioni; proprio i pilastri di quelle sciagurate politiche che in questi decenni ci hanno portato a questa drammatica situazione>.

LA TRIBUNA

 

 – Elezioni europee

 

2014, il dopo voto…

 

BANNER EUROPEE

Renzi di sinistra?

Ma mi faccia il piacere…

renziRenzi non ha vinto, ha ha stravinto. Questo è certo e certificato da oltre 11 milioni di voti, dopo una campagna elettorale indecente dove l’insulto e la paura che vincesse “l’altro” ne sono stati i motivi più ricorrenti. Molti dei voti del centro-destra sono confluiti nel consenso dato al PD. Un partito che tranquillizza l’elettorato cosiddetto moderato perché, in effetti, fa una politica moderata. La bravura di Renzi è quella di far credere di essere un rinnovatore, quasi un “rivoluzionario”, uno che è capo della “sinistra”. Lo fa credere ma, nella realtà, la politica del PD di Renzi è chiaramente di stampo liberista e, quindi, conservatore se non reazionario. Renzi apprezza quanto fa Marchionne e riceve il suo appoggio, attacca la CGIL e riceve le sue lodi (“bizzarro” il comunicato della CGIL nazionale che “gioisce” della vittoria di Renzi), tace sulla crisi Ucraina (dove un governo “democratico” filo-occidentale, presieduto dall’oligarca di turno comanda di massacrare la popolazione dell’est del paese … è di oggi la notizia di un bombardamento che ha provocato un centinaio di morti a Donetsk), promette riforme istituzionali e una legge elettorale costruite in maniera da limitare il dissenso, approva leggi che rendono il lavoro sempre più precario …

Quello di Renzi è un governo con lo sguardo rivolto a destra ma che ci ha “salvato dagli opposti populismi” (secondo lo slogan, che richiama quello democristiano degli “opposti estremismi”, e che, da ieri, viene pronunciato da vari esponenti del PD). In effetti la campagna elettorale di Renzi si è basata su questo: la paura che vincesse l’altro, la promessa di risultati mirabolanti, la certezza di non guardare in faccia nessuno e di andare avanti comunque. Renzi è un “uomo forte”, l’ennesimo che abbiamo avuto in Italia. Confindustria e amici hanno capito benissimo. Renzi e il suo governo garantiranno le privatizzazioni richieste perché sono dalla loro parte. C’è un ministro dello sviluppo economico, Federica Guidi, che è espressione di confindustria; così come lo sono la nuova presidente di ENI, Emma Marcegaglia, e la nuova presidente di Poste Italiane, Luisa Todini (già nel CdA della RAI dove, ribadisce lei stessa, è stata “indicata” dalla confindustria). Milioni di cittadini democratici, in assoluta buonafede, hanno votato Renzi credendo di fare qualcosa di nuovo e di dare appoggio a chi voleva rompere le regole del gioco. Purtroppo non è e non sarà così. Renzi è espressione (apparentemente meno compromessa e più intelligente di un ormai logoro Berlusconi) del solito vecchio potere che comanda in Italia dal 1948. Nulla a che fare con la sinistra, quindi, ma molto a che fare con la democrazia cristiana. Un partito, il PD, che nulla ha ormai da spartire con il PCI di Berlinguer ma che è sempre più simile a quella DC correntizia e interclassita che si basava sulla spartizione di potere e privilegi. In quella linea di ambiguità tra essere di sinistra solo apparentemente e appartenere realmente alla destra, si inquadrano episodi che possono sembrare marginali come il pranzo di finanziamento della campagna elettorale della capolista per il Nord-Est (oggi parlamentare europea) Alessandra Moretti promosso dal presidente della Maltauro e la nomina di Maurizio Franzina (ex assessore della giunta di destra diretta da Hullweck) come capo di gabinetto del “democratico” sindaco di Vicenza Achille Variati.
A sinistra, quella vera, la situazione non è rosea. Se qualcuno pensa che il raggiungimento del quorum da parte della lista “l’altra Europa” sia stata una vittoria, sbaglia. In un anno di sono persi quasi 800.000 voti e, questa non è certo un risultato grandioso. Il raggiungimento del quorum può essere forse considerato un segnale positivo ma molto timido. La ricostruzione di un movimento (e di una cultura) di sinistra nel nostro paese è ancora molto lunga e difficile. E deve fondarsi non sulla discriminazione verso i partiti più scomodi (come è avvenuto nei confronti del PdCI) e verso chi non è allineato ma sulla ricerca della chiarezza di programma e sul progetto di un sistema completamente alternativo a quello di un liberismo capitalista che, oggi, celebra i trionfo del PD di Renzi.

Giorgio Langella

Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

Il risultato del voto europeo, che andrà analizzato con calma e con tutti i dati definitivi, fa emergere nel complesso una avanzata delle forze antieuropee e nazionaliste. Clamoroso, ma non imprevisto, il successo de Fronte naziomale francese e di altri partiti di destra e estrema destra dalla Grecia all’Ungheria all’Inghilterra. Al contempo dobbiamo evidenziare un buon risultato delle forze comuniste e alternative che si battono per una Europa sociale, dal Portogallo alla Spagna, a Cipro.
In Italia la forte affermazione del Pd attiene più ad una grande popolarità di Renzi (senza sottovalutare l’effetto 80 euro) che non ai temi propriamente europei, visto che l’Italia paga un prezzo altissimo alla politica dell’Ue. Questo risultato tuttavia spazza via la minoranza di sinistra dentro quel partito.
Grillo, che pure registra ancora un forte consenso, con le ultime sparate sui “tribunali del popolo” ha fatto di tutto per perdere (dalle ultime politiche circa due milioni di voti). No va trascurata, infine, la sconfitta di Fi con un travaso di voti verso il Pd.
Il 4% della lista Tsipras, che non va dimenticato aveva escluso il Pdci, è un risultato che poteva essere anche migliore se avesse dispiegato in maniera piena l’unità a sinistra in Italia e in Europa, a partire dal rafforzamento del Gue. Di fronte a quelle scelte, sbagliate, il Pdci ha reagito con razionalità e freddezza, con lo sguardo rivolto al di là delle elezioni, senza chiudersi di fronte alla grave discriminazione subita, mantenendo aperta una interlocuzione con i candidati più avanzati di quella lista. A questo proposito voglio rivolgere un grazie a quanti hanno sottoscritto il nostro manifesto programmatico, auspicando che proprio su quei temi nelle prossime settimane possa proseguire un importante lavoro insieme.
E’ chiaro che il quadro definitivo si avrà anche con la definizione degli eletti, ma l’analisi dei risultati non può farci sottovalutare il permanere di un forte astensionismo e una fortissima personalizzazione della politica. Per quanto riguarda il nostro Partito, senza candidati ha condotto una sua autonoma campagna elettorale, dalla denuncia del colpo di stato in Ucraina, ai temi del lavoro e a quelli, sottovalutati da altri, dell’antifascismo. A tutte le compagne e a tutti i compagni, che senza risorse economiche ma con entusiasmo e abnegazione non si sono mai risparmiati, un grande ringraziamento. Inoltre va apprezzato il lavoro svolto nei territori dal Pdci per le elezioni amministrative in difesa dello stato sociale.
E’del tutto evidente che al di la del risultato della lista Tsipras, non vi sono alternative per il futuro dei comunisti e della sinistra che non sia la costruzione di un fronte unito di sinistra sociale e politica, che abbia alla base il mondo del lavoro e dei diritti, in cui i comunisti siano presenti con un loro autonomo partito più forte e strutturato degli attuali soggetti in campo. Dobbiamo in termini nuovi e inesplorati riaprire la “questione comunista in Italia”. Serve un fronte unitario capace di rapportarsi, nella lotta, con quella parte del popolo di sinistra (ovunque siano oggi collocati), che sappia offrire ai lavoratori, ai giovani, una sponda politica che oggi non c’è e che sarebbe miope vedere risolto nel risultato della lista Tsipras.

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Fausto Sorini, responsabile esteri PdCI

In attesa di un esame più approfondito e analitico del voto per l’elezione del nuovo Parlamento europeo, direi che per il momento si possano trarre le seguenti considerazioni:
-degli 800 milioni di persone che compongono l’insieme del continente europeo, oltre 500 milioni vivono nei 28 paesi che formano l’Unione europea (che non è dunque tutta l’Europa). Tra questi gli aventi diritto al voto erano circa 400 milioni, di cui solo il 43% (170 milioni ca.) è andata alle urne: percentuale analoga al 43,1% delle elezioni europee del 2009, con punte oggi del 13% in Slovacchia e del 59% in Italia (fa eccezione il Belgio, col 90%, dove il voto è obbligatorio e il non voto sanzionato).
Considerando anche le schede bianche e nulle, e il fatto che circa un terzo dei voti “validi” si sono espressi, all’estrema destra o all’estrema sinistra, in modo radicalmente critico nei confronti di questa “Europa” monca, capitalistica, liberista e atlantica che è l’Ue, non è esagerato dire che almeno 3 cittadini adulti su 4 questo tipo di Unione la sentono estranea o nemica (e ne hanno tutte le ragioni);
-è preoccupante che, per una serie di ragioni che investono anche lo stato della sinistra in Europa (in alcuni casi anche i comunisti), la loro scarsa radicalità e alternatività sistemica, il loro politicismo, il loro distacco dai lavoratori e dai giovani in carne ed ossa, il malcontento popolare e il disagio sociale dei ceti più poveri e colpiti dalla crisi capitalistica venga raccolto da formazioni populiste e di estrema destra, in alcuni casi apertamente fasciste e neo-naziste. Il caso più grave è quello della Francia, dove la politica anti-sociale e militarista del PS e di Hollande, subalterna alle linee portanti euro-atlantiche, e una serie di difficoltà, debolezze e divisioni del fronte della sinistra e dei comunisti, che vengono da lontano (anche se non gravi come quelle italiane..), hanno lasciato uno spazio enorme ad una formazione fascistoide come il Fronte nazionale, che oggi si pone e si propone come perno di uno dei Paesi chiave del contesto europeo e mondiale ;
-nelle situazioni dove al contrario, come è ad esempio il caso del Portogallo, ma anche per molti versi la Grecia e Cipro, la parte fondamentale e più combattiva del disagio sociale viene raccolta e organizzata da partiti comunisti solidi e determinati, da una sinistra combattiva e popolare, da sindacati di classe forti e non subalterni alle compatibilità di sistema, si riduce e si contiene l’influenza del populismo reazionario, e la parte più combattiva del mondo del lavoro e dei giovani trova almeno uno sbocco positivo e progressivo al proprio disagio sociale;
-in questo quadro più generale spicca la sostanziale stabilità e il consolidamento dei due partiti dominanti in Germania (Popolari e Spd) e della leadership della signora Merkel, nel quadro della “grande coalizione” (che è poi lo schema di governo bipartizan dell’Unione europea che abbiamo visto in passato e che si riproporrà nei prossimi anni): espressione di un nuovo imperialismo tedesco, al tempo stesso solidale e competitivo con quello americano; dotato di indubbio e preoccupante consenso sociale, anche tra vasti settori popolari, e che si pone come perno di una Ue sempre più germano-centrica, dominante verso gli altri paesi e popoli dell’euro-zona, silenziosamente aggressiva, e complice – insieme agli Usa – della rinascita del neo-nazismo in un paese chiave dell’equilibrio europeo e dei rapporti Est-Ovest come l’Ucraina.
Per quanto riguarda l’Italia la lettura è più semplice, nella sua negatività:
-spicca il successo di Renzi, che vince alla grande la sua competizione con Grillo e con Berlusconi. La minoranza interna al PD ne esce massacrata. Le conseguenze di tutto ciò saranno molto negative per il Paese e per tutta la sinistra italiana. E questo apparirà ben presto chiaro, dopo l’iniziale ubriacatura;
-la lista Tsipras supera il quorum per un soffio (poche migliaia di voti), ma non riesce a incidere, in modo significativo, e per i suoi limiti elitari e politicisti intrinseci, né sull’elettorato popolare e di sinistra del PD, né su quello dei 5 Stelle. Sono le sue componenti interne moderate, come era prevedibile, ad uscirne egemoni sul piano degli eletti al parlamento europeo. E ciò serva di lezione a chi, anche in Rifondazione o altrove, pensava di lucrare e trarre vantaggi dalla discriminazione contro una parte dei comunisti.
Ci sia permesso di rilevare, con un pizzico di ironia (e di autoironia), come il voto di una parte dell’elettorato tradizionale dei comunisti italiani sia stato assolutamente determinante nel raggiungimento del quorum. Non è un giudizio, ma una constatazione. Ciò è stato possibile anche perchè il gruppo dirigente del nostro partito ha reagito con freddezza e razionalità politica e con lo sguardo rivolto al di là delle contingenze elettorali alla grave discriminazione di cui è stato fatto oggetto, e di fronte alla propria forzata esclusione dalla competizione elettorale in prima persona, si è sforzato responsabilmente di evitare sia propensioni astensioniste che subalterne.
Ben aldilà del risultato della lista Tsipras, non vi sono alternative per il futuro dei comunisti e della sinistra di classe italiana, che non sia la costruzione di un fronte unito di tutte le forze della sinistra sociale e politica di classe, un fronte che abbia il suo fondamento nel protagonismo del mondo del lavoro, e in cui i comunisti siano presenti con un loro partito autonomo, che è tutto da ricostruire. Un fronte unico di lotta sociale, sindacale e politica. Non solo elettorale. E che bandisca ogni forma di discriminazione anti-comunista, comunque declinata.
Un fronte unito capace di rapportarsi, nella lotta, con quella parte del popolo di sinistra (sia piddino che grillino) che ha cercato in quelle formazioni quello che esso considerava il “meno peggio” o la protesta sociale e politica. E che sappia offrire ai lavoratori e ai giovani del nostro Paese quella sponda politica che è anch’essa tutta da costruire. E di cui sarebbe miope e deviante considerare la lista Tsipras (e i suoi limiti originari) come una sorta di anticipazione.

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Nicolò Monti, sezione Pdci Labaro, Roma

L’Altra Europa con Tsipras ha avuto un buon risultato elettorale. Dopo tante esperienze fallimentari, dall’Arcobaleno ad Ingroia, spezza la linea di insuccessi della sinistra italiana, ma c’è ancora tanto da fare. Date le condizioni in cui si è svolta la campagna elettorale, possiamo parlare di un mezzo miracolo per una lista perlopiù oscurata dai media e dalle gigantesche ombre della triade Renzi Grillo Berlusconi, che hanno monopolizzato il dibattito pubblico.
Partiamo con l’analizzare il risultato; la bassa affluenza, poco più della metà degli aventi diritto si è recato alle urne, ha permesso lo scavalco del muro del 4%, insormontabile ostacolo della sinistra italiana fino a queste elezioni. Il milione di voti presi è un’ottima base di partenza, anche se rispetto alle scorse elezioni nazionali, politiche del 2013 ed europee del 2009, la sinistra perde quasi un milione di voti, presumibilmente passati con il PD e il partito del non voto. Ottimi sono stati i risultati nelle grandi città dove la lista consegue risultati superiori alla media nazionale, bassi invece quelli in zone tradizionalmente rosse dove il PD ha fatto il pienone ovunque.
Chi scrive è un militante del Partito dei Comunisti Italiani rimasto scottato e deluso dal trattamento ricevuto dalla lista che ha escluso il PdCI, arrabbiato per l’immobilità di PRC e PdCI che non sono state in grado di lanciare e organizzare per primi una sinistra unita. Lasciando alla storia le incomprensioni, gli errori e gli sgambetti non c’è spazio per alcun rancore. Il dovere ora è costruire quel tanto sognato fronte unico della sinistra, che inizi un processo di ricostruzione e riorganizzazione dei comunisti e della sinistra che tanto mancano a questo paese, ma è necessario risolvere fin da subito tutti quei problemi che negli ultimi 20 anni hanno portato solo scissioni e rancori.
La costituente di questo fronte deve innanzitutto chiarire la posizione sul Partito Democratico. Non può esserci spazio per la sinistra nel centro sinistra con questo PD renziano, che somiglia di più alla DC che a qualcosa vagamente di sinistra, che governa senza patemi d’animo con Alfano, che stringe accordi con Berlusconi per distruggere e modificare a piacimento la Costituzione Italiana e che in Europa vota e appoggia le più ignobili politiche liberiste. Questa nuova sinistra unita deve allontanarsi dai democratici senza lasciare alcuna ambiguità che in passato ha solo fatto danni. Alcuni vogliono una sinistra “senza aggettivi”, io dico che una sinistra senza una forte componente comunista è una sinistra senza anima. Per questo PdCI e PRC, tramontato (per ora, sia chiaro) il sogno di unico partito comunista, devono avere una grande e forte unità d’azione e di intenti che sia maggioritaria in questa nuova sinistra che si vuole costruire. C’è però un prerequisito per fare ciò: i due partiti devono lasciare da parte una volta per tutte i rancori del passato, e le dirigenze di questi due partiti non sono in grado di assopirli. Un ricambio generazionale, e non solo, è necessario, ma di questo ne parlerò un’altra volta.
Un terreno di scontro nella sinistra italiana è la politica estera. La sinistra unita deve dichiararsi apertamente e senza indugi antimperialista e lavorare per l’uscita dell’Italia dalla NATO, organizzazione che fin dalla sua nascita ha solo portato guerra e distruzione nel mondo, che ha portato L’Italia e l’Europa asservite ai voleri degli Stati Uniti. Le titubanze, i preconcetti e i pregiudizi che sono venuti fuori su importanti questioni come quella siriana e ucraina non devono più ripetersi. Fondamentali sono l’autonomia e l’identità che ogni partito che formerà questo fronte dovranno mantenere. Questa nuova sinistra non dovrà essere né un cartello elettorale, né un partito ma una coalizione che si batte per obbiettivi comuni.
Dopo tanto tempo finalmente si presenta l’occasione per ricostruire quanto distrutto negli ultimi anni, una sinistra unita e autonoma che non litiga e non ha rancori, forte e determinata nel raggiungere i propri obbiettivi e soprattutto non settaria. Siamo già fortemente in ritardo rispetti ai compagni degli altri paesi europei, non perdiamo questa occasione, lavoriamo insieme senza ripetere gli stessi errori del passato. Se così sarà avremo costruito le fondamenta per un futuro ritorno di un unico e grande partito comunista, obbiettivo alla quale io e tantissimi compagni non rinunciamo per nulla al mondo.

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Sandro Scardigli, Segretario Sezione di Empoli “Abdon Mori” del PdCI

“E’ difficile tracciare un bilancio di queste Elezioni Comunali senza lasciarsi prendere dalla delusione provocata da un dato per noi negativo: a Empoli il Partito dei Comunisti Italiani non avrà consiglieri. Non era mai successo. Negli altri Comuni dove ci siamo presentati nelle liste di Sinistra è andata un po’ meglio, ma comunque al di sotto delle aspettative della vigilia. Abbiamo sicuramente sopravvalutato la portata elettorale del malcontento e delle divisioni interne (che a Montelupo hanno assunto toni da faida “sanguinosa”) al PD. Ci illudevamo insomma che ciò provocasse un calo del Partito egemone nel nostro Circondario, a vantaggio anche nostro. Ma non avevamo valutato bene le dimensioni dell’effetto Renzi, cioè del consenso che, anche fra i lavoratori e i ceti popolari, riscuotono le politiche dell’ex sindaco di Firenze. A Matteo Renzi va dato atto della sua abilità di comunicatore che, elargendo una mancia di 80 euro in busta paga (diamola per buona), riesce a non far vedere che contemporaneamente sta rendendo precari tutti i lavoratori italiani, con il “jobs act” e le altre misure che permettono alle aziende di non assumere a tempo indeterminato e di licenziare lavoratori senza giusta causa, al prezzo di una “multa”. In un contesto di forte crisi, che vede una larga parte della popolazione esasperata per vivere in una situazione di disagio economico crescente, non sorprende che delle misure demagogiche vengano viste come un “meglio che nulla” e che l’odio verso politici e Partiti che hanno fatto gli interessi propri e di chi la crisi l’ha provocata, spinga molti elettori a non andare tanto per il sottile e a dare la preferenza a chi sembra garantire loro un qualche miglioramento, anche minimo. In situazioni come questa anche il giusto paga spesso per il peccatore e quindi nemmeno i comunisti e la sinistra sono esenti dalla sfiducia politico-elettorale dell’opinione pubblica. Abbiamo cercato di dare il nostro contributo a liste elettorali di Sinistra nei Comuni di Empoli, Vinci, Cerreto Guidi e Montelupo Fiorentino. In quest’ultimo Comune la Sinistra e la candidatura a Sindaco del compagno Luca Rovai di Rifondazione hanno ottenuto un importante risultato, che sfiora il 20%, ma un PD diviso in fazioni che si contrappongono ferocemente fra loro è comunque riuscito a superare il 50% dei voti. Un risultato come questo sarebbe stato impensabile se il PD non avesse ottenuto il 41% dei voti a livello nazionale. Anche a Vinci il risultato è stato buono (quasi il 10%). Lo scarso 7% di Cerreto Guidi e soprattutto il 3% della lista Sinistra Unita per Empoli (PRC-PDCI) a sostegno di Dusca Bartoli Sindaco (12% tutta la coalizione), sono deludenti. Siamo convinti di aver fatto un buon lavoro nel Consiglio Comunale di Empoli con il nostro consigliere Paolo Gaccione (non a caso il più votato della lista), assieme a Gabriele Bini di Rifondazione. Ringraziamo i compagni di Cerreto Guidi, guidati dal bravo e capace candidato Sindaco Vladimiro Spinelli, operaio e militante del nostro Partito. Contiamo sul fatto che presto i lavoratori, i precari, i disoccupati, gli studenti e tutti coloro che stanno pagando il prezzo di questa crisi, si renderanno conto che il vero volto politico di Renzi non sono gli 80 euro in busta paga o qualche altra regalia graziosamente concessa, ma l’attacco ai diritti dei lavoratori, alla CGIL, la privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile, a cominciare dai servizi pubblici, lo svuotamento dei poteri delle assemblee elettive e quindi l’attacco alla Costituzione. Quando ciò avverrà i comunisti italiani saranno come sempre al fianco di chi vive del suo lavoro e di chi vorrebbe avere un lavoro, di chi lotta per una società dove ognuno dia secondo le sue capacità e riceva secondo i suoi meriti (quelli veri però). Noi ci siamo! Per l’unità dei comunisti e in alleanza con il resto della Sinistra”.

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i comunisti”.
Prima analisi del voto italiano

elezeurop14Il risultato del voto europeo, che andrà analizzato con calma e con tutti i dati definitivi, fa emergere nel complesso una avanzata delle forze antieuropee e nazionaliste. Clamoroso, ma non imprevisto, il successo de Fronte naziomale francese e di altri partiti di destra e estrema destra dalla Grecia all’Ungheria all’Inghilterra. Al contempo dobbiamo evidenziare un buon risultato delle forze comuniste e alternative che si battono per una Europa sociale, dal Portogallo alla Spagna, a Cipro.
In Italia la forte affermazione del Pd attiene più ad una grande popolarità di Renzi (senza sottovalutare l’effetto 80 euro) che non ai temi propriamente europei, visto che l’Italia paga un prezzo altissimo alla politica dell’Ue. Questo risultato tuttavia spazza via la minoranza di sinistra dentro quel partito.
Grillo, che pure registra ancora un forte consenso, con le ultime sparate sui “tribunali del popolo” ha fatto di tutto per perdere (dalle ultime politiche circa due milioni di voti). No va trascurata, infine, la sconfitta di Fi con un travaso di voti verso il Pd.
Il 4% della lista Tsipras, che non va dimenticato aveva escluso il Pdci, è un risultato che poteva essere anche migliore se avesse dispiegato in maniera piena l’unità a sinistra in Italia e in Europa, a partire dal rafforzamento del Gue. Di fronte a quelle scelte, sbagliate, il Pdci ha reagito con razionalità e freddezza, con lo sguardo rivolto al di là delle elezioni, senza chiudersi di fronte alla grave discriminazione subita, mantenendo aperta una interlocuzione con i candidati più avanzati di quella lista. A questo proposito voglio rivolgere un grazie a quanti hanno sottoscritto il nostro manifesto programmatico, auspicando che proprio su quei temi nelle prossime settimane possa proseguire un importante lavoro insieme.
E’ chiaro che il quadro definitivo si avrà anche con la definizione degli eletti, ma l’analisi dei risultati non può farci sottovalutare il permanere di un forte astensionismo e una fortissima personalizzazione della politica. Per quanto riguarda il nostro Partito, senza candidati ha condotto una sua autonoma campagna elettorale, dalla denuncia del colpo di stato in Ucraina, ai temi del lavoro e a quelli, sottovalutati da altri, dell’antifascismo. A tutte le compagne e a tutti i compagni, che senza risorse economiche ma con entusiasmo e abnegazione non si sono mai risparmiati, un grande ringraziamento. Inoltre va apprezzato il lavoro svolto nei territori dal Pdci per le elezioni amministrative in difesa dello stato sociale.
E’del tutto evidente che al di la del risultato della lista Tsipras, non vi sono alternative per il futuro dei comunisti e della sinistra che non sia la costruzione di un fronte unito di sinistra sociale e politica, che abbia alla base il mondo del lavoro e dei diritti, in cui i comunisti siano presenti con un loro autonomo partito più forte e strutturato degli attuali soggetti in campo. Dobbiamo in termini nuovi e inesplorati riaprire la “questione comunista in Italia”. Serve un fronte unitario capace di rapportarsi, nella lotta, con quella parte del popolo di sinistra (ovunque siano oggi collocati), che sappia offrire ai lavoratori, ai giovani, una sponda politica che oggi non c’è e che sarebbe miope vedere risolto nel risultato della lista Tsipras.

Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

LISTA TSIPRAS: 
I Comunisti Italiani hanno preso atto della loro esclusione
e non partecipano alla campagna elettorale.
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IL PDCI DI FORLI APPOGGIA LA LISTA ” A SINISTRA” CON DREI
__________PER INFORMAZIONI: ____
ALLA SEZIONE MELDOLA “ELEZIONI 2014″
ALLA SEZIONE FORLI “ELEZIONI 2014″
 

 

  Per ricevere informazioni:  asxcondrei2014@gmail.com
ELEZIONI COMUNALI FORLI       COMUNALI MELDOLA
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 I CANDIDATI

 

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ELEZIONI COMUNALI 2014

LA LISTA NOI MELDOLESI HA APERTO UFFICIALMENTE LA CAMPAGNA

ELETTORALE IN FAVORE DEL SINDACO ZATTINI, CON UN MANIFESTO CELEBRATIVO DELLE DOTI DA SPALATORE DEL SUO CANDIDATO RIPRESO NELL’INVERNO DEL GRANDE NEVONE.

 CI CHIEDIAMO, VISTO L’APPROSSIMARSI DELL’ESTATE, QUANDO UNA FOTO DELLA TREBBIATURA?

Meldola, 14/04/2014

Sezione Andrea Coveri – Meldola

 

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  Elezioni, il Pdci si schiera al fianco del candidato sindaco Pd Davide Drei
TESEI ROBERTO

ufficiale e la conferma proviene direttamente da Roberto Tesei, segretario provinciale del Pdci, e dai rappresentanti di alcuni dei principali movimenti della società civile e delle forze sindacali: il Pdci forlivese, collaborando attivamente con l’associazionismo locale, appoggerà la campagna elettorale di Davide Drei dando vita ad una lista civica denominata “A sinistra con Drei”; nello specifico, la neonata lista sarà attiva nella promozione di alcuni punti strategici e convergenti dei  rispettivi programmi, in merito ai quali sono stati verificati importanti allineamenti e sovrapposizioni.

“Al termine di una serie di intensi contatti, le delegazioni dei diversi “attori” hanno deciso di condividere una serie di tematiche ritenute comunemente di primario interesse per i cittadini forlivesi e per il territorio della nostra città – afferma Tesei -. In particolare, le problematiche legate al lavoro, ai trasporti, alla sanità, al welfare ed al ridisegno di una economia di sviluppo e rilancio del territorio, sono quelle che hanno visto convergere comuni volontà e idee tali da impegnare i partecipanti alla lista, sia in fase di campagna elettorale che successivamente, in un progetto dai forti connotati innovativi”. “Così come è certamente una buona notizia, il fatto che un partito come il Pdci, che da sempre rappresenta la sinistra storica e progressista nel nostro Paese, abbia deciso di investire ogni sua risorsa in un disegno di condivisione di ampio respiro, promuovendo una reale lista civica di sinistra, aperta ad ogni forza progressista della società civile”, continua Tesei.

MARCO DORI

Marco Dori, portavoce della lista, aggiunge: “L’estremo proliferare di liste (più o meno civiche e più o meno storiche) a cui si assiste in questa tornata elettorale, non ha eguali in passato. Dieci o undici candidati sindaci la dicono lunga; a voler pensare male, molte di queste improvvisate “bandiere elettorali” potrebbero far sorgere il dubbio che si tratti di aggregazioni politiche più alla ricerca di un posto al sole, che di nuove energie per la città. E’ quindi decisamente un segnale in controtendenza quello che il PDCI lancia al suo elettorato, al quale sottopone l’dea quanto mai concreta di lavorare per il prossimo quinquennio, con i rappresentanti del centro-sinistra cittadino, su un programma dai forti connotati progressisti e tutto  costruito per imprimere una svolta “decisa e decisiva” alla città, verso obiettivi di crescita e sviluppo tangibile e misurabile”. Nei prossimi giorni, si terranno una serie di incontri, aperti alla cittadinanza, nel corso dei quali – oltre alla presentazione del programma politico e del simbolo elettorale – sarà possibile aprire un dialogo con i partecipanti e con la stampa, in merito ad esigenze ed aspettative del territorio.

pdci La discriminazione e la conseguente esclusione del Pdci dalla lista Tsipras ha prodotto in maniera ingiustificata una rottura a sinistra. Questo accade nel mentre servirebbe unire le forze comuniste e di sinistra per una politica alternativa dell’Ue, che continua nelle politiche antipopolari di austerità e si rende complice dell’imperialismo statunitense sostenendo il colpo di stato in Ucraina delle forze di destra e fasciste.
I fautori di questa rottura si sono assunti una responsabilità grave che va oltre l’aspetto elettorale e che già oggi getta sconcerto tra i lavoratori e gli elettori di sinistra e comunisti che si domandano come mai altri partiti oggi presenti in quella lista abbiano potuto avallare – senza far sentire la propria voce – questa discriminazione. E’ del tutto ovvio infatti che il Pdci (certo un partito piccolo ma nel solco della migliore storia del Pci), non si lascerà imprigionare dal passaggio elettorale nell’ottica di chi ha fatto e di chi ha avallato la nostra esclusione. I settari non siamo noi ,che anzi rilanciamo la necessità della ricomposizione dei comunisti e di un fronte vero di sinistra con i partiti di progressisti, e questo non per il piccolo cabotaggio elettorale ma per la rappresentanza politica dei lavoratori, oggi attaccati nei diritti materiali e democratici sia dal governo che dall’Ue.
Al tempo stesso è ovvio che il Pdci non farà nessuna dichiarazione di voto ne raccoglierà firme per la lista Tsipras. Voglio sottolineare che di fronte allo sciagurato passaggio di rottura gravissima voluto e avallato dai “detentori” della lista, il Pdci non si arrocca ma continua ad interloquire con soggetti e candidati, alcuni dei quali hanno sottoscritto l’appello contro la nostra esclusione. Questa interlocuzione per noi è sincera e la praticheremo dentro la nostra autonoma campagna elettorale, a partire dal sostegno alla ricomposizione dei comunisti, della sinistra e dalla adesione del documento del Gue-Ngl sull’Europa e contro le politiche imperialiste.
Avremo modo di sviluppare l’iniziativa del Partito e precisare la nostra impostazione generale per l’Europa, contro il Governo e per le elezioni amministrative che è strettamente connessa.
Colgo l’occasione per ringraziare, a partire dal Cc, tutto il Partito che ha dato prova di grande maturità e unità.
Cesare Procaccini

Manuela Palermi: “Gravissimo

incontro tra Napolitano e

Berlusconi”

napolitano“Napolitano incontra il condannato Berlusconi. Basta questa notizia per capire che la giustizia, in Italia, non è uguale per tutti”. Lo afferma Manuela Palermi, presidente del Comitato Centrale del Pdci. ” Ed e’ gravissimo – prosegue – che il senso della diseguaglianza sia simbolicamente e concretamente rappresentato dalla prima carica dello Stato.   Ci siamo abituati quasi a tutto in questo Paese di malgoverno e di pessime istituzioni. Non ci abituiamo, ne’ vogliamo abituarci al fatto che chi dovrebbe garantire lo spirito ed i principi della Costituzione intrattenga rapporti vergognosi. Se proprio vuole, conclude Palermi, lo faccia in un appartamento privato, non al Quirinale”.

Riforme Renzi, a rischio l’equilibrio

 del sistema istituzionale

foto_logo_senatoIl Presidente del Senato Pietro Grasso ha proposto un’altra versione della riforma del Senato e ha posto una questione di grande peso. Il problema non è racchiuso in un altro modello di Senato, cosa in sé già importante, quanto nell’equilibrio complessivo del sistema istituzionale che deriverebbe dal combinato delle modifiche costituzionali e della legge elettorale, se prevalesse l’impostazione di Renzi.
Si tratta quindi della natura democratica dell’assetto istituzionale.
Infatti l’assetto istituzionale previsto dalla Costituzione, fondato su 2 Camere con le stesse funzioni, ha una sua razionalità, naturalmente discutibile e probabilmente invecchiata. Tuttavia sottrarre all’edificio costituzionale del nostro paese un’architrave come quella del ruolo del Senato rischia di sfociare nell’instabilità dell’intero edificio, se non si provvede a colmare in modo adeguato il vuoto creato.
Come la pensa Renzi è scritto a chiare lettere nel suo libro. Il modello elettorale ed istituzionale a cui pensa è il Sindaco d’Italia. Modello discutibile, non solo perché in realtà l’elezione diretta del Sindaco mostra non pochi difetti e meriterebbe correzioni, ma soprattutto perché perché se adottato a livello nazionale è il modello più vicino al presidenzialismo, senza grande attenzione alla conseguenza che a livello dello Stato questo modello esplicherebbe un ruolo ben diverso da quello per eleggere i sindaci.
Poiché ancora oggi il modello presidenzialista incontrerebbe notevoli resistenze nel nostro paese e per di più equivarrebbe a dare lo sfratto anticipato a Napolitano, la furbizia politica ha consigliato di concentrare l’attacco sul Senato, con il corollario di poteri più estesi per il Presidente del Consiglio.
Il modello istituzionale che traspare dalle proposte del Governo non riguarda solo l’abolizione del Senato come lo conosciamo, ma prevede una sola Camera che dà la fiducia al Governo, con corsie preferenziali e tempi prefissati per l’approvazione dei provvedimenti del governo. Quindi la Camera dei deputati, unico vero ramo superstite del parlamento, perderebbe di fatto la possibilità di andare al di là dell’approvazione dei provvedimenti del governo. Viene aggiunto poi al diritto di proporre i Ministri da parte del Presidente del Consiglio quello della loro revoca, con la contraddizione che essendo proposti al Presidente della Repubblica questi potrebbe decidere legittimamente sulla base della Costituzione vigente di non nominarli o di non revocarli; con questo meccanismo Padoan probabilmente oggi non sarebbe all’Economia.
La proposta di legge elettorale approvata dalla Camera perpetua la nomina dei deputati da parte dei capi partito, contiene un meccanismo ipermaggioritario ed è escludente verso le forze minori. Va aggiunto che ritorna la proposta di mettere il nome del candidato Presidente del Consiglio nella scheda elettorale; che non se ne parli per le elezioni europee è ovvio, non è in ballo il governo, ma alle prossime elezioni politiche ritornerà e potrebbe convenire ad altri, sia pure per ragioni diverse, insistere sul nome del “capo” nel simbolo elettorale.
In conclusione l’assetto istituzionale del nostro paese diventerebbe un presidenzialismo non dichiarato, invadendo le prerogative e il ruolo del Presidente della Repubblica, che diventerebbe poco più che simbolico.
Per questo il problema del ruolo del Senato non può essere affrontato partendo dalla demagogica affermazione che con la proposta del governo si risparmierebbe il costo dei senatori. E’ un tentativo di distrarre l’attenzione dal problema centrale: a cosa deve servire il Senato ? Il problema dei costi della politica, nella misura in cui esiste, si può risolvere anche in altro modo, come del resto il Presidente Grasso ha proposto, riducendo il numero complessivo dei parlamentari.
Ricordo che negli Usa il Presidenzialismo ha contrappesi che funzionano da più di 200 anni e l’assetto istituzionale prevede anche un Senato che ha una funzione importante di tenuta dell’assetto della federazione degli stati, in equilibrio con la Camera dei rappresentanti. Entrambe le Camere sono elette, sia pure con sistemi diversi calibrati sui compiti, infatti possono dare vita a maggioranze diverse e lo stesso Presidente Usa può essere condizionato fortemente dall’assenza di una sua maggioranza parlamentare.
Se Obama dicesse come Renzi o va a casa il Senato o vado a casa io temo dovrebbe prenotare il volo di ritorno.
Questo solo per ricordare che la situazione è più complessa di come viene presentata, con posizioni demagogiche e forzature culturali prima che istituzionali, arrivando ad affermare che solo in Italia ci sono 2 camere, cosa palesemente non vera.
Il governo Renzi farebbe bene a prestare attenzione ai suggerimenti che vengono dal presidente Grasso e non solo da lui. La critica alle forzature di sinistra e di destra che in passato hanno modificato l’assetto istituzionale a maggioranza non può giustificare solo la riabilitazione di Berlusconi per le modifiche istituzionali e la legge elettorale, ma deve essere tenuta presente anche in questo caso, perché potrebbe verificarsi una nuova forzatura, più grave di quelle precedenti.
La proposta di differenziare i ruoli delle Camere è ragionevole, purchè ciascuna mantenga un ambito di intervento non posticcio. Così il mantenimento di compiti comuni per le 2 camere non può essere una finzione se, ad esempio, entrambe debbono eleggere il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali, decidere sulle modifiche costituzionali.
Per questo la proposta di fare eleggere dai cittadini entrambe le Camere, sia pure con sistemi elettorali diversi, non è affatto peregrina perché la differenziazione dei compiti non mette a rischio la funzionalità del governo in quanto solo la Camera voterebbe la fiducia al governo.
Altrimenti le contraddizioni presenti nel paese, i contrasti sociali, territoriali, perfino politici, che la crisi ha così gravemente amplificato, verrebbero soffocati da una centralizzazione autoritaria ammantata di efficientismo nelle mani esclusive del Presidente del Consiglio e in questo c’è veramente una strana assonanza tra alcune idee di Renzi e di Berlusconi.
Il Pd è tuttora sotto l’influenza dell’esito delle primarie e la discussione interna sembra ridotta in larga misura alla presa d’atto della volontà del capo della sua maggioranza. Tuttavia è difficile credere che tutto il maggiore partito italiano possa seriamente pensare di affrontare questo passaggio epocale, di dimensione costituzionale, con approssimazione e anche un po’ di avventurismo che lo porterebbero a caricarsi la responsabilità di un risultato sbilenco e inquinato da una impostazione con un alto tasso di demagogia, tutta motivata dalla riduzione di costi.
Gli assetti istituzionali non si possono fondare sulle convenienze contingenti e sulla demagogia. E’ sperabile che i senatori, i soli che hanno oggi la possibilità effettiva di riaprire la discussione, si comportino di conseguenza. Perfino il governo ne trarrebbe vantaggio, mettendolo in condizione di evitare forzature.
Alfiero Grandi, Ars

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Sunto della relazione del segretario Procaccini al Cc del Pdci del 16 marzo 2014

La riunione odierna del Cc è molto impegnativa e delicata per le decisioni che il Partito dovrà assumere a seguito della nostra totale esclusione dalla lista Tsipras. Certo sapevamo dall’inizio delle caratteristiche ostili ai partiti della lista stessa, ma abbiamo lo stesso ritenuto, che venuta meno la possibilità di avere una lista comunista per il rifiuto del Prc, questa possibilità di unità a sinistra per l’Europa, sponsorizzata da Alexis Tsipras, potesse rappresentare un punto avanzato per il nostro Partito. Sapevamo difficoltà e incognite, tuttavia il Cc precedente del 9 Febbraio, giustamente, aveva dato mandato pieno (con un unico voto contrario, di una compagna poi uscita dal Partito) di adesione alla lista Tsipras con una duplice valutazione: in primo luogo dopo molto tempo tutta la sinistra affrontava unita una battaglia per le europee – seppure ancora una volta mimetizzata sotto simboli strani (non va dimenticato che Sel era entrata al suo congresso per Schultz presidente ed è uscita con Tsipras) – ; in secondo luogo non possiamo nasconderci che c’era nella scelta anche uno stato di necessità a causa dei problemi economici ed organizzativi in cui da tempo versa il Pdci.
Il mandato politico è vero che è stato formalizzato il 9 Febbraio ma di fatto già al congresso di Rifondazione del dicembre 2013 la Segreteria nazionale del nostro Partito aveva aderito all’appello fatto in videoconferenza da Tsipras per una lista alternativa alle politiche ultraliberiste dell’Ue. La nostra esclusione dunque non attiene ad un presunto ritardo nell’adesione, che ripeto non c’è stato, ma come vedremo è esclusivamente politica. Non dico questo per una mia autoassoluzione da responsabilità che pure ho avuto.
Ma vediamo come si sono svolti i fatti per capire insieme il nuovo e peggiore contesto in cui ci troviamo, e decidere le iniziative che dovrà intraprendere il Partito.
All’indomani del Cc del 9 Febbaio incontro, alla riunione internazionale della Sinistra europea tenutasi proprio in questo Hotel, con il compagno Sorini responsabile Esteri del Pdci, Alexis Tsipras al quale formuliamo oltre ad alcune proposte politiche anche una proposta numerica di presenza di candidati espressione del Pdci: 5, uno per circoscrizione. Proposta che Tsipras ritenne del tutto ragionevole. In quella occasione ebbi anche un incontro con Ferrero che non mi ha voluto ascoltare rispetto l’alalrme che gli lanciai in merito al pericolo rappresentato dai “professori”, che stavano scippando l’operazione Tsipras. La settimana successiva partecipiamo alla riunione (unica) di Roma tenuta dai garanti, convocata appena il giorno prima. Alla riunione, vista la tempestività non mi fu possibile partecipare di persona e delegai il compagno Vincenzo Calò, vice presidente della Cng e il compagno Ugo Moro della Direzione nazionale che in quella occasione espressero sia l’impegno di partecipazione che i rilievi del nostro Partito rispetto al ripetersi della solita divisione tra società civile e partiti. Non solo quindi non siamo partiti tardi, ma siamo stati in molte regioni i primi ad organizzare i comitati pro lista Tsipras con Prc e Sel, ed insieme all’impostazione politica abbiamo informato Barbara Spinelli di tutti i recapiti della nostra organizzazione.
Come è noto appena formalizzata la nostra partecipazione politica ed organizzativa in tutta Italia, ripeto con noi alla testa dei comitati, tranne eccezioni di rifiuto verso la lista di nostre singole federazioni, abbiamo avviato il percorso interno ed esterno al Partito per la definizione delle candidature con una consultazione per gruppi di regioni che compongono le 5 circoscrizioni per le elezioni europee. L’esito della consultazione: Nordovest, Il compagno Lombardi; Nordest, il compagno Spetic; Centro, Il compagno Pasquinelli; Sud, il compagno Galiero. Dalle Isole non ci furono proposte. Definito tutto ciò inviamo, con relativi curricula, il nostro elenco di candidati alla segreteria dei garanti della lista Tsipras. Contestualmente abbiamo cercato di svolgere un lavoro unitario con Rifondazione per proporre candidature esterne caratterizzate per una politica italiana e internazionale alternativa. Il Prc propose Brancaccio, poi ritiratosi, noi Alleva, giurista del lavoro e sostenitore dei diritti con una visione anche internazionalista che oggi è in lista, per chiarezza va detto che per noi resta una personalità ottima anche nel momento della chiusura ai Comunisti italiani della lista. Ma è ovvio non risolve la presenza del Pdci che è stato completamente estromesso. Nel frattempo il 22 Febbraio la Direzione del Pdci sostituisce nella circoscrizione Centro il compagno Pasquinelli con la compagna Mango della Segreteria nazionale, e comunichiamo subito il cambio alla segreteria della lista. Come si vede abbiamo svolto la trattativa sia dal punto di vista politico sia da quello organizzativo senza mai perdere di vista la relazione con Rifondazione. Chiedo scusa al Cc di questa ricostruzione forse noiosa ma ci serve per capire meglio la natura della nostra esclusione. Di fatto tra Domenica 2 e Lunedì 3 Marzo vengono chiuse le liste con l’esclusione totale dei candidati iscritti al Pdci. In tempo reale alla chiusura delle liste incontro il professor Alleva (motivo per il quale non partecipo alla riunione di sinistra del lavoro) il quale fa una dichiarazione che stigmatizza l’esclusione del Pdci, ma le cose non cambiano. Dicevo della riunione del coordinamento provvisorio della sinistra del lavoro alla quale hanno partecipato per il nostro Partito una delegazione della Segreteria nazionale e la compagna Manuela Palermi. Al di la di una solidarietà di facciata nessuno ha fatto un gesto concreto, né quel giorno né successivamente. Apro una parentesi: dobbiamo evitare involuzioni settarie e risposte emotive. Il fronte di sinistra è una necessità per i lavoratori oltre che una scelta congressuale del Partito che per me può prescindere anche dalle scadenze elettorali, tuttavia dobbiamo studiare meglio il percorso per realizzare il fronte della sinistra perché alla prima prova i nostri “alleati” di “sdl” non sono stati leali. L’autocritica sta più in questo che per il resto. Ho verificato che tranne noi li dentro ognuno cercava un proprio posizionamento per un nuovo partito della sinistra, magari con Sel o altro. L’interesse non era al fronte di sinitra. Al contrario noi dobbiamo continuare ad interloquire con il movimento delle rsu contro le leggi Fornero. Nessuna solidarietà neanche dal Prc che è si nella lista Tsipras ma senza l’originaria paternità politica assunta dai “professori”. Sabato 8 marzo la Direzione nazionale del Partito chiede a quello che era rimasto del comitato dei garanti la riapertura delle liste per recuperare a pieno la presenza del Pdci in seno alla lista con la riproposizione delle nostre proposte iniziali. Al temine della riunione della Direzione nazionale, dell’8 c.m., chiamo il segretario della Spinelli per un incontro urgentissimo. che verrà, mi dice, comunicato Domenica 9. Nel frattempo il comitato della lista Tsipras si spacca, lasciano prima Camilleri e poi Flores, una candidata della circoscrizione sud esce dalla lista per protesta contro la politica di Sel sull’Ilva di Taranto, prima ancora c’era stato il caso siciliano con una candidata vicina alla destra, poi fortunatamente sostituita. C’erano tutte le condizioni, pensavo, per ricomporre l’unità col Pdci e con il progetto iniziale. Domenica 9 verso le 8,30 senza attendere chiamo Torelli, non tanto e non solo per l’incontro con Barbara Spinelli ma per chiedere una riunione politica con Prc Sel e professori a seguito del caos che si era creato e dove noi potevamo agire nell’interesse del Partito. Torelli mi dice che non è possibile e che non è previsto nessun tavolo e comunque fissa l’incontro con Barbara Spinelli per martedi 11. Sempre Domenica 9 poco dopo mi chiama Patta che era stato fuori dall’Italia e voleva informarsi sulla nostra posizione e mi dice che alle ore 12 della stessa Domenica 9 doveva andare ad una riunione in sostituzione di Rinaldini con Sel e Prc per discutere dei “casini”in seno alla lista Tsipras. Il famoso “tavolo”, di cui ignoravo l’esistenza,, che si era a detta di Patta riunito una sola volta prima di quel giorno!
Alcuni compagni criticano la nostra entrata tardiva nella lista, una critica infondata come è evidente dalla ricostruzione che ho fatto, ma nessuno si scandalizza del fatto che in maniera scientifica ci sono state 2 riunioni decisive “segrete” di partiti e movimenti con i quali avevamo iniziato una strada per una politica alternativa. In definitiva riunioni contro il Pdci, per emarginarci. Terminata la telefonata con Patta mi richiama Torelli per dirmi che l’incontro con Barbara Spinelli è spostato a Mercoledì 12. Di fronte alla protesta mia per non essere stato informato e invitato alla riunione del “tavolo” mi dice che quella riunione era una scelta autonoma dei partiti e movimenti che non coinvolgeva la Spinelli. Di fronte a queste scorrettezze, ambiguità e opportunismi, ero li per annullare l’incontro con la Spinelli, per la dignità e rispetto verso il Partito, ma questo sarebbe stato frainteso e abbiamo fatto l’incontro. Sono andato insieme alla compagna Palermi. Barbara Spinelli si è schernita della situazione ma ha confermato l’impossibilita di riaprire la lista, a meno che ci ha detto non chiedete voi a Rifondazione di rinunciare a qualche loro candidato. Cose assurde, come la profferta di Torelli di far partecipare Tsipras a nostre iniziative. Tutto ciò dimostra in che mani si sono messi i disobbedienti ai trattati dell’Ue. Un incontro inutile dal punto di vista della trattativa. Confermata in pieno l’esclusione del Pdci, ma utilissimo per capire che il motivo della chiusura era politica e non numerica! Non credo al motivo del complotto internazionale, ci sopravaluteremo, tuttavia è innegabile che la scalata della crisi ucraina ha messo in evidenza, in particolare dopo il colpo di stato di destra, posizioni molto diverse ed in particolare la nostra poco compatibili con il gruppo che ha assunto la paternità della lista Tsipras. Non sopravalutiamoci ma neanche dobbiamo svalutare il nostro ruolo e analisi internazionale e internazionalista. Il Pdci a differenza di altri nella crisi ucraina non è neutrale e indica proprio nel colpo di stato una convergenza di interessi imperialisti Usa e Ue contro la Russia. La stessa Spinelli al termine dell’incontro di mercoledì scorso ha detto che dopo le europee se la lista Tsipras eleggerà si porrà dopo l’Ucraina un chiarimento nel Gue.
Una novità che all’inizio non c’era, quindi lo scenario internazionale ha influito e come nella composizione politica della lista. Si dice: sono scuse del Pdci perché con 2 presenze in lista tutto si sarebbe risolto. Dico ai nostri critici: se il problema era cosi semplice perché non è stato risolto? Le responsabilità le assumo tutte, in particolare quella di aver sottovalutato la mutazione in atto dell’indirizzo politico della lista, ma colpa più grave è stata quella di aver creduto in un rapporto di solidarietà di altri soggetti che da alleati iniziali si sono trasformati in complici della nostra esclusione. Non vuol dire che pretendevo che i nostri problemi li risolvessero altri, ma a parti invertite noi avremmo ritirato i nostri candidati dalla lista!
Siamo, allo stato attuale, messi peggio delle elezioni politiche del 2013 dove rispetto al voltafaccia di Bersani contestualmente ci fu Rivoluzione civile, anche se andò male. Realisticamente non siamo in grado di raccogliere le firme per una lista di Partito, ma attenzione agli sviluppi immediati. Il Partito deve evitare settarismi e rassegnazione, abbiamo subito una schiaffo ma non siamo isolati come dimostra l’appello di solidarietà al Pdci di diverse personalità, alcune delle quali fanno persino parte della lista. Dobbiamo dunque sviluppare una nostra campagna elettorale utilizzando anche i comitati della lista come luogo di critica, denunciare l’esclusione e parlare dei nostri temi dal lavoro alla lotta per la pace contro l’involuzione imperialista della Ue. In definitiva il partito deve reagire non con atti di ripicca ma con intelligenza, unità e autonomia ed è per questo che avanzo al Cc a nome della Segreteria nazionale del Partito (con un astenuto) la proposta di verificare la possibilità di presentare una lista comunista di sinistra e per la pace con il simbolo della falce e martello. Siccome i tempi di verifica politica e normativa sono strettissimi propongo di dare mandato alla Segreteria Nazionale di gestire tutta la fase operativa.

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Lunedì, 17 Marzo 2014
L’esclusione della rappresentanza politica del PdCI nella Lista Tsipras è un atto politico grave e ingiustificabile, che va al di là di una normale discussione su questa o quella candidatura, o di fattori meramente elettoralistici che in qualche misura sono fisiologici in tutte le competizioni elettorali, tanto più nell’ambito di liste plurali.Questa drastica e totale esclusione di tutti i candidati di una forza politica, pur piccola, che fin dall’inizio ha partecipato con lealtà e spirito costruttivo a questo processo unitario a sinistra, assume un significato politico più generale, di metodo e di sostanza, e solleva pesanti e legittimi interrogativi: perché?Tale esclusione, in ogni caso, indebolisce, all’interno della Lista, la componente che con maggiore determinazione si batte contro la politica liberista e militarista dell’Unione europea, che sta portando oggi al pericolo di guerra nel cuore dell’Europa.Siamo solidali con chi ha subito tale discriminazione. Chiediamo che nessun tentativo sia lasciato cadere al fine di riparare al danno creato.PER ADERIRE scrivi a solidaliconilpdci@gmail.com

 

 

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 Risoluzione approvata dal Comitato Centrale del 16 marzo 2014
Lunedì, 17 Marzo 2014 –
Il Comitato Centrale del Pdci, riunito a Roma il 16 marzo 2014, approva la relazione e le conclusioni del segretario nazionale, Cesare Procaccini.
Il Comitato Centrale, preso atto dell’esclusione dei Comunisti italiani dalla lista “Un’altra Europa con Tsipras”,
– denuncia in maniera ferma e severa il metodo e il merito che hanno portato a tale esclusione;
– dà mandato alla segreteria nazionale del Partito di esplorare e verificare la possibilità di presentare, alle prossime elezioni europee, una lista unitaria – comunista, di sinistra e per la pace – che aderisca al gruppo del Gue presente nel Parlamento europeo;
– decide la mobilitazione del Partito contro la recrudescenza dell’imperialismo nel cuore dell’Europa;
– ribadisce l’appoggio alle iniziative delle Rsu autoconvocate, che chiedono la cancellazione della controriforma Fornero sulle pensioni;
– decide la mobilitazione del partito al fine di promuovere iniziative unitarie contro la nuova legge elettorale denominata “Italicum”.
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Giovedì, 13 Marzo 2014
La totale esclusione di una rappresentanza politica del PdCI nella lista Tsipras, in violazione di tutti gli accordi precedentemente assunti, è stata confermata ieri (mercoledì 12 marzo) nell’incontro che una delegazione del Partito ha avuto con Barbara Spinelli, rappresentante dei cosiddetti “garanti “.
Siamo di fronte ad un atto di grave discriminazione politica, che va ben al di là della questione delle candidature.
L’attacco non è solo a noi, ma ad un orientamento politico e programmatico come il nostro, condiviso peraltro da forze comuniste e di sinistra interne ed esterne alla Lista, che  evidentemente viene ritenuto, da una parte dei promotori e da una parte degli aderenti alla Lista Tsipras, incompatibile con una linea euro-atlantica che sta riportando la guerra e il fascismo nel cuore dell’Europa.
Il PdCI, pertanto, sospende immediatamente ogni iniziativa di sostegno a tale Lista, ivi compresa la raccolta e la certificazione delle firme e riunirà nei prossimi giorni gli organismi dirigenti per assumere le decisioni conseguenti.

giovedi 13 marzo 2014
Cesare Procaccini, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani (PdCI)
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 11 Marzo 2014 – 14:06

La situazione in Ucraina e attorno ad essa si sta facendo sempre più drammatica e pericolosa, di giorno in giorno. Il pericolo non concerne soltanto il destino dei popoli dell’Ucraina, ma le sorti stesse della pace in Europa e nel mondo. La coltre di disinformazione che ha coperto l’intero svolgersi della crisi a Kiev impedisce all’opinione pubblica italiana, europea e occidentale di comprendere la gravità del pericolo che tutti noi corriamo. Pochi comprendono che sta per essere mutato, con la violenza, l’insieme degli equilibri europei e della sicurezza del nostro continente.
Lo prova il fatto che l’opinione pubblica non sta reagendo in alcun modo a eventi la cui eccezionalità dovrebbe essere evidente a ogni persona informata. Il mortale silenzio del Parlamento italiano è la conferma di una inconcepibile sottovalutazione della portata degli eventi ucraini. Le opposizioni tacciono anch’esse mentre il governo italiano, in sede internazionale, si limita a balbettare parole di convenienza immediata. Nessuna iniziativa in senso positivo, di pace, di invito alla riflessione, è stata intrapresa.
Noi chiediamo di  aprire gli occhi e di guardare con animo vigile, senza pregiudizio, a ciò che accade. Ne va del nostro destino. La guerra va fermata ora, domani potrebbe essere tardi. L’Italia non ne sarà immune.
Giulietto Chiesa  Presidente di Alternativa-laboratorio politico
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 09 Marzo 2014 –
La Direzione Nazionale del Partito dei Comunisti Italiani, riunitasi sabato 8 marzo u.s., stigmatizzando con forza l’assurda esclusione dalle Liste “Per un’Altra Europa – Con Tsipras” delle candidature avanzate dal PdCI, chiede che esse vengano ripristinate.
Rende inoltre noto che ogni altra scelta che non corrispondesse a tale richiesta sarebbe respinta come un inaccettabile tentativo di umiliazione e che se il ripristino delle candidature non avvenisse il PdCI non farebbe più parte della Lista Tsipras. La linea del PdCI è stata sin dall’inizio volta ad una sincera e profonda unità con tutti i soggetti della Lista e, oggi, chi perseguisse nell’intento di escludere il PdCI si assumerebbe la responsabilità della rottura di questa necessaria unità. La Direzione Nazionale del PdCI ha assunto tali decisioni all’unanimità.
La Direzione Nazionale del PdCI, 9 marzo 2014
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Venerdì, 07 Marzo 2014 –
 L’8 marzo, un anno dopo l’altro, le donne camminano in lunghe file  intorno al mondo. Donne di ogni paese scendono in piazza per difendere i propri diritti,  la propria autodeterminazione, la libertà, il lavoro, la pace. L’anno scorso scegliemmo come tema la violenza contro le donne, quest’anno ci uniamo alle donne spagnole per il diritto  alla maternità consapevole, per il diritto di decidere del proprio corpo, per la difesa della legge  194.
Ogni giorno, ogni minuto e in ogni parte del mondo, ci sono donne a cui  vengono violati i diritti, cancellata la dignità, offeso il corpo, ma tutte le donne del mondo si uniscono simbolicamente in un unico abbraccio  l’8 marzo nella Giornata internazionale della donna.  Qui in Italia  insieme  alle donne partigiane, dopo la fine della seconda guerra mondiale scegliemmo come simbolo di questo evento  un  fiore giallo,  quella mimosa che cresceva libera e non costava niente.   Quel simbolo che negli anni è stato anche mercificato e calpestato, come calpestati sono stati la nostra autodeterminazione e la nostra passione antifascista.
Ma se è vero, come è vero anche se lo si vuole nascondere,  quel filo nero di morte e di paura a croce uncinata  che lega in questi giorni ciò che succede in Venezuela a ciò che succede  in Ucraina, è pur vero che c’è  anche un filo rosso di lotta, di speranza di vita e di libertà che lega le donne antifasciste di tutto il mondo. Che questo 8 marzo sia ancora e sempre quel filo rosso ad unirci, un filo che non si spezza,  più solido che mai!  Noi  sorelle,  noi compagne  delle donne che lottano contro il nazi-fascismo  in Venezuela come in Ucraina, come in Crimea, in Siria, in Palestina  e in ogni altra parte del mondo, noi  comuniste  saremo lì insieme a loro, unite nella Resistenza, per manifestare anche quel giorno la nostra solidarietà e il nostro internazionalismo.

Marica Guazzora

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| Giovedì, 06 Marzo 2014
“Ho aderito ben volentieri all’invito venuto dal Segretario Nazionale e dal Segretario Regionale Marche del Partito dei Comunisti Italiani a rendermi disponibile per una candidatura nella Lista Tsipras…perchè credo ad una necessità di un radicale cambio di orientamento della politica economico-sociale europea e della sua rivendicazione da parte di una sinistra unita.
Mi considero pertanto legato a tutte le sue componenti, ma particolarmente vicino a quella che mi ha promosso e che ora appare penalizzata nelle candidature e nella rappresentanza”.

Prof. Avv. Piergiovanni Alleva

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Mercoledì, 05 Marzo 2014 –
<La conferenza stampa dei professori della lista Tsipras non mi ha affatto convinta. Una linea politica oscillante, poco di sinistra (da far torto allo stesso Tsipras) e molto buonista (la risposta della Spinelli ad una domanda sull’Ucraina è stata da brivido)>. Lo afferma Manuela Palermi, presidente del Comitato centrale del Pdci.
<Gravissima – prosegue la Palermi – poi l’esclusione dalle liste di ogni iscritto al Partito dei comunisti italiani. Nessun criterio è mai stato condiviso, dal che si può dedurre che esista un qualche retaggio anticomunista. E comunque la gestione della lista, in mano ai professori, ha avuto ed ha un tratto autoritario, accentratore, niente affatto inclusivo. Ora il Pdci – conclude l’ex presidente del gruppo Pdci-Verdi del Senato – dovrà decidere cosa fare. La nostra adesione alla lista Tsipras non è scontata. Sabato è stata convocata la Direzione nazionale del partito che deciderà>.
Mercoledì, 05 Marzo 2014 –
Le decisioni relative alla Lista Tsipras per le elezioni europee (nome, simbolo, programma, candidature) sono state prese fino ad ora in modo verticistico, non inclusivo e non democratico, nonostante le dichiarazioni di principio e gli impegni presi dal suo garante n.1 che dà il nome alla lista, Alexis Tsipras.Grave e inaccettabile è la discriminazione nei confronti dei Comunisti italiani e della minoranza slovena, che sono stati completamente esclusi dalle candidature. Su 73 candidature che compongono la lista, non vi è un solo membro del Partito dei comunisti italiani e della minoranza slovena, che pure hanno contribuito lealmente alla costruzione del processo unitario. Ed è la prima volta che ciò accade nella storia d’Italia in relazione alla presentazione di liste unitarie della sinistra in elezioni politiche di carattere nazionale od europeo.
Avvertiamo, non solo tra i nostri militanti, una diffusa e giustificata indignazione. A tutte le forze di sinistra che compongono la lista chiediamo solidarietà e assunzione di responsabilità contro questa intollerabile discriminazione. Non diamo nulla per scontato.
Se il gruppo ristretto che si è autonominato “promotore e garante” della lista Tsipras continuerà ad umiliare alcune delle componenti comuniste e di sinistra della lista (e tra queste la minoranza slovena) e le migliaia di militanti che esse rappresentano, e non si assumeranno rapporti inclusivi con tutte le componenti disposte a lavorare per un progetto unitario, e un rapporto partecipato a livello popolare, ben pochi raccoglieranno le firme e produrranno impegno attorno ad una operazione politica che li esclude o pretende di umiliarli e ridurli allo stato di portatori d’acqua.
Il rischio è quello di un tragico fallimento, le cui responsabilità ricadono unicamente su chi ha prodotto una gestione non democratica della costruzione della lista, e su chi non ha fatto nulla per impedirle. Chiediamo a tutti solidarietà e un coerente impegno correttivo.
Ci rivolgiamo anche ad Alexis Tsipras, promotore e garante n. 1 di questa lista, che ha dichiarato fino ad ora di condividere pienamente questo approccio inclusivo, come lui stesso ci ha detto esplicitamente nell’incontro che la delegazione del PdCI ha avuto con lui ai primi di febbraio a Roma.
Chiediamo coerenza tra parole fatti e segni concreti e immediati in questo senso.
I Comunisti italiani, alla luce della gravissima discriminazione di cui sono stati fatti oggetto e della situazione nuova che si è creata, riuniranno i loro organismi dirigenti si riservano di assumere le decisioni conseguenti, nessuna esclusa.
Cesare Procaccini, segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani
Martedì, 04 Marzo 2014
In questi giorni , di fronte a quanto sta accadendo nel Venezuela come in altri paesi, assistiamo da parte dei media italiani ed internazionali ad una rappresentazione faziosa, spesso manipolata e subalterna ai poteri forti degli accadimenti in corso. Una banalizzazione degli eventi secondo lo schema buoni cattivi, e naturalmente i buoni sono gli alleati degli Usa e degli europei, e i cattivi gli altri. Una cattiva informazione che rimuove la natura golpista e fascista delle forze sostenute dagli Usa e e Ue per i propri obiettivi geopolitici imperialisti, e che nulla hanno a che fare con la democrazia.  Ancora una volta il nostro Paese subisce gli effetti di una informazione malata che manipola le notizie e omette di informare i cittadini.
Facciamo appello a tutti i democratici e i progressisti a far sentire la voce della parte migliore del nostro Paese, promuovendo a Roma un sit in davanti la sede nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per il prossimo giovedì 6 marzo ore 16, in piazza della Torretta, per chiedere un’informazione che non sia la propaganda dei paesi imperialisti, ma che aiuti a capire quello che realmente accade in quei paesi.

Paolo Ferrero, segretario nazionale Prc
Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

Mercoledì, 26 Febbraio 2014 In Ucraina è caccia all’uomo. Dall’aggressione avvenuta alla Verhonjaja Rada contro il gruppo comunista, ad opera dei parlamentari fascisti si è passati al tentativo di eliminazione fisica  dei cittadini che ancora credono nella sovranità del loro Paese. I nazi-fascisti,  che fanno da sponda alla formazione di un nuovo governo apertamente reazionario, continuano a incendiare, saccheggiare e colpire le sedi, gli uomini e le donne che non si sottomettono alle loro aspettative. Tali azioni sono accompagnate da una ondata estremamente pericolosa di isteria anticomunista e antisemita, dalla distruzione ovunque dei monumenti a Lenin e della Grande Guerra Patriottica, dagli attacchi dei banditi alle sedi del partito comunista a Kiev e in altre città, dall’incendio della casa del segretario Petro Simonenko, dal terrore morale e fisico contro i comunisti, dalle richieste di vietare le attività del Partito Comunista dell’Ucraina e, persino, all’incendio di una sinagoga a di Kiev.
Nel contempo l’Occidente, interferendo apertamente e sfacciatamente negli affari interni di quel paese, sostiene le azioni delle forze di destra (dal momento che esse sono indirizzate a un serio cambiamento della situazione geopolitica in Europa e nel mondo, alla distruzione dei secolari legami economici, culturali e spirituali dei popoli russi e ucraini, degli altri popoli fratelli della ex Unione Sovietica) e puntano a fare dell’Ucraina un protettorato di USA, UE, NATO, del Fondo Monetario Internazionale e delle varie corporazioni multinazionali. Negli stadi italiani si vedono simboli e segni di chiara matrice fascista e organizzazioni di estrema destra si danno appuntamenti pubblici a sostegno della repressione.
Il è dramma conclamato. Il capitalismo occidentale foraggia i fascisti per realizzare il sogno di banche e banchieri sostenuti con il sangue del popolo. Siamo indignati e non possiamo stare inermi davanti allo spudorato sostegno che l’Unione Europea neo-imperialista, la Nato, i nazi-fascisti di Forza Nuova, di Alba Dorata e del British National Party stanno dando alla sovversione . Un compito gravoso ci aspetta. Chi può e vuole svolgere una funzione positiva, lo faccia adesso. Non c’è tempo da perdere, bisogna agire subito assumendoci ognuno le proprie responsabilità.
L’appello è ai democratici, agli antifascisti, ai giovani partigiani per una grande manifestazione antifascista a Messina. E nel contempo si invitano i membri del Parlamento italiano ed europeo che intendono restare fedeli alla loro coscienza antifascista di fare tutto quello che è in loro potere per indurre le istituzioni nazionali e internazionali ad una pressione politico-diplomatica volta ad arrestare la corsa verso il precipizio. Appuntamento venerdì 7 marzo 2014 alle ore 17 presso il sindacato Orsa (Stazione Marittima – Salone dei Mosaici – Messina) per l’assemblea preparatoria della manifestazione antifascista.
NO PASARAN!!!”
Pronto e convinto il sostegno del Pdci nazionale a questo appello. Fausto Sorini, membro della segreteria nazionale del Pdci e responsabile Esteri, ha infatti dichiarato: <Aderisco con convinzione a questa importante iniziativa; invito tutte le compagne e i compagni della Sicilia, e delle province limitrofe della Calabria, a mobilitarsi per garantirne la piena riuscita, sia in termini di partecipazione diretta che di adesioni rappresentative di ogni settore antifascista della società, della politica e della cultura.
L’impegno a procurare adesioni il più possibile rappresentative deve vedere il contributo nazionale di tutto il partito, di ogni federazione e comitato regionale. Tradurremo in inglese e in russo  il vostro appello e poi il resoconto della manifestazione e lo invieremo a tutti i nostri contatti internazionali, e in particolare ai nostri compagni/e e combattenti dell’Ucraina che lottano anche per noi contro l’avanzata del nuovo fascismo in Europa>.
Fausto Sorini, resp. Esteri Pdci: APPELLO AI PARLAMENTARI ITALIANI ED EUROPEI ANTIFASCISTI
23 Febbraio 2014 –
 La situazione in Ucraina è nuovamente caratterizzata dalla rottura unilaterale di ogni tregua da parte delle bande fasciste, alla ripresa di aggressioni e violenze, che fanno da sponda alla formazione di un nuovo governo apertamente reazionario che straccia tutti gli accordi presi.

Chiediamo ai membri del Parlamento italiano ed europeo che intendono restare fedeli alla loro coscienza antifascista di fare tutto quello che è in loro potere per indurre le istituzioni nazionali e internazionali ad una pressione politico-dipomatica volta ad arrestare la corsa verso il precipizio.
Chi può e vuole svolgere una funzione positiva, lo faccia adesso, e si assuma le sue responsabilità.

Noi, nei limiti obbiettivi delle nostre forze, continueremo a dare il nostro contributo sul terreno dell’informazione, che è il presupposto minimo di ogni presa di coscienza sulla gravità della situazione e sulle sue responsabiltà.
Il PdCI invita tutti i suoi militanti a fare ogni sforzo per contribuire alla diffusione di questa informazione, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione di ogni compagna e compagno.

Fausto Sorini, segreteria nazionale PdCI, responsabile Esteri

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Cesare Procaccini, segr. Pdci: “Il governo Renzi è in continuità con i precedenti. Con Tsipras per cambiare l’Europa
Domenica, 23 Febbraio 2014
<Sul governo Renzi il giudizio è decisamente negativo. E’ un governo, infatti, in piena continuità con i precedenti. Renzi non darà nessuna risposta positiva ai temi drammatici come il lavoro, le pensioni, la sanità e l’istruzione>. Lo afferma Cesare Procaccini, segretario nazionale del Pdci.
<Con Renzi – prosegue il segretario dei Comunisti italiani – si mette fine a qualsiasi ambiguità: questo gruppo dirigente del Pd nulla ha a che vedere con la tradizione del Pci e neanche con elementi seppur moderati di socialdemocrazia. Il nuovo governo, come quelli che lo hanno preceduto, è la diretta emanazione di quei poteri forti che hanno disegnato e gestito l’Unione europea. E’ questo il cuore del problema – sottolinea il leader del Pdci. Per queste ragioni occorre mettere in campo una proposta alternativa di Europa, capace di mettere radicalmente in discussione le politiche che in questi anni ci hanno portato al disastro attuale. E’ con questo obiettivo – conclude Procaccini – che il Pdci sostiene la lista Tsipras alle elezioni europee, nel convincimento che la riunificazione della sinistra in Italia è la precondizione per un rilancio dei diritti e della possibilità di affermazione di politiche nell’interesse del mondo del lavoro e delle nuove generazioni>.
Caro compagno Simonenko,  cari compagni del CC del Pc dell’Ucraina,
abbiamo appreso dai mezzi d’informazione ucraini e russi dell’aggressione avvenuta alla Verhonjaja Rada contro il gruppo comunista, ad opera dei parlamentari fascisti.
Siamo indignati per il sostegno che l’Unione Europea neo-imperialista e la Nato stanno dando alla sovversione in senso reazionario e neo-nazista del vostro Paese.
Inviamo ai compagni del gruppo parlamentare comunista e a tutto il vostro Partito la nostra massima solidarietà.
Stiamo seguendo con grande apprensione ciò che sta accadendo in Ucraina, e condividiamo le proposte politiche che state portando avanti, così come apprezziamo la vostra mobilitazione sul territorio contro le bande fasciste e in difesa della sovranità del paese.
Fateci sapere cosa possiamo fare per sostenere la vostra lotta.
Fraterni saluti,
Comitato Centrale del Partito dei Comunisti Italiani (Pdci)
Giovedì, 20 Febbraio
Abbiamo definitivamente eletto due persone in Consiglio con la lista Sinistra Unita, uno PdCI, Frabrizio Anedda della Circoscrizione di Cagliari, e uno del Prc della circoscrizione di Sassari, Alessandro Unali. Ad entrambi gli eletti i nostri migliori auguri!
ELEZIONI REGIONALI SARDEGNA: PERDE LA DESTRA E I COMUNISTI ELEGGONO 
 Martedì, 18 Febbraio 2014
Dalla Sardegna viene un positivo segnale di cambiamento: viene eletto Pigliaru e sconfitto nettamente Cappellacci, il candidato della destra berlusconiana. Questo non ci fa sottovalutare il forte astensionismo, frutto di governi tecnici, mai eletti dal popolo, alleati della destra, che hanno provocato l’immiserimento del Paese e generato tra le persone un clima di insofferenza e di estraneità politica.

Buono il risultato complessivo della sinistra, e cioè dei comunisti del Pdci e del Prc, di Sel e dei Rossomori, che arriva al 10%. Inoltre, la lista caratterizzata da una forte presenza dei comunisti dovrebbe eleggere due consiglieri regionali ed entrambi con tutta probabilità saranno compagni del Pdci

Alle nostre compagne e compagni, che hanno lavorato con tenacia ed abnegazione, va il ringraziamento del Partito tutto.

Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

Manuela Palermi, presidente CC del Pdci

Cesare Procaccini, segretario del PdCI: “Se la lista Tsipras non si costruisce in modo democratico e inclusivo, il rischio è quello di un tragico fallimento”.
Sabato, 15 Febbraio 2014 –
La discussione tra le forze che cercano di promuovere una lista unitaria di sinistra alle elezioni europee è appena cominciata. Siamo scontenti e preoccupati per una gestione verticistica e assai poco democratica e inclusiva del processo decisionale che riguarda la lista (nome, simbolo, programma, candidature…).

Avvertiamo, non solo tra i nostri militanti, un diffuso e giustificato malessere e malcontento popolare. Un diffuso senso di estraneità. Non diamo nulla per scontato.

Se il gruppo ristretto di intellettuali che si sono autonominati “promotori” della lista Tsipras continueranno ad umiliare le componenti comuniste e di sinistra della lista e le migliaia di militanti che esse rappresentano, e non assumeranno un rapporto inclusivo con tutte le componenti disposte a lavorare per un progetto unitario, e un rapporto partecipato a livello popolare, ben pochi raccoglieranno le firme attorno ad una operazione politica che li esclude o pretende di ridurli allo stato di portatori d’acqua.
Lo stesso Tsipras, che è il promotore e garante n. 1 di questa lista, condivide pienamente questo approccio inclusivo, come lui stesso ci ha detto esplicitamente nell’incontro che la delegazione del PdCI ha avuto con lui la settimana scorsa. Chiediamo coerenza tra parole fatti e segni concreti e immediati in questo senso.

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 Lunedì, 10 Febbraio 2014
“Gravissima ed irresponsabile l’azione del governo Alfano/Letta”. Questo il giudizio di Cesare Procaccini, segretario del Pdci, al termine dei lavori del Comitato Centrale. “E’ nostro dovere – continua Procaccini – ridare forza alla sinistra per rispondere, con proposte di giustizia ed eguaglianza…

all’attacco che le politiche di austerity portano alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori e dei giovani. E’ a causa di queste politiche se oggi c’è nel Paese un profondo immiserimento e un acuirsi a dismisura delle diseguaglianze: pochi sempre più ricchi, la maggioranza sempre più povera. Si tratta di scelte politiche non più tollerabili che hanno ridotto il tessuto produttivo all’agonia, in alcuni casi allo sfascio. Noi comunisti non assiteremo senza reagire allo sfascio e alla diseguaglianza. Per questo il Comitato Centrale del Pdci si è espresso a favore dell’impegno del Partito per la costruzione di un fronte di sinistra imperniato sul tema del lavoro, assieme ad altre forze politiche, movimenti e associazioni: si tratta di una proposta che si rivolge al mondo del lavoro e che vuole fare del lavoro e dello sviluppo il nodo centrale della sua azione. Il Comitato Centrale – aggiunge Procaccini – ha inoltre deciso l’adesione del Pdci alla Lista Tsipras che si presenterà alle elezioni europee, e che si ritiene debba collocarsi nel Gue. Abbiamo nei confronti di Alexis Tsipras un rapporto di grande stima e fiducia. Il segretario di Syriza, il secondo partito in Grecia che i sondaggi indicano come il prossimo vincitore, è un uomo di sinistra, strenuo oppositore delle ricette neoliberiste che hanno ridotto la popolazione greca in condizioni di estrema povertà. Ci muoveremo quindi in due direzioni, conclude Procaccini: da una parte, nella costruzione di una sinistra del lavoro, una prima ricomposizione unitaria di forze di sinistra, per intervenire nel tessuto sociale disastrato. Dall’altra, con la lista di Tsipras, con l’obiettivo di mutare radicalmente il carattere, la fisionomia stessa di un’Europa che non porta sviluppo ma solo miseria e distruzione”.

Cesare Procaccini, segr. nazionale Pdci: Orgogliosi del “nostro” 7 novembre, una data attuale e ricca di gloria
Giovedì, 07 Novembre 2013 –
Auguri compagne, auguri compagni!
Novantasei anni fa si gettavano le basi in Russia per una straordinaria stagione di emancipazione delle classi lavoratrici e popolari. Era il 7 novembre del 1917, quando con la presa del potere da parte del Partito comunista russo si apriva una speranza per tutti i progressisti del mondo, una opportunità unica: i lavoratori e le lavoratrici per la prima volta nella storia ribaltavano regole che fino ad allora sembravano immodificabili e mettevano al primo posto il tema dei diritti e dell’abolizione dei vecchi sistemi politici ed economici. In discussione venne messo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Da quei giorni di novembre presero il via straordinari processi, che culminarono con la sconfitta del nazifascismo da parte delle truppe sovietiche dell’Armata rossa e con la crescita e lo sviluppo del dopoguerra. Anni, appunto straordinari. Ma la vittoria della rivoluzione in Russia ebbe presto ripercussioni anche nei paesi capitalisti, dove la condizione del mondo del lavoro visse trasformazioni positive. Il protagonismo degli strati sociali più poveri ed emarginati diventò via via sempre maggiore e con esso le conquiste democratiche e dei diritti.
Sono queste alcune delle ragioni che fanno del 7 novembre una data ancora oggi significativa e che ci fanno sentire pienamente nostro il valore di quella rivoluzione. Oggi davanti ad una crisi strutturale del capitalismo, al ricorso ai conflitti come surrogato per un rilancio fittizio dell’economia, agli attacchi al mondo del lavoro e ai principi della partecipazione e della democrazia, i valori che ispirarono quella rivoluzione sono quanto mai attuali. Sono i valori che base del nostro partito, quei valori che ci rendono orgogliosi ora come allora, in quei giorni di novantasei anni fa, di essere comunisti.
Cesare Procaccini, segretario nazionale del Pdci
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Cesare Procaccini, segretario Pdci interviene al seminario dell’Ars
su “Riunificare oggi il mondo del lavoro è possibile?”
Lunedì, 21 Ottobre 2013Un intervento importante è apprezzato, quello che il segretario nazionale del Pdci, Cesare Procaccini, ha svolto nell’ambito del seminario “Riunificare oggi il mondo del lavoro è possibile?”, promosso a Roma dall’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, dal Centro per la Riforma dello Stato… Network per il socialismo europeo, Fondazione Funzione Pubblica Cgil con la collaborazione della Fondazione Claudio Sabattini. Un appuntamento che si è aperto con una relazione del presidente dell’Ars Alfiero Grandi, dove si poneva con forza il tema del mondo del lavoro, della sua visibilità, della sua riunificazione e di come dare a questo una rappresentanza politica oggi assente. Base comune dei partecipanti è stata l’esigenza condivisa di favorire “un percorso che aiuti il mondo del lavoro ad uscire da una fase difficile e tormentata, nella quale la frantumazione nel lavoro, la perdita di diritti e della coscienza di sé come raggruppamento sociale pongono seri problemi da risolvere. Anzitutto al sindacato, che va aiutato a superare una fase di grandi difficoltà e divisioni per arrivare a comporre una strategia unitaria di contrattazione e stabilendo un rapporto di fiducia e di condivisione delle scelte con le lavoratrici e i lavoratori, con i giovani disoccupati, ecc. Anche la politica può contribuire a questo percorso, anzitutto con le scelte legislative e con la pratica di governo”. Alla relazione di Grandi sono seguite una lunga serie di relazioni tematiche che hanno apportato un autorevole contributo al tema del seminario. Fra gli invitati all’appuntamento romano Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia,Mauro Bulgarelli, Luigi Cancrini, Paolo Ciofi, Gianni Cuperlo, Piero Di Siena, Paolo Ferrero, Luciano Gallino, Alfonso Gianni, Gennaro Migliore, GianPaolo Patta, Carla Ravaioli, Mario Sai, Lanfranco Turci, Carla Cantone, Pierre Carniti, Rossana Dettori, Stefano Fassina, Maurizio Landini, Mario Tronti e Nichi Vendola.
Cesare Procaccini è intervenuto alla fine dei lavori della mattinata, sottolineando il contributo che il Pdci vuole dare su questo tema – al centro dell’ultimo congresso straordinario di Chianciano – e la necessità di lavorare per l’unità dei comunisti e della sinistra, come precondizione, necessaria anche se forse non sufficiente” per ridare al lavoro una forte rappresentanza politica. Procaccini ha anche sottolineato l’importanza del welfare, della sanità e della previdenza, come temi che insieme ai diritti sono strettamente legati ad una rinascita di protagonismo del mondo del lavoro.
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Pdci-Cina – Tre giorni di intensi incontri 
 Venerdì, 13 Settembre 2013 –
Gli amici si vedono nei momenti difficili e Pechino non dimentica i partiti “fratelli”. Il Partito comunista cinese, oltre 80 milioni di iscritti, alla guida di una delle grandi potenze del globo, guarda all’Italia anche attraverso i rapporti con il Pdci…
il piccolo ma roccioso partito fondato da Armando Cossutta e Oliviero Diliberto, oggi fuori del Parlamento per le ultime negative performance elettorali della sinistra, ma che con il nuovo segretario, Cesare Procaccini, conferma il suo impegno sulla scena politica nazionale per battere la crisi.
La tre giorni di incontri tra Roma e Catania della delegazione del Dipartimento esteri del PCC con la rappresentanza del Pdci è lontana anni luce dalle foto ingiallite del 1968, quando – nel mezzo della guerra fredda e della contesa ideologica tra Pechino e Mosca – alcuni esponenti di un minuscola formazione, il Partito comunista marxista-leninista, furono ricevuti con tutti gli onori dallo stesso Mao Zedong. E che i tempi siano cambiati lo segnala la scelta di dedicare un’intera giornata al business, con un confronto tra imprese italiane del settore agroalimentare e del marmo ed imprese del Fujian, provincia costiera cinese in forte sviluppo. Così, accanto al confronto politico, nel forum tra 18 aziende cinesi e una ventina di italiane è emerso tra l’altro il grande interesse di Pechino per il vino italiano, dopo che per anni la Cina aveva guardato soltanto alla produzione francese. Sul piano politico è stata confermata la reciproca “stima e solidarieta’” e i due partiti comunisti hanno espresso valutazioni largamente convergenti sul quadro internazionale, sottolineando i rischi che corrono il mondo e la pace, a partire delle tensioni nell’area mediorientale. Entrambe le forze politiche, si sottolinea dal Pdci, auspicano una soluzione della crisi siriana in ambito politico e diplomatico con il concorso delle Nazioni Unite e hanno condannato ogni ipotesi di aggressione contro Damasco. Il rapporto rinnovato tra i cinesi e il Pdci si arricchirà di nuove tappe, innanzitutto con l’incontro a fine mese tra i Comunisti italiani e una delegazione della prestigiosa Accademia delle Scienze di Pechino. Intanto, l’iniziativa internazionale del Pdci prevede nuovi incontri, in programma per i prossimi mesi, con partiti di governo o grandi formazioni di opposizione degli altri paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), con i quali il gruppo dirigente dei Comunisti italiani ha da anni rapporti particolarmente stretti.
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 Giovedì, 22 Agosto 2013 –
“E’ vergognoso il rimbalzare di accuse e minacce che ci regalano da settimane le varie componenti del governo Letta”. Lo afferma Cesare Procaccini, segretario nazionale del Pdci.

“Mentre Pdl e Pd discutono sul futuro del condannato Berlusconi – prosegue Procaccini – ci si dimentica che è oramai alle porte settembre e con esso i nodi drammatici di fabbriche che non riapriranno, di una scuola pubblica allo sbando e di un lavoro statale sempre di più sotto attacco. Per uscire dalla crisi servono politiche realmente di svolta che questo governo non vuole e non può dare. Si metta fine- conclude il leader dei Comunisti italiani – a questa insana alleanza e si ridia la parola ai cittadini con il voto.”

“A distanza di 23 anni non esiste ancora una verità certa e troppe sono le responsabilità e le reticenze che ancora coprono esecutori e mandanti. I Comunisti italiani – dichiara Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci – chiedono al governo Letta di togliere qualsivoglia incomprensibile “segreto di Stato”.

Gli 85 morti e gli oltre 200 feriti reclamano giustizia. E giustizia chiedono i familiari di quel massacro che viene chiamato comunemente strage di Stato; ma sarebbe più corretto chiamarlo “strage compiuta da apparati dello Stato, conniventi con settori terroristici di estrema destra, contro lo Stato stesso”. Ai parenti delle vittime – conclude Procaccini – all’Associazione dei familiari delle vittime, ai cittadini di Bologna e ai democratici italiani confermiamo il nostro ostinato impegno a far luce su mandanti e esecutori di quella orribile strage”.

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 Mercoledì, 31 Luglio 2013 – 11:54

Dal settimo congresso straordinario del Pdci è uscita con forza la consapevolezza della necessità di costruire un ampio fronte di lotta per la difesa e il rilancio della Costituzione, nella certezza che le resistenze e le lotte sul fronte economico-sociale contro l’attacco prodotto dalla crisi in atto sarebbero molto più deboli in un quadro giuridico-istituzionale contrassegnato dal presidenzialismo e dal pressoché totale svuotamento di poteri delle assemblee elettive.

La battaglia per una uscita a sinistra dalla profonda crisi capitalistica va di pari passo con la lotta per la difesa e il rilancio della Costituzione, che, benché in questi anni pesantemente colpita, mantiene ancora i caratteri essenziali di una democrazia progressiva basata sui diritti e l’uguaglianza.

Nella prospettiva della costruzione, prospettata a Chianciano da Oliviero Diliberto, di un vasto fronte unitario per la difesa e il rilancio della Costituzione, invito tutto il Partito a firmare l’appello contro il ddl di riforma costituzionale, veicolato dal sito de Il fatto quotidiano.

Cesare Procaccini, Segretario nazionale Pdci

Cesare Procaccini, nuovo segretario nazionale del Pdci |
 Lunedì, 22 Luglio 2013
 – Il Partito dei Comunisti italiani ha un nuovo segretario, Cesare Procaccini, marchigiano, operaio metalmeccanico. Cesare Procaccini è stato nominato a larghissima maggioranza dal Comitato centrale eletto poco prima dal settimo congresso del Pdci.
Il nuovo segretario è fra i fondatori del Pdci e ha ricoperto per due legislature l’incarico di consigliere nella Regione Marche, inoltre e per 10 anni è stato segretario regionale del Pdci delle Marche.
Il VII congresso del Pdci, che ha approvato il documento politico con circa i 3/4 dei voti, ha salutato e ringraziato il segretario uscente, Oliviero Diliberto con una lunghissimo e commosso applauso.
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P.D.C.I  VII Congresso (Lavoro, Costituzione, riorganizzazione autonoma dei comunisti, unità della sinistra)
Il Partito dei Comunisti Italiani svolgerà il suo VII Congresso nazionale (straordinario) a Chianciano Terme dal 19 al 21 di luglio. L’obiettivo è la riorganizzazione autonoma dei comunisti e l’unità della sinistra: due processi distinti ma interdipendenti.

Per fare questo, i Comunisti italiani considerano centrali i temi del lavoro e della salvaguardia della Costituzione. Il Congresso sarà aperto il 19 pomeriggio con la relazione del segretario nazionale uscente Oliviero Diliberto.

Al congresso parteciperà una platea di 340 delegati, in rappresentanza di 12.600 iscritti suddivisi in 105 federazioni. Molto larga la presenza dei giovani e dei lavoratori. Interverranno operai che parleranno di importanti vertenze quali Indesit di Fabriano, Ilva di Taranto, Acciaierie di Terni e Fiat di Pomigliano. Sempre in tema con l’attenzione che il Pdci dedica al lavoro, sarà presente Massimo Ferrante, cantautore da anni impegnato a dare voce alle lotte operaie.

Altra caratterizzazione del Congresso dei Comunisti italiani si avrà sulle questioni internazionali. Nella prima giornata sono infatti previsti due interventi: Ammar Baghdash, segretario generale del Partito comunista siriano; Ines Cristina Zuber, parlamentare europea del gruppo Gue-Ngl.

In questo mese si sono svolti in tutta Italia centinaia di congressi sul documento politico e i quattro emendamenti nazionali (sulle alleanze, sulla questione di genere, sull’autocritica e sul’unità dei comunisti).Cifre che mostrano come il Pdci anche se fortemente ridimensionato dagli ultimi esiti elettorali sia ancora una forza nazionale viva e presente in tutto il territorio.

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Il Comitato Provinciale dell’ ANPI Forlì-Cesena esprime dolore e cordoglio per la scomparsa di Leo Matteucci, Partigiano della 29 Gap di Forlì e per tanti anni dirigente e Presidente dell’ANPI Provinciale.

Leo Matteucci è stata una esemplare figura di democratico ed antifascista che, instancabilmente, si è impegnato per testimoniare e raccontare la drammatica vicenda storica della Resistenza.

Egli ha concepito il suo impegno civile, politico e sindacale come un servizio alla comunità rivolgendosi soprattutto ai giovani, incontrati a migliaia nelle scuole della nostra Provincia, per trasmettere i valori fondamentali della libertà, della giustizia sociale, della pace.

L’ANPI di Forlì-Cesena nell’esprimere profonda gratitudine a Leo e alla sua famiglia conferma il proprio impegno affinchè il messaggio che egli ci lascia continui ad animare l’attività dell’associazione nella convinzione che ciò rappresenti non solo un doveroso tributo alla memoria ma anche la condizione fondamentale per la costruzione dello stato democratico indicato dalla Costituzione.

Carlo Sarpieri, Presidente ANPI Comitato  Provinciale Forlì – Cesena

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PDCI VII° CONGRESSO STRAORDINARO

“RICOSTRUIRE IL PARTITO COMUNISTA”

-UNIRE LA SINISTRA

-ATTUARE IL PROGRAMMA DELLA COSTITUZIONE

(alla sezione VII° Congresso straordinario) tutti i documenti

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CUFFARO “Scomparsa Don Gallo è un lutto per il Pdci”
Venerdì, 24 Maggio
 Il testo del telegramma inviato del presidente del Pdci alla Comunità San Benedetto al Porto di Genova per la scomparsa di Don Gallo

La scomparsa di Don Andrea Gallo unisce me e tutto il mio partito al vostro lutto. Don Gallo è stato il più sensibile membro della Chiesa Cattolica italiana nell’interpretare nel suo vero significato rivoluzionario il messaggio evangelico e nell’assumerlo come guida della sua vita di prete generoso che lotta per l’uguaglianza, di partigiano eroico che si batte per la libertà e di uomo popolare e colto che ci ha affascinato con la sua semplicità e dedizione agli ultimi.
Resta per sempre nella nostra memoria e nei nostri cuori.

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 Venerdì, 03 Maggio 2013 –
”Ha fatto bene Rodota’ a rifiutare la proposta Sel di presiedere la Convenzione per le riforme costituzionali, perche’ il suo rifiuto mette in luce la natura dell’attacco che si vuole portare alla Carta. Che il Pd pensi ad un progetto del genere con un’impresentabile maggioranza di governo come l’attuale, e’ irresponsabilita’ o ingenuita’ politica,
entrambi imperdonabili”. Lo afferma in una nota l’esponente del Pdci Manuela Palermi. ”Il problema – conclude – non e’ che Berlusconi ne diventi il presidente, perche’ l’intero Pdl al governo e’ al servizio, in tutto e per tutto, di Berlusconi. E il Pd non e’ piu’ in grado di sventarne gli attacchi”.
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GOVERNO: DILIBERTO (PDCI), GOVERNO DI SEGNO CONSERVATORE 
 Sabato, 27 Aprile 2013 – 19:04
“Un governo di segno marcatamente conservatore, frutto di un’inaudita intesa del Partito Democratico con la peggiore destra di Europa nel segno della continuità con le politiche liberiste che hanno portato l’Italia al disastro e i ceti popolari alla fame e con una politica estera con tutta evidenza dettata dai circoli più conservatori degli Stati Uniti d’America. Ci rammarica un epilogo così triste per una forza come il Partito democratico. Vedremo ora in Parlamento quanti voteranno a favore di un Esecutivo che presenta tra gli altri il segretario del Partito di Berlusconi.” Così Oliviero Diliberto del Pdci
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QUIRINALE: DILIBERTO (PDCI), PRECEDENTE INAUDITO, SNATURATA COSTITUZIONE
Sabato, 20 Aprile 2013 – 18:27
“Si è stabilito un precedente inaudito con la rielezione del medesimo Capo dello Stato che di fatto muta la natura della nostra Costituzione. Per giunta quale frutto di un patto tra centrodestra e Pd che rende cupo il quadro politico in vista del prossimo Governo. Prepariamoci ad una dura e ferma opposizione”. Lo afferma Oliviero Diliberto del Pdci.

QUIRINALE: CIOCCA (PDCI), DA SECONDA VOTAZIONE CONVERGE SU RODOTÀ
Dalla seconda votazione Salvatore Ciocca del Pdci, delegato della Regione Molise, che alla prima votazione ha indicato Margherita Hack, voterà per Stefano Rodotà.” Lo rende noto l’ufficio stampa del Pdci.
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   di Fausto Sorini, Comitato centrale PdCI

Per Pierluigi Bersani (candidato premier per il centrosinistra): “Bisogna assolutamente rivedere il nostro impegno per gli F-35, la nostra priorità non sono i caccia ma il lavoro” e quei soldi sono da destinare a scuole e ospedali. Silvio Berlusconi (leader del centrodestra) è stato ancora più esplicito affermando che gli F-35 servirebbero solo come “aerei da turismo…” aggiungendo poi: “Gli impegni sono da mantenersi, ma devo dire che non mi sognerei mai oggi di fare una spesa cosi e anche il fatto di aver votato come Pdl a favore del programma non significa che eravamo d’accordo”. Berlusconi conclude “Io sono sempre stato contrario agli F35 e anche alle portaerei…”.

Infine Beppe Grillo, fondatore e guida del Movimento 5 Stelle: “Per noi l’ipotesi di non comprare i caccia non è neanche una domanda, è come chiedere ‘vuole eliminare la pedofilia?’ E’ una domanda che non esiste, noi vogliamo eliminare gli apparecchi da guerra, perché non vogliamo la guerra, siamo contro, c’è un articolo della Costituzione che va rispettato, non voglio armamenti, come il Costa Rica che non ha un esercito, noi non vogliamo gli F-35, perché la gente non arriva a fine mese”. Grillo conclude con le alternative: “Noi – conclude – vogliamo uscire dal programma F35 per usare queste risorse nell’università, nella ricerca”. Alle dichiarazioni dei tre leader si possono poi aggiungere le posizioni di altri partiti in coalizioni, come il “no” secco ai caccia esplicitato da Nichi Vendola e Sel con l’adesione alla “Agenda Disarmo e Pace” proposta da Rete Disarmo e Tavolo Interventi Civili di Pace.

“Taglia le ali alle armi” auspica che queste parole non siano solo vane promesse elettorali. La quotidiana e continua evidenza di problemi tecnici e dell’esplosione di costi (che incideranno sulle tasche dei contribuenti italiani per decenni) per il caccia F-35, ha forse aperto gli occhi ai maggiori leader politici di questo paese, che ora devono dare una risposta concreta alla stragrande maggioranza dei cittadini, per i quali l’acquisto di questi aerei militari è una follia.

La campagna “Taglia le ali alle armi!” – promossa da Rete Italiana Disarmo, Campagna Sbilanciamoci! e Tavola della Pace – è attiva dal 2009 e chiede di annullare la partecipazione italiana al programma JSF (il più costoso della storia militare) ritenendo che ora la politica possa dare corso concreto (con almeno un atto di stop e ripensamento) alle dichiarazioni della campagna elettorale. Ricordiamo che, per la struttura del programma, è ancora possibile non procedere all’acquisto di nuovi aerei (salvo i tre già comprati) ed arrivare anche a cancellare interamente la partecipazione italiana al caccia F-35. I fondi pubblici così risparmiati sul bilancio statale sia del 2013 che degli anni a venire (budget stimato in oltre 50 miliardi per tutta la vita del progetto, e su cui si sta aprendo un’indagine della Corte dei Conti) potrebbero in alternativa venir destinati al rafforzamento delle politiche sociali, alla scuola, all’università, ai servizi sociali per le famiglie”.  18 marzo 2013

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11 Marzo 2013

Il Comitato Centrale del PdCI riunitosi il 9 e 10 marzo ha analizzato il disastroso risultato di Rivoluzione Civile e del centro-sinistra alle ultime elezioni politiche. E’ stata formalmente avviata la campagna per il tesseramento 2013, ritenendo indispensabile il rilancio del Partito e del ruolo dei comunisti nella società. Il Comitato Centrale, date le dimissioni del Segretario e della Segreteria, ha respinto la proposta che fosse un Coordinamento dei Segretari regionali a gestire la fase transitoria e affida alla Direzione nazionale ( a norma di Statuto) il ruolo di indirizzo politico e organizzativo della fase. Sarà altresì compito della Direzione avviare il processo che porterà in tempi brevi alla convocazione di un Congresso Straordinario, previa convocazione del Comitato Centrale del Partito.
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  Risultati elettorali del febbraio 2013- I seggi in Parlamento con il proporzionale.

Foto: Che dire? con il proporzionale, l'esito elettorale non avrebbe certo aiutato la governabilità, ma la democrazia certamente sì... e poi, siamo sicuri che l'esito elettorale sarebbe stato proprio questo, con il proporzionale? io penso di no...

 

 

 

QUIRINALE: CIOCCA (PDCI), DA SECONDA VOTAZIONE CONVERGE SU RODOTÀ
Giovedì, 18 Aprile 2013 “Dalla seconda votazione Salvatore Ciocca del Pdci, delegato della Regione Molise, che alla prima votazione ha indicato Margherita Hack, voterà per Stefano Rodotà.” Lo rende noto l’ufficio stampa del Pdci.
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 11 Marzo 2013
Il Comitato Centrale del PdCI riunitosi il 9 e 10 marzo ha analizzato il disastroso risultato di Rivoluzione Civile e del centro-sinistra alle ultime elezioni politiche. E’ stata formalmente avviata la campagna per il tesseramento 2013, ritenendo indispensabile il rilancio del Partito e del ruolo dei comunisti nella società. Il Comitato Centrale, date le dimissioni del Segretario e della Segreteria, ha respinto la proposta che fosse un Coordinamento dei Segretari regionali a gestire la fase transitoria e affida alla Direzione nazionale ( a norma di Statuto) il ruolo di indirizzo politico e organizzativo della fase. Sarà altresì compito della Direzione avviare il processo che porterà in tempi brevi alla convocazione di un Congresso Straordinario, previa convocazione del Comitato Centrale del Partito.