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Il Centro sinistra riconquista i comuni di Dovadola e Castrocaro
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CHE SIA L’INIZIO
Forlì, 13 maggio 2012. Eravamo in tanti, giunti nella capitale da tutta Italia per dire no al governo Monti, alla riforma dell’articolo 18, alla crisi fatta pagare ai soliti noti. «Siamo diecimila»; «Siamo trentamila»; «Siamo quarantamila» si scandisce a tappe dal pullman rosso che apre il corteo: boato e applausi. È un mare di bandiere rosse già in piazza della Repubblica (da tanto tempo mancavano), intorno alle due del pomeriggio. Il sole è a picco, il primo caldo estivo picchia, ma l’entusiasmo è proprio quello delle grandi occasioni. D’altra parte si tratta della prima manifestazione nazionale della Federazione della Sinistra. In testa, dietro lo striscione “Gridiamoglielo in piazza – l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, sfilano i leader della Fds: Diliberto, Ferrero, Salvi, Patta. Ci sono anche alcuni esponenti di Sel (Musacchio, Sentinelli, Gianni) e della Fiom (Cremaschi.) Ma la cifra del corteo la fanno loro, i tanti, tantissimi giovani che con allegria e fantasia riempiono prima via Cavour e poi i Fori Imperiali. Cantano, ballano, si divertono a sfottere i “tecnici”, quelli che senza tanti scrupoli li stanno privando del futuro. Cantano Bella Ciao e Bandiera rossa. Indossano magliette rosse: il Che, come sempre, va per la maggiore, ma non mancano falce e martello e stelle gialle, stile “vecchio Pci”.
Ottanta pullman hanno portato a Roma compagni e compagne di tutte le età; enorme lo sforzo delle federazioni e non ne manca nessuna: dall’Emilia-Romagna, dal Piemonte, dalla Toscana, dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia (a loro va un applauso particolare per ricordare a Grillo che invece la mafia uccide eccome). Sfilano l’Unione Inquilini, i palestinesi, famiglie con bambini al seguito, signore avvolte nella bandiera rossa, i lavoratori della Irisbus, i gruppi di acquisto, No Tav e anche il Comitato Peppino Impastato di Monza. Alle quattro il corteo è ancora in marcia, sempre allegro e scanzonato. Alle 16,30 anche la coda entra nella piazza dove si svolge il comizio finale. Volti stanchi e sudati, ma pieni di entusiasmo. Applausi, cori, slogan sottolineano gli interventi dal palco. «Siamo tanti, siamo comunisti». Tutto sembrano fuorché sconfitti. Da ieri qualcosa è cambiato.
La marea di bandiere rosse e la stanchezza del militante.

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“Ad un’analisi più attenta del voto si conferma una sconfitta epocale del centrodestra, un buon risultato del centrosinistra, che si è presentato unito nella stragrande maggioranza dei casi, e un eccellente risultato della Federazione della sinistra, che oltre allo straordinario dato di Palermo ottiene risultati in crescita praticamente ovunque, con una netta affermazione del Pdci a Parma.Risulta evidente che otteniamo buoni risultati quando stiamo in coalizioni credibili, e che qualunque tentazione di isolamento viene sconfitta senza appello nelle urne.” Lo afferma Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, che prosegue: “A sinistra c’è un sostanziale equilibrio tra Federazione della sinistra, Sel e Italia dei valori. Mi auguro che questa consapevolezza possa aiutarci a trovare l’unità di intenti per contrastare le politiche del governo Monti e discutere immediatamente, insieme e quindi più forti, con il Pd il profilo programmatico del dopo Monti. Noi siamo pronti.”
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Sergio Ricaldone racconta la Resistenza ai giovani dell’ANPI
Siccome appartengo ad una specie ormai in via di estinzione, confesso di essere un po’ imbarazzato a rappresentare simbolicamente una storia lontana anni luce dalle versioni con cui viene raccontata oggi da molta letteratura e dalle fiction televisive.
Sono costretto a misurarmi con la potenza di fuoco del grande apparato mediatico che ogni giorno ci bombarda con notizie false e storie inverosimili, ed è una impresa disperata. Proverò comunque, nel tempo disponibile, a riproporvene da testimone qualche passaggio significativo, senza nascondermi dietro ipocriti pentimenti.
Quando nel 1943 decisi di imbracciare il fucile, avevo 18 anni e lo feci richiamandomi ad una parola nella quale credevo e continuo a crederci. Questa parola, per me bellissima, si chiamava comunismo ed è stata per molti di noi il propellente ideale che ha alimentato le nostre scelte di combattere il nazifascismo con la guerra partigiana. Dunque partigiano e comunista ! Due parole oggi impronunciabili. Diventate un’accusa oscena e infamante che ci accomuna a quella coniata dai nazisti in tutta l’Europa occupata: banditi e terroristi. Il che conferma che la storia solitamente la fanno e la vincono i popoli ma poi la scrivono e la raccontano i padroni che comandano.
Allora, tutto il continente, da Capo Nord al Mediterraneo e dal Volga alla Manica giaceva sotto il tallone di ferro dei nazisti. Diventata totale, la guerra non poteva non assumere il carattere di una lotta di liberazione di Stati e di popoli, con sistemi sociali e politici diversi, saldamente coalizzati contro il pericolo mortale rappresentato dal nazifascismo. Perciò una lotta con profonde motivazioni universali, la civiltà contro la barbarie e la libertà contro la schiavitù, che ha coinvolto non solo gli eserciti combattenti ma gli stessi popoli dei paesi aggrediti rendendoli partecipi, con la lotta armata, delle vicende militari che hanno sconvolto l’Europa per cinque lunghissimi anni. Anni di ferro e di fuoco che ci hanno costretto a consumare le nostre giovani vite chi sui campi di battaglia, chi sulle montagne, chi nelle città occupate e chi nei lager nazisti.
Mi permetto qualche libertà di espressione e azzardo perciò, insieme alla mia testimonianza di partigiano, un bilancio. Bilancio di un quasi novantenne che, per ragioni biologiche sta per passare a miglior vita e si domanda – mi domando – se le decisioni prese di combattere, prima con le armi, poi, dopo che cessarono gli spari, con la militanza politica, per dare all’Italia una bellissima Costituzione, ne sia valsa veramente la pena.
La domanda non è retorica poiché oggi ho l’impressione di essere imbarcato, come tutti voi, su un Titanic chiamato pomposamente Europa che sta affondando, e mi domando a cosa siano serviti decenni di lotte del movimento operaio italiano. Mi domando come, quando e perché le grandi conquiste sociali e politiche , costate lacrime e sangue, siano state spazzate via. E quanto sia difficile mantenere in vita gli stessi ideali in cui crediamo.
Resistenza, Antifascismo, Costituzione sono le fondamenta su cui vorremmo edificare il futuro. Ma la destra è al potere in tutta Europa e, pur nelle sue differenze, nega e sopprime i valori sociali e democratici della nostra cultura resistenziale.
Per il modo come viene raccontata oggi nelle celebrazioni ufficiali, in certi libri e fiction televisive, la Resistenza appare, nel migliore dei casi, come un corpo morto al quale sono stati espiantati, uno dopo l’altro e buttati in discarica, gli organi vitali.
Tra i diversi soggetti politici che l’hanno combattuta credo però sia giusto ricordare in questa occasione quella che ne è stata la spina dorsale e la sua forza motrice, ossia il movimento operaio. Senza quel movimento, alimentato da grandi ideali rivoluzionari, non ci sarebbe stata Resistenza e guerra partigiana.
Dalla valle di Susa alle montagne del Friuli gli operai sono stati la componente più importante e cosciente della guerra partigiana e delle iniziative di sostegno che si sono svolte nei quartieri popolari e nelle fabbriche. Anche chi vi parla si è formato politicamente e militarmente a quella scuola. Si chiamava officina ed era un po’ diversa dalle catene di montaggio robotizzate di oggi. Un complesso di macchine utensili e banchi di montaggio su cui operai giovani e anziani lavorando fianco a fianco, parlando e raccontando le loro storie, hanno preso coscienza dei loro diritti calpestati e della loro forza, si sono organizzati ed hanno lottato, prima con gli scioperi poi con le armi contro il tiranno. Mettendo in gioco la propria vita. Ci mancava ovviamente la preparazione culturale dei giovani di oggi ma sovente, senza che neppure ce ne accorgiamo, le cose accadono da sole. Sembrano fatalità, coincidenze, ma sono in realtà vibrazioni, impulsi, trasmessi dal mondo reale che ci circonda, che si mettono in moto e che poi si riuniscono e formano un unico, razionale pensiero che ci guida nelle grandi scelte che la vita ci impone di compiere. Si chiamava e si chiama tuttora ideologia. Ed era la nostra ideologia, quella proletaria, che ha sorretto per un secolo le grandi lotte sociali e politiche del movimento operaio, le grandi rivoluzioni, i movimenti di liberazione dei popoli oppressi.
Ed è grazie a quell’ideologia, sprigionata dalla rivoluzione d’Ottobre, che le sterminate periferie industriali di quel tempo sono diventate l’epicentro dei grandi eventi storici di cui stiamo parlando. Quella è stata la nostra scuola e il nostro primo campo di battaglia.
Lo dobbiamo a giganti del pensiero come A. Gramsci, che hanno saputo formare uomini d’acciaio, come mio padre, che da modesto tranviere comunista ha saputo reggere, senza battere ciglio, due condanne del Tribunale Speciale a complessivi 18 anni di carcere, per diventare poi uno dei capi della Resistenza a Milano.
Spero che venga compreso lo stato d’animo di profonda amarezza di fronte ai ripetuti tentativi di falsare e capovolgere il senso delle scelte da noi compiute a quel tempo.
Persino le date più significative sono oggetto dei ripetuti tentativi di rimozione storica, fino a proporci di cancellare come giorno di festa il nostro 25 aprile.
Anche il giorno cruciale che celebra la fine della guerra, l’8 maggio 1945, e abbraccia in un’unica grande dimensione internazionale il sacrificio di tutti i popoli europei, dal Volga alla Manica, nonché i 56 milioni di morti pagati per porre fine a quella follia, è finito nell’oblio più assoluto.
La stessa scelta del 27 gennaio 1945 quale “giorno della memoria”, che mira a fare dell’olocausto del popolo ebraico l’evento centrale del conflitto, non è una scelta casuale e innocente ma concorre in qualche modo a stemperare, a scolorire e ridurre la reale dimensione europea e mondiale di quella immane tragedia che è stata la seconda guerra mondiale.
Non c’è alcun dubbio che Auschwitz, liberato appunto il 27 gennaio, sia un monumento esemplare alla barbarie del nazismo e il celebrarne la liberazione rappresenta un doveroso omaggio e una sorta di palingenesi del popolo ebraico. Però attenzione ! Un corretto ricordo dovrebbe almeno accomunare i liberati di quel campo con i liberatori e raccontare senza reticenze quel che accadde prima quel 27 di gennaio 1945, quando due soldati dell’Armata Rossa si avvicinano di buon mattino alla barriera di filo spinato che circonda il campo di Auschwitz. Aprono il cancello, entrano e si trovano davanti l’ennesimo spettacolo simile e agghiacciante come quelli già visti durante la loro lunga marcia nei territori liberati.
Le immagini di Auschwitz le abbiamo viste, riviste e condannate negli ultimi decenni e continueremo a farlo nei prossimi anni, ma sono solo un parte del pesante bilancio di vite umane pagate dai soldati che liberarono quel campo, bilancio che supera di quattro volte i sei milioni di vittime dell’olocausto ebraico.
Quei due soldati che ho ricordato appartenevano al gruppo di armate del primo fronte ucraino comandate dal maresciallo Koniev. Avevano fatto molta strada prima di arrivare in quel piccolo villaggio polacco, davanti a quel filo spinato. Erano partiti da Stalingrado un anno prima, dopo che (come ha raccontato Pablo Neruda nel suo Canto generale) il sangue di più di un milione di giovani sovietici aveva colorato di rosso le acque del Volga e le rovine della città, prima di poter annientare la sesta armata nazista di Von Paulus e capovolgere le sorti del secondo conflitto mondiale.
Poi, quegli stessi soldati, hanno dovuto camminare per quasi tremila chilometri, combattendo e vincendo contro i panzer di Hitler le più feroci battaglie di tutta la guerra europea, lasciando sul terreno ancora milioni di morti prima di liberare la Polonia e di arrivare davanti a quel famoso cancello. E molta strada dovettero ancora compiere prima di poter schiacciare la belva hitleriana nel bunker di Berlino.
Tutta la lunga marcia di quei soldati è punteggiata da centinaia di altri spettacoli agghiaccianti allestiti dai killers con la svastica, compiuti senza la razionale perfezione industriale dei forni crematori e delle camere a gas di Auschwitz ma con mezzi più spicci e artigianali come il colpo alla nuca. Migliaia le fosse comuni, con milioni di corpi sepolti, segnano la ritirata nazista dai territori invasi dell’Ucraina e della Bielorussia. Sotto quei cumuli di terra sono stati sepolti i corpi massacrati di vecchi, donne, bambini, prigionieri di guerra, commissari politici, partigiani operanti alle spalle del nemico. La loro colpa quella di essere, oltre che ebrei, anche comunisti o più semplicemente russi che amavano il loro paese. Dunque, “untermenschen”, ovvero razze inferiori, sottouomini che bisognava sterminare.
Da vecchio partigiano devo molto a quelle “razze inferiori”. La nostra idea di resistenza è infatti germogliata durante gli scioperi di marzo, nel 1943, a Milano, Torino e Genova, non a caso due mesi dopo la fine della battaglia di Stalingrado e si è concretizzata dopo l’8 settembre quando l’Armata Rossa stava già dilagando verso ovest.
Come tutte le guerre anche quella combattuta nelle nostre città occupate dai nazifascisti non è stata un pranzo di gala ma una guerra spietata, una pratica di lotta estrema che dovevi imparare presto e bene. Sei solo e circondato da un nemico che non fa prigionieri. La pistola e l’esplosivo, gli agguati e gli attentati erano i mezzi con cui combattere l’invasore che occupava le città con la potenza soverchiante dei suoi panzer, la ferocia delle SS e dei brigatisti neri al loro servizio. Sai che sotto quelle divise ci sono belve feroci che hanno torturato, impiccato i tuoi compagni di lotta, hanno incendiato e raso al suolo villaggi, massacrato donne, vecchi e bambini senza alcuna pietà. Sai che se cadrai nelle loro mani non avrai scampo. Quella ferocia l’abbiamo subita quando siamo caduti nelle mani dei torturatori neri e della Gestapo e poi inviati incontro alla morte nei campi di sterminio.
Da fatti realmente vissuti e raccontati dai testimoni oculari, ormai in via di sparizione, Resistenza e antifascismo si stanno trasformando, come è giusto che sia, in cultura storica, e perciò percepiti oggi dal senso comune in una dimensione diversa. Ma anche esposti al rischio di pessime riduzioni celebrative. E questo toglie valenza anche all’entità geopolitica complessiva di un fenomeno che è stato soprattutto europeo ed ha riguardato i popoli dell’Europa intera. Quella di allora beninteso non quella di oggi, ossia quella delle banche che riduce molti di voi a dei senza lavoro, precari o disoccupati per tutta la vostra vita futura.
E’ un ciclo involutivo che sta entrando in una fase molto preoccupante. Non è più solo revisionismo ma si chiama più realisticamente negazionismo. Ed è la fase terminale di un lungo processo di distruzione della memoria storica che accompagna analoga distruzione delle nostre conquiste sociali e politiche.
La liberazione dall’invasore diventa guerra civile, la risposta armata dell’aggredito all’aggressore diventa terrorismo, i partigiani sono canaglie, ladri, assassini, stupratori, si chiede uguale rispetto per i morti, siano vittime o carnefici. L’aveva intuito Jean Cocteau quando ha scritto che la storia sono fatti che finiscono per diventare leggende e le leggende sono bugie che finiscono per diventare storia.
Ricordo, per inciso, di avere parlato dell’argomento nel 1966, con Gillo Pontecorvo, (vecchio compagno di lotta partigiana), all’uscita del suo film, “La battaglia di Algeri”, quando ad una mia domanda mi rispose che, tra le tante ragioni che lo avevano spinto a raccontare la resistenza del popolo algerino, aveva il fondato timore che, prima o poi, tutte le guerre di liberazione, inclusa quella che avevamo combattuto insieme, sarebbero state catalogate come terrorismo, criminalizzate e poi dimenticate. Parole profetiche.
Ricordo che mentre migliaia di gaglioffi nazifascisti sono stati sottratti alla giustizia e poi arruolati nella Cia, nella Nato e nella Gladio, persino un resistente come Nelson Mandela è stato tenuto iscritto per molti anni ancora nel registro dei terroristi tenuto dalla Cia persino quando è diventato Presidente del Sudafrica.
L’ondata diffamatoria e negazionista ha investito altri movimenti di liberazione in l’Algeria, Vietnam, Cuba, l’intera Africa australe e mezza America latina. Che poi per fortuna hanno vinto ! Ma ora alimenta, purtroppo, anche i movimenti neonazisti che stanno formandosi e dilagando in molti paesi dell’Unione europea.
Sono decenni che la cosiddetta cultura europeista ci presenta il vecchio continente come una grande casa comune, un giardino fiorito di nazioni democratiche e pacifiche, rispettose le une della altre, dalle cui culture sarebbero stati sradicati una volta per tutte i fantasmi dei 4 cavalieri dell’Apocalisse che hanno funestato il 20° secolo : il nazifascismo, l’antisemitismo, la fame, la guerra.
Il guaio è che ciò che rimane dell’illusorio progetto di Unione Europea è l’immane disastro che stiamo vivendo e pagando. Abbiamo una magnifica Costituzione repubblicana ma subiamo, senza via di scampo (come tutti i paesi dell’Unione Europea) il potere delle banche, centrali e non. La destra, intesa come braccio secolare del capitale finanziario (e madre prolifica dei movimenti neo nazisti) è al potere in tutta Europa. Nei paesi baltici “liberati dal comunismo sovietico” e ammessi a pieno titolo nell’Unione europea, riappaiono i monumenti alle SS, si celebra l’invasione hitleriana e si occulta persino il massacro di decine di migliaia di ebrei.
I 4 cavalieri dell’Apocalisse rispuntano e dilagano. Ci ritroviamo a fare i conti con il nazifascismo, l’antisemitismo e la povertà ma anche con la guerra. Anche se per ora le bombe ci limitiamo a scaricarle su Tripoli in nome di una democrazia diventata merce di esportazione. Dunque attenzione ! Le ambizioni di dominio planetario dell’imperialismo sono ancora ben presenti. I bilanci militari sono in crescita e prima o poi un nemico contro cui usarle queste armi, la Nato e il Pentagono lo troveranno e vi offriranno un’occupazione mettendovi in mano un fucile. Le prossime tappe delle future guerre sono Damasco e quasi sicuramente Teheran.
Sta a voi rifiutare questa prospettiva. Il ricordo della Resistenza per essere autentico non può essere celebrativo ma impegno sociale e politico nel presente. Non abbassate la guardia e difendete il vostro diritto a un futuro di lavoro sicuro e pacifico. I veri nemici non sono i popoli di altri continenti ma i banchieri e i padroni “modello Marchionne” e i loro governi che parlano la nostra lingua ma negano i vostri diritti, la vostra dignità e vi vogliono servili e ubbidienti. La vostra ultima trincea democratica è la Costituzione della Repubblica così come è stata scritta col sangue di 48 mila partigiani caduti perché l’Italia garantisse il futuro delle giovani generazioni.
“Le parole di Susanna Camusso sullo sciopero generale son estremamente importanti”. Lo afferma Oliviero Diliberto, segretario nazionale del Pdci, che prosegue: “Il carattere antipopolare delle misure del governo si palesa ogni giorno di più, e ogni giorno c’è qualche nuovo dato, dai giovani disoccupati, a chi addirittura smette di cercare lavoro, che conferma che l’austerità non fa che aggravare la situazione e portarci ad uno scenario greco. Il 12 maggio” conclude Diliberto “saremo in piazza proprio per dire chiaramente che queste politiche sono miopi e prive di prospettive”.___________________________________________________________
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È infatti evidente che il governo Monti – come si vede anche nell’ultima vicenda dell’articolo 18 – sta aggravando la crisi con politiche recessive e nel contempo scarica sulla parte più debole della popolazione i costi della crisi. Gravissimo, in particolare dopo la controriforma sulle pensioni, è l’ultimo attacco all’articolo 18 che si configura, di fatto, come una vera e propria libertà di licenziamento che renderà precario ogni lavoratore italiano. Un attacco ai diritti e alle condizioni dei lavoratori che non era riuscito nemmeno al governo Berlusconi. Contro questo governo che sta violando l’articolo 1 della Costituzione, negando il principio secondo cui «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», occorre costruire una vasta opposizione di sinistra: noi mettiamo a disposizione di questo obiettivo la manifestazione del 12 maggio».
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Articolo 18 cancellato. Continueremo raccolta firme contro manomissione Monti”
“Le parole di Monti (“reintegro solo per fattispecie estreme e improbabili”) spiegano benissimo che l’articolo 18 non c’è più. Quella che arriverà in parlamento sarà una norma per rendere facili i licenziamenti. Noi della Federazione della Sinistra non ci stiamo”. A dichiararlo è Manuela Palermi, segreteria nazionale Pdci-Federazione della Sinistra. “Abbiamo raccolto migliaia e migliaia di firme per la
tutela dell’articolo 18 e continueremo a farlo per tutto il tempo che ci sarà il dibattito parlamentare. Vogliamo vederli in faccia quei parlamentari che votano SI ad un simile obbrobrio”.
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“Quando si tratta di lavoratori, il governo Monti va avanti con l’accetta”. E’ quanto dichiara Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Federazione della Sinistra. “Molta prudenza con le lobby, tagli su tagli prima alle pensioni e ora agli ammortizzatori sociali. La proposta del ministro Fornero è inaccettabile. Riduce la
Intervista a Oliviero Diliberto.”I Neocon hanno fallito, ora è tempo di Neocom”
Il segretario del Pdci-Fds ad Articolotre parla di crisi greca e situazione politica italiana:”sono vicino al popolo ellenico, stanno pagando per misure inique e inefficaci”. E sulle schermaglie di casa nostra: “basta con i giochini, unità tra chi sta a sinistra del Pd”.
-Redazione- 15 febbraio 2012-Sono giorni di tensione quelli che stiamo vivendo, con la situazione greca in primo piano, e l’Italia sullo sfondo, mentre crescono le voci critiche verso i diktat dell’Europa e le misure di austerity generalizzate. Articolotre.com ha intervistato Oliviero Diliberto, segretario del Pdci-Fds, per conoscere il suo pensiero sulle prospettive della sinistra in Italia e nel mondo.
Diliberto, ieri sera l’abbiamo rivista dopo alcuni anni ospite a Ballarò. In Spagna Izquierda Unida è cresciuta significativamente alle ultime elezioni e, nel frattempo, in Grecia la sinistra è accreditata di un buon consenso. Cosa sta succedendo ai comunisti?
Siamo di fronte ad una crisi che sta mettendo in luce tutte le contraddizioni irrisolvibili del capitalismo. Idee come il ruolo dello Stato in economia e la trasformazione del sistema di sviluppo stanno tornando di grande attualità. Nel 1991 sembravamo noi fuori dalla storia, oggi lo è chi difende a spada tratta il neoliberismo.
Lei inizialmente aveva detto di attendere prima di crocifiggere il governo Monti. Ha cambiato idea adesso?
Ho semplicemente detto che una condanna preventiva e unicamente pregiudiziale sarebbe stata incomprensibile al nostro popolo, che usciva da 20 anni di berlusconismo. Non cogliere l’elemento liberatorio della caduta di Berlusconi sarebbe stato profondamente sbagliato. Tuttavia, oggi appare chiaro: siamo passati dal regime grottesco e osceno di Berlusconi al regime tecnocratico, certamente molto più presentabile nelle forme, che sta facendo pagare la crisi unicamente ai ceti popolari.
Il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro pare fossilizzato sull’art.18. Voi avete detto che non ci state alla cancellazione, ma lo sa che ci sono milioni di giovani che non sanno nemmeno cosa sia?
Chi vuole l’abolizione dell’articolo 18 deve avere il coraggio di dire che è d’accordo con i licenziamenti discriminatori. Sui giovani è il paradigma su cui si fonda l’azione del governo Monti e in particolare del Ministro Fornero che è da respingere. Non c’è nessuna contrapposizione vecchi-giovani o lavoratori garantiti-non garantiti. C’è, semmai, una generazione che è stata privata del diritto al futuro a causa di 20 anni di neoliberismo.
Recentemente Bersani ha detto di non puntare a una grossa coalizione per il 2013. Voi pensate che ci siano margini di dialogo con i democratici nonostante il loro appoggio al governo?
Noi non ci rassegniamo all’idea consegnare il Pd integralmente nelle mani del Terzo Polo. Io, nonostante tutto, mi auguro che nel Partito di Bersani prevalga chi predilige un’opzione di centrosinistra classico.
Lei ha parlato di unità con Di Pietro e Vendola, ma il governatore pugliese ha già risposto picche. L’elettorato di Tonino è di sinistra? Lo è di più di quello di Grillo?
E’ ora di smetterla con i giochini tra di noi: io lavoro per unire tutta la sinistra politica e sociale a sinistra del Pd. Staremmo parlando di una forza a due cifre, con un potere contrattuale, anche nei confronti del Pd, enorme. Ho letto con grande attenzione la proposta di Di Pietro di una lista Fds-Sel-Idv e sindaci. Dico subito che anche noi lavoriamo in questa direzione. A Nichi dico che la nostra non è una proposta di opposizione, semmai di governo secondo le nostre priorità, di cui sarei felice di discutere con lui. Quanto a Grillo, mi interessa molto il suo elettorato, molto meno lui.
Passiamo alla Grecia. Là i comunisti, contrari all’accordo, avrebbero preferito il default al diktat della troika. Lei che ne pensa?
Ho grande rispetto per i comunisti in tutto il mondo, e quindi anche per i greci. E voglio esprimere la massima vicinanza e solidarietà al popolo greco. Le misure che il Parlamento greco ha votato non sono solo inique, sono anche sbagliate e inefficaci. Voglio dire chiaramente, però, che il default non è mai auspicabile, se non altro perché i primi a farne le spese sono i ceti deboli.
Come si evita di entrare nella spirale che ha soffocato gli ellenici? Quali le proposte della Fds?
Nell’immediato, la Bce dovrebbe fungere da prestatore di ultima istanza. Su questo paghiamo l’errore di aver costruito solo la dimensione finanziaria e bancaria dell’Europa e non quella politica. Poi andrebbe introdotta subito una imposta patrimoniale, e dovremmo rinunciare all’acquisto dei 131 caccia bombardieri e destinare quei soldi, 20 miliardi, ai saperi e ai precari. Come vede proposte di governo, non di testimonianza.
Sono passati 20 anni dalla fine del comunismo reale. Sabato ha incontrato la leader degli studenti cileni, la comunista Camila Vallejo, in vista in Italia. Si aprono nuove prospettive in questo XXI secolo?
L’energia di Camila, Karol e Jorge, alla testa di un grande movimento di massa in Cile, con una pressione mediatica enorme, è straordinaria. Come nel ’73 abbiamo costruito un legame solido tra comunisti italiani e cileni. Dobbiamo dirci la verità: nonostante le grandi speranze che hanno suscitato, sono fallite le esperienze che hanno pensato di affidarsi al solo Stato o, simmetricamente, al solo mercato. L’era dei conservatori, aperta da Tatcher e Reagan, proseguita in apertura di secolo con i “neocon” come Bush jr. ed ora con le destre europee, si sta concludendo drammaticamente. Se mi consente una battuta, proprio perché vedo una crescente critica al capitalismo da diverse parti, mi auguro che i prossimi decenni possano essere quelli dei “neocom”: di una nuova stagione del pubblico.
di Oliviero Diliberto | 13 febbraio 2012
La tragedia greca, la follia militare e la sinistra
“Il governo, nonostante le denunce dei giorni scorsi, acquista i primi tre cacciabombardieri F-35, sperperando 240milioni di dollari, soldi sottratti a fronteggiare la crisi economica e destinati ad acquisti di vere e proprie armi, perché di questo si tratta”.“L’acquisto – afferma Diliberto – dimostra che il governo Monti continua a seguire strade e logiche del tutto vecchie e stantie, odiose e immorali, perché da una parte impone tagli e sacrifici agli italiani, lavoratori, stabili e precari, e pensionati in primis, e da un’altra fa acquisti di cose inutili e dannose, attrezzando il nostro Paese solo di irrazionale paura guerrafondaia”.
“Chiediamo – afferma Diliberto – a chi sta in Parlamento e non di bloccare questa spesa scellerata, che è un vero e proprio schiaffo in faccia a chi non ce la fa nemmeno ad arrivare alla terza settimana del mese. Quante pensioni e quanti salari – conclude Diliberto – potrebbero essere erogati trasferendo questo capitolato di spesa? Bisogna impedire che questa spesa inutile vada in porto, in nome dell’onestà intellettuale e del rispetto sociale che, soprattutto in casi di grave crisi economica come quella che stiamo vivendo, viene prima
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di Vincenzo Calò *
Parte la campagna “Tesseramento 2012”. Il Congresso di Rimini ci ha consegnato un Partito in salute e coeso; ci ha ridato fiducia e speranza, se pure molti di noi non si erano mai arresi e mai si arrenderanno alle dinamiche, oserei dire alla deriva, di questa società. Al nostro fianco, a sostenere la nostra causa: i Partigiani; la parte migliore dell’intellettualità italiana; gli studenti, che sempre più numerosi alle nostre manifestazioni chiedono le nostre bandiere, per tenerle alte orgogliosamente, sempre più alte; i lavoratori e le lavoratrici che non si offrono all’inganno e al compromesso, i disoccupati, i precari, i licenziati della FIAT e delle altre grandi imprese che non si vedono più difesi in Parlamento; quella parte del mondo sindacale che come noi non si arrende; i migranti, gli indifesi del mondo, che vedono esserci un altro modello di società, che va perseguito sull’esempio della stoica resistenza di Cuba, dell’esponenziale sviluppo della Cina, quindi dei paesi del BRICS e del segnale che ci danno i paesi dell’America Latina, che oggi un altro mondo sia davvero possibile e lo sfruttamento dei popoli attraverso l’uso della guerra non valga più quale fatto plausibile. Una menzione a parte poi, meritano i nostri militanti, quelli sui territori e nei luoghi di lavoro e di studio, che si sono raccolti tra di loro e insieme al partito nazionale nel momento più delicato della nostra storia, che in taluni casi si sono moltiplicati in seguito all’apertura di nuove sezioni soprattutto nei luoghi di lavori e di studio, nei luoghi tradizionali del conflitto per i comunisti. Compagne e compagni che hanno sacrificato, ognuno di loro, qualcosa della propria vita per continuare a combattere quella battaglia che è per gli altri piuttosto che per loro stessi, orgogliosi delle proprie idee, della propria appartenenza, compagne e compagni che vogliono continuare a resistere, che vogliono continuare a crederci. Il nostro Partito insomma ha dimostrato di potercela fare e di essere ancora utile per milioni di lavoratori e di lavoratrici, per i pensionati come per i giovani, per gli studenti e gli intellettuali come per gli operai. Un Partito, il nostro, che sta con la parte buona del Paese. Un Partito che sa e vuole parteggiare per la Costituzione repubblicana, nata dalla resistenza. Un Partito che ha dimostrato di credere nell’Italia e nella capacità degli Italiani. Un Partito che non merita di stare fuori dalle istituzioni nazionali. Per fare tutto questo serve essere organizzati, continuare ad esserlo, avere le idee chiare e tenere la barra diritta. Certo, va colto con favore il segnale della conclusione anticipata del governo Berlusconi, ma la strada da imboccare non era certo quella del governo Monti. La manovra finanziaria non è, come poteva e doveva essere per risollevare l’economia, votata poi troppo a cuor leggero dalle due principali forze politiche del Paese, delle quali almeno una avrebbe potuto certo farne a meno. Una manovra fortemente penalizzante per le classi meno abbienti, che non garantisce equità, né tantomeno crescita. Bisognava invertire la logica alla base della manovra, pensare un’idea diversa di società, cominciando da una lotta seria all’evasione fiscale, favorendo la redistribuzione del reddito. Così non è stato. Censurabile è poi l’attacco alle pensioni, ai pensionati, ed il tentativo mai sopito di mettere in discussione l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Noi ci siamo opposti, sempre ci opporremo alla negazione dei diritti del lavoro, dei lavoratori. Alla luce di tutto questo è forse inutile ribadire l’importanza del tesseramento in una fase estremamente delicata del nostro Partito e in vista dei prossimi, importanti appuntamenti politici ed elettorali, purtuttavia la buona fase che stiamo attraversando ci legittima a rilanciare fortemente sul proselitismo. Ciò va fatto nei modi più consoni e impegnandosi con le feste del tesseramento, le quali ci permetteranno di raggiungere i vecchi iscritti e al tempo stesso valgono quale strumento di diffusione delle nostre posizioni politiche, quindi di recupero di nuove adesioni, per continuare ad essere utili a coloro i quali anche hanno cominciato a rimpiangere i comunisti e sentire la loro assenza nelle istituzioni, a coloro i quali non si sono arresi e non si arrenderanno ad un sistema che è giusto contrastare col mezzo privilegiato della democrazia: i Partiti, il Partito dei Comunisti Italiani in questo caso. responsabile Tesseramento |
_____Reggio Emilia, 7 gennaio 2012 – Il Presidente Monti alla festa del “Primo Tricolore”
Due piazze:
- quella di facciata, piazza Prampolini, dove viene innalzato il Tricolore;
- quella di protesta, piazza Martiri del 7 luglio, dove la Federazione della Sinistra
innalza la bandiera Tedesca in segno di protesta ad una Finanziaria ingiusta e voluta dalla Germania.
Lo slogan della manifestazione “faccia PULITA per Europa“, “finanziaria SPORCA per l’Italia“.
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Bologna 26 novembre, Associazione Marx XXI
(Facoltà di giurisprudenza)
Convegno sulla Costituzione
(prima parte):
Ingroia parla di Dell’Utri, strage di via D’Amelio, perchè è un partigiano della Costituzone, e su Spatuzza.
http://www.libera.tv/videos/1919/intervistaingroia-e-licandro.html
(seconda parte):
Ingroia risponde alla domada se scenderà in politica
http://www.libera.tv/videos/1918/intervista-ingroia-e-licandro.html







