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Il sito PdCI/PCdI  si è trasformato in sito PCI.
Tutte le pagine presenti rimarranno a testimonianza del
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Chi non lavora-non mangia!” – questo principio fu proclamato da Buddha e dall’Apostolo Paolo, i primi coloni dell’America e Karl Marx, ma solo la Rivoluzione, la conquista del potere da parte del popolo lavoratore, realizzò questo principio.

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Intervista di Mauro Alboresi su Reds

12 dicembre 2017

di Uffico Stampa. Riprendiamo da REDS, rivista della Sinistra sindacale della Filcams CGIL, un’intervista di Andrea Montagni al Segretario Mauro Alboresi

Viviamo in un momento di crisi profonda della politica anche a sinistra. I lavoratori sono disincantati e disillusi, anche nel quadro attivo sindacale. E diffidano. La crisi della sinistra è oggettiva. Sulle ragioni se ne discute da tempo. Dopo la caduta del Muro e il proporsi del capitalismo come trionfante, si è assistito ad uno snaturamento progressivo, in tanta parte del mondo, segnatamente in Europa ed in Italia. La sinistra è stata sempre più permeata dal punto di vista “altro”, dalla cultura liberista imperante; ha finito con l’assumere la logica della neutralità dei problemi, delle compatibilità, e quindi della obbligatorietà delle scelte, delle riforme condivise (emblematico l’approdo ai cosiddetti governi tecnici, alle grandi coalizioni, etc.). La sua crisi è insieme causa ed effetto dell’affermarsi di questo capitalismo, che registra la sua affermazione più importante nel senso comune, di massa, circa la vita, improntata al pensiero unico. Ciò spiega il progressivo allontanamento della sinistra dalla sua ragion d’essere, ossia dalla rappresentanza del lavoro, dalla sua tutela e valorizzazione, e la caduta del suo appeal. E’ un processo che ha investito anche tanta parte del mondo sindacale, mettendone in crisi rappresentanza e rappresentatività. Che i lavoratori, a fronte del conseguente precipitare della loro condizione materiale, esprimano disincanto, diffidenza, e purtroppo per tanta parte rassegnazione, è quindi comprensibile, largamente motivato. La sinistra deve ritornare ad essere tale, riconnettersi con il mondo del lavoro, ridare voce e speranza alle sue istanze.

La CGIL propone l’estensione erga omnes dei contratti per legge, altri sono per il salario minimo di legge. Si assiste da tempo al tentativo di svuotare di senso, ruolo, funzione, il CCNL. Il quadro legislativo e normativo affermatosi dice tanto al riguardo. Questo è potuto accadere anche con la disponibilità di tanta parte del mondo sindacale, propensa ad intervenire più sugli effetti dei processi che sulle cause. L’obbiettivo più o meno dichiarato delle imprese è quello di un rapporto diretto, non mediato, con il lavoratore, un rapporto giocoforza iniquo, ed il CCNL rappresenta un ostacolo. Deve invece ritornare a svolgere la funzione che gli è propria; è pienamente condivisibile la sottolineatura circa il valore erga omnes da attribuirgli. Non ci convince la proposta che da più parti viene avanzata, anche sulla base di esperienze vigenti in altri paesi, di un salario minimo per legge. Il rischio è quello di un allineamento al ribasso delle condizioni date, di una ulteriore messa in discussione dello stesso CCNL

Sei stato da operaio e formatore sindacale e da dirigente della Funzione Pubblica e confederale di Bologna e dell’Emilia un militante e dirigente della CGIL. Quale è l’opinione del Partito sulla Carta dei diritti della CGIL? Guardiamo con grande attenzione alla proposta di legge della CGIL per garantire diritti al mondo del lavoro nelle sue molteplici articolazioni. Si tratta di una proposta importante, ancorché con qualche limite (penso, ad esempio, all’insufficienza di quanto attiene al mondo cooperativo, in particolare al trattamento riferito alla figura del socio lavoratore). Auspichiamo che nella prossima legislatura essa venga posta all’attenzione dell’aula e possa affermarsi. Va da sé che perché ciò accada, occorre un profondo cambiamento dei rapporti di forza vigenti.

Oggi in Italia si lavora 24 ore su 24 in tutta la rete distributiva. E’ un risultato delle “lenzuolate” dei governi di centrosinistra e tecnici. Precarietà, deregolazione degli orari: una miscela esplosiva… La regressione della condizione lavorativa è sotto gli occhi di tutti. La precarietà del rapporto di lavoro sempre più diffusa porta con sé la drammaticità dell’incertezza circa la vita, il futuro per una intera generazione. All’insegna della centralità del mercato, dell’impresa, del profitto si rivivono condizioni di sfruttamento che rinviano ad altre epoche, che rendono possibile parlare di nuove forme di schiavismo. Non a caso. E’ il prodotto delle politiche affermatesi nel tempo all’insegna del liberismo, alle quali è giusto riferire per tanta parte anche le cosiddette “lenzuolate di Bersani”, le scelte dei governi che si sono succeduti alla guida del Paese, ivi compresi quelli di centrosinistra. Quando si parla di regressione della condizione lavorativa è evidente il filo che lega il pacchetto Treu, la Legge 30, i provvedimenti Monti- Fornero, il jobs act: diverse facce della stessa medaglia.

Nel sindacato soffriamo la mancanza di un riferimento politico della nostra azione quotidiana. Manca una sponda politica e parlamentare che si faccia carico delle rivendicazioni del lavoro; manca una proposta di sinistra per affrontare la crisi. Per uscire dalla crisi serve rompere con la cultura politica dominante, con i vincoli imposti da un’Europa essenzialmente finanziaria, assai poco economica, per nulla sociale; serve affermare la parola d’ordine più stato e meno mercato. Il PCI ha presentato da tempo un programma, credibile, fattibile. Ci dicono spesso che mancano le risorse, sappiamo che non è vero: le risorse ci sono, la scelta è quindi politica. Oggi il mondo del lavoro e le organizzazioni sindacali che si propongono di rappresentarlo si misurano con l’assenza della rappresentanza politica, di un soggetto capace di raccoglierne e rappresentarne le istanze nella società, nei luoghi deputati a darvi risposta (basta guardare alla composizione del parlamento per avere la conferma dello scarto esistente al riguardo). I tanti conflitti che pure si manifestano finiscono con l’essere oscurati, privi del necessario respiro. Rimettere in campo una soggettività politica che assuma il lavoro come riferimento, che si proponga di dare voce alle tante ed ai tanti che vivono una situazione inaccettabile, prima ancora che insostenibile, è quindi una esigenza.

SULLA NOTA GOVERNATIVA DELLA REPUBBLICA POPOLARE DEMOCRATICA DI COREA

 

di Fosco Giannini, responsabile Dipartimento Esteri PCI

Il PCI tenta di leggere e comprendere le contraddizioni internazionali attraverso la propria griglia di lettura, di carattere antimperialista. È per questo che non cediamo di fronte alle infinite e profonde manipolazioni e mistificazioni dei mass-media occidentali, eterodiretti dai centri di poteri imperialisti.

Così è anche in relazione alla cosiddetta “crisi coreana”, che gli USA e tutti i media occidentali e capitalistici risolvono attraverso la totale demonizzazione della Corea del Nord e dei suoi gruppi dirigenti e l’altrettanto totale assoluzione e auto-assoluzione di sé stessi, ad iniziare, naturalmente, dall’auto assoluzione dell’imperialismo USA.

 

Sappiamo che non è così; sappiamo cosa è stata la guerra degli USA contro la Corea, nei primi anni ’50, in funzione anti sovietica e volta a gettare le basi per la Guerra Fredda e conosciamo il disegno di dominio militare che gli USA e la NATO hanno sempre dispiegato, e ora dispiegano con ancora più forza militare, in quell’area del mondo, non solo contro la Corea del Nord ma, strategicamente, contro la Russia e la Cina.

Il riarmo del Giappone sostenuto dagli USA; il raddoppio della flotta militare USA nei mari del Sud della Cina e nei porti  delle Filippine; lo scudo stellare USA in preparazione nella Corea del Sud; le frenetiche e sempre più temporalmente ravvicinate  esercitazioni militari/nucleari USA-Corea del Sud ai confini con la Corea del Nord; l’installazione di basi NATO sia in Ucraina che in Afghanistan ( motivo dei due interventi militari condotti dagli USA e dalla NATO); la tranquilla accettazione, da parte degli USA e dell’occidente, del riarmo militare nucleare di paesi come il Pakistan, che, a differenza della Corea del Nord, non è né minacciato né demonizzato;  attraverso tutto ciò si materializza drammaticamente la minaccia di guerra – anche nucleare – USA contro la Corea del Nord e contro Mosca e Pechino.

E’ a partire da questa oggettiva verità delle cose e attraverso la nostra lettura antimperialista delle contraddizioni internazionali ( da cui traiamo il fatto che la minaccia militare e nucleare USA contro la Corea del Nord è una pesante e reale minaccia e non  una propaganda del governo di Pyong Yang), e certamente non per una sorta di sussiego verso la  Corea del Nord che abbiamo, nell’ultimo anno, avviato rapporti politici sia con il Partito del Lavoro della Corea del Nord che con l’Ambasciata della Corea del Nord a Roma. Tali rapporti hanno prodotto uno scambio di notizie e una discussione libera e sincera tra noi, il nostro Partito, e i dirigenti nord coreani, che hanno imparato a stimare il PCI, per le sue posizioni chiaramente antimperialiste.

Pubblichiamo sul nostro sito, detto tutto ciò, un comunicato stampa del governo di Pyongyang di queste ultime ore e ufficialmente inviato anche al C.C. del nostro Partito.

Di tale comunicato stampa proveniente dal governo della Corea del Nord vanno sicuramente rimarcate le frasi finali ( “La via del nostro riarmo è una via difensiva e non rappresenta, dunque, nessuna minaccia per gli altri Paesi, sia lontani che della regione. La via del nostro riarmo rimarrà pacifica, purché non vengano violati gli interessi della RPDC. Questa è la nostra dichiarazione solenne!”) frasi che hanno oggettivamente un grande valore, in quanto chiaramente dirette alla pace internazionale, avendo anche la forza di squarciare il velo tenebroso col quale gli USA e l’intero occidente imperialista e capitalista oscurano, demonizzandola, la Repubblica Popolare Democratica della Corea del Nord.

AL COMITATO CENTRALE DEL PCI – Una nota del governo della Corea del Nord

“ La via del nostro riarmo è una via difensiva e non rappresenta, dunque, nessuna minaccia per gli altri Paesi, sia lontani che della regione. La via del nostro riarmo rimarrà pacifica, purché non vengano violati gli interessi della RPDC. Questa è la nostra dichiarazione solenne!” 

Dichiarazione governativa della Repubblica Popolare Democratica di Corea ( RPDC) sul successo del test  Nuovo-Tipo di MBI

Il governo della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha reso pubblica, mercoledì 29 novembre u.s., la seguente dichiarazione, relativa al successo del test del Nuovo-Tipo MBI (Missile Balistico Intercontinentale).

Il test del razzo balistico intercontinentale Hwasong-15, derivante dalla decisione strategica del Partito dei Lavoratori della Corea, è stato portato a termine con successo.

Il sistema d’armi tipo MBI Hwasong-15 rappresenta un razzo balistico intercontinentale al cui apice è collocata una testata pesante, in grado di colpire l’intera area di terra degli Stati Uniti. Questo sistema ha molti più vantaggi di tipo tattico, tecnologico e tecnico del razzo Hwasong-14, il cui test di fuoco è stato condotto lo scorso luglio. Questo è il più potente MBI, ed è in grado di portarci all’obiettivo del completamento dello sviluppo del sistema di armamenti di razzi, stabilito dalla RPDC.

Su autorizzazione del PCL e del governo della RPDC, l’MBI Hwasong-15 è stato lanciato alle ore 02:48 del 29 novembreu.s. dalla periferia di Pyongyang, sotto la direzione del compagno Kim Jong Un.

Dopo aver effettuato un volo di 53 minuti lungo la sua orbita preimpostata, il missile è atterrato con precisione nelle acque bersaglio situate in mare aperto nel Mare Orientale della Corea.

ll test di fuoco è stato condotto attraverso il sistema di lancio ad angolo più alto e non ha avuto effetti negativi sulla sicurezza dei Paesi vicini.

Il razzo è salito alla massima altitudine di 4.475 km ed ha sorvolato la distanza di 950 km.

Dopo aver constatato il successo del lancio del nuovo tipo MBI Hwasong-15, Kim Jong Un ha dichiarato con orgoglio che ora la RPDC ha finalmente colto l’obiettivo del completamento della forza nucleare statale, l’obiettivo della costruzione di una potenza missilistica.

L’indubbio successo del test dell’MBI Hwasong-15 è una vittoria inestimabile conquistata dal popolo della RPDC, che ha tenuto la linea del PLC sullo sviluppo simultaneo dei due fronti con lealtà, senza la minima esitazione, nonostante le sfide durissime lanciate contro il nostro Paese dall’imperialismo statunitense e dai suoi seguaci, nonostante le innumerevoli difficoltà.

Lo sviluppo e il progresso dell’arma strategica della RPDC sono alla base della sovranità e dell’integrità territoriale del nostro Paese; rappresentano l’unica risposta alla politica di ricatti nucleari e minacce nucleare tenute sempre vive dagli Stati Uniti. La via del riarmo è, per il nostro Paese, l’unica in grado di assicurare la pace per il nostro popolo. La via del nostro riarmo è una via difensiva e non rappresenta, dunque, nessuna minaccia per gli altri Paesi, sia lontani che della regione. La via del nostro riarmo rimarrà pacifica, purché non vengano violati gli interessi della RPDC. Questa è la nostra dichiarazione solenne!

Quale potenza nucleare responsabile e Stato che ama la pace, la RPDC farà ogni sforzo possibile per servire il nobile scopo di difendere la pace e la stabilità del mondo.

Pyongyang, 29 novembre 2017

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 COREA DEL NORD: IL NOSTRO RIARMO E’L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE ALL’ AGGRESSIVITA’ BELLICA E NUCLEARE DEGLI USA

Da

Ufficio Stampa

22 novembre 2017

di Ufficio Stampa. Da diversi mesi il Dipartimento Esteri del PCI ha avviato una discussione con il Partito del Lavoro della Corea del Nord e con l’Ambasciata della Corea del Nord a Roma. Una discussione volta, da parte del PCI, a comprendere le ragioni materiali della pericolosa crisi coreana, una discussione della quale fa parte la consapevolezza della particolare aggressività militare di fase dell’imperialismo USA e della NATO e del conseguente tentativo “occidentale” di demonizzare e caricaturizzare la Corea del Nord. La discussione è sfociata in un’intervista che il compagno Fosco Giannini, responsabile esteri del PCI, ha rivolto ufficialmente al Partito del Lavoro della Corea del Nord. Ciò che pubblichiamo di seguito è la risposta complessiva del C.C. del Partito del Lavoro della Corea del Nord alle domande poste del compagno Fosco Giannini.RISPOSTA DEL C.C. DEL PARTITO DEL LAVORO DELLA COREA DEL NORD

Al compagno Fosco Giannini; al Comitato Centrale del PCI

Cari compagni,

siamo molto lieti di poter comunicare direttamente al Vostro Partito e al popolo progressista italiano, tramite la nostra risposta all’intervista del compagno Fosco Giannini, le notizie relative alle lotte condotte dal nostro Partito per la costruzione del socialismo e della posizione del nostro Partito riguardante la situazione nella penisola coreana.

In questi giorni i mass media occidentali, controllati dalle forze imperialiste, si sono accaniti a demonizzarci, falsificando la realtà del nostro Paese e la vera natura della crisi della penisola coreana.

Considerando la volontà del Vostro Partito di far conoscere la nostra posizione al popolo italiano, come sostegno e incoraggiamento alla lotta giusta del nostro Partito, rispondiamo di seguito alle Vostre domande.

In questi anni, sotto la guida del compagno Kim Jong Un, nostro stimato Presidente, il Partito sta portando dinamicamente avanti la lotta per la realizzazione degli importanti Programmi di costruzione del socialismo, presentati al 7° Congresso del Partito del Lavoro di Corea.

Il nostro Paese ha raggiunto, con orgoglio, la posizione di un Paese forte, politicamente e militarmente, e in questa fase l’obiettivo principale a cui puntiamo e per il quale il Partito dedica più sforzi è quello volto alla costruzione di un Paese forte anche sul piano economico.

Il nostro Partito ha messo a fuoco tutte le strategie di fase dirette alla costruzione di un Paese anche economicamente forte, totalmente indipendente e che possa svilupparsi innanzitutto attraverso un più potente impulso della scienza e della tecnologia, che consideriamo le principali forze motrici.

Gli obiettivi principali della strategia quinquennale dello sviluppo economico nazionale del 2016-2020, che è attualmente in corso di esecuzione, sono relativi ai settori prioritari dell’economia, dei settori d’industria di base e diretti ad un forte miglioramento e innalzamento del livello di vita del popolo, anche aumentando la produzione nel campo dell’agricoltura e dell’economia leggera.

Attraverso le esperienze ricavate dalla vita reale, concreta, il nostro popolo è convinto che finché si segue la direzione del Partito del Lavoro di Corea, si può sicuramente giungere a costruire un Paese socialista, forte e prospero, un Paese nel quale il popolo può godere di una vita che nulla ha da invidiare agli altri popoli.

Nel nostro sistema socialista, il nostro popolo sta godendo di una vita politica indipendente e di valore, anche sul piano materiale sufficiente, e sta vivendo con l’ottimismo del futuro, consapevole delle politiche di carattere popolare del Partito e dello Stato, a partire innanzitutto dai sistemi completamente gratuiti dell’educazione, della cura e della salute.

Il nostro socialismo, che ha negli interessi delle masse popolari il suo obiettivo centrale e che considera le esigenze primarie del popolo le questioni più giuste e prioritarie, gode per questa politica della vicinanza e del sostegno totale del popolo.

Realizzare una fortissima unità tra il Leader, il Partito e il Popolo; garantirsi l’indipendenza attraverso una struttura militare potente e contare sulla nostra forza come forza motrice centrale: queste sono le chiavi fondamentali per il successo del nostro socialismo, che avanza affrontando tutte le sfide della storia.

L’imperialismo nord americano, inquietato dalle vittorie e dall’avanzare del nostro socialismo, tenta disperatamente di violare la sovranità e i diritti di sopravvivenza e di sviluppo del nostro Paese, mettendo in discussione il nostro programma di sviluppo nucleare per l’auto-difesa.

In questi giorni, gli imperialisti tentano di bloccare totalmente anche le nostre attività di commercio internazionale e gli scambi economici normali, intensificando il livello di provocazione militare e di pressione politico-diplomatica contro il nostro Paese.

Le sanzioni delle forze a noi avverse sono state allargate a tutti campi economici (persino sportivi) violando profondamente i diritti umani, i diritti del nostro popolo, bloccando ad esempio la spedizione delle attrezzature mediche e di farmaci forniti dalle Organizzazioni Internazionali per la cura dei bambini e delle donne incinte e che allattano.

Le false accuse degli Stati Uniti, volte ad affermare che il nostro deterrente nucleare rappresenti una minaccia alla pace mondiale, seguono una logica da gangster, così come il vero ladro grida “al ladro”.

Il quadro, vero, reale, entro il quale prendono forma le contraddizioni attuali della penisola coreana, è dato da un confronto tra il nostro Paese, che vuole legittimamente difendere la propria sovranità e la propria dignità di Stato e di Nazione, e la politica violentemente ostile e le costanti minacce nucleari che gli Stati Uniti d’ America hanno nei nostri confronti e che durano ormai da circa 70 anni.

Già durante la guerra di Corea gli USA avevano minacciato di lanciare la bomba atomica sul nostro territorio e dal 1957 hanno iniziato a schierare gli armamenti nucleari in Corea del Sud, contro di noi.

Dal 1970, gli USA hanno iniziato a intraprendere quelle che sarebbero divenute incessanti esercitazioni militari congiunte e su larga scala contro di noi, mettendo in campo le risorse strategiche nucleari.

Anche in questi giorni sono in corso le esercitazioni militari degli Stati Uniti contro il nostro Paese, nelle quali sono utilizzati e dispiegati tutti i loro potentissimi mezzi strategici nucleari, compresi i bombardieri nucleari strategici e i tre gruppi di portaerei collocati nei pressi delle coste della penisola coreana.

È rispetto a tutto ciò e per salvaguardare la sovranità nazionale e la pace sulla penisola coreana, che siamo stati costretti a scegliere la strada dell’armamento nucleare, ed oggi le nostre forze armate nucleari sono un detterente potente contro la guerra e l’attacco militare degli imperialisti americani.

L’atteggiamento degli Stati Uniti, che hanno da molto tempo messo in luce le loro intenzioni dirette a distruggere totalmente il nostro Paese (progetto lanciato persino dalla platea mondiale delle Nazioni Unite), dimostra chiaramente la giustezza e l’inevitabilità della nostra scelta volta allo sviluppo e al rafforzamento delle nostre forze armate nucleari.

La linea del nostro Partito diretta allo sviluppo parallelo dell’economia e delle forze armate nucleari, non è una contromisura temporanea mirata a fronteggiare il brusco cambiamento della situazione, ma quella alla quale dobbiamo costantemente attenerci per difendere gli interessi supremi della nostra rivoluzione.

La pace è il bene più prezioso per il nostro popolo, che subisce le minacce aggressive e costanti degli Stati Uniti da mezzo secolo.

Ma la pace non arriva da sola e l’unico modo per garantire che essa sia vera e stabile sulla penisola coreana è quello di raggiungere l’equilibrio della forza con gli Stati Uniti.

Non si può mai sperare di avviare un vero e sincero dialogo per la vera pace sulla penisola coreana finché non si elimina l’origine della politica ostile e la minaccia nucleare degli imperialisti americani nei confronti del nostro Paese.

Tutti gli Stati, compresi i nostri Stati vicini, devono rispettare la sovranità del nostro Paese e fare gli sforzi necessari a risolvere il problema della penisola coreana, attraverso modalità imparziali e giuste.

Ciò che è che sicuro è che difenderemo la pace sulla penisola coreana stroncando l’attacco anti-rivoluzionario degli imperialisti con il nostro contrattacco rivoluzionario, basato sulle nostre forze. E riusciremo a portare alla vittoria la causa dell’indipendenza delle masse popolari e del socialismo.

Il nostro Partito continuerà ad impegnarsi nel rafforzamento dei rapporti con il Partito Comunista Italiano, i comunisti italiani e il popolo progressista.

Vorremmo approfittare di questa opportunità per farVi pervenire i nostri migliori auguri per i vostri lavori, che mirano a mantenere la tradizione del movimento comunista italiano, difendere i diritti del popolo, dei lavoratori e ad allargare e consolidare il Partito.

In fine Vi invitiamo, quando Vi sarà possibile, a visitare il nostro Paese, per approfondire le relazioni tra i due Partiti e constatare la realtà socialista del nostro Paese e gli aspetti della vita del nostro popolo, che non possiamo descrivere tutti in questa lettera.

Cordiali Saluti.

Il Comitato Centrale del Partito del Lavoro di Corea

Pyongyang, 16 novembre 2017

Appello del 19° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai

Di Ufficio Stampa. Riprendiamo da www.marx21.it e pubblichiamo l’Appello conclusivo dei lavori del 19° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai, tenutosi a San Pietroburgo in occasione del centenario della Rivoluzione Socialista d’Ottobre (da Solidnet.org).

Nota e traduzione di Marx21.it

In modo unanime, i partiti presenti invitano a intensificare le forme di coordinamento tra loro e a promuovere una serie di importanti iniziative comuni di mobilitazione e di lotta.

Per parte nostra, riteniamo positivo che all’iniziativa abbiano partecipato anche delegazioni al massimo livello dei tre più importanti partiti comunisti italiani (PCI, PC e PRC) ed esprimiamo l’augurio che la proposta di azione comune approvata dai 103 partiti presenti all’Incontro di San Pietroburgo, susciti anche nel nostro paese significativi momenti di convergenza e unità sulle questioni che maggiormente richiedono la mobilitazione di tutti i comunisti, ovunque collocati sul piano organizzativo. (Marx21.it)

 

‘Noi, i rappresentanti di 103 partiti comunisti e operai di 77 paesi che hanno partecipato al 19° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai tenutosi a San Pietroburgo, Federazione Russa, il 2-3 novembre 2017, sul tema: “Il 100° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre: gli ideali del Movimento Comunista, rivitalizzare la lotta contro le guerre imperialiste, per la pace e il socialismo”.

– sottolineando che l’anno 2017 sarà indubbiamente ricordato come l’anno del Centenario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre;

– con la convinzione che Lenin e il Partito Bolscevico sono stati e rimangono fonte di ispirazione ed esperienza inestimabile per i comunisti e gli altri rivoluzionari di tutto il pianeta;

– rimarcando il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 che ha aperto una nuova epoca nella storia dell’umanità ponendo le solide basi per il superamento rivoluzionario del capitalismo da parte del socialismo e del comunismo, ha sostenuto lo sviluppo economico e sociale  e il movimento progressivo dell’umanità verso la costruzione di una società giusta, libera dallo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, rispondendo anche alle sfide più impegnative del 20° secolo;

– evidenziando i successi dell’Unione Sovietica – il primo Stato degli Operai e dei Contadini – che in uno spazio di tempo storicamente breve ha raggiunto successi senza precedenti in tutti i campi economico, sociale, culturale, politico, scientifico e tecnologico, ha impresso uno sviluppo al movimento comunista e operaio internazionale e alla lotta dei lavoratori nei paesi capitalisti, è diventata la garante della pace e ha apportato il contributo decisivo alla Vittoria sul fascismo e alle conquiste del movimento di liberazione nazionale delle nazioni oppresse e colonizzate;

– consapevoli che nell’anno del 100° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre abbiamo di fronte il compito speciale di condurre ricerche e trarre le giuste conclusioni sulle cause che hanno portato alla disintegrazione dell’URSS;

– dotati della teoria di Lenin sul socialismo quale sistema socio-politico e respingendo le speculazioni secondo cui i cambiamenti controrivoluzionari che si sono verificati alla fine del 20° secolo annullano il significato storico della Rivoluzione d’Ottobre e le conquiste dell’URSS nella costruzione e nello sviluppo del nuovo tipo di società;

– avendo discusso l’esperienza e la pratica della lotta per gli ideali del movimento comunista;

– di fronte a un sistema capitalista immerso in una profonda crisi strutturale e a una violenta e pericolosa offensiva dell’imperialismo – una realtà che afferma il socialismo come un’esigenza del presente e del futuro;

– salutando le lotte dei lavoratori e dei popoli che si svolgono in tutto il mondo contro l’offensiva imperialista e per la sovranità e l’indipendenza nazionale, la pace, il progresso sociale e il socialismo;

Invitiamo tutti i partiti comunisti e operai a intensificare il coordinamento e a promuovere le seguenti azioni comuni:

– fornire una valutazione obiettiva dei processi socio-politici in atto alla luce della necessità di intensificare la lotta contro l’anticomunismo, l’anti-sovietismo, rafforzare costantemente la solidarietà con i partiti comunisti e operai, con i comunisti e tutti coloro che devono fare fronte a persecuzioni politiche e alla messa al bando della loro attività, in particolare con il popolo ucraino e il Partito Comunista di Ucraina;

– organizzare ricerche scientifiche e scambi di opinione sulle cause che hanno portato alla controrivoluzione in URSS, alla restaurazione capitalistica e alla dissoluzione del campo socialista.

– organizzare lo studio su vasta scala dell’opera di Lenin da parte dei membri dei partiti e della popolazione spiegandone il suo significato storico e rilievo nel mondo moderno, organizzare eventi volti a divulgare i lavori di Lenin in occasione del 100° anniversario di “Stato e Rivoluzione”.

– condurre una vasta campagna internazionale in occasione del 200: anniversario della nascita di Karl Marx, evidenziando il suo contributo alla storia e il significato e il rilievo del “Manifesto Comunista”, pubblicato 170 anni fa e di “Das Kapital” pubblicato 150 anni fa. Particolare attenzione dovrebbe essere prestata a spiegarne il significato ai giovani;

– promuovere scambi sulle questioni teoriche e pratiche della lotta contro ogni forma di capitalismo, esponendone la natura sfruttatrice, oppressiva, aggressiva, inumana e predatoria e l’essenza ideologica, per allargare le conoscenze teoriche della popolazione, in particolare dei giovani;

– rafforzare l’unità, la solidarietà e il coordinamento nella lotta per il lavoro, i diritti sociali, sindacali e democratici, in particolare in occasione delle mobilitazioni dei lavoratori il 1° Maggio;

– sviluppare sforzi comuni per proteggere i diritti e le libertà democratiche, combattendo il razzismo e il fascismo, utilizzando a tal fine l’anniversario della Vittoria sul nazifascismo (9 maggio 1945) e il 75° anniversario della Vittoria nella Battaglia di Stalingrado (2 febbraio 1943);

– i partecipanti all’Incontro Internazionale sottolineano la necessità di affrontare la russofobia;

– chiedere la fine del blocco USA di Cuba, opporsi risolutamente ai piani imperialisti diretti contro il popolo cubano; sostenere il diritto del popolo palestinese a uno Stato libero, sovrano e indipendente; ed esprimere solidarietà con tutti i popoli di Medio Oriente, Africa, America Latina, Asia ed Europa che affrontano occupazioni, interventi o blocchi da parte dell’imperialismo, che si oppongono al terrorismo e ai fanatismi religiosi (Siria, Iraq, Venezuela Bolivariano, Ucraina e altri);

– intraprendere misure volte alla protezione dell’ambiente;

– allargare il fronte antimperialista per rafforzare la lotta per la pace, contro le aggressioni e lo sfruttamento dell’imperialismo, organizzare azioni congiunte contro la NATO e la sua espansione, contro le armi nucleari e le basi militari straniere, contro il militarismo e la guerra, per il disarmo e per una soluzione pacifica e giusta dei conflitti internazionali sulla base dei principi del Diritto Internazionale, contro l’intervento degli Stati Uniti nella Penisola Coreana e per la riunificazione pacifica della Corea.

– Infine, i partiti comunisti e operai che hanno preso parte ai lavori del 19° IIPCO ringraziano il Partito Comunista della Federazione Russa per l’ospitalità e l’eccellente organizzazione dell’Incontro.’

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IL PCI PER UNA LISTA COMUNISTA E ANTICAPITALISTA

17 novembre 2017

di Manuela Palermi, Presidente del CC e Bruno Steri della Segreteria nazionale PCI

L’annullamento dell’assemblea già indetta per il prossimo 18 novembre, che ha chiuso ingloriosamente il percorso aggregativo (o quasi aggregativo) apertosi al Brancaccio, e, d’altro lato, la riuscita della manifestazione dell’11 novembre scorso con cui nelle strade della capitale si è palesato un fronte di opposizione alle politiche di questo governo e dell’Unione Europea, chiudono una fase e ne aprono una nuova. Il tempo delle valutazioni e degli indugi, del confronto tra diversi ambiti della sinistra è scaduto: ogni ulteriore melina, oltre che dannosa risulterebbe ambigua. Siamo entrati di fatto in un contesto pre-elettorale; e, rispetto alla scadenza delle imminenti elezioni politiche, occorre da subito prendere posizione. Il Pci lo ha fatto con una chiara dichiarazione del suo segretario nazionale, in cui si conferma l’intento di costruire “un’articolata lista unitaria comunista, anticapitalista, di sinistra alternativa”. Ciò significa che la lista promossa da Bersani/D’Alema, il cui lancio ufficiale è previsto per il prossimo 2 dicembre, non resterà l’unica opzione possibile alla sinistra del Pd. Le due liste qui menzionate non sono infatti unificabili, in quanto sono espressione di progetti politici radicalmente differenti.

La proposta politico-programmatica in cui il Pci si riconosce implica una scelta di campo netta, chiara, che pretende una rottura senza alcuna ambiguità con le politiche liberiste, con l’austerità, con le politiche imposte dalla Troika e supinamente accettate dai governi  negli ultimi anni. Ciò significa anche che non vi potranno essere concessioni a quanti spingono per  “un’unità quale che sia”: al di là di ogni buona intenzione, l’esperienza del decennio appena trascorso dovrebbe dirci che tali scorciatoie non pagano né politicamente né elettoralmente.  Dobbiamo “assumere il merito come discriminante”, precisa Alboresi: conseguentemente, è anche necessario offrire un’immagine che incarni adeguatamente tale merito, evitando quindi la riproposizione di quanti si sono resi responsabili delle scelte antipopolari di questi anni (ovunque collocati). Né può essere la tutela di parlamentari uscenti (ammesso che se ne abbiano) la preoccupazione preponderante: al contrario, bisogna soprattutto “dare voce e rappresentanza” alle avanguardie di lotta contraddistintesi nei posti di lavoro e nei territori, alla generazione precaria, a giovani, donne, uomini che hanno pagato e continuano a pagare i costi sociali della crisi capitalistica.

 

C’è in particolare un travisamento attorno al quale si mobilitano ragionamenti e pulsioni. Molti guardano al panorama disastrato della sinistra, ai mille rivoli in cui quello che era un grande fiume si è frammentato; e se la prendono con coloro che, a loro dire, non capirebbero il valore dell’unità, non dismetterebbero la loro pervicacia identitaria nonostante la prospettiva di una sconfitta certa determinata dalla disunione. A costoro va posto un semplice interrogativo: come mai la sinistra è così ridotta? Il panorama frammentato non è un incidente della storia a cui porre riparo con un impeto solidale e unitario. E’ il drammatico effetto di quello che la stessa sinistra al governo ha combinato in questi anni, con politiche che hanno approfondito le disuguaglianze, impoverito il Paese, svenduto il suo patrimonio produttivo, logorato il tessuto democratico e ridato fiato alle destre più retrive. Politiche che hanno allontanato dal voto e dalla sinistra una consistente parte di popolo. Oggi va dato un segnale di radicale discontinuità, sapendo che il lavoro di ricostruzione e rigenerazione non potrà essere cosa di un giorno. L’importante è non affidarsi a ricette e volti che appartengano ancora al problema e non alla soluzione. Sapendo che – ricorda ancora Alboresi – i passaggi elettorali  “per noi restano un mezzo e non un fine”.

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Una Rivoluzione lunga un secolo. A cento anni dall’Ottobre 1917

di Alexander Höbel, Segreteria Nazionale PCI, responsabile Cultura e Formazione

A un secolo esatto dalla Rivoluzione d’Ottobre, quella svolta storica conserva tutta la sua forza simbolica e politica. A lungo si è cercato di disinnescarla, soprattutto dopo la crisi del campo socialista e la fine dell’Urss. La rimozione e la demonizzazione sono state le principali strategie messe in atto per tentare di cancellare lo straordinario messaggio emancipatorio proveniente dall’Ottobre e di ridurre quest’ultimo al colpo di mano di una minoranza coesa ma sostanzialmente estranea, sovrapposta al concreto divenire storico. E invece la forza dell’Ottobre sta proprio nell’incontro tra una dinamica sociale e storica che, col massacro imperialista della Prima guerra mondiale e la dissoluzione dell’autocrazia zarista, era giunta in Russia a un certo grado di maturazione e l’azione cosciente e organizzata di una soggettività politica, che colse tutte le potenzialità di tale contesto, e della formidabile spinta politica verso il superamento della barbarie e l’emancipazione degli oppressi che esso stava producendo.

Lo ricorderà Victor Serge, descrivendo la profonda sintonia, la vera e propria fusione tra Partito e masse, che si verificò nelle settimane precedenti l’Ottobre:

 

Quello che tutti vogliono, il partito lo esprime in termini chiari, e lo fa. […] Il partito è il legame che li unisce tra di loro, da un capo all’altro del paese […] è la loro coscienza, la loro organizzazione. […]

L’avanzata delle masse verso la rivoluzione si traduce così in un grande fatto politico: i bolscevichi, piccola minoranza rivoluzionaria in marzo, in settembre diventano il partito di maggioranza. Diventa impossibile distinguere tra il partito e le masse. È una sola ondata. […] I bolscevichi, grazie alla loro giusta concezione teorica […] si identificano insieme con le masse lavoratrici e con la necessità storica[1].

Come era stato possibile un così alto grado di sintonia tra masse e organizzazione politica? È una questione di carattere storico, ma ricca di implicazioni anche per l’oggi, nel momento in cui al contrario si registra il massimo dello scollamento tra questi due fattori. A me pare che le basi di questa fusione stiano nel lavoro che i bolscevichi avevano portato avanti negli anni precedenti, e nella giusta impostazione che a tale lavoro era stata data da Lenin, a partire dal suo preziosissimo Che fare? Qui egli aveva polemizzato con lo spontaneismo e l’economicismo, due facce della stessa medaglia, che, svalutando o negando il ruolo dell’organizzazione politica, di fatto condannano il proletariato a rimanere a un livello di coscienza nel migliore dei casi sindacale, “tradunionista”, il che ne prepara il riflusso o la caduta sotto l’egemonia borghese. Al contrario, per Lenin, “quanto più grande è la spinta spontanea delle masse […] tanto più aumenta […] il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa” del movimento operaio. Di qui il ruolo centrale di quel lavoro di “agitazione e propaganda” che deve indurre il militante rivoluzionario a stare in tutti i conflitti, non solo quelli della propria classe, portando in ciascuna lotta il respiro di una visione politica e di un’analisi generale; un militante che deve essere un “tribuno popolare” ma non un demagogo, e che parte dai singoli confitti per elevare il livello di coscienza e favorire la costruzione del Partito; un partito di quadri, ma a forte e netta vocazione di massa[2]. Il “piano tattico” dei bolscevichi, proseguiva Lenin, era dunque “la negazione dell’appello immediato all’assalto ed esprime l’esigenza di un ‘assedio regolare della fortezza nemica’ […] l’accentramento di tutti gli sforzi per raccogliere, organizzare e mobilitare un esercito permanente”[3]. Sono frasi che ricordano Gramsci, e la sua elaborazione su guerra di posizione e guerra manovrata; e anche questo ci conferma quanto avesse ragione il rivoluzionario sardo ad attribuire innanzitutto a Lenin il “concetto e [il] fatto” dell’egemonia[4].

Il modello di partito delineato nel Che fare? È dunque l’esatto contrario di quella caricatura del partito leninista che spesso viene propagandata: non un partito-setta dei “pochi ma buoni” e ben determinati, che nella clandestinità prepara il colpo di mano, ma un partito che impara a lavorare tra le masse, a farsene interprete, e che grazie a questa capacità acquisita sul campo, in seguito ad anni di lavoro politico e alla sua intensificazione a partire dal febbraio 1917, riesce a conquistarne la fiducia e a diventarne la guida. Qui la lezione per l’oggi è evidente.

L’Ottobre fu quindi per certi versi un banco di prova decisivo per quello sviluppo del pensiero marxista che va sotto il nome di leninismo. Il fatto che Lenin e i bolscevichi avessero “l’abilità di riconoscere ciò che le masse volevano”[5], la sintonia tra quel gruppo dirigente e gli operai, i contadini e i soldati mobilitatisi, furono il frutto di un lungo lavoro di organizzazione e di un’adeguata strategia politica. Benché infatti i bolscevichi tendessero a vedersi come i giacobini del XX secolo e sebbene nel processo rivoluzionario non sia mancata la necessità di surrogare con una forte e accentrata direzione politica una serie di pesanti limiti oggettivi e soggettivi (dal diffuso analfabetismo alla mancanza di una forte tradizione organizzativa del movimento operaio russo), la parte a mio parere più autentica del pensiero di Lenin sta proprio nella precisa indicazione di superare questi limiti, abbattere questi ostacoli, attraverso l’opera di educazione politica che egli affida al Partito. La politica – in particolare quella proletaria – è per il leader bolscevico sempre un fatto di massa; essa anzi “comincia laddove ci sono milioni di uomini”[6]. Come osserva Michele Prospero, nel 1917 furono “le elezioni dei Soviet nelle grandi città conquistate alla causa bolscevica […] la diserzione dei soldati” a dare all’insurrezione un profondo senso politico, a convincere Lenin che il momento era arrivato[7].

La stessa attenzione alla dimensione di massa dell’azione politica è dedicata dal grande rivoluzionario russo anche nell’analisi dei problemi che sorgono dopo la presa del potere, allorché inizia il tentativo dei bolscevichi di costruire uno Stato e un’economia nuovi; un apparato statale che non fosse composto da politici e funzionari di professione – oggi si direbbe, di tecnici –, ma fosse invece un apparato di massa, radicato e diffuso. Scrive Lenin nel 1918: “La lotta contro la deformazione burocratica dell’organizzazione sovietica è garantita dalla solidità dei legami che uniscono i Soviet con il ‘popolo’”. In questo senso, “il carattere socialista della democrazia sovietica” sta anche nel fatto che “si crea una migliore organizzazione dell’avanguardia dei lavoratori, cioè del proletariato della grande industria, organizzazione che gli permette di assumere la direzione della più larghe masse di sfruttati, di farle partecipare a una vita politica indipendente, di educarle politicamente sulla base della loro stessa esperienza […] in modo che realmente tutta la popolazione impari a governare”[8]. “Combattere sino in fondo il burocratismo – aggiunge un anno dopo – […] si può unicamente se tutta la popolazione partecipa alla gestione. Nelle repubbliche borghesi […] la legge stessa lo impedisce. […] Noi abbiamo fatto sì che tutte queste pastoie non esistano più da noi, ma […] oltre alla legge, c’è anche il livello di cultura […]. Questo basso livello di cultura fa sì che i Soviet, i quali, secondo il loro programma, sono gli organi del governo esercitato dai lavoratori, sono in realtà gli organi del governo per i lavoratori […]. Dinanzi a noi si pone qui un compito che non può essere assolto se non con un lungo lavoro di educazione”[9].

In questo processo Lenin attribuisce grande importanza anche al sindacato come “cinghia di trasmissione” fra il partito e i lavoratori, in grado di recepire e trasmettere gli orientamenti delle masse e di essere al tempo stesso una “scuola di comunismo” e una “scuola di amministrazione dell’industria socialista”[10]. Una funzione, quindi, importantissima.

Questa priorità attribuita alla dimensione di massa della politica sarà alla base della crescita del movimento comunista in altri paesi durante il XX secolo, in particolare nei contesti in cui di tale lezione si saprà fare tesoro, dalla stagione dei Fronti popolari al ruolo di avanguardia nella lotta antifascista, dal “partito nuovo” togliattiano alla rivoluzione cinese, e in generale alla funzione esercitata dai comunisti nei movimenti di liberazione nazionale e nel processo di decolonizzazione.

È così che la Rivoluzione d’Ottobre ha potuto estendere la sua influenza su tutto il “secolo breve”, stimolando e provocando trasformazioni radicali, che hanno riguardato anche l’Occidente capitalistico, con la nascita del Welfare State e lo sviluppo della democrazia rappresentativa.

Ed è proprio questa dimensione, questa capacità di fare una politica di massa, uno dei lasciti più preziosi di quella straordinaria esperienza, che va ancora studiata e approfondita, ma soprattutto richiede ai comunisti una rinnovata capacità di acquisirne e applicarne gli insegnamenti.

 

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