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Il sito PdCI/PCdI  si è trasformato in sito PCI.
Tutte le pagine presenti rimarranno a testimonianza del
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_Chi non lavora-non mangia!” – questo principio fu proclamato da Buddha e dall’Apostolo Paolo, i primi coloni dell’America e Karl Marx, ma solo la Rivoluzione, la conquista del potere da parte del popolo lavoratore, realizzò questo principio.

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5 maggio 1818 Nasceva Karl Marx

“Qualcuno mi chiede se lo siamo ancora? Io rispondo che Marxista, se lo sei davvero, lo sei per sempre perché il marxismo è un modo di concepire il mondo secondo criteri di uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà e tutte quelle belle e semplici cose difficili da fare”

(Bertolt Brecht)

Nella mozione votata a Bruxelles una riscrittura della storia assurda e vergognosa

Redazione PCI

22 Settembre 2019

 

Allemagne, Berlin. 2 mai 1945. Le drapeau rouge flotte sur les to”ts du Reichstag

di Alex Höbel, segreteria nazionale Pci

La mozione “sull’importanza della memoria” (un titolo davvero beffardo!) approvata dal Parlamento europeo (http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html?fbclid=IwAR1SXG9LdawEm5UJCsKNefH8QD6Y_nFknuvzprUdpPom4cgCJ9S1yjxz8Gw) coi voti di gran parte dell’emiciclo (compresi quasi tutti i rappresentanti del Pd, tra cui quel Giuliano Pisapia che come criminali comunisti contribuimmo a eleggere alla Camera nelle liste del Prc) costituisce un documento di estrema gravità, il cui significato non può essere sottovalutato. Di fatto, nell’anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nella quale la barbarie nazifascista fu battuta anche e soprattutto grazie al contributo decisivo dell’Unione Sovietica, coi suoi circa 25 milioni di caduti e pagine epiche come la resistenza dei leningradesi a 900 giorni di assedio o la vittoria di Stalingrado, si anticipa la data di inizio del conflitto, che viene fissata al patto Molotov-Ribbentrop anziché all’aggressione tedesca contro la Polonia, il 1° settembre 1939 (solo dopo 16 giorni, l’Urss penetrò a sua volta in territorio polacco, evidentemente a scopo difensivo, ossia in reazione all’attacco hitleriano, che imponeva – può essere duro dirlo, ma è la concreta realtà storica – di non lasciare che le truppe tedesche dilagassero in tutta la Polonia giungendo ai confini dell’Urss, il che peraltro aveva costituito uno dei motivi del patto Molotov-Ribbentrop). Questa modifica della data di inizio del conflitto costituisce ovviamente un atto del tutto arbitrario, una vera e propria riscrittura della realtà di stampo orwelliano.

Ma se proprio dovessimo anticipare l’inizio della guerra a prima dell’avvio delle operazioni militari, allora perché non fissarne l’inizio alla Conferenza di Monaco del 1938 dove Gran Bretagna e Francia lasciarono mano libera a Hitler? O magari farla coincidere con l’Anschluss tedesco dell’Austria? O con l’annessione hitleriana dei Sudeti? Sarebbe penoso per i deputati euro-atlantisti dover ricordare che per diversi anni le gloriose democrazie liberali respinsero le proposte sovietiche di sicurezza collettiva (la politica del ministro degli Esteri Maksim Litvinov), preferendo piuttosto l’appeasement con Hitler e Mussolini, nella segreta speranza che l’aggressività nazista si rivolgesse, come Hitler stesso aveva scritto nel Mein Kampf, contro l’Unione Sovietica e i “barbari popoli slavi”, da sottoporre a un regime semi-schiavistico i cui precedenti erano proprio nelle politiche coloniali di quelle stesse democrazie. Certo, sarebbe sconveniente ricordare queste cose, o magari le atomiche lanciate sul Giappone dagli Usa di Truman a guerra ormai finita, sostanzialmente solo per dare un chiaro e macabro segnale all’Unione Sovietica. Il vergognoso documento, peraltro, non si ferma qui. Nelle considerazioni iniziali, afferma che, “sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”, e ricorda con evidente apprezzamento “che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Insomma, invece di contestare le gravissime misure approvate da parlamenti di Stati autoritari dell’Europa orientale (si veda il divieto di esporre simboli comunisti sancito nel 2009 nella Polonia di Kaczynski), che sull’anticomunismo e la russofobia stanno cercando di costruire loro identità iper-nazionaliste (in questi casi, a quanto pare, il “sovranismo” nazionalista piace!), il Parlamento europeo le prende a modello, approvando evidentemente la messa fuori legge di organizzazioni comuniste, già sperimentata nella Repubblica Ceca, o il divieto di presentare le liste comuniste alle elezioni, già verificatosi in Ucraina pochi mesi fa (http://www.sinistraineuropa.it/europa/ucraina-vietato-ai-comunisti-candidarsi-alle-elezioni-presidenziali/). E si giunge ad auspicare una nuova “Norimberga” che dovrebbe processare non si capisce bene chi: il cadavere di quel Ceaușescu fucilato dopo un processo-farsa? O magari quello di Erich Honecker, la cui autodifesa costituisce un documento da leggere e su cui riflettere? Se si scorre il testo della risoluzione, la gravità dell’operazione risalta in modo evidente. Grave l’art. 14, che assieme alla Ue (e come se fossero la stessa cosa) esalta la Nato, ente notoriamente pacifico che ha portato la democrazia ovunque nel mondo. Assurdo l’art. 15, che rappresenta una specie di paternale a Putin e fa capire l’intento anche anti-russo dell’operazione. Grave ancora l’art. 17, che con evidente compiacimento “ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti”, come se fossero la stessa cosa: che dovremmo aspettarci allora, il divieto della falce e martello anche in Italia? La messa al bando del simbolo del Pci? In generale, il senso di questo squallido documento è l’equiparazione tra “comunismo” (alternato nel testo a “stalinismo”, quindi con una totale identificazione dei due termini, cosa su cui il 99% degli storici avrebbe molto da eccepire) e nazismo. Evidentemente, si vuole combattere ancora una volta una guerra preventiva non solo contro il passato (che non può certo esser riscritto da queste buffonate), ma anche contro la ripresa dell’idea di un’alternativa di sistema, che coloro i quali stanno spingendo il Pianeta alla catastrofe temono (e cercano di presentare) come il diavolo. Al tempo stesso, si “liscia il pelo” ai governi più reazionari dell’Europa orientale, probabilmente al fine di ammorbidirne le posizioni critiche verso la stessa Ue, che a quanto pare si attrezza a diventare più simile a loro, quanto meno nella lettura della storia e nei “valori condivisi”. Si tratta dunque di un documento la cui gravità è certamente chiara a quelli che lo hanno scritto e promosso; resta da capire se lo sia anche a coloro che lo hanno irresponsabilmente votato.

 

Il PCI dopo le elezioni europee

29 Maggio 2019

 

 

L’esito del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo è inequivocabile. Con esso un numero crescente di elettori ha decretato un pesante arretramento delle forze ricondotte ai gruppi parlamentari popolare, socialista, liberale, ossia dei gruppi largamente responsabili delle politiche che si sono affermate negli anni all’insegna del liberismo, dell’austerità, e quindi della crisi dell’Unione Europea che ne è discesa. Con tale voto escono rafforzate le forze politiche che gli osservatori definiscono generalmente sovraniste, un insieme di forze marcatamente di destra, che da tempo hanno mostrato il loro volto e che pongono pesanti interrogativi per il futuro democratico dei Paesi interessati, dell’Europa stessa. Diverse tra esse risultano al primo posto in paesi quali la Francia, il Regno Unito, l’Ungheria, l’Italia. Con tale voto si registra anche un pesante arretramento delle forze afferenti al gruppo parlamentare europeo GUE/NGL, la cui proposta politica alternativa, di sinistra, non è stata percepita dall’elettorato come la risposta adeguata alla crisi dell’Unione Europea. Le ripercussioni del voto sugli equilibri del Parlamento Europeo sono rilevanti, e nelle prossime settimane si evidenzierà un serrato confronto volto a determinarne di nuovi, a condizionare l’attribuzione dei posti chiave, un confronto che dirà molto anche in relazione al se ed in che misura cambieranno le politiche europee, in particolare quelle economiche. Per quanto riguarda il nostro Paese il voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, confermando la volubilità dell’elettorato, il venire meno di ogni rendita di posizione, ha determinato profondi cambiamenti nel quadro politico. La Lega ha ottenuto oltre il 34% dei voti divenendo il primo partito, seguita dal PD, che pur perdendo oltre 100000 voti rispetto alle ultime elezioni politiche si attesta oltre il 22%, dal M5S, che perde oltre 6 milioni di voti dimezzando il consenso ottenuto nelle medesime elezioni, da Forza Italia, che scende sotto la soglia del 10%, confermando il proprio declino, da Fratelli d’Italia, che con oltre il 6% registra un significativo avanzamento. Queste cinque forze politiche sono le uniche che portano parlamentari in Europa. In linea con quanto accaduto in tanti altri contesti europei la sinistra registra un risultato assai negativo, solo in minima parte riconducibile al “richiamo al voto utile” che ha premiato il PD, passando da oltre il 4% delle precedenti elezioni europee, che le avevano consentito di eleggere 3 suoi rappresentanti, all’1,7%. Un risultato negativo, quello ascrivibile al “campo largo della sinistra”, completato dallo 0,8% dei voti andati al PC. Un risultato che non può non interrogare circa la prospettiva di tale schieramento. La situazione determinatasi dopo questo voto, in gran parte confermata dall’esito delle elezioni amministrative svoltesi in concomitanza in diverse realtà territoriali del Paese, non potrà non avere ripercussioni sulla stessa tenuta del Governo Conte. Gli equilibri interni allo stesso, infatti, si sono ribaltati a favore della Lega, a discapito del M5S, che conferma la propria parabola discendente. Quello che si profila è uno scenario dal quale non può essere escluso il ricorso, a breve, a nuove elezioni politiche, nelle quali uno schieramento di destracentro può proporsi come favorito. Il PCI, che per le note ragioni non ha potuto presentarsi in quanto tale alle elezioni europee, a fronte della situazione data non può che confermare la propria posizione circa l’Unione Europea, sottolineando la necessità di mettere in campo una capacità di analisi, di proposta, d’azione, in grado di contrastare efficacemente le politiche, l’idea stessa di Europa che il grande capitale transnazionale è riuscito ad affermare, le politiche imperanti, e di prospettare un’alternativa possibile, oltre che necessaria. Ciò che serve è un’altra Europa, dall’Atlantico agli Urali, un’Europa che ha in una dimensione sociale avanzata, tutelante, la propria ragion d’essere, un’Europa della democrazia, della cooperazione tra stati sovrani con uguali diritti, volta alla pace, alla collaborazione, alla solidarietà con il mondo. In relazione alla realtà italiana il PCI non può che ribadire la propria ferma opposizione alle politiche del governo in carica, che a fronte dell’esito del voto rischiano di caratterizzarsi ancor più come politiche di destra ( emblematiche al riguardo la questione della flat tax, il decreto sicurezza bis), promuovendo articolate iniziative volte a fare conoscere le proprie proposte alternative per un cambiamento sociale e politico dell’Italia fortemente ancorato alla Costituzione Repubblicana. In relazione alla situazione data, su tali posizioni, il PCI promuoverà nei prossimi giorni una articolata iniziativa volta alla massima unità possibile con l’insieme delle forze comuniste e della sinistra di alternativa interessate. L’unità nella diversità è la risposta da dare alla crisi con la quale le stesse sono chiamate a fare i conti.

Roma, 28 Maggio 2019 La segreteria nazionale del PCI

Ho Chi Minh il Rivoluzionario. Intervista ad Andrea Catone

17 Maggio 2019

Pubblichiamo un’intervista di Massimiliano Romanello, Segreteria Nazionale FGCI, ad Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno e recentemente curatore, assieme ad Alessia Franco, del libro “Ho Chi Minh, Patriottismo e internazionalismo, Scritti e discorsi 1919-1969”

  1. Ho Chi Minh è stato un rivoluzionario ed un grande teorico del pensiero comunista, simbolo di un’intera generazione, quella che ha vissuto e combattuto la guerra del Vietnam, e simbolo allo stesso tempo della lotta antimperialista di ogni epoca. Con che parole possiamo riassumere il suo originale contributo nella storia del movimento comunista internazionale?

AC – Dici bene quando parli di originale contributo al movimento comunista internazionale. Se guardiamo alla storia del XX secolo la figura di Ho Chi Minh si staglia come una delle più limpide e significative. Egli riassume in sé la determinazione incrollabile – con una straordinaria coscienza del fine, una eccezionale forza morale – verso l’obiettivo della liberazione del popolo vietnamita; è stato il simbolo della resistenza e lotta per una causa giusta, il suo esempio ha trascinato verso gli ideali del comunismo un’intera generazione, la “generazione del Vietnam”, di giovani che negli anni 60-70 in Italia e in tutti i paesi dell’Occidente, dagli USA al Regno Unito, videro nella resistenza vietnamita la possibilità di combattere e vincere un nemico strapotente che quotidianamente bombardava dal cielo il territorio del Vietnam con bombe micidiali.

 

Questa straordinaria capacità di resistere, combattere e vincere non cade dal cielo, ma è stata forgiata dal partito comunista del Vietnam e dalla persona che maggiormente ne incarnava gli ideali e la politica. Ho Chi Minh e il partito hanno educato il popolo vietnamita, hanno compiuto una straordinaria azione pedagogica di massa, hanno saputo parlare al cuore e alla mente del popolo, lo hanno trasformato – potremmo dire con le parole di Gramsci – da subalterno a egemone. Ho Chi Minh era un capo che sapeva ascoltare e sapeva parlare al popolo. Senza questa straordinaria azione di educazione del popolo, di “costruzione” del popolo, la grandiosa resistenza vietnamita al colonialismo francese e all’imperialismo americano sarebbe impensabile. Il marxismo-leninismo di Ho Chi Minh non è un marxismo dogmatico. Come Mao applica il marxismo-leninismo alle condizioni storico-concrete della Cina, lo “traduce” cioè in caratteri cinesi, così il grande dirigente vietnamita traduce in caratteri vietnamiti l’insegnamento di Marx e Lenin, lo innesta nella storia e nella cultura annamite, trovando la strada autonoma per la liberazione nazionale.

Se proviamo a tracciare un bilancio storico del movimento comunista nel XX secolo, dobbiamo rilevare nel pensiero e nell’azione politica di Ho Chi Minh un’altra direttrice fondamentale e importantissima, ieri come oggi, per il successo e l’azione dei comunisti: la costante ricerca e lotta per l’unità, sia del suo popolo – con la politica del fronte unito – sia del movimento comunista internazionale. Egli fu in sommo grado teorico e tessitore dell’unità del popolo nella resistenza antimperialista. L’unità, come ribadisce in numerosi interventi, è la forza principale del popolo che grazie ad essa coglierà la vittoria. “La rivoluzione e la resistenza sono state vittoriose grazie alla stretta unità del nostro popolo, al suo grande entusiasmo, alla sua ferma convinzione nel conseguimento della vittoria e all’estrema perseveranza nella lotta”[1]. “L’unità è la nostra forza invincibile. Per poter consolidare il Nord in una solida base per la lotta per la riunificazione del nostro Paese, tutto il nostro popolo dovrebbe essere strettamente e diffusamente unito sulla base dell’alleanza tra i lavoratori e i contadini del Fronte patriottico del Vietnam”[2].

Egli riesce a costruire l’unità del popolo attraverso il fronte unito. Tanto è determinato e inflessibile nel mantenere dritta la barra della meta da raggiungere, la liberazione dalla dominazione coloniale e semicoloniale, l’indipendenza dell’intero Vietnam unificato, tanto è flessibile nella costruzione di un fronte unito del popolo viet, al punto da sacrificare provvisoriamente per la costruzione dell’unità la stessa presenza formale del partito comunista indocinese, che nel novembre 1945 si scioglie dando indicazione ai suoi membri di dedicarsi all’unità nazionale all’interno del fronte Viet Minh. Ho Chi Minh ha rappresentato la figura più fulgida, il punto di riferimento fermo e netto per l’unità del popolo. È pienamente consapevole che la forza principale per vincere un nemico così grande e potente come è l’imperialismo USA, prima delle armi è l’unità del popolo.

Le potenze coloniali e imperialiste hanno sempre consapevolmente operato per dividere le popolazioni delle colonie, creando una casta di quisling, manovrando per accentuare le divisioni. Il divide et impera ha caratterizzato il dominio coloniale e l’intervento imperialista. Sin dalle prime esperienze politiche in Francia – la Parigi del primo dopoguerra è stata la fucina in cui si è forgiato il suo pensiero politico – il giovane patriota vietnamita opera per l’unità dei popoli coloniali e per l’unità tra essi e i lavoratori della metropoli. È l’interessantissima esperienza di un foglio di agitazione e propaganda rivolto ai popoli coloniali, “Le Paria”, in cui si denunciano soprusi e angherie, l’ipocrisia dei colonizzatori, si smaschera la loro pretesa civiltà, dall’Indocina al Senegal, dal Marocco all’Algeria, fino a denunciare la segregazione razziale negli USA.

La straordinaria intuizione di Lenin e del manifesto della III Internazionale di costruire un fronte unito del proletariato delle metropoli con i popoli delle colonie e semicolonie viene messa originalmente in pratica dal lavoro di Ho Chi Minh per mobilitare i popoli delle colonie, per trovare un filo rosso comune contro il comune nemico colonialista, in una lotta per l’indipendenza che sino ad allora era la lotta di ogni singolo popolo. Ho Chi Minh sviluppa la grande lezione di Lenin.

La pratica politica di Ho Chi Minh è guidata dal faro della costruzione dell’unità. Ciò non significa ignorare le differenze e le divergenze e immaginare un mondo idealizzato privo di contraddizioni. Ma egli cerca di operare salvaguardando il bene prezioso dell’unità, evitando, finché è possibile, rotture traumatiche e definitive, puntando a cogliere gli elementi di unione piuttosto che quelli di divisione. Egli è radicalissimo, fermissimo e inflessibile, e, al contempo, “moderato”. Questa tensione all’unità di Ho Chi Minh rappresenta un esempio e un patrimonio straordinario per il movimento comunista, estremamente attuale per noi, per i comunisti in Italia, che sono oggi frammentati e divisi, sostanzialmente ininfluenti nella storia politica del nostro paese.

MR – Come uomo politico Ho Chi Minh ha rivolto grande attenzione alla formazione e all’organizzazione dei giovani. In molti suoi scritti c’è un esplicito riferimento alle nuove generazioni di comunisti. Ad oggi, cosa possiamo trarre dal suo insegnamento?

AC – Come ogni grande rivoluzionario che pensa strategicamente, Ho Chi Minh pensa al futuro, alle giovani generazioni, ha un’idea forte della storia, sa che se si vuole costruire un paese occorre saper trasmettere alle giovani generazioni gli strumenti e la competenza per mantenere e sviluppare le conquiste che esse ereditano dai padri. La formazione comunista e rivoluzionaria delle giovani generazioni è un assillo, un compito non passeggero ma permanente che egli si pone nel corso di tutta la sua vita di rivoluzionario. Parliamo di formazione, non di mero insegnamento di alcune nozioni. Formazione significa forgiare menti e cuori, e per far ciò non basta l’intelletto, occorre una grande forza morale. Di qui l’importanza che Ho Chi Minh attribuisce alla morale rivoluzionaria, cui fa sempre riferimento e cui dedica nel 1958 uno scritto relativamente ampio[3]. Lo studio è fondamentale – e in taluni discorsi egli cita le parole del Lenin di “Meglio meno, ma meglio” (1923): “dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare; in secondo luogo, di imparare; in terzo luogo, di imparare, e poi di controllare ciò che si è imparato affinché la scienza non rimanga lettera morta o frase alla moda”. Ma lo studio deve accompagnarsi con la saldezza dei principi, con la bussola dell’azione morale, con la critica pratica dell’individualismo. Nell’ottobre 1968, nella “Lettera in occasione del nuovo anno scolastico”, uno dei suoi ultimi scritti, egli sprona insegnanti e studenti a “rafforzare costantemente il loro amore per la patria e per il socialismo, nutrire sentimenti rivoluzionari verso gli operai e i contadini, mostrare assoluta lealtà per la causa rivoluzionaria […] Sulla base di una buona istruzione politica e ideologica, dovreste provare a elevare i livelli dell’istruzione culturale e tecnica al fine di fornire soluzioni concrete ai problemi posti dalla nostra rivoluzione e, in un futuro non troppo lontano, scalare le alte vette della scienza e della tecnologia […] lavorare congiuntamente per migliorare l’organizzazione e la gestione della vita materiale e spirituale nelle scuole, e per assicurare la salute e una maggiore sicurezza per tutti […] L’educazione è il lavoro delle masse. La democrazia socialista dovrebbe svilupparsi pienamente. Tra i docenti, tra docenti e studenti, tra gli studenti, tra i quadri di vario livello, tra le scuole e la popolazione dovrebbero regnare ottimi rapporti e una stretta unità […] L’educazione è un mezzo per addestrare chi porti avanti la grande causa rivoluzionaria del nostro partito e del nostro popolo”[4].

MR – Nel Novecento, con la decolonizzazione, il marxismo è stato lo strumento teorico che ha permesso alle classi dirigenti e ai popoli del terzo mondo di intraprendere le loro lotte di liberazione nazionale. Nell’elaborazione fatta da Ho Chi Minh, una peculiare importanza assume lo studio e la definizione di un chiaro nesso tra questione nazionale e internazionalismo. Quali sono gli elementi fondamentali, in una prospettiva marxista, che definiscono questo nesso?

Ho già accennato all’importanza di Lenin nella formazione politica del giovane Nguyen Ai Quoc, alias Ho Chi Minh. Come egli scrive in un articolo pubblicato nel 1960 dalla “Pravda”, il leninismo fu per lui la scoperta dell’unità della lotta di liberazione dei popoli colonizzati con quella della classe operaia dei paesi capitalistici, delle metropoli. Credo che non si insisterà mai abbastanza sulla straordinaria importanza storica dell’intuizione di Lenin, che amplia lo slogan con cui si conclude il Manifesto di Marx ed Engelsdel 1848: da “Proletari di tutti i paesi unitevi!” in quello di “Proletari e popoli oppressi di tutto il mondo unitevi!”. Alla base di esso vi è l’analisi leniniana dell’imperialismo, il nuovo, superiore stadio del capitalismo, nel quale siamo tuttora. Con la III Internazionale il movimento operaio diviene veramente universale su scala mondiale. Ma nel momento in cui poniamo i popoli oppressi accanto ai proletari, nel momento in cui proponiamo l’alleanza di proletari e popoli, noi riscopriamo in qualche modo una questione nazionale su cui per ragioni storiche, guardando in primo luogo alla costruzione di un movimento operaio internazionale, il Manifesto del 1848 non si soffermava. L’analisi leniniana dell’imperialismo permette di cogliere la necessità dell’unità di proletari e popoli oppressi e di sviluppare le tesi per la liberazione nazionale. Lenin scrive nei primi anni Venti dell’avanzata nella lotta di emancipazione dell’“Oriente” – inteso non solo in senso geografico, ma, contrapposto all’Occidente, assunto come metafora dei Paesi sottoposti all’aggressione imperialista. E insieme con Stalin, autore di un importante saggio sul marxismo e la questione nazionale e coloniale, coglie in pieno la questione della liberazione e indipendenza nazionale. Nella visione leniniana la lotta di liberazione nazionale si configura come una forma di lotta di classe contro le potenze imperialiste, la permanenza delle quali impedisce il passaggio al socialismo. Il principale apporto teorico del leninismo è nell’analisi dell’imperialismo. Sulla base di tale analisi si fonda tanto la strategia della rivoluzione bolscevica che le rivoluzioni nazionali e anticoloniali. La liberazione del proprio paese, il raggiungimento e mantenimento dell’indipendenza nazionale costituiscono il compito principale dei comunisti nei paesi coloniali e semicoloniali.

Dal Vietnam a Cuba. i comunisti si definiscono orgogliosamente “patrioti”. E in difesa dell’URSS invasa nel 1941 dalle orde naziste Stalin chiamò alla “grande guerra patriottica”. Al contempo – e qui è la differenza radicale rispetto ai nazionalisti o ai “sovranisti” – i comunisti non dimenticano mai di essere l’espressione della classe di riferimento, del proletariato, della classe operaia, degli sfruttati dal capitale. La lotta per l’indipendenza nazionale in quanto lotta antimperialista è lotta di classe anticapitalista: indebolire il fronte imperialista consente l’avanzata delle forze della rivoluzione mondiale. Il patriottismo dei comunisti non può mai essere nazionalismo prevaricatore dei diritti di altri popoli, non può mai essere nazionalismo oppressore e di rapina, non può mai esaltare la propria nazione sopra ogni cosa e sopra tutti. Per questo il patriottismo dei comunisti si lega indissolubilmente con l’internazionalismo proletario, come scrive Ho Chi Minh in alcuni suoi importanti testi. Il fronte internazionale dei popoli e del proletariato si batte per l’indipendenza nazionale dei popoli. Quando questa unità di patriottismo e internazionalismo si è realizzata, il percorso di emancipazione dell’umanità ha fatto grandi passi avanti; quando è venuto meno, c’è stata regressione nell’egoismo nazionale e subalternità del proletariato alla borghesia imperialista. Per questo ritengo che oggi, in mutate condizioni, ma nell’età dell’imperialismo in cui siamo pienamente collocati, i comunisti debbano farsi promotori di un progetto strategico di emancipazione pienamente autonomo – e non subalterno, come si manifesta oggi in taluni casi, a posizioni “sovraniste” – tenendo saldamente la bussola dell’unità inscindibile di patriottismo e internazionalismo proletario.

11 Maggio 2019

Un neofascismo diffuso tende oggi a riscrivere i valori e la storia, e a sdrucire violentemente la memoria e coscienza collettiva. Si risponda colpo su colpo con una  mobilitazione viva, permanente, ed una stagione di nuovo antifascismo militante.

di Patrizio Andreoli, Segreteria nazionale Pci – Dipartimento Politiche dell’Organizzazione

La casa editrice Altaforte vicina all’organizzazione neofascista “Casapound”, è stata esclusa dalla 32° edizione del Salone del Libro di Torino. Un sussulto democratico ed antifascista di cui vi era bisogno. Un sussulto, una decisione necessaria sul piano di merito e di principio anche a fronte delle posizioni del suo fondatore Francesco Polacchi salito agli onori della cronaca per aver pubblicato un libro-intervista dedicato al Ministro Salvini e con questo immortalatosi ad una cena in cordiale atteggiamento; nonché denunciato per apologia di fascismo dopo aver rilasciato a radio, agenzie e giornali dichiarazioni quali “io sono fascista”, “l’antifascismo è il vero male di questo Paese”, “Mussolini è il migliore statista italiano”. La decisione è stata assunta dopo pressioni e proteste di intellettuali e scrittori pronti a disertare il Salone, sino a quella “tutta politica” (era ora!) del Presidente della Regione Piemonte e del Sindaco di Torino. Decisiva la posizione di Halina Birenbaum, sopravvissuta ad Auschwitz, scrittrice, traduttrice e poetessa, nata a Varsavia, oggi residente in Israele. Novanta anni compiuti, sulla presenza di tale casa editrice non ha avuto dubbi fin dall’inizio: “O noi, o loro.” In un video inviato dove ringraziava gli organizzatori per tale presa di posizione, ha detto: “dopo aver sopravvissuto ad Auschwitz, questa è un’altra prova -per me – che il male non vincerà. Che questo esempio arrivi forte all’Italia, all’Europa e al mondo”. Sì. Vi è un grande bisogno che arrivi molto forte dando impulso ad una nuova stagione antifascista. E’ necessario ribattere colpo su colpo, offesa su offesa portata alla memoria, alla storia, alla coscienza democratica. E soprattutto, è urgente. Il punto tragico da registrare, infatti, il nodo che va denunciato con forza è che si sta ormai cercando di sdoganare il fascismo nel suo insieme quale corpo unico ed esperienza (ideologia e fatti… e quali fatti!) che hanno segnato la storia italiana. Un’operazione oggi disvelatasi con forza, a lungo coltivata e volutamente sottovalutata, che rimanda a pesanti responsabilità presenti e lontane. Un’operazione direttamente tesa a riscrivere i valori e la storia, e a sdrucire violentemente la memoria collettiva. E’ capitato così che alle posizioni della destra fascista e squadrista, della destra culturale e della destra sociale di sempre (quella, per capirci, che sin dal 1948 ha iniziato a picconare la Costituzione ed il patrimonio morale ed ideale della Resistenza); accanto all’azione di un fronte che mai in questi anni nulla ha ceduto in termini di fermezza e coerenza (tra cui per primi i comunisti), si sia contrapposta l’inattesa debolezza di una parte del mondo democratico e di una sinistra moderata sempre più sbiadita ed immemore delle proprie radici e passioni, tiepida nella protesta, inerte sul terreno della battaglia e della risposta culturale. Il formalismo liberale ha fatto premio sulla sostanza del patrimonio antifascista e sulla diga di principio da mantenere. Il dire “in fondo siamo in un Paese libero dove tutti è giusto che si esprimano, compresi i fascisti”, è divenuto l’equivoco e la trappola attraverso cui è passata un’azione di pesante smantellamento della storia resistenziale e dei necessari distinguo di fondo. Dai “salotti buoni” ad una pubblicistica politcally correct, alla vergogna di una sinistra sempre meno tale che ha negato pezzo dopo pezzo parte significativa della propria storia, si è lasciato “fare”e “dire” di tutto, tutto giustificando, tutto relativizzando e depotenziando: valori di riferimento, responsabilità politiche, ricostruzioni di ragioni e verità storiche. E la storia stessa, a poco a poco si è piegata ai colpi, alle distorsioni e persino alle infamie di un revisionismo interessato e volgare, ma non per questo meno efficace. In questo nuovo clima: la Resistenza? E’ stata non lotta di liberazione nazionale ma guerra civile scritta da una sola parte. Partigiani e repubblichini? Tutti avevano le loro buone ragioni? Gli antifascisti? Tutti comunisti in malafede. Il XXV Aprile? Data da dimenticare in cui l’Italia ha perduto il proprio onore (il riferimento è al tradimento della parola data all’alleato nazista!). La stessa idea di Patria è stata abbandonata alla retorica sovranista e nazionalista, spoliata della dignità ed impronta nuova che la stagione resistenziale, la partecipazione popolare alla battaglia antifascista e antinazista le avevano dato con la stagione repubblicana.  Ecco che sul piano inclinato e opaco determinato dal venir meno di una coscienza critica diffusa, la banalità del nuovo fascismo tra un saluto romano, un attacco forsennato alla Costituzione (venuto irresponsabilmente non solo da destra), una bastonatura squadrista, una svastica disegnata sui cippi partigiani o sulle lapidi della deportazione, un “me ne frego” detto spavaldamente in classe dinanzi al proprio insegnante, una bustina di zucchero con l’effigie del duce servita col caffè accanto a quella di Ghe Guevara, il richiamo alla terra e al sangue quale tratto distintivo e ossessivo accompagnato ovunque dal leghista “prima di tutto gli italiani”…; ha costruito una vulgata semplificata che ha ridotto la lotta di Liberazione, ovvero la più densa stagione politica e civile della nostra storia nazionale, a scaramuccia fratricida e luogo della polemica divisiva. Si è partiti lontano reclamando la pacificazione nazionale (intervento del Presidente della Camera Luciano Violante, 1996) come se quella pacificazione non fosse stata esattamente portata in dote dalla lotta partigiana, fino al tentativo di considerare alla stessa stregua massacrati e massacratori, squadristi e partigiani, torturatori e staffette partigiane cadute per la libertà No. I morti non erano e non sono tutti uguali. Per noi, massacrati e massacratori, patrioti e servi dell’occupante nazista non potranno mai essere sullo stesso piano. Non potranno mai esserlo dinanzi al giudizio della storia, non potranno mai esserlo perché diversi erano gli ideali e i principi per cui si sono battuti e sono caduti. Non potranno mai esserlo gli aguzzini e i deportati nei campi di sterminio, i resistenti e i carnefici di Stazzema, di Marzabotto, di Boves e di tanti e tanti altri luoghi dove col sangue dei civili, dei patrioti e partigiani caduti si è forgiata la coscienza e dignità dell’Italia nova. Oggi abbiamo bisogno di un antifascismo vivo quale azione permanente in grado di permeare linguaggio, costume, simboli di riferimento che penetrano nella società segnando l’immaginario e i riferimenti collettivi. L’antifascismo non può essere una ridotta in difesa di un pur glorioso patrimonio storico e morale. Sia invece semina attiva, battaglia viva sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nel mondo del volontariato. Sia, impegno che si rinnova fecondamente contro le tante nefandezze a cui assistiamo. Sia insomma, come diciamo noi comunisti, antifascismo militante. Sì. C’è bisogno di un’Italia antifascista che torna a mobilitarsi anche con durezza e sacrificio se necessario, che torna ad alzare la voce, che torna a fissare con forza i confini tra l’abisso fascista e la speranza. La reazione d’insieme a cui assistiamo è ancora debole. Va detto e bisogna averne consapevolezza. Eppure buona parte del nostro presente -qui ed ora- e  dei caratteri del nostro futuro, passano da lì. Per questo serve molto più di un sussulto.

CONTRO IL PROGETTTO GOLPISTA DEGLI USA E DI GUAIDO’!

1 Maggio 2019

A fianco del popolo venezuelano e del Presidente Maduro!

di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Venezuela: il lungo tentativo golpista condotto dall’imperialismo USA contro il legittimo governo del compagno Nicolas Maduro continua. Ieri, 30 aprile, l’ex agente della CIA ed ora vero e proprio strumento politico e militare controrivoluzionario di Trump, Juan Guaidò, ha di nuovo chiamato l’esercito venezuelano alla sollevazione militare contro il governo di Caracas.E di nuovo l’esercito si è schierato con la Rivoluzione Bolivariana. Solo un esiguo gruppo di militari, passato agli ordini di Trump, ha affiancato Guaidò presso la base dell’aviazione venezuelana de La Carlota, da dove il fantoccio degli USA ha lanciato l’ordine golpista. Con Guaidò è apparso Leopoldo Lopez, liberato da un drappello di militari controrivoluzionari dagli arresti domiciliari e posto a fianco di Guaidò per aumentare la pressione mediatica e internazionale contro Maduro. Lopez è un vero e proprio criminale, un assassino controrivoluzionario legato mani e piedi ai servizi segreti USA, che sin dalle prime vittorie di Chavez ha agito violentemente e in modo sanguinario per destabilizzare la Rivoluzione e riconsegnare il Venezuela e le sue ricchezze agli USA. In queste ore difficili, di nuovo l’esercito si è schierato con Maduro, respingendo l’ennesimo tentativo filo americano golpista. Il PCI si schiera completamente a fianco del Presidente Maduro e della Rivoluzione Bolivariana, attaccata violentemente non solo per la riconquista imperialista del Venezuela, ma per sferrare un colpo all’intero fronte antimperialista, anticolonialista e progressista internazionale; condanna la violenta politica degli USA, il suo disegno volto a tenere, attraverso Guaidò, sempre alta la tensione sino al progetto di golpe definitivo; condanna l’operazione USA già in atto e volta ad affidare ai 7 mila militari mercenari della compagnia di sicurezza privata Blackwater il compito di entrare in Venezuela per sorreggere un golpe armato contro Maduro; condanna l’Ue per la sua posizione subordinata agli USA e filo golpista; condanna il PD per sue posizioni codine e il suo fiancheggiamento a Guaidò. E memore di tutti i colpi di stato fascisti che gli USA hanno sostenuto ed organizzato in America Latina, ad iniziare dal sanguinosissimo golpe di Pinochet in Cile, contro Allende (che non poté avere il sostegno del popolo non organizzato) il PCI auspica che non solo l’esercito venezuelano rimanga saldamente al fianco del Presidente Maduro, ma che anche il popolo venezuelano scenda se necessario in armi a difendere la Rivoluzione.

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Morto Libero Traversa: il partigiano “Aiace” cuore dell’ANPI

È morto Libero Traversa, il partigiano “Aiace”, che partecipò alla liberazione di Milano. Il presidente dell’Anpi milanese, Roberto Cenati, ne ha dato notizia con «profonda tristezza» ricordando il suo impegno nell’associazione. Nel 1944, a 14 anni Traversa entrò a far parte del 23ø Distaccamento della Gioventù d’Azione della Brigata Giustizia e Libertà Rosselli.
Dopo la guerra si è iscritto al Pci, dove ha ricoperto numerosi incarichi: è stato addetto stampa della Camera del Lavoro negli anni ’50 e consigliere provinciale negli anni ’70. Dopo lo scioglimento del partito è entrato in Rifondazione e poi è stato fra i fondatori del partito dei Comunisti italiani. Nel 2007 ha ricevuto l’ambrogino d’oro. « Partigiano, politico, giornalista, scrittore e poeta – si legge nelle motivazioni – ha dedicato la sua vita a Milano e alla sua crescita civile». Membro del Comitato provinciale dell’Anpi e in passato anche di quello nazionale, Traversa era presidente Onorario della Sezione 25 Aprile.

ciao, compagno Aiace.

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Verso le elezioni europee

Il Partito Comunista Italiano esprime un sentito ringraziamento alle tante compagne ed ai tanti compagni che in queste settimane, nelle diverse realtà del Paese,  si sono impegnate/i nella raccolta delle firme necessarie per consentire al Partito di presentarsi alle elezioni europee con le proprie proposte ed il proprio simbolo.

Il risultato conseguito è importante ancorché insufficiente. Come denunciato anche da altri soggetti politici, la normativa vigente,  imponendo di raccogliere almeno  150.000 firme, suddivise pariteticamente nelle cinque Circoscrizioni, con un  minimo di 3.000 per Regione, rende oggettivamente la partecipazione alla consultazione elettorale europea un’impresa ardua, e finisce con il favorire i soggetti già presenti nel Parlamento Europeo provocando un’ulteriore restrizione a discapito di una reale partecipazione democratica.

Ciò a cui si è dato vita rappresenta un passaggio importante in direzione della ricostruzione del  Partito Comunista Italiano, e lo stesso è fortemente impegnato a proseguire la relazione instauratasi in queste settimane con le diverse migliaia di cittadine e cittadini che attraverso la loro firma gli hanno dato fiducia,  mostrando di apprezzarne la posizione.

 

L’iniziativa dello stesso, pertanto, oltre che a rimarcare i contenuti della propria proposta circa l’Europa, l’unica in grado di rispondere per davvero alla crisi che l‘ha investita in conseguenza  della  cultura  liberista che l’ha pervasa, delle politiche di austerità che ne sono discese, non può che essere volta a fare conoscere il proprio progetto per il cambiamento sociale e politico dell’Italia,a dare corpo alle proprie campagne tese a rispondere ai bisogni popolari, con particolare riguardo ai temi del lavoro, dell’istruzione, del welfare, della casa e del territorio, ricercando le più ampie convergenze possibili con l’insieme delle forze di alternativa.

Roma, 18 Aprile 2019

La Segreteria Nazionale del Partito Comunista Italiano

 

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Orario di lavoro, bene presidente INPS. E’ tempo di riconquistare i diritti

di Francesco Valerio della Croce, Segreteria nazionale PCI

L’intervento del neo presidente INPS Tridico campeggia oggi sulle prime pagine dei quotidiani, in Italia – magari anche solo per mezza giornata – si ritorna a parlare di un possibile indirizzo di riforma del diritto del lavoro, in senso finalmente positivo per i lavoratori.

Della riduzione dell’orario di lavoro, i comunisti hanno fatto e fanno una bandiera, quindi non possiamo che salutare positivamente l’intervento del presidente dell’INPS. Possiamo aggiungere che noi siamo per la riduzione generale del tempo di lavoro, e quindi anche dell’età per la pensione e da tempo proponiamo un dibattito su come garantire il diritto effettivo alla pensione per una generazione che a 30 anni e oltre è precaria e che sempre più trascorre i primi anni dell’esperienza lavorativa nella tenaglia di ciò che comunemente oggi chiamiamo lavoro gratuito. Aspettiamo – pertanto – anche su questo punto parole significative da parte del presidente dell’Istituto che nel diritto alla Previdenza ed alla pensione ha la sua ragione d’esistere e ci auguriamo che a tale apertura su orario di lavoro corrisponda, a differenza del passato, una riflessione critica sulla ideologia dell’innalzamento continuo delle soglie per la maturazione della pensione, che mina l’effettività stessa del diritto alla pensione per i giovani e non solo.

 

La questione della riduzione dell’orario di lavoro – purchè a parità di retribuzione – è centrale. E’ l’unica strada non solo per l’emancipazione generale del lavoro, ma è la via concreta con cui fronteggiare l’imponente avanzata tecnologica che, ad esempio con l’attuazione di progetti come Industria 4.0, produrrà di certo (come già certificato da eminenti istituti di ricerca) milioni di disoccupati in Italia e in Europa nei prossimi anni. E’ una posizione politica qualificante per i comunisti, che ci distingue nettamente da tesi incline ad una cosiddetta decrescita felice, riproponendo – al contrario – il tema del controllo dello Stato e dei lavoratori sui mezzi della produzione, sul mercato, con politiche di indirizzo nel segno dello sviluppo delle forze produttive in maniera non antagonistica rispetto ai diritti ed alla dignità dei lavoratori. E’ il tema del primato della dignità dei lavoratori, garantita attraverso la supremazia dello Stato e delle sue regole, sulle dinamiche selvagge della concorrenza. E’ una battaglia frontale contro la cultura liberista, ancora egemone ma messa oggi fortemente in discussione persino nel senso comune dalla miseria di massa provocata: non è un caso che proprio dagli anni Ottanta, gli anni della controffensiva capitalistica e liberista globale, la legislazione più favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro abbia trovato il suo arresto ed il suo vero e proprio arretramento.

La lotta per la riduzione dell’orario è battaglia articolata, poichè richiede la rivendicazione più generale e urgente della riscrittura del diritto del lavoro, martoriato da anni ed anni di attacchi, culminati nella deregolamentazione e precarizzazione totale ad opera degli ultimi governi. Richiede una discussione ampia sui modi per la contrattualizzazione e la regolamentazione dell’orario di lavori mascherati da partita IVA o da figure professionistiche, ma in realtà pienamente ascrivibile alle tipologie di lavoro subordinato e ipersfruttato.

Con questa battaglia si intrecciano quella per il contratto collettivo nazionale, per la contrattualizzazione delle fattispecie senza un contratto, per il salario minimo, per lo smantellamento del Jobs Act e, non in ultimo per importanza, per la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Apriamo allora la più grande offensiva politica possibile su queste parole chiare, rivolgiamola alla società e lavoriamo nelle contraddizioni di questa fase politica di transizione incerta che è caratterizzata ancora da tante promesse mancate in tema di diritti dei lavoratori.

Il PCI è per l’adesione italiana al progetto delle Nuove Vie della Seta

Redazione PCI

14 Marzo 2019

L’Italia è al centro, in queste settimane, di forti pressioni da parte dell’Amministrazione USA e delle istituzioni dell’UE, contro la possibilità di firma del Memorandum con la Cina per l’adesione al progetto delle Nuove Vie della Seta (Belt and Road Initiative) in vista della visita di Stato del Presidente Xi Jinping a fine marzo.

Il Partito Comunista Italiano condanna la campagna politica e mediatica in atto, ispirata da forze esterne ed interne, che non rispettando la sovranità democratica e popolare del nostro Paese ha come obiettivo principale il fallimento del progetto ed  il lancio di una nuova guerra fredda contro la Cina.

Il PCI è all’opposizione, sociale e politica, del governo italiano, ma ritiene tuttavia giusta ed appoggia la decisione di adesione al progetto strategico delle Nuove Vie della Seta.

 

L’Italia è stata il terminale storico della Via della Seta Marittima e può ambire ad essere il punto di riferimento di una politica di cooperazione politica, economica e diplomatica tra l’Europa, l’Asia e la sponda sud del Mediterraneo, di cui il quadro BRI può costituire un forte riferimento, ed i cui valori e principi sostanziali sono inscritti nella nostra Costituzione.

Con questo progetto l’Italia avrebbe l’occasione storica, per la prima volta dalla fine del dopoguerra, di affermare pienamente la propria sovranità politica rispetto ai dettami ed alle imposizioni degli USA e dell’UE.

L’asse franco-tedesco, rafforzato dopo il recente vertice di Aquisgrana, punta ad imporre al nostro paese un accordo quadro iniquo nelle relazioni con la Cina e di penalizzazione della nostra economia e del nostro popolo.

Sono 13 i paesi europei che hanno già firmato il Memorandum of Understanding con la Cina (Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia) ma soltanto quando si è apprestata a farlo l’Italia, la Commissione Europea ha varato un programma che impone agli stati membri di coordinarsi con le istituzioni comunitarie nella scelta delle politiche da adottare nei confronti della Cina.

Si tratta di un ennesimo documento in cui l’imperialismo europeo, violando gli stessi Trattati, punta a commissariare la politica estera dei singoli stati, a vantaggio delle frazioni dominanti del capitale europeo.

Questo avviene nel pieno accordo con le forze politiche italiane che, in questi giorni, si sono fatte espressione degli interessi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea nel nostro paese, come il Partito Democratico e le forze del centrodestra, inclusa la stessa Lega, il cui leader ha accusato più volte nell’ultimo mese la Cina di mettere in campo “politiche colonialiste” in Africa, aderendo così al linguaggio da guerra fredda propugnato dai principali terminali dell’imperialismo internazionale sui mass media di tutto il mondo.

Sarà sul Movimento 5 Stelle che si scaricherà principalmente questa contraddizione e sarà sempre più evidente, anche ai suoi elettori, che una vera politica alternativa di cooperazione ed apertura ai paesi del BRICS, come passo per la costruzione di una politica estera di pace, solidale e sovrana, non sarà possibile nel quadro di accordo di governo con la Lega, dove forti sono le frazioni atlantiste.

Il Partito Comunista Italiano sostiene pertanto ogni sforzo che porti alla firma del Memorandum ed al rafforzamento delle relazioni tra Italia e Cina, per le importanti ricadute economiche e occupazionali che ciò avrebbe nel breve periodo, e per il beneficio rappresentato nel lungo  periodo dalla  costruzione di legami economici, politici e culturali tra i due Paesi ed i due popoli.

Il PCI è e resta a favore di una politica estera sovrana, autonoma ed alternativa dai centri imperialisti, nel pieno rispetto della nostra carta costituzionale.

Roma, 14 Marzo 2019

Mauro Alboresi, Segretario nazionale PCI

Fosco Giannini,  Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Le destre avanzano in Europa e in Italia. E riscrivono la Storia

di Bruno Steri, Segreteria nazionale Pci

 

Da marx21.it: << Al Partito comunista di Ucraina viene impedito di partecipare alle elezioni presidenziali. L’Unione Europea, impegnata a sostenere un golpista fascista in Venezuela, non ha nulla da dire quando il governo nazista di Kiev viola spudoratamente le più elementari libertà democratiche, in nome della persecuzione dei comunisti scatenata in seguito al colpo di Stato del 2014, sostenuto dall’imperialismo USA/UE/NATO, e dopo il varo delle odiose leggi che li discriminano e li criminalizzano.>>

 

Lettera a Comitato NoguerraNoNato: << Su “La Stampa” di ieri venerdì 8 si poteva leggere questo titolo a proposito dell’Ucraina: “Il Parlamento vota a favore dell’adesione alla Nato e all’Ue”. L’articolo iniziava così: “Il sogno europeo della Rivolta di Maidan sarà presto nella Costituzione ucraina”. Sembra che il sogno degli Ucraini sia di entrare prima nella Nato che nell’Ue e si ignora completamente che il colpo di Stato contro Yanukovic é stato organizzato dalla Cia, dal sottosegretario Nuland. In serata alla Retetre, in ricordo delle Foibe e dei Profughi istriani, nel film Red Land- Istria rossa i partigiani slavi venivano presentati tutti come stupratori, assassini e criminali e l’attore Franco Nero, nel film uno stimato intellettuale pacifista, definiva il comunismo di Tito peggiore del nazi-fascismo. Nel film nessuna responsabilità da parte dei fascisti, nessun accenno ai campi di concentramento fascisti, alle stragi nazi-fasciste delle popolazioni slave, a quegli sloveni italiani come Pahor che finirono in campi di concentramento solo per il fatto di essere di etnia slovena. E oggi a mezzogiorno il discorso del Presidente Mattarella che definisce negazionisti gli storici che considerano le Foibe come una conseguenza dell’aggressione nazi-fascista alla Jugoslavia. Per il Presidente Mattarella, in Istria, i partigiani slavi di Tito attuarono una criminale pulizia etnica nei confronti degli italiani. E sembra che su ciò ci sia un consenso generale.

 

A mio parere è in atto una revisione storica iniziata con Napolitano e proseguita da Mattarella: per cui, fra un po’, anche in Italia, sarà arduo dichiararsi comunisti. Ciò, a mio parere, è dovuto al fatto che non esiste più una forza di sinistra nel Parlamento, gli intellettuali comunisti sono rari e non hanno voce sui mezzi d’informazione e, mai come oggi, ho notato un’informazione ed una narrazione alla rovescia, al servizio dei potenti, delle multinazionali e dei banchieri, delle Amministrazioni statunitensi, qualunque cosa facciano. Avrei sperato una Italia ed una Europa diverse, ma guardando a quanto accade sono pessimista. Un cordiale saluto Ireo Bono >>

Un vento di destra che solo il rafforzamento dei comunisti, il consolidamento di un Partito comunista può fermare

Foibe: lettera aperta al presidente Mattarella

Marica Guazzora Falcerossa

Egregio Signor Presidente della Repubblica italiana

  1. Sergio Mattarella Quirinale Roma

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione. Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre partito dall’isola quarnerina di Arbe, dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler.

In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente. Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”. Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia. Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.

A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce. Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico? Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili. L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli “Santa messa per i miei fucilati”. In Montenegro fu peggio. Ma li decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio. In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone. Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati. Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana. Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma. Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi. Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno. Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi. E’ vero. La fine della guerra in tutt’Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”. E’ inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti. Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici. Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, nè la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà. Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi. Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe.

Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane. Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”. L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma… Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi nel 1947 quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana. L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920 cui seguì una dura repressione fascista.

La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare. Spero di averla fatta riflettere.

Ossequi.

Stojan Spetič, già senatore del PCI

Lenin: per il quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

– 7 novembre 2018

*Lenin, Opere Complete, vol. 33, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.. 37-45

Si avvicina il quarto anniversario del 25 ottobre (7 novembre).

Quanto più ci allontaniamo da questo grande giorno, tanto più chiaro diviene il significato della rivoluzione proletaria in Russia e tanto più profondamente riflettiamo anche sull’esperienza pratica del nostro lavoro, considerato nel suo complesso.

In un abbozzo brevissimo — e lungi, naturalmente, dall’esser completo e preciso — questo significato e questa esperienza potrebbero essere tratteggiati nel modo seguente.

Il compito più diretto e immediato della rivoluzione in Russia era un compito democratico-borghese: eliminare i residui del medioevo, spazzarli via completamente, epurare la Russia da questa barbarie, da questa vergogna, da questo ostacolo grandissimo a ogni cultura e a ogni progresso del nostro paese.

E noi abbiamo il diritto d’esser fieri di aver compiuto questa epurazione molto più recisamente, rapidamente, arditamente, vittoriosamente, ampiamente e profondamente, dal punto di vista delle ripercussioni sulle masse del popolo, sulle folle, di quanto non avesse fatto la grande rivoluzione francese più di centoventicinque anni fa.

Gli anarchici e i democratici piccolo-borghesi (cioè i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, rappresentanti russi di questo tipo sociale internazionale) hanno detto e dicono innumerevoli sciocchezze sulla questione dei rapporti fra la rivoluzione democratico-borghese e la rivoluzione socialista (cioè proletaria). La giustezza della nostra concezione del marxismo su questo punto e il conto che facciamo dell’esperienza delle rivoluzioni precedenti son stati pienamente confermati durante quattro armi. Noi abbiamo condotto la rivoluzione democratico-borghese sino alla fine, come nessun altro. Noi procediamo con piena coscienza, fermezza ed inflessibilità verso la rivoluzione socialista, sapendo che essa non è separata da una muraglia cinese dalla rivoluzione democratico-borghese, sapendo che soltanto la lotta deciderà in quale misura (in fin dei conti) riusciremo ad avanzare, quale parte del compito incomparabilmente elevato noi adempiremo, quale parte delle nostre vittorie consolideremo. Chi vivrà vedrà. Ma noi vediamo fin d’ora che si è fatto un lavoro enorme, gigantesco — in un paese devastato, esaurito, arretrato — per la causa della trasformazione socialista della società.

Concludiamo, tuttavia, sul contenuto democratico-borghese della nostra rivoluzione. I marxisti devono comprendere che cosa significa questo. Prendiamo, a chiarimento, degli esempi evidenti.

Dire che la rivoluzione ha un contenuto democratico-borghese significa che i rapporti sociali (il regime, le istituzioni) del paese si sono epurati da tutto ciò che è medioevale, dalla servitù della gleba, dal feudalesimo.

Quali erano nel 1917, in Russia, le principali manifestazioni, le principali sopravvivenze, i principali residui della servitù della gleba? La monarchia, la divisione in caste, la proprietà fondiaria, il godimento della terra, la condizione della donna, la religione, l’oppressione nazionale. Prendete una qualunque di queste. «stalle di Augia », — che, tra parentesi, sono state lasciate in condizioni di notevole sporcizia in tutti gli Stati più progrediti dopo il compimento della loro rivoluzione democratico-borghese centoventicinque, duecentocinquanta e più anni fa (1649 in Inghilterra), — prendete una qualunque di queste stalle di Augia e vedrete che noi le abbiamo ripulite completamente. In poco più di dieci settimane, — dal 25 ottobre (7 novembre) 1917, allo scioglimento dell’Assemblea costituente (5 gennaio 1918) — abbiamo fatto in questo campo mille volte più dei democratici e liberali borghesi (cadetti) e dei democratici piccolo-borghesi (menscevichi e socialisti-rivoluzionari) negli otto mesi del loro potere.

Questi vili, questi chiacchieroni, questi Narcisi innamorati di se stessi, queste figure amletiche, minacciavano con spade di cartone e non hanno neppure distrutto la monarchia! Noi abbiamo spazzato via tutto il luridume monarchico come nessun altro aveva mai fatto. Noi non abbiamo lasciato pietra su pietra, mattone su mattone dell’edificio secolare delle caste (i paesi più avanzati come l’Inghilterra, la Francia, la Germania non si sono ancora sbarazzati fino ad oggi dei resti del regime di casta!). Le radici più profonde del regime di casta, e precisamente i residui di feudalesimo e di servaggio nella proprietà fondiaria, sono state divelte completamente da noi. «Si può discutere» (vi sono all’estero abbastanza letterati, cadetti, menscevichi e socialisti-rivoluzionari che s’interessano a queste discussioni) su che cosa, «in fin dei conti», verrà fuori dalle trasformazioni agrarie della grande rivoluzione d’ottobre. Per il momento non abbiamo nessun desiderio di sprecare il tempo in queste discussioni, giacché noi decidiamo le controversie e tutte le relative polemiche con la lotta. Ma non si può contestare il fatto che, per otto mesi, i democratici piccolo-borghesi «si sono conciliati» con i grandi proprietari fondiari, i quali conservavano le tradizioni della servitù della gleba, e che noi, in qualche settimana, abbiamo completamente cancellato dalla faccia della terra russa questi grandi proprietari fondiari e tutte le loro tradizioni.

Prendete la religione o le condizioni della donna, priva di ogni diritto, oppure l’oppressione e l’ineguaglianza giuridica delle nazioni non russe. Questi sono tutti problemi della rivoluzione democratico-borghese. Gli zoticoni della democrazia piccolo-borghese ne hanno chiacchierato per otto mesi. In neppure uno dei paesi più avanzati del mondo questi problemi sono stati risolti interamente in senso democratico-borghese. Da noi sono risolti completamente dalla legislazione della rivoluzione d’ottobre. Noi abbiamo lottato e lottiamo seriamente contro la religione. Noi abbiamo dato a tutte le nazionalità non russe le loro proprie repubbliche o regioni autonome. Da noi, in Russia, non esiste quell’ignominia, quell’obbrobrio, quella viltà che è la negazione totale o parziale dei diritti alle donne, indegna sopravvivenza della servitù della gleba e del medioevo, rinvigorita dalla cupida borghesia e dalla piccola borghesia imbecille e timorosa in tutti, senza eccezione, i paesi del globo terrestre.

Tutto ciò è il contenuto della rivoluzione democratico-borghese. Centocinquanta o duecentocinquant’anni fa, i capi più avanzati di tale rivoluzione (di tali rivoluzioni, se si vuoi parlare di ogni forma nazionale di un unico tipo generale) hanno promesso ai popoli di liberare l’umanità dai privilegi medioevali, dall’ineguaglianza della donna, dai vantaggi concessi dallo Stato a questa o a quella religione (o all’«idea religiosa», alla «religiosità» in generale), dall’ineguaglianza delle nazioni. Hanno promesso, ma non hanno mantenuto. Non hanno potuto mantenere perché sono stati ostacolati dal «rispetto» per la «sacra proprietà privata». Nella nostra rivoluzione proletaria questo maledetto «rispetto» per questo medioevo tre volte maledetto e per questa «sacra proprietà privata» non c’è stato.

Ma, al fine di consolidare per i popoli della Russia le conquiste della rivoluzione democratica borghese, noi dovevamo spingerci oltre e ci siamo spinti oltre. Abbiamo risolto i problemi della rivoluzione democratica borghese cammin facendo, come un «prodotto accessorio» del nostro lavoro vero ed essenziale, del nostro lavoro proletario-rivoluzionario, socialista. Le riforme — abbiamo sempre detto — sono un prodotto accessorio della lotta rivoluzionaria di classe. Le trasformazioni democratiche borghesi — abbiamo detto e dimostrato con i fatti — sono un prodotto accessorio della rivoluzione proletaria, cioè socialista. D’altronde, tutti i Kautsky, Hilferding, Martov, Cernov, Hillquit, Longuet, MacDonald, Turati e gli altri eroi del marxismo «due e mezzo» non hanno saputo comprendere tale nesso tra rivoluzione democratica borghese e rivoluzione proletaria socialista. La prima si trasforma nella seconda. La seconda risolve cammin facendo i problemi della prima. La seconda consolida l’opera della prima. La lotta e soltanto la lotta decide sino a qual punto la seconda riesce nel suo sviluppo a superare la prima.

Il regime sovietico è appunto una delle conferme o manifestazioni evidenti di questa trasformazione di una rivoluzione nell’altra. Il regime sovietico significa massima democrazia per gli operai e i contadini e, al tempo stesso, rottura con la democrazia borghese e comparsa di un nuovo tipo di democrazia di importanza storica mondiale, e precisamente della democrazia proletaria o dittatura del proletariato.

I cani e i porci della borghesia moribonda e della democrazia piccolo-borghese, che si trascinano al suo seguito, ci coprano pure di un cumulo di maledizioni, di ingiurie, di beffe per i nostri insuccessi ed i nostri errori nell’organizzazione del nostro regime sovietico. Noi non dimentichiamo, neanche per un minuto, che abbiamo effettivamente subito e subiamo molti scacchi, abbiamo commesso e commettiamo tuttora molti errori. Come se si potessero evitare gli scacchi e gli errori in un’impresa nuova, nuova per tutta la storia del mondo, qual è la creazione di un tipo di struttura statale che non ha esempi! Noi lotteremo inflessibilmente per rimediare ai nostri scacchi e ai nostri errori, per migliorare l’applicazione, ancora ben lontana dall’essere perfetta, dei principi sovietici. Ma abbiamo il diritto di esser fieri — e siamo fieri — che ci sia toccata la fortuna d’incominciare la costruzione dello Stato sovietico, d’iniziare perciò una nuova epoca della storia mondiale, l’epoca del dominio di una nuova classe, oppressa in tutti i paesi capitalistici e che dappertutto marcia verso una vita nuova, verso la vittoria sulla borghesia, verso la dittatura del proletariato, verso la liberazione dell’umanità dal giogo del capitale, dalle guerre imperialiste.

Il problema delle guerre imperialiste, di quella politica internazionale del capitale finanziario che oggi predomina in tutto il mondo, che fa nascere inevitabilmente nuove guerre imperialiste e che genera inevitabilmente una intensificazione inaudita dell’oppressione nazionale, del saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento delle piccole nazioni deboli e arretrate ad opera di un pugno di potenze «più avanzate», questo problema è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di tutta la politica di tutti i paesi del mondo. È questa una questione di vita o di morte per decine di milioni di uomini. La questione sta in questi termini: nella prossima guerra imperialista — che la borghesia prepara sotto i nostri occhi, che sorge dal capitalismo sotto i nostri occhi — si massacreranno 20 milioni di uomini (invece di 10 milioni uccisi nella guerra del 1914-1918 e nelle «piccole» guerre complementari, non ancora finite); saranno mutilati — in questa prossima guerra, inevitabile (se si manterrà il capitalismo) — 60 milioni di uomini (invece di 30 milioni di mutilati nel 1914-1918). Anche in questa questione, la nostra rivoluzione d’ottobre ha iniziato una nuova epoca nella storia mondiale. I servitori della borghesia e i loro portavoce (i socialisti-rivoluzionari, i menscevichi e tutta la democrazia piccolo-borghese, sedicente «socialista», di tutto il mondo) schernivano la parola d’ordine della «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile». Ma questa parola d’ordine è risultata l’unica verità, sgradevole, brutale, nuda, crudele — questo è giusto — ma una verità fra le miriadi degli inganni sciovinisti e pacifisti più raffinati. Questi inganni si dissipano. La pace di Brest è smascherata. Ogni giorno, inesorabilmente, si smascherano sempre più la portata e le conseguenze della pace di Versailles, peggiore ancora di quella di Brest. E sempre più chiara, sempre più precisa, sempre più ineluttabile, davanti a milioni e milioni di uomini che meditano sulle cause della guerra di ieri e della incombente guerra futura, sorge la terribile verità: non ci si può liberare dalla guerra imperialista e dalla pace (se avessimo ancora la vecchia ortografia, scriverei qui due volte la parola mir nei suoi due significati)1 imperialista che inevitabilmente la genera, non ci si può strappare a quest’inferno se non con la lotta bolscevica e la rivoluzione bolscevica.

La borghesia e i pacifisti, i generali e i piccoli borghesi, i capitalisti e i filistei, tutti i cristiani credenti e tutti i paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo insultino pure furiosamente questa rivoluzione. Con tutto il loro torrente di malvagità, di calunnie e di menzogne essi non oscureranno il fatto, d’importanza storica mondiale, che, per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni, gli schiavi hanno risposto alla guerra tra i padroni di schiavi con l’aperta proclamazione della parola d’ordine: trasformiamo questa guerra tra schiavisti per la ripartizione del bottino in una guerra degli schiavi di tutte le nazioni contro gli schiavisti di tutte le nazioni!

Per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni questa parola d’ordine si è trasformata, da confusa e impotente aspettazione, in un programma politico chiaro e preciso, in una lotta attiva di milioni di oppressi sotto la guida del proletariato, in una prima vittoria del proletariato, in una prima vittoria della causa dell’unione degli operai di tutti i paesi contro l’unione della borghesia delle diverse nazioni, di quella borghesia che fa la guerra e conclude la pace a spese degli schiavi del capitale, a spese degli operai salariati, a spese dei contadini, a spese dei lavoratori.

Questa prima vittoria non è ancora una vittoria definitiva ed è stata ottenuta dalla nostra rivoluzione d’ottobre attraverso ostacoli e difficoltà senza uguali, sofferenze inaudite, attraverso una serie di insuccessi e di errori grandissimi da parte nostra. Come se, da solo, un popolo arretrato avesse potuto vincere senza insuccessi e senza errori le guerre imperialiste dei paesi più potenti e più avanzati del mondo! Noi non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori e li esaminiamo spassionatamente per imparare a correggerli. Ma il fatto rimane: per la prima volta, dopo centinaia e migliaia di anni, la promessa di «rispondere» alla guerra tra gli schiavisti con la rivoluzione degli schiavi contro tutti gli schiavisti è stata mantenuta fino in fondo e lo è stata malgrado tutte le difficoltà.

Noi abbiamo cominciato quest’opera. Quando, entro che termine precisamente, i proletari la condurranno a termine? Ed a quale nazione apparterranno coloro che la condurranno a termine? Non è questa la questione essenziale. È essenziale il fatto che il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada è segnata.

Continuate pure le vostre ipocrisie, signori capitalisti di tutti i paesi, che «difendete la patria» giapponese contro quella americana, l’americana contro la giapponese, la francese contro l’inglese, ecc.! E voi, signori paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo, insieme con tutti i piccoli borghesi pacifisti e tutti i filistei del mondo, continuate pure a «eludere» la questione dei mezzi di lotta contro le guerre imperialiste con dei nuovi «manifesti di Basilea» (sul modello del Manifesto di Basilea del 1912)2. Alla guerra imperialista, alla pace imperialista, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini. Le rivoluzioni successive strapperanno a simili guerre ed a simili paci l’umanità intera.

E l’ultima nostra opera — la più importante, la più difficile, la più incompiuta — è l’organizzazione economica, la costruzione di una base economica per il nuovo edificio socialista che sostituisce quello vecchio e feudale distrutto, e quello capitalista semidistrutto. In questa opera, che è la più difficile e la più importante, abbiamo, più che in ogni altra, subito insuccessi e commesso errori. Come se si potesse incominciare senza insuccessi e senza errori un’opera simile, nuova al mondo! Ma noi l’abbiamo iniziata. Noi la continuiamo. Noi correggiamo appunto ora, con la nostra «nuova politica economica», tutta una serie di errori da noi commessi, impariamo come si deve proseguire nella costruzione dell’edificio socialista, in un paese di piccoli contadini, senza cadere in questi errori.

Le difficoltà sono immense. Noi siamo abituati a lottare contro difficoltà immense. Non per nulla i nostri nemici ci hanno soprannominati uomini «granitici» e rappresentanti di una «politica che spezza le ossa». Ma noi abbiamo imparato anche, per lo meno sino a un certo punto, un’altra arte, necessaria nella rivoluzione: la flessibilità, la capacità di cambiare rapidamente e bruscamente la nostra tattica, di tenere in considerazione i mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere una nuova via verso il nostro scopo se quella di prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile per un determinato periodo di tempo.

Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo e avendo risvegliato l’entusiasmo popolare prima genericamente politico e poi militare — noi contavamo di adempiere direttamente, sulla base di questo entusiasmo, anche i compiti economici non meno grandi di quelli politici e di quelli militari. Noi contavamo — o forse, più esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un calcolo sufficiente — di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare — con un lavoro di una lunga serie d’anni — il passaggio al comunismo. Non direttamente sull’entusiasmo, ma con l’aiuto dell’entusiasmo nato dalla grande rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale, sull’interesse personale, sul calcolo economico, prendetevi la pena di costruire dapprima un solido ponte che, in un paese di piccoli contadini, attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo, altrimenti voi non arriverete al comunismo, altrimenti voi non condurrete decine e decine di milioni di uomini al comunismo. Questo ci ha detto la vita. Questo ci ha detto il corso obiettivo seguito dalla rivoluzione.

E noi, che in tre o quattro anni abbiamo imparato un poco a compiere svolte repentine (quando sono necessarie), abbiamo cominciato con zelo, con attenzione, con perseveranza (benché non ancora con abbastanza zelo, attenzione e perseveranza) a studiare la nuova svolta della «nuova politica economica». Lo Stato proletario deve diventare un «padrone» cauto, scrupoloso, esperto, un commerciante all’ingrosso puntuale, perché altrimenti non potrà mettere economicamente sulla buona via un paese di piccoli contadini. Oggi, nelle condizioni attuali, accanto all’occidente capitalista (ancora capitalista per il momento), non c’è altro mezzo per passare al comunismo. Un commerciante all’ingrosso sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo dalla terra. Ma questa è appunto una delle contraddizioni che, nella vita reale, attraverso il capitalismo di Stato, conducono dalla piccola azienda contadina al socialismo. L’interesse personale eleva la produzione, e noi abbiamo bisogno dell’aumento della produzione, innanzi tutto e a qualunque costo. Il commercio all’ingrosso unisce economicamente milioni di piccoli contadini, in quanto li interessa, li spinge a gradini economici superiori, a diverse forme di collegamento e di associazione nella produzione stessa. Noi abbiamo già cominciato la necessaria riorganizzazione della nostra politica economica. In questo campo registriamo già alcuni successi, non grandi, è vero, parziali, ma indubbiamente dei successi. Noi siamo già alla fine del corso preparatorio in questo campo della nuova «scienza». Con uno studio tenace e perseverante, verificando praticamente l’esperienza di ogni nostro passo, non temendo di rifare più volte ciò che si è incominciato, correggendo i nostri errori, considerandone attentamente il significato, noi passeremo anche nelle classi successive. Noi seguiremo tutto il «corso» quantunque le circostanze della economia e della politica mondiale lo abbiano reso molto più lungo e difficile di quanto non avremmo voluto. Per quanto siano dure le sofferenze del periodo di transizione, le calamità, la fame, lo sfacelo, noi non ci perderemo d’animo e, ad ogni costo, condurremo la nostra causa a una conclusione vittoriosa.

 

Il 16 ottobre 2018 ricorre il decimo anniversario della scomparsa di AURELIO STRADA. La sua vita è stata illustrata nel corso del Consiglio Comunale del 12 ottobre.

 

Buonasera, intendiamo ringraziare Il Sindaco Dott. Zattini GianLuca e l’intera amministrazione per l’opportunità che ci ha concesso di ricordare e cercare di tracciare il percorso di Aurelio, una vita dedicata allo sviluppo della democrazia, dell’equità sociale, della pace, alla difesa e sviluppo della Costituzione Repubblicana nata dalla guerra di Liberazione e alla costruzione di una società socialista in Italia e nel mondo. Con questo contributo ci rendiamo consapevoli di alcuni limiti che possono emergere, alcuni contributi provengono da documenti , ma soprattutto dalla memoria e dalla comune militanza per oltre 40 anni in partiti di natura comunista a partire dal PARTITO COMUNISTA ITALIANO.

Aurelio nasce nel 1927 a Meldola da padre muratore e da madre operaia Anna Maria Casadei , non sempre lavoravano, Aurelio, cresce e matura in una casa povera. Antonio, il padre è socialista e in diverse occasioni arriva allo scontro con fascisti unitamente ai compagni antifascisti e la sua avversione al fascismo la manifesta anche attraverso i figli facendogli rifiutare la tessera di Balilla che veniva data a quanti frequentavano la scuola. Aurelio, compie gli studi accedendo alla licenza dell’avviamento e sono gli anni in cui inizia ad amare la lettura, legge tutto ciò che si trova ,   testi di ispirazione antifascista non se trovavano, riesce comunque a leggere il celebre libro di Jak London “il tallone di ferro” sfuggito alla ferrea censura fascista. Il fratello Spartaco è militare in Albania, si ammala di tifo e viene rispedito in Italia,con la caduta del fascismo non si presenta alla chiamata della Repubblica di Salò e con altri compagni sceglie la vita partigiana raggiungendo i componenti L’ 8 brigata Garibaldi. Il padre Antonio per rappresaglia viene arrestato e internato in un campo di concentramento in Germania, per gli stenti e i patimenti ritornerà dalla prigionia cieco al termine della guerra.

E’in quel contesto che matura sempre più forte la convinzione in Aurelio di schierarsi con il popolo (nell’accezione gramsciana del termine) e nel 1944-1945 unitamente ai fratelli aderisce al ricostituito Partito Comunista Italiano. Il giovane Aurelio inizia la propria attività politica lavorando per la costruzione di un forte partito Comunista che rappresenterà una costante nel corso di tutti gli anni in cui ha svolto attività politica fino alla grave malattia; si impegna a fondo per contribuire a vincere il Referendum per la Repubblica e le elezioni politiche del 1948 nel Fronte Popolare che si trasformarono in una cocente delusione, ma sa ripartire con maggiore determinazione non piegando mai la schiena. Nel 1948 Aurelio, già dirigente sindacale e politico, organizzatore dei lavoratori e delle lotte con scioperi, diviene nel concetto leninista un “rivoluzionario di professione”, verrà inviato in una delle scuole di partito nelle quali si sono formati nel corso di decenni quadri che hanno diretto Istituzioni, il partito e organismi di massa diventandone la spina dorsale del movimento. Nel 1949, riceve una lettera dai compagni del comitato di sezione di Meldola, la quale dimostra l’attaccamento, il rispetto e la fiducia dei compagni. La lettera rappresenta una pietra miliare nella sua lunga militanza comunista, e della quale riteniamo di darne lettura integrale.

 

Carissimo compagno, il comitato di Sezione riunito come di consuetudine, si accinge, pur riconoscendosi abbastanza in ritardo a scriverti.

In nome suo e della collettività ti porge i più sinceri auguri; onde tu possa, per te e l’umanità tutta addivenire ciò che il nostro Partito si è prefisso di ottenere da te.

Con l’anno 1949 la nostra sezione si è proposta di effettuare un vasto piano di lavoro, che consiste nel miglioramento organizzativo, politico, ideologico di tutti i compagni, cercando in qualche modo di farne di ogni compagno un fervido attivista.

Sappi che in questi giorni si è costituita anche a Meldola l’alleanza giovanile, pare abbia dare buoni risultati: a capo della su detta vi è il compagno Gardelli, il quale coadiuvato da altri giovani, si é impegnato di ricavarne un sucessone, speriamo bene!

Ma tu intanto cerca di intervenire in merito col tuo consiglio presso il compagno Gardelli

. Per il 13 marzo ricorrenza della morte del comp. Partigiano ANTONIO CARINI (ORSI) , stiamo preparando una grandissima significativa commemorazione in sua memoria, indicendo pertanto un raduno partigiano in campo provinciale, con la partecipazione dei compagni Onorevoli TERRACINI E BOLDRINI.

Crediamo opportuno comunicarti che siamo venuti a conoscenza per mezzo del compagno SIGFRIDO COPPOLA, che esiste in Pretura, una segnalazione anonima a carico tuo con la seguente motivazione ( ATTIVISTA SINDACALE PERICOLOSO INSCRITTO AL P.C.I. DA ELIMINARSI AL MOMENTO OPPORTUNO).

Almeno per il periodo degli studi ti consigliamo di non esporti troppo,comprendici.

Allegata alla presente troverai la tessera dell’anno in corso.

Di nuovo ricevi i nostri affettuosi auguri. IL COMITATO.

Saluti Divo, Facibeni Libero, Foschi Manlio, Castori Ero

Diversi compagni non facenti parte del comitato inviano i loro saluti. (Venturi- nonostante non sia nel comitato   -Bertaccini Ubaldo di Via Balzetta, un altro Bertaccini oppure Bartolucci

 

P.S. troviamo due note inviate ad Aurelio

1) Caro Aurelio, ne approfitto della presente per allegarti anch’io il mio caro saluto ed augurio; e nel dirti pure che devi essere orgoglioso per una fortuna simile nel difendere e propagandare per il domani la linea del nostro partito. Avanti e non fermarti che la vittoria è nostra. Saluti da tutti e da me in particolarmente. (Firma illeggibile)

 

2) Piccirotto ti saluta cordialmente, aspetta tua lettera e ti dice che se ti manca il francobollo te lo spedirà lui. Nota Bene. Il mio interessamento l’ho fatto, è su ciò del più importante è già segnato sopra. La tessera è inclusa nella presente. Coraggio e buon lavoro.

 

Per dovuta conoscenza intendiamo ricordare il compagno Foschi Manlio, ciabattino, fu uno dei fondatori a Meldola del Partito Comunista d’Italia nel 1921 proveniente dalla Gioventù Socialista

 

Questa lettera, ci racconta il clima politico di quegli anni, la durezza dello scontro in atto, il ruolo anticomunista della Democrazia Cristiana, come l’ostracismo verso i partiti del fronte popolare, il condizionamento, e lo comprenderemo successivamente del ruolo di una organizzazione multinazionale, la NATO nei confronti di uno stato che da poco si era liberato dal fascismo e dalla monarchia. Aurelio a 22 anni rientra già nel novero dei comunisti pericolosi (da eliminare)

Ci fa pure comprendere come quei compagni che dirigevano il partito a Meldola fatto di operai, contadini, artigiani, maturati sotto il fascismo, trovassero nel giovane Aurelio il compagno determinato e preparato a difendere, propagandare gli interessi del popolo non solo in Italia, ma per l’umanità intera, marxista-leninista antidogmatico, convinto assertore dello sviluppo creativo del pensiero come confronto permanente della realtà con la teoria, fermamente convinto del concetto del partito strumento per la trasformazione della società, e non come strumento personale per fini carrieristi ed economici.

 

E’ sindacalista della C.G.I.L. a Modigliana, è in quella cittadina che conosce Michelina che diventerà la compagna della sua vita, avrà un figlio,Tiziano, e successivamente, altri due che perderanno la vita il primo colpito da una terribile malattia, il secondo in una tragica circostanza, due nipoti, Francesco e Simona che saranno le ultime gioie di una lunga malattia.

 

Gli anni 50, sono gli anni in cui conosce il carcere perché organizzatore di scioperi. Dal carcere ne esce più forte, ne nasce la ferma determinazione che la lotta alle ingiustizie deve essere condotta con maggiore determinazione, quel periodo di detenzione lo utilizza per sviluppare ulteriormente la sua cultura, studia, richiedendo soltanto libri.

 

Viene inviato a dirigere la struttura meldolese della C.G.I.L. e diviene segretario provinciale dei braccianti, una vita dura, pericolosa, data la situazione del tempo. Svolge quel ruolo fin quando non viene chiamato dal P.C.I. ad un incarico diverso, di Sindaco al comune di Meldola

 

Nel 1965 dopo una lunga esperienza nel Consiglio Comunale di Meldola, in qualità di Capo gruppo, Aurelio inizia una nuova esperienza, viene chiamato a svolgere il ruolo di Sindaco in sostituzione della compagna Ariella Farneti eletta al Senato della Repubblica nel 1963. Rimane Sindaco per circa 2 anni, e nonostante il breve periodo affronta con determinazione il problema del recupero del centro storico costituendo una commissione di esperti. Rappresenta una novità per la Città, e come tutte le cose nuove apre un importante dibattito e solo dopo anni i risultati cominciano ad essere visibili. La maggioranza consigliare entra presto in fibrillazione, la componente socialista avanza la richiesta di un riequilibrio, con la presentazione di un Sindaco di sua espressione. La giunta presenta un piano per gli investimenti che il Consiglio respinge e Aurelio presenta le dimissioni. Inizia un periodo di gestione commissariale che terminerà nel 1970.

 

Terminata la breve esperienza, Aurelio è chiamato a dirigere il partito nella Valle del Bidente da Meldola a S.Sofia. Impegna il partito nelle grandi battaglie per la pace, il lavoro e lo sviluppo economico partendo dall’allargamento della bidentina, che trova la conclusione dopo circa vent’anni. Gli ultimi anni del decennio sono caratterizzati da grandi mutamenti politici e sociali, il 68, l’anno della grande contestazione al sistema di cui ricorre il 50°, la promulgazione della “Populorum Progressio” del 1967 che seguì la “Pacem in terris” di Giovanni XXXIII del 1963, vede Aurelio protagonista unitamente a intellettuali di estrazione cattolica a dibattiti che avranno una grande risonanza in tutta la provincia. Gli anni 60 sono pure gli anni di tentativi golpisti “piano Solo” da parte di istituzioni create dallo Stato, il Sifar del generale De Lorenzo che riprende le schedature di cittadini, politici, ecclesiasti riprendendo un antico malvezzo dell’italia fascista con L’Ovra, schedando circa 150 mila persone, lo stesso compagno Pietro Nenni nel 1964 vice presidente del consiglio dei ministri parla di “frusciar di sciabole”. Nel 1965 il Sifar viene sciolto e nasce il nuovo servizio segreto di informazioni , continua comunque ad operare Gladio in stretto collegamento con la NATO. Anche Meldola avrà i suoi schedati, Aurelio Strada comunista pericoloso e un altro comunista definito tranquillo, sornione. I campi di prigionia in Sardegna erano già pronti a raccogliere migliaia di persone. Aurelio ancora una volta stupisce i compagni “se fosse successo almeno mi avessero lasciato i libri”

 

Con il 1970 si ricostituisce una maggioranza composta da P.C.I. e P.S.I., Meldola ha un nuovo Sindaco, il compagno Albano Ruscelli, il riequilibrio richiesto dal P.S.I. nel 1966 porta pure S.Sofia ad un nuovo sindaco. Aurelio per alcuni mesi svolge la funzione di Vice Sindaco, viene chiamato a svolgere un nuovo incarico nel partito a livello provinciale entrando nella segreteria federale con la responsabilità agli Enti Locali. Negli anni 70 e 80 acquisirà una grande esperienza di amministratore, sarà chiamato a svolgere il ruolo di Vice Presidente della Provincia di Forli, e negli anni successivi diventa Presidente dell’AUSL di Forli, responsabilità che mantiene fino alle dimissioni nel 1991 anno di scioglimento del P.C.I. e costituzione del P.R.C. al quale aderisce.

In Provincia è stato Assessore al bilancio e al patrimonio, che gli dà la possibilità di dare inizio nei primi anni 80° alle pratiche per la ristrutturazione della Rocca delle Caminate, opera conclusa solo da qualche anno. Da Presidente dell’ AUSL di Forlì è da ascrivergli il progetto di trasferimento e inizio lavori dal centro di Forlì del Morgagni a Vecchiazzano.

 

Aurelio non è mai uno Jes man , ha sempre difeso le proprie posizioni negli organi preposti del partito, sicuramente, non ne ha tratto vantaggio, ha sempre rispettato e difeso pubblicamente le posizioni del partito nel nome del principio leninista del Centralismo Democratico.

 

Con lo scioglimento del P.C.I. al quale si è opposto con determinazione, e la costituzione del Partito della rifondazione comunista, si apre una nuova stagione politica, nel 1991 viene eletto a Presidente del Comitato politico federale , nel 1995 Rifondazione si presenta alle elezioni comunali e Aurelio viene eletto in Consiglio comunale con oltre 1000 voti, un successo. Intenso sarà il lavoro svolto in consiglio comunale utilizzando molte delle sue energie verso l’ospedale di Meldola, cercando, di salvare almeno una sezione di Medicina. A fine 1998 problemi strategici e identitari portano la componente definita cossuttiana a uscire dal P.R.C. e fondare il Partito dei comunisti italiani. Aurelio aderisce al nuovo partito, continua nella sua funzione di amministratore e politico fino a che la salute lo sorregge.

 

Ricordare la figura di Aurelio, è stato un onore per i compagni che hanno trascorso in completa assonanza decenni di attività politica, per cui riteniamo di concludere questo intervento citando una frase di Palmiro Togliatti, che racchiude tutta la sua vita politica, “Veniamo da molto lontano,e andiamo molto lontano! Senza dubbio! Il nostro obiettivo è la creazione nel nostro paese di una società di liberi e di uguali, nella quale non ci sia sfruttamento da parte di uomini su altri uomini. GRAZIE

(A seguito della commemorazione viene richiesta la titolazione di una via, piazza, o parco di Meldola.)

 

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