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Il sito PdCI/PCdI  si è trasformato in sito PCI.
Tutte le pagine presenti rimarranno a testimonianza del
lavoro svolto nel corso degli anni, l’indirizzo rimarrà
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_Chi non lavora-non mangia!” – questo principio fu proclamato da Buddha e dall’Apostolo Paolo, i primi coloni dell’America e Karl Marx, ma solo la Rivoluzione, la conquista del potere da parte del popolo lavoratore, realizzò questo principio.

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Sito ufficiale del PCI

Il Partito Comunista Italiano e Fronte Popolare in risposta all’appello unitario di Rifondazione Comunista

di Partito Comunista Italiano e Fronte Popolare

Care compagne e cari compagni,

l’appello che il vostro partito ha lanciato all’ampio arco delle forze politiche e sociali della sinistra, femministe, civiche e ambientaliste, richiama l’attenzione sull’urgenza di una risposta unitaria alla grave crisi sociale e democratica che il nostro paese sta attraversando. Come sapete, questa urgenza la sentiamo con la stessa vostra intensità: essa è stata ed è alla base di tutta la nostra azione politica. La costruzione del Coordinamento Nazionale delle Sinistre di Opposizione, nato nel dicembre 2019 a seguito di un’affollata assemblea unitaria al Teatro de’ Servi di Roma, nel corso della quale anche voi avete preso la parola, che continua a offrire un significativo spazio di confronto e unità d’azione, il successivo lancio della campagna unitaria “Riconquistiamo il diritto alla salute”, la comune adesione all’Iniziativa dei Cittadini Europei contro i brevetti sui vaccini Covid, sono solo alcune testimonianze di una riflessione e di un impegno comuni e molto spesso condivisi.

Certamente l’insediamento del governo Draghi, con l’operazione di trasformismo e consociativismo che ha messo a disposizione di un ristretto gruppo di tecnocrati, impadronitosi dei ministeri chiave, una schiacciante maggioranza parlamentare, mostra con drammatica chiarezza le poste in gioco del delicatissimo passaggio storico in cui ci troviamo a operare. Siamo di fronte a una forma inedita e brutale di imposizione del passaggio a nuove forme di organizzazione della società e dello Stato, entro quel paradigma ordoliberista dominante nell’Unione Europea che sta facendo scendere sull’intero continente, dunque anche sull’Italia, una cappa insopportabile di soffocamento del conflitto sociale, di ristrutturazione macroeconomica e di molecolare neocorporativismo, che di fatto rappresenta un colpo mortale ai principi della nostra Costituzione, agli istituti e alle forme della nostra democrazia e della partecipazione popolare.

La pandemia da coronavirus, l’insediamento dell’amministrazione Biden negli Stati Uniti e la conseguente nuova centralità che la questione della fedeltà atlantica assume anche nel dibattito italiano, il protagonismo della Commissione von der Leyen a Bruxelles (peraltro così fallimentare sul fronte della campagna vaccinale), rappresentano altrettanti elementi di svolta in un quadro segnato dall’evidenza di come l’attuale culto del mercato, imposto quale dogma a livello planetario, sia tanto intrinsecamente letale non solo per i bisogni, ma per la stessa sopravvivenza delle classi popolari, quanto integralmente concepito su misura per gli interessi di oligarchie sempre più ristrette, violente e senza scrupoli.

Di fronte a tutto ciò, non reagire percorrendo la via dell’unità tra tutte e tutti coloro che sono pienamente coscienti della situazione è semplicemente impensabile. Con lo stesso spirito con cui abbiamo operato e continuiamo a operare attivamente per costruire l’unità possibile, abbiamo accolto con grande favore l’importante passo in più rappresentato dalla pubblicazione del vostro appello. Si tratta ora di trovare forme, metodi, proposte concrete per dar forma insieme, in modo condiviso e valorizzando sino in fondo l’apporto di tutte e di tutti, all’unità necessaria.

Come sottolineato nel vostro documento, rigettare ogni forma di precipitazione elettorale, organizzativa o di altro tipo ci sembra un requisito indispensabile per non ripetere errori passati che tanto male hanno fatto e continuano a fare alla causa della costruzione di un campo dell’alternativa politica che abbia le caratteristiche necessarie per dare risposta alle sofferenze, alle molteplici forme di violenza contro le persone e contro l’ambiente, alle discriminazioni e alle ingiustizie incessantemente prodotte da questo sistema inumano.

Ancora una volta, all’appello all’unità noi rispondiamo senza esitare che ci siamo e che siamo pronti. Siamo pronti a confrontarci sull’analisi del mondo che ci circonda, per rendere la comprensione condivisa più articolata e più in grado di generare proposte che riaccendano la partecipazione e la passione politica. Ci siamo per sperimentare forme di unità d’azione innovative, che permettano alle nostre compagne e ai nostri compagni di ogni parte d’Italia di lavorare insieme, come spesso già fanno, con nuovo slancio ed entusiasmo, finalmente sicure e sicuri che quanto realizzano nei territori possa contribuire a dare respiro alla costruzione di una prospettiva che parta dalla pratica dell’opposizione ma che a essa non sia rassegnata, perché capace di riaprire alla possibilità di cambiamenti concreti e profondi.

Al vostro invito al confronto replichiamo: parliamoci e facciamolo subito! Facciamo in modo che i pericoli di oggi non rimangano senza risposta a sinistra, ma siano invece la spinta per aprire finalmente quella pagina nuova che il nostro popolo attende da troppo tempo.

 

PER IL PIÙ AMPIO FRONTE UNITARIO DI OPPOSIZIONE AL GOVERNO DRAGHI

di Coordinamento Nazionale delle Sinistre di Opposizione (Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Care/i compagne/i, è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei.

L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista. L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.

Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi. Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di auto centratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.

Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico. Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune.

Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo. La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

La PCFR è per una costituzione della giustizia e del governo del popolo.

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Dichiarazione del Presidio del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa

Il 1° luglio è stata annunciata la data del voto sugli emendamenti alla Costituzione russa. Alcuni di essi sono importanti e promettenti. Tuttavia, nel complesso non sono favorevoli alla rinuncia al l’autoritarismo presidenziale e al potere dell’oligarchia. Gli emendamenti introdotti non fanno della Russia uno Stato sociale. Non proteggono la società dall’impatto distruttivo della russofobia e dell’antisovietismo.

La posizione del Partito Comunista della Federazione Russa sul “voto di tutta la Russia” si basa su conclusioni concrete e principi fermi.

1. Non abbiamo votato per la costituzione di Eltsin, approvata nel 1993. Questo documento è saturo del sangue dei difensori della Casa dei Soviet, del fumo della guerra in Cecenia e delle lacrime degli umiliati e dei derubati. Ha legittimato la privatizzazione ladrona, ha aperto le porte alla decimazione dell’economia e della sanità, della scienza, della cultura e dell’istruzione. Da allora il nostro partito si è battuto strenuamente per una revisione della costituzione sulla base del principio chiave: potere e proprietà al popolo.

2. Quando è stata lanciata la riforma costituzionale ci siamo subito uniti a questo processo. Il CPRF ha presentato 108 emendamenti alla legge principale. Abbiamo chiesto un’ampia discussione di questi emendamenti. Le autorità hanno di fatto ignorato 15 disposizioni chiave che miravano a un drastico cambiamento del corso socio-economico. La maggioranza parlamentare di Russia Unita ha respinto tutte le nostre leggi che avrebbero migliorato la posizione dei lavoratori.

3. Gli emendamenti posti in votazione il 1° luglio non modificano l’essenza della legge principale in base alla quale la Russia è stata fatta vivere nell’ultimo quarto di secolo. Il “partito di governo” rifiuta di fatto di cambiare la rotta della nave “Russia” in modo pacifico e democratico. La nuova edizione della Costituzione rafforza il diktat presidenziale e consolida il governo oligarchico che porta il Paese verso una catastrofe. Se non si cambia rotta nell’interesse della gente oggi il Paese vedrà fratture sempre più profonde, una grave crisi e il caos. Osserviamo che il capitalismo speculativo globale è in disordine. È ora di smettere di prendere spunto dal capitalismo senile e di dirigersi verso una società di giustizia e di progresso a tutto tondo, verso una società socialista.

4. Le modifiche alla legge principale non possono essere adottate in fretta. Abbiamo già chiesto la convocazione di un’Assemblea Costituzionale e presentato un progetto di legge su come formarla. Invece Russia Unita ha affrettato l’approvazione degli emendamenti attraverso la Duma di Stato. Sono stati prontamente approvati dal Consiglio della Federazione. Il Presidente ha annunciato che sono stati approvati. In queste condizioni il voto del 1° luglio ha in gran parte un carattere rituale. Non ha lo status di referendum ed è in contrasto con la legge elettorale. Tutto questo è un’ulteriore prova della falsità della democrazia borghese.

5. Il Comitato elettorale centrale organizza il “voto di tutta la Russia” secondo una procedura dubbia. La votazione non sarà effettuata su ogni emendamento concreto. Si può votare solo “a favore” o “contro” tutti gli emendamenti contemporaneamente. La porta è spalancata per le manovre di voto. La votazione durerà diversi giorni. Le autorità esortano le persone a votare per via elettronica o per posta, il che pone il processo al di fuori del controllo pubblico. È un banco di prova per nuovi metodi di falsificazione delle future elezioni.

6. Ciò che sta accadendo mina la legittimità dei risultati in anticipo. Le autorità si sottraggono a un dialogo a tutto campo e, passo dopo passo, mettono in discussione il quadro giuridico su cui dovrebbe basarsi lo Stato russo. Questo dà mano libera agli avventurieri politici che sono pronti a minare la pace civile e a mettere la loro posta in gioco sul caos secondo lo scenario Maidan dei Bandisti. La Russia non deve ripetere la tragedia del popolo ucraino.

7. La vera politica richiede la partecipazione attiva delle masse. Un boicottaggio del voto ” di tutta la Russia ” non servirà a nulla. Essere cittadini significa lottare per il destino del Paese. Le autorità devono conoscere la posizione dei cittadini e fare i conti con la loro volontà. Siamo sicuri che tutti dovrebbero esprimere la loro opinione in base alla propria coscienza e alla preoccupazione per il futuro dei loro figli e dei loro nipoti. Tutti devono decidere se votare per una nuova edizione della costituzione di Eltsin. La nostra risposta è no. Non possiamo sostenere questo documento. Così è stato nel 1993 e così sarà anche adesso.

8. Il PCFR propone una profonda revisione della Legge Principale. I cambiamenti cosmetici non serviranno. I bisogni fondamentali del Paese e della popolazione non possono essere ignorati. Pertanto continueremo a sostenere la convocazione di un’Assemblea Costituzionale. Un voto onesto e legittimo. Un vero e proprio referendum. Una costituzione del governo del popolo e della giustizia.

La nostra alternativa è un programma di mobilitazione della Russia per assicurare un movimento dinamico di progresso. Prevede la creazione di un governo fiduciario popolare, la nazionalizzazione dei settori chiave dell’economia, la pianificazione strategica e tattica, la realizzazione di un bilancio per lo sviluppo, il rilancio della scienza e della cultura, l’istruzione e la sanità, la soppressione dei piani per innalzare l’età pensionabile, il sostegno alle imprese popolari e una serie di altre misure.

La pandemia di coronavirus e l’ondata di panico hanno aggravato i fenomeni di crisi dell’economia mondiale. Questo genera malcontento in milioni di persone. È scoppiata anche negli Stati Uniti, che sono stati travolti dalle rivolte nelle strade. Il capitalismo globale non è in grado di affrontare i problemi che esso stesso ha generato. La crisi sistemica rappresenta una minaccia mortale per il mondo. Solo i principi socialisti possono scongiurarla. Il PCFR vuole che siano inclusi nella legge principale e che siano attuati con fiducia e fermezza.

Gennady Zyuganov, Presidente del CC PCFR

La risposta del PCI alla fase

di Direzione Nazionale PCI

La Direzione del Partito Comunista Italiano, riunitasi in data 17 Maggio 2020, sulla base dell’ampia discussione sviluppatasi, nella consapevolezza di un quadro internazionale segnato da politiche neo imperialiste e neo colonialiste sempre più aggressive, rispetto alle quali spicca il ruolo degli Usa, sottolinea la gravità della crisi che ha investito il Paese, anche e soprattutto a seguito della pandemia da coronavirus in atto.

L’emergenza sanitaria, con il drammatico carico di sofferenza che ha ad oggi comportato, ha messo in luce i molteplici gravi limiti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, fatto oggetto nel tempo delle politiche perseguite dai governi di centrodestra e di centrosinistra che si sono succeduti alla guida del Paese all’insegna dell’imperante cultura liberista, del dogma dell’austerità. A tale emergenza va progressivamente sommandosi una crisi economica di inedita portata, i cui prodromi erano da tempo presenti, e si palesa sempre più una drammatica crisi sociale.

Alla luce di ciò le scelte del governo, sia quelle ricondotte alla cosiddetta fase 1 che quelle riconducibili alla cosiddetta fase 2, varata in questi giorni, ancorché consistenti sul piano numerico, 25 miliardi la prima, 55 la seconda, risultano largamente insufficienti, inadeguate, sbagliate. Ciò sia sul piano della tutela del lavoro, del reddito della parte più in difficoltà della popolazione, sia in direzione della salvaguardia del tessuto produttivo esistente, soprattutto sul piano della promozione di reali e qualificate condizioni per la ripresa economica, risultando tali scelte largamente improntate a sostenere acriticamente un sistema finanziario e produttivo che continua a proporsi con la medesima logica che è largamente alla base del progressivo arretramento registrato dal Paese, una logica volta a
socializzare le perdite, ancorata ad una dimensione sempre più parassitaria nei confronti del soggetto pubblico.

L’Unione Europea, in questa fase, continua a mostrare tutti i suoi limiti strutturali, giustificando il progressivo allontanamento da essa della gran parte dei popoli dei paesi che la compongono. Anche da ciò esce sottolineata la valenza delle opzioni messe in campo nel tempo dal PCI, e che spingono in direzione del suo superamento. La questione, oggi più che mai, è quella del chi sarà chiamato a pagare la crisi, ed il PCI ribadisce la necessità che non siano le lavoratrici, i lavoratori, le masse popolari a farlo, bensì coloro che in questi lunghi anni, all’insegna del primato del mercato, dell’impresa, del profitto, hanno acuito a dismisura la forbice delle sperequazioni, dell’iniquità nella distribuzione della ricchezza prodotta.

No! non siamo tutti sulla stessa barca, non servono governi di unità nazionale, patti sociali, servono scelte chiare, volte ad un reale cambiamento.

La crisi sottolineata si colloca in quadro politico assai precario, preoccupante, fortemente segnato dal pensiero unico, nel quale si rincorrono ipotesi che muovono in sostanziale continuità, dalla presenza di una destra sempre più preoccupante, per cultura e propensione, che pone pesanti interrogativi sulla possibile prospettiva del Paese.

Anche in relazione a ciò si rimarca l’assenza e contemporaneamente la necessità di operare affinché in campo vi sia anche una proposta alternativa, di classe, la sola in grado di dare le necessarie risposte al mondo del lavoro, alle masse popolari.

Per questa ragione il PCI ribadisce il proprio impegno volto a promuovere la massima unità d’azione possibile, tra tutte le forze ascrivibili al campo comunista, alla sinistra di classe, con le diverse realtà sindacali e sociali che si pongono in un’ottica di rottura, di reale alternativa nei confronti delle politiche in essere, che sottolinei la centralità del soggetto pubblico, e che si espliciti in una piattaforma rivendicativa caratterizzata da alcune questioni centrali, segnatamente sanità e lavoro, sulle quali è possibile ed opportuno tendere a conseguire un vasto consenso.

Anche in considerazione di ciò la Direzione del PCI impegna i diversi livelli del partito a sviluppare già nei prossimi giorni il massimo dello sforzo organizzativo finalizzato a fare conoscere sempre più e meglio il proprio contributo, di analisi e di proposta, alla ricerca dell’unità sottolineata, confermando sin d’ora la propria convinzione che ciò non può significare la rinuncia alla propria autonomia, al perseguimento del progetto strategico al quale è impegnato.

Un partito comunista rinnovato e rafforzato per le esigenze nuove della società italiana

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(intervento di Enrico Berlinguer al Comitato Centrale del PCI, 14-16 gennaio 1970)

Nell’anniversario della nascita del compagno Enrico Berlinguer, pubblichiamo stralci del suo discorso al CC del Pci del gennaio 1970, particolarmente significativi poiché pongono il tema di un partito comunista adeguato all’Italia del tempo, che viveva le grandi lotte dei lavoratori culminate nell’Autunno caldo, che creavano le condizioni per una svolta politica e intanto per una nuova stagione di riforme, ma contemporaneamente anche l’inizio dell’escalation della strategia della
tensione, che rivelava la forza e la determinazione del blocco reazionario nell’impedire sbocchi progressivi della crisi italiana.

(Introduzione di Alex Hobel)

Enrico Berlinguer
[…]
Sorge a questo punto un duplice problema: il primo è quello della conquista dell’adesione delle grandi masse, della maggioranza del popolo, a un programma “politico” che vada nella direzione che noi indichiamo, e della organizzazione della lotta necessaria per attuare tale programma e per spezzare le resistenze dei ceti privilegiati. Il secondo problema è di dare a quel programma e alla prospettiva che noi indichiamo la forza di conquista e di attrazione di un grande ideale, di farli divenire, cioè, una “ideologia di massa”.

Naturalmente, in questo caso, il termine “ideologia”, che voi sapete in quali diverse accezioni sia stato e venga usato nel linguaggio marxista, va inteso nel suo significato più alto, e cioè, per dirla con Gramsci, di «concezione del mondo, che si manifesta implicitamente nell’arte, nel diritto, nelle attività economica, in tutte le manifestazioni di vita, individuali e collettive».
Il primo di questi problemi è stato qui ampiamente dibattuto. È, in sostanza, il problema di come dobbiamo ora portare avanti la lotta per quegli obiettivi di miglioramento delle condizioni materiali, di libertà e di potere dei lavoratori, di riforme sociali, di organizzazione delle masse, di espansione della democrazia, che si pongono all’indomani delle lotte sindacali dell’autunno e in relazione con tutta l’attuale situazione politica. Di tutti questi temi, io vorrei limitarmi a sottolineare un solo aspetto.

Le relazioni e la discussione hanno posto fortemente l’accento sui problemi della classe operaia e sulla necessità di muovere dalle conquiste da essa realizzate con le sue lotte recenti per difenderle, consolidarle, generalizzarle, svilupparle, con tutti gli strumenti e i modi che sono stati indicati.

Giustamente, io penso, in questa sede si è insistito sull’attualità e urgenza di questa esigenza, e si sono in particolare discussi quegli aspetti specifici che interessano il ruolo, la presenza, l’iniziativa del partito.
La fabbrica, mi pare lo dicesse anche il compagno Pecchioli, può divenire oggi uno dei centri della vita politica del paese; e questo, fra l’altro, deve impegnarci in una campagna per l’esercizio dei diritti politici nella fabbrica e quindi per la presenza dei partiti nei luoghi di lavoro, una campagna che abbia una certa analogia, anche per il vigore con cui va combattuta, con quella che si è fatta per l’affermazione dei diritti sindacali e della presenza dei sindacati. Ci sono, poi, tutti i compiti pratici di cui hanno parlato molti
compagni, compiti di grande portata: la promozione di una nuova leva operaia nel partito, la formazione dei quadri operai, il piano vero e proprio di cui il compagno Colombi parlava per la creazione e l’estensione delle cellule e delle organizzazioni di fabbrica.

Ma non è di questi problemi che io vorrei ora parlare.

Importanza del tutto nuova delle altre “potenze” che vanno sorgendo accanto alla “potenza” sindacale operaia Il punto su cui vorrei mettere l’accento è un altro, che è del resto connesso ai problemi che ho ora
richiamato. Se vogliamo veramente portare avanti, e con prospettive di successo, quelle battaglie di riforma e di lotta per nuovi indirizzi di politica economica e generale di cui parlavo, noi dobbiamo attribuire un’importanza del “tutto nuova” non solo, in generale, al problema delle alleanze, ma ad un aspetto molto concreto di questo problema. Il compito nostro mi pare, in sostanza, sia quello di lavorare perché oggi, accanto alla grande forza sindacale operaia, accanto a questa “potenza” che si va affermando come fatto positivo di grande portata nel nostro paese, si affermino, per usare questa espressione, analoghe “potenze”, che esprimano e facciano pesare dal punto di vista economico, sociale, politico, gli interessi e le esigenze degli altri decisivi strati sociali: dei contadini, delle popolazioni meridionali, delle donne, degli studenti e dei giovani, più in generale di larghi strati dei ceti medi.

Ho già detto delle ragioni della centralità di questo compito non solo per una strategia come la nostra ma per le sorti stesse dell’Italia, per le condizioni e l’avvenire di tutto il nostro popolo. Solo comprendendo appieno, e quindi compiendo tutti gli sforzi necessari per realizzare questo compito, la stessa classe operaia può affermare ed esercitare in profondità e in estensione, nei fatti, la sua unzione dirigente nei confronti di tutti gli sfruttati, essere cioè, pienamente, classe rivoluzionaria. La classe operaia è classe rivoluzionaria, anzitutto, in quanto rifiuta nella fabbrica, e di fronte al padrone, ogni subordinazione delle proprie esigenze di vita, di libertà, di potere alle esigenze del sistema capitalistico.

Ma perché il carattere rivoluzionario della classe operaia si fermi compiutamente è necessario che essa sia in pari tempo capace di affermare la propria egemonia nei confronti di tutti i ceti sfruttati, di tutto il popolo lavoratore, difendendone e facendone propri gli interessi fondamentali, immediati e di prospettiva. Ora, in Italia, oggi, si presenta concretamente il rischio della emarginazione di alcuni strati fondamentali delle classi lavoratrici, di un loro impoverimento, di una loro degradazione sociale.

Basti pensare ai processi che sono in atto nel Mezzogiorno e in vaste zone delle campagne. E potrebbe crearsi una sfasatura anche molto profonda tra le posizioni di forza della classe operaia e quelle di altri strati di lavoratori. Ora, proprio da un processo di questa natura, che non sia contrastato, fermato e rovesciato dall’iniziativa operaia, potrebbe venire oggi il pericolo vero del riprodursi, sia pure in forme nuove, di tendenze corporative e riformiste nell’ambito stesso della classe operaia. La funzione dirigente
della classe operaia e il carattere rivoluzionario della sua lotta, dunque, trovano proprio qui uno dei loro banchi di prova più importanti. Del resto, come altre volte abbiamo sottolineato, esiste una analogia e un nesso fra questo problema che si pone alla classe operaia italiana e quello, più generale, che sta davanti a tutto il movimento operaio dei paesi capitalistici avanzati nei confronti dei popoli del cosiddetto “terzo mondo”.

Non vorrei, però, che questo discorso troppo sulle generali intorno al ruolo
della classe operaia ci conducesse a concepire il proletariato e la sua funzione in modo un po’ «metafisico», nel senso che ci portasse a dimenticare che il compito di cui ho parlato può essere realizzato in concreto solo se esso si traduce, oltre che in una linea e prospettiva politica giusta, e in una battaglia di orientamento ideale e di “educazione” da condurre fra le stesse masse operaie, in un quotidiano, costante impegno dei sindacati e del partito, e cioè delle più forti organizzazioni della classe
operaia, in un lavoro tenace per creare quelle altre “potenze” di cui parlavo, per aiutare cioè tutte le altre forze sociali progressive ad acquistare quel maggior peso di cui c’è bisogno urgente.

È vero che in questo campo non si parte da zero. Nel campo contadino, ad esempio, vi è stata in questi anni una crescita dell’Alleanza contadina e vi è stato anche uno sviluppo considerevole di forme associative di vario tipo. Ma oggi è necessario dare a tutto il lavoro in questa direzione una dimensione quantitativa e qualitativa nuova. E ciò sia fra i contadini e nel Mezzogiorno (il compagno Reichlin ha insistito giustamente sulla importanza decisiva che assume oggi nel Mezzogiorno la creazione di un
vasto tessuto democratico di organizzazione di massa), sia in altre direzioni. Fra le donne, ad esempio, il nostro lavoro assiduo, il nostro impegno convinto deve puntare a unire lo sviluppo di movimenti e lotte per la conquista di precisi obiettivi di occupazione, di servizi sociali, di attrezzature civili, alla costruzione di una rete di organizzazioni stabili, veramente popolari e di massa delle donne.

Anche nella scuola, fra gli studenti e gli insegnanti, insieme alle battaglie per la riforma delle strutture e dei contenuti dell’istruzione di ogni ordine e grado, deve svilupparsi la costruzione di strumenti di potere, di organizzazione democratica, che diano un peso agli studenti nella lotta per la trasformazione degli ordinamenti scolastici, e nella più generale battaglia per la trasformazione della società. Considerazioni analoghe, naturalmente tenendo sempre presenti le necessarie differenze di contenuti e di forme di lotta e di organizzazione, potrebbero essere fatte per altri strati e gruppi sociali: di intellettuali, tecnici e ricercatori (anche tenendo conto delle trasformazioni in atto nella loro collocazione sociale); di artigiani e piccoli imprenditori e così via.

A queste considerazioni che sollecitano ad un grande impegno politico e pratico, vorrei ora aggiungere solo qualche spunto sull’altro grande problema cui prima accennavo, e cioè al problema di come conferire al nostro programma politico generale la forza di attrazione di un grande ideale.

Non basta che una prospettiva sia in sé rivoluzionaria: occorre che sia riconosciuta e sentita come tale da grandi masse. Ecco il punto da cui dobbiamo partire. Ora, questo problema ci si propone oggi in termini che, in parte, sono del tutto nuovi, anche perché esso è strettamente unito allo sforzo che vogliamo compiere in modo sempre più coerente per affermare una visione della lotta per il socialismo che comporta la liberazione da elementi messianici, di utopia. Ma, anche e proprio perché riteniamo
necessario compiere questo sforzo, dobbiamo in pari tempo proporci con forza il problema di cui parlavo, e che potrebbe essere definito come il problema del mantenimento o del ricupero, su terreni che in parte devono essere necessariamente diversi da quelli del passato, di valori e “sentimenti” che restano e sempre saranno essenziali per la lotta rivoluzionaria della classe operaia e dei suoi alleati, perché il movimento di emancipazione dei lavoratori non può vivere e avanzare se viene privato della carica di una forte tensione ideale.

Il nesso di una salda prospettiva rivoluzionaria con una condotta politica duttile e realistica Ora, in questo campo, ne siamo tutti coscienti, certi “vuoti” si sono indubbiamente determinati.

Sono sorti problemi che non siamo ancora riusciti a risolvere pienamente. Sappiamo tutti che le cause di questi “vuoti”, di questi problemi sono varie, sono complesse: di esse hanno parlato anche il compagno Pecchioli e altri compagni. Si è fatto riferimento, ad esempio, ai riflessi, nelle coscienze, di
quei fatti oggettivi (nel senso che sono largamente indipendenti dalla nostra volontà e possibilità di intervento) che si sono verificati negli ultimi anni del mondo socialista (divisioni e rotture fra gli stati, difficoltà e contraddizioni interne, e così via). In secondo luogo, si deve tenere conto che è venuta meno quella prospettiva che, per intenderci, veniva chiamata “dell’ora X”, che era, ed è, una prospettiva irreale, perché essa non è mai stata la prospettiva vera della politica del nostro partito, ma che pure, in
una certa misura, era uno dei motivi dell’adesione e tensione ideale di una parte dei lavoratori e dei nostri militanti.

Ora, con la liberazione della coscienza dei militanti da quelle errate convinzioni e prospettive, il partito ha realizzato una conquista che ha fatto compiere grandi passi avanti a tutta la nostra battaglia politica. Lavorando in questo senso, inoltre, noi siamo nel complesso riusciti a conservare (lo ricordava il compagno Badaloni nella discussione che facemmo ad ottobre) la capacità di indicare ai lavoratori l’obiettivo di una società superiore. Non ci siamo cioè mai lasciati trascinare «nell’ambito del gioco politico minuto». Non possiamo però ancora affermare di avere del tutto e bene risolto il problema di cui parlavo.

E le conseguenze di questo fatto si ripercuotono a volte, non solo sul
piano della tensione ideale, ma nel campo stesso della politica, nel senso che la caduta, nella coscienza dei militanti, di una prospettiva generale sbagliata, può dar luogo, a volte, sia a manifestazioni di opportunismo (politico o pratico, sia a manifestazioni di massimalismo di tipo più direttamente politico, con l’illusione che il problema della “tensione” possa essere risolto “caricando” artificiosamente i nostri programmi. A volte, perciò, si è finito per smarrire nella pratica quel nesso tra saldezza della prospettiva rivoluzionaria e capacità di una condotta politica duttile, realistica, pienamente corrispondente alla concretezza delle varie situazioni che costituisce uno dei fondamenti essenziali dell’insegnamento
leninista e della politica di un partito leninista.

Infine, per individuare chiaramente la natura dei problemi di cui mi sto occupando, non si deve mai dimenticare che noi stessi abbiamo cercato di lavorare (con maggiore o minore coerenza e continuità) per costruire nel partito, nei suoi militanti, tra le masse, una visione della realtà e dei problemi del socialismo sempre più fondata sulla razionalità e sul concreto senso della storia. E su questa strada noi vogliamo andare avanti e non indietro, consolidando i risultati già raggiunti.

In pari tempo, però, non dobbiamo perdere la consapevolezza che occorre affrontare e risolvere bene anche quel problema che ho chiamato dei “sentimenti”, ma che è in realtà un problema molto più ampio e profondo. È cioè il problema di una risposta che anche noi, anzi soprattutto noi, siamo
chiamati a dare a una “crisi di valori” (consentitemi questa espressione) che si è manifestata e si manifesta in forme ampie e diverse, talora anche drammatiche, le quali non possono essere tutte ridotte a quelle, certo prevalenti, che sono il prodotto della crisi dell’egemonia borghese.

Tra l’altro, è anche nella risposta finora insufficiente a questi complessi problemi che abbiamo trovato uno degli ostacoli alla saldatura e all’incontro con le spinte di ribellione anticapitalistica di alcuni strati, soprattutto dei giovani, e anche ad una soluzione di altri problemi connessi a tutta la nostra azione nel campo della cultura.

Nella sostanza tutto ciò ha creato un certo divario tra il rafforzamento continuo del nostro prestigio e della nostra influenza politica e la nostra azione nel campo della battaglia e conquista ideale.
Circa la soluzione dei difficili problemi di cui ho finora parlato, vorrei limitarmi a indicare le due direzioni principali nelle quali dovrebbero muoversi, a mio avviso, la nostra ricerca e il nostro lavoro.

La prima direzione (sulla quale già ci muoviamo da tempo con una linea sostanzialmente giusta e con risultati nel complesso positivi) investe tutte le questioni dell’internazionalismo nei suoi vari aspetti, e cioè: di collocazione della nostra battaglia nell’ambito della lotta mondiale contro l’imperialismo; di affermazione, nel quadro del grande schieramento di lotta antimperialistica, di un ruolo originale della classe operaia occidentale; di concreta e sempre più ampia partecipazione alle lotte antimperialistiche e ai movimenti di solidarietà con i popoli oppressi; di iniziativa per far avanzare una concezione e una unità nuove, più ricche ed elevate, nel movimento operaio internazionale; di ricerca, che andiamo già
sviluppando ampiamente, di collegamenti con altre forze antimperialistiche e con movimenti di liberazione nazionali (basti pensare a ciò che facciamo in direzione del mondo arabo).

In questo quadro conserva sempre importanza essenziale una giusta posizione verso le società socialiste. Si tratta, per questo aspetto (come già tante volte, in questi ultimi tempi, abbiamo detto) di sviluppare intanto
sempre più coerentemente quella visione che ci spinge ad affermare la necessità di un esame serio, oggettivo dei processi che in quelle società si manifestano sia per coglierne e valorizzarne i grandi momenti positivi, sia per comprendere sempre meglio le loro interne contraddizioni e difficoltà. Si tratta, inoltre di ribadire che noi non consideriamo il socialismo che è stato costruito e si va costruendo in quei paesi come modello per il socialismo che vogliamo costruire nel nostro paese. Questo fatto, che
è per noi da lungo tempo acquisito, deve divenire evidente per tutti, e ciò significa anche che devono apparire sempre più chiari i tratti distintivi e peculiari che caratterizzano la nostra visione di ciò che dovrebbe essere, e noi vogliamo divenga, una società socialista nel nostro paese.

A questi aspetti del nostro modo di guardare alla realtà dei paesi socialisti si deve però sempre unire quell’altro aspetto (che mai può essere smarrito perché è anche esso essenziale, per la natura stessa della nostra strategia e della nostra politica e per il rapporto con le nuove generazioni), che ci spinge a riaffermare non solo tutto il valore “storico” delle grandi rotture dell’assetto mondiale che il movimento comunista ha realizzato a partire dalla rivoluzione d’ottobre, ma il valore attuale, politico e, direi, oggettivo, del ruolo che l’Unione Sovietica e i paesi socialisti esercitano nella lotta mondiale contro l’imperialismo; e quindi la necessità di un legame internazionale con questi paesi e con i partiti che li dirigono.

L’altra direzione verso cui dovremmo muoverci è quella di rendere sempre più evidente il radicale mutamento che nella gerarchia dei valori umani hanno e comportano i fini per i quali “già oggi” combattiamo in Italia e i modi con cui questa lotta viene condotta, e che indicano già, in una certa
misura, il tipo di società che questa nostra lotta non direi più solo prefigura, ma “prepara” e deve preparare. Si tratta cioè, di fronte ai caratteri per tanti aspetti mostruosi che hanno assunto il capitalismo e l’imperialismo, al sacrificio di beni essenziali per ogni uomo che essi comportano, di
risaltare quella visione del mondo, della vita, dei rapporti fra gli uomini e dei destini della società umana che è propria della nostra dottrina. Si tratta di riaffermare, anche nelle coscienze, il nesso inscindibile fra questa visione generale (e cioè i fini generali del comunismo) e le lotte per la libertà, la giustizia, per l’eguaglianza, per la cultura, per un nuovo modo di essere uomini, che sono il fondamento etico e ideale delle nostre attuali battaglie di riforme e di democrazia.

La formazione anticapitalistica e socialista può essere data solo da una forza quale è il Pci Su questi terreni, che sono di lotta politica e di cultura insieme, sono convinto che possiamo collegarci più saldamente e ampiamente a tutte quelle forze e a quelle spinte che si ribellano, che
respingono i modi di vita e l’assenza di valori dell’attuale “civiltà” capitalistica e cercano una via di uscita; e che, nella ricerca di questa via di uscita, nella lotta e costruzione di una società nuova possono portare un loro peculiare apporto non solo di lotta, ma anche di “valori” (si pensi, ad esempio, a certe tendenze che si manifestano oggi nel mondo cattolico).

Io credo però che anche all’assolvimento di questi compiti è affidata in larga misura, e più in generale, l’affermazione di quel ruolo insostituibile che ha nella situazione italiana il Partito comunista, in quanto partito diverso da tutti gli altri. Partito capace, certo, prima di tutto, di essere l’animatore, l’organizzatore delle lotte; di essere uno degli elementi fondamentali dell’unificazione, della sintesi politica, del raggruppamento delle alleanze attorno alla classe operaia; ma capace anche di proporre
sempre col respiro necessario una generale prospettiva rivoluzionaria che, ripeto, sia non soltanto tale (e noi pensiamo che la nostra lo sia) ma che sia come tale riconosciuta e sentita. Anche in ciò, e non solo nella lotta politica e sociale, è evidente per tutti l’insostituibile funzione del Partito comunista. Perché se è vero, compagni (diverse volte, negli ultimi tempi, è stata fatta questa affermazione) che oggi elementi di “coscienza socialista”, “anticapitalistica”, possono anche non venire necessariamente dall’esterno, è però anche vero che solo dall’esterno (e l’“esterno”, in questo caso, non è una setta di iniziati ma un grande partito leninista di massa, democratico, che ha quel patrimonio di 50 anni di lotte di cui diceva ieri il compagno Longo), solo da questa forza esterna può venire la “prospettiva rivoluzionaria”: perché la prospettiva rivoluzionaria richiede sempre un grado di elaborazione politica e ideale elevata, che solo un partito concepito e costruito come “intellettuale collettivo” può assicurare.

Ho detto, compagni, che su questi temi intendevo limitarmi solo a qualche spunto; e perciò qui mi fermo, anche perché avverto la difficoltà del tema. Credo, però, che dovremmo tutti prendere piena coscienza della portata di questi temi e del lavoro ampio che per tutto il partito esige e comporta lo
sviluppo di quella lotta che si è ritornati a chiamare, con Engels e con Lenin, la lotta sul fronte ideale.
Vorrei solo aggiungere che questo stesso fronte ideale va considerato in modo articolato. Vi è il momento della “elaborazione” e della “ricerca” teorica e politica. Vi è poi quello, ad esso intrecciato, ma che ha caratteri specifici, della “lotta culturale”. E vi deve essere anche un momento che spesso viene dimenticato o svalutato e che chiamerei della “propaganda ideale”; o, se volete, della “educazione di massa”, intesa come formazione di una ideologia di massa, che è sempre fattore indispensabile per una milizia rivoluzionaria carica di razionalità e, insieme, di passione.

Bisogna cioè ricordare sempre che il partito, se è certo, e prima di tutto, organizzazione di lotta e organizzazione che fa politica, è anche “scuola”. E scuola deve essere anche, più largamente e direttamente, la Federazione giovanile comunista. Tutti dobbiamo impegnarci alla costruzione di una
grande autonoma organizzazione giovanile comunista di massa e di lotta. Ma il partito e la Fgci non devono dimenticare mai l’importanza che deve avere in tutta la loro attività il momento dell’educazione intesa non soltanto come prodotto delle esperienze politiche e di lotta, ma anche nel suo senso
specifico.

Voglio leggervi un passo assai significativo tratto da un articolo di Lenin del 1905, dedicato proprio al rapporto (alla «fusione», anzi, come dice il titolo dell’articolo) tra politica e pedagogia.

Nell’azione del partito socialdemocratico [scrive Lenin] c’è e ci sarà sempre un elemento pedagogico. Bisogna educare l’intera classe degli operai salariati per la liberazione di tutto l’umanità da ogni oppressione. Bisogna
addestrare tenacemente sempre nuovi strati di questa classe. Bisogna sapere avvicinare i componenti meno coscienti ed evoluti della classe, gli elementi meno toccati dalla nostra scienza e dalla scienza della vita. Per
parlare con loro bisogna saperli avvicinare, saperli elevare con coerenza, con pazienza, fino alla coscienza socialdemocratica, senza trasformare la nostra dottrina in un arido dogma, non insegnando solo con i libri,
ma con la partecipazione alla vita quotidiana.

Fatta questa premessa e dopo aver ricordato che «ogni paragone zoppica, ogni paragone coglie solo un lato e solo alcuni degli aspetti degli oggetti e dei contenuti confrontati», Lenin giunge a scrivere che si può paragonare «il partito socialdemocratico a una grande scuola elementare, media e superiore al tempo stesso. In nessun caso la grande scuola potrà dimenticarsi di insegnare l’alfabeto, di impartire i rudimenti del sapere e di un pensiero autonomo».

Come vedete, compagni, Lenin non aveva esitazioni a mettere in luce l’importanza che deve avere per un partito rivoluzionario il momento della pedagogia.

Noi tutti sappiamo bene, del resto, quale rilievo questo momento ha avuto negli scritti di un altro nostro grande maestro, Antonio Gramsci, e quale contributo Gramsci abbia dato alla elaborazione non solo della pedagogia in generale, ma anche al modo specifico con cui i problemi della pedagogia si pongono per il partito politico del proletariato.

5 maggio 1818 Nasceva Karl Marx

“Qualcuno mi chiede se lo siamo ancora? Io rispondo che Marxista, se lo sei davvero, lo sei per sempre perché il marxismo è un modo di concepire il mondo secondo criteri di uguaglianza, giustizia sociale, solidarietà e

Campagna Tesseramento 2020

tutte quelle belle e semplici cose difficili da fare”

(Bertolt Brech)

Pubblichiamo il volantino della Sottoscrizione Straordinaria per l’apertura della Sede Nazionale del PCI, sita a Roma in Via Vacuna.

ht)

 

Siria, salutiamo la totale liberazione di Aleppo

18 Febbraio 2020

di Francesco Valerio della Croce, segreteria nazionale Pci e responsabile Esteri

Con la liberazione dagli occupanti delle aree di Layramoun e Kafr Hamra, pochi giorni fa è giunta la notizia della cacciata finale dei ribelli jihadisti e della riconquista da parte dell’esercito siriano del controllo complessivo su Aleppo. Le immagini della popolazione festante rendono giustizia di anni e anni di falsificazioni e mistificazioni su quanto accaduto in Siria e su una guerra che ha martoriato un popolo e un territorio intero, per gli interessi dell’occidente capitalistico nell’area. Si tratta di una notizia di portata significativa: da anni, Aleppo è stato il teatro della guerra imperialista scatenata contro il legittimo governo di Assad e contro l’indipendenza e la sovranità della Siria. Questa notizia dimostra ancora una volta l’eroicità della legittima resistenza all’imperialismo e al suo braccio armato fondamentalista locale. Una resistenza vittoriosa sul campo resa possibile dall’alleanza con Russia, Iran , Hezbollah, in modo determinante.

Accanto a questo, la cacciata dei ribelli dal controllo di diverse città situate nella penisola di Anadan ci inducono ad affermare, oggi come ieri, che la Siria e il suo governo non possono essere assolutamente esclusi dalla sedicente comunità internazionale nella discussione sulle prospettive di un conflitto tragico e del destino dell’intera area. E’ necessario porre fine alla spirale di violenza destabilizzatrice alimentata contro popolo e governo siriani, bisogna rimuovere ogni atto e azione (a cominciare dalla sanzioni) dirette a impedire la piena indipendenza del Paese e la completa legittimità del perseguire autonomamente la propria politica.

 

L’Emilia Romagna e la crisi che viene da lontano. La fine del Pci e la regione non più rossa.

2 Dicembre 2019

Di Lorenzo Battisti

Sembra ormai chiaro che il destino del governo si giocherà nelle prossime elezioni regionali di Gennaio, e in particolare in quelle della mia regione, l’Emilia Romagna (come la solito, il Sud viene dimenticato, ma c’è anche la Calabria al voto).

Il vero fatto nuovo è proprio questo: non solo la regione tradizionalmente rossa è “contendibile”, ma la vittoria della Lega è data quasi per certa dalla maggior parte dei sondaggi. Questo rappresenta un fatto storico, per una regione da sempre considerata rossa, antifascista, progressista e che si scopre d’un tratto verde.

 

Negli ultimi giorni, prima del pienone di Piazza Maggiore, sono stato colpito dai tanti post sui social network di tanti amici e compagni che avvertono ora l’emergenza dell’onda verde che straripa oltre il Po, dopo aver preso l’Umbria. In particolare sono stato attirato dal post di un compagno che mi sembra riassumere bene l’urgenza avvertita da una parte dei militanti storici della mia regione. E’ un compagno che ha militato nel Pci, tra i miglioristi, e che ha seguito tutto il percorso di trasformazioni fino al Pd, per poi uscire con D’Alema e Bersani in Articolo 1. Ma soprattutto è stato un acuto osservatore delle trasformazioni sociali ed economiche della regione, attraverso il ruolo svolto all’interno dell’istituto demoscopico provinciale. Il compagno scrive:

“ Compagni, amici e conoscenti, sia ben chiaro. Questa è davvero la madre di tutte le battaglie. Uno scontro politico a tutto campo. Uno scontro ideologico. Una questione identitaria. Il sangue di noi tutti. Se l’Emilia sarà conquistata non sarà una normale alternanza. […] Una conquista, Così sarà celebrata la vittoria dai fascio-leghisti. Sarà come una ‘resa dei conti’. Di segno opposto a quella di settanta e più anni fa narrata nel Novecento di Bertolucci. Il Gennaio 2020 contro il 25 Aprile del ’45. Che i barbari siano un’accozzaglia di gente molta della quale composta di energumeni ignari della storia e di qualsivoglia ideologia, non conta. Questa sarà la lettura. Il copione, anche se gli attori non conoscono che poche battute. Un passaggio epocale. La destra trionfante non sarà interpretabile come un fisiologico raddrizzamento di torti, malefatte, incurie amministrative, deviazioni e revisionismi. Un segnale da reinterpretare. Non festeggerà la caduta del Pd infiltrato di liberismo ed opportunismo renziano. Il peana sarà un altro. La caduta dell’Emilia rossa, della sua identità socialista delle origini (non della sua forma vigente scolorita) e della sua democrazia socialmente partecipata. E insieme delle culture coeve del cristianesimo sociale dei Dossetti e dei Gorrieri e del repubblicanesimo civile. L’Emilia Costituzionale. Sarà uno sbrego, uno stupro. Una violenta reazione iconografica. Una sepoltura. Dopo la quale il socialismo emiliano riposerà come damnatio memoriae, come il comunismo nei paesi dell’est. […]

In un discorso alla vigilia di Stalingrado Stalin abbracciò con forza la narrazione patriottica: evocò Puskin, Tolstoj e la grande letteratura russa, la grandezza della civiltà slava contro la barbarie del nazismo. Ed è questo impulso patriottico, malgrado l’indebolimento dell’esercito operato dalle purghe staliniane, che valse la vittoria.

C’è bisogno di allestire una narrazione di combattimento, non un congresso autocritico. Non è il momento. Un libro, un documento identitario, un Manifesto. Un verbo da impugnare. Dietro il quale si marci uniti. Con un sound. Che parli del carattere sociale, democratico e civile dell’Emilia. Terra di emancipazione e di libertà piantata nell’Europa. Che si ispiri ai nostri padri, anche se siamo stati indegni. A mio padre Mario. Una narrazione patriottica regionale. Se ne dovrebbero fare promotori gli intellettuali, gli artisti, i narratori, i musicisti che hanno tratto dal country emiliano la loro linfa ispiratrice. E tutto il resto a seguire”

Vedo diversi post così. E devo dire che dal punto di vista personale mi dispiace. Alcuni si svegliano oggi, e trovano l’acqua fino al terzo piano. E chiamano a raccolta tutti, per un grande progetto per salvare la casa comune, quella della famiglia. Ma nessuno interviene. Anzi, nella casa non c’è quasi più nessuno. Da tempo. Da tanti anni. E quelli che ci sono, quelli che sono restati, pensano al più al proprio pianerottolo. E a gettare l’acqua verso l’appartamento del vicino, mentre tutti e due affogano.

Ma tutto questo non è iniziato oggi. E’ iniziato circa 30 anni fa di questi giorni (e forse anche prima). Con l’annuncio dello scioglimento, non finiva un’ideologia. Finiva l’idea stessa di ideologia, quale sistema di idee generale che trascende il presente e lega al passato. Un’idea che andava oltre il “qui e ora”, che mobilitava per un progetto che oltrepassava i singoli, che sollevava dal proprio immediato, che dava senso alle vite singole perché parte di un progetto più grande e collettivo. E il vuoto che ne è risultato è stato immediatamente riempito dai piccoli interessi personali.

Si pensava che certe caratteristiche fossero quasi genetiche in Emilia Romagna; che, come si diceva all’epoca, fossimo “antropologicamente diversi”. Che la buona amministrazione fosse esclusiva di una parte. E si è pensato a questa come mera tecnica amministrativa, che quindi poteva prescindere dall’ideologia e sopravvivere alla sua fine. Anzi, dalla sua fine avrebbe potuto liberarsi un nuovo slancio amministrativo, perché non più vincolato da “insensate limitazioni ideologiche” che ne limitavano le scelte. Invece non è stato così. L’amministrazione è diventata pura mediazione tra gli interessi nella società, condita da una retorica localista e paternalista, che ha per un po’ di tempo coperto il tutto. Ma gli interessi nella società locale non sono tutti uguali. E sopratutto non sono tutti equipotenti. Il risultato è stata una mediazione progressivamente al ribasso, in cui gli amministratori hanno cercato (alcuni anche in buonafede) di soddisfare tanto le richieste delle oligarchie locali (in cerca costante e crescente di profitti e occasioni) quanto la richiesta di benessere della popolazione, nonostante queste due fossero confliggenti. E in questo, l’amministratore “neutrale”, libero dalle ideologie, ben lungi dall’essere antropologicamente diverso, ha capito immediatamente chi erano i vincitori e quale doveva essere la direzione della mediazione. E visto che, in mancanza di ideologie, rimanevano “legittimi” interessi privati, anche gli amministratori stessi hanno avanzato i propri interessi personali. “Legittimi” quanto gli altri. E di seguito sono andati anche i vari dirigenti di partito, giù fino ai militanti. Solo gli iscritti hanno continuato a pensare che nulla fosse cambiato in trent’anni, che “fossero sempre quelli”.

E così la Regione che era simbolo di diversità, esempio concreto di un’alternativa possibile, un’alternativa che già si materializzava nel presente, nonostante la retorica, è diventata normale, come le altre. Forse peggio. La commistione di interessi economici e di interessi privati l’ha vista diventare la regione in cui più si è costruito (dopo la Lombardia), con schiere di amministratori locali che, a fine mandato, dopo aver predisposto il piano regolatore finivano a lavorare per le imprese costruttrici. O sindaci che trovavano lavoro nelle ex municipalizzate, poi privatizzate e quotate in borsa, con stipendi importanti. O i giovani del partito, sempre meno, che grazie alla rete di conoscenze vivevano sempre una condizione lavorativa ben migliore degli altri (di certo della mia!), lavori indeterminati, corti periodi di disoccupazione, carriere negli studi dei professionisti vicini al partito, collaborazioni in provincia o in regione, posti nelle assicurazioni e nelle banche vicine al partito, o nelle cooperative. Fino alle cordate “etniche” per scalare il partito e le amministrazioni, con la comunità calabra di Bologna che sosteneva il candidato pugliese per la tal carica amministrativa e di seguito la comunità pugliese aiutava il candidato calabrese a scalare il partito. O ancora personaggi popolari in città, che cerimoniavano nozze per accumulare preferenze e sventolavano la sciarpa del Bologna per coprire il proprio ruolo di rappresentati della sanità privata in seno al partito e alla regione. Fino al dilagare dell’ndrangheta e delle altre mafie, una presenza sancita da processi e sentenze, con il sindaco della città più “rossa” d’Italia che, dopo aver ammesso candidamente di non essersi accorto di nulla, viene fatto Ministro dei Lavori Pubblici.

E così si è costruito dappertutto, per soddisfare gli interessi degli immobiliaristi. E si è privatizzata l’acqua quotandola in borsa, ma mantenendo per sé l’accesso ai posti dirigenziali come quando era pubblica. E si usano i fondi pubblici per finanziare la sanità privata, depauperando quella pubblica, e chiudendo ospedali e presìdi nelle parti più periferiche, obbligando a brevi decorsi ospedalieri per risparmiare, tagliando posti letto e svilendo il personale ospedaliero. Sono state privatizzate anche le farmacie pubbliche, una volta gioiello di efficienza da cui si rifornivano anche quelle private, ma mantenendo il logo di “farmacia comunale”, in modo che la gente non si accorgesse che passavano di mano in mano da una multinazionale all’altra. O ancora, si sono finanziate le scuole confessionali per comprarsi il consenso della Chiesa. O i trasporti pubblici gestiti come se fossero un’azienda privata, con il taglio delle corse e l’aumento dei prezzi e le esternalizzazioni a aziende di trasporto privato (dove gli autisti sono assunti da agenzie interinali).

Questo è diventato ora improvvisamente evidente a tutti. Ma fino alla crisi del 2008 sono riusciti a resistere. Anche perché, pur nella furia particolarista, ci vuole tempo a smantellare quanto costruito in un secolo di sforzi. Già prima del 2008 si vedevano segni di crepe. Alcuni cominciavano già prima ad essere esclusi. Erano inizialmente gli interessi più periferici e più deboli. Prima gli immigrati, che non furono ricompresi nella comunità e i cui interessi erano talmente deboli da non avere rappresentazione. Poi sono stati gli “immigrati interni”, quelli che, pur italiani, venivano dal sud e che si trovavano a vivere in condizioni sempre più difficili. Poi gli autoctoni, ma periferici, quelli che abitavano lontano dal centro, sui monti, o nella bassa lontana. Ma il 2008 ha colpito anche i figli dei cittadini della semiperiferia e dei centri, e ha messo a nudo che gli unici interessi che restavano ed erano tutelati erano quelli economici e quelli degli amministratori stessi. Ed è risaltata la distanza, evidente, anche fisica, tra questi e il resto della regione. Tra le loro abitazioni in centro, le loro vite facili, le opportunità e le occasioni, e le condizioni di vita degli altri.

Al contrario dell’auto-esaltazione del tempo, qui non c’era nessuna diversità antropologica, né a livello amministrativo, né per quanto riguarda la popolazione. Le persone qui vedono le stesse televisioni di un calabrese o di un lombardo, usano gli stessi social di un veneto o di un piemontese, vivono la stessa vita di un toscano o di un molisano. In mancanza di un progetto unificante, nella mancanza stessa dell’idea che questo possa esistere, in una società che prevede solo interessi particolari da affermarsi con la forza individuale e di gruppo, anche qui la società è degenerata. Al contrario di ciò che pensano alcuni, cioè che il movimento operaio abbia agito sulla spinta dell’odio di classe, tutto quanto era stato costruito qui, fisicamente e spiritualmente, era frutto di uno slancio verso un progetto che oltrepassava la propria stessa esistenza, che era lontano nel futuro, ma che si materializzava concretamente e progressivamente tramite l’organizzazione di case del popolo, in cui esercitare e sperimentare un’umanità diversa, guidata da valori e comportamenti che non erano egoistici, ma altruisti e solidali. O nelle cooperative in cui si mostrava la possibilità di un’organizzazione del lavoro diversa, democratica, in cui i lavoratori potevano decidere sulla gestione e diventare essi stessi amministratori, e che al contempo era efficiente e in grado di essere allo stesso livello delle imprese private. O ancora la miriade di associazioni di mutuo soccorso, ricreative, sportive che mostravano la capacità organizzativa delle persone semplici, che mettevano al centro il loro benessere e le faceva uscire da una vita di solo lavoro, che le faceva uscire dal privato, per mostrare che “insieme è meglio”, che la socialità arricchisce l’uomo e lo allontana dalla grettezza e dalla meschinità; che questa permette di accedere alla cultura anche agli ignoranti, anzi insegna loro a leggere e a scrivere, ad apprezzare il bello, a non esserne esclusi. E poi c’erano il Partito e il Sindacato, che guidavano e organizzavano il tutto, strumenti democratici di lotta e di decisione. E di potere di chi non ne aveva, per potersi scontrare contro quegli interessi particolari che si esprimevano e che volevano le stesse libertà che avevano nel resto del paese.

Tutto questo non è stato costruito per odio. Non si è fatto questo spinti dal negativo, ma attirati dal positivo. Si è fatto tutto questo perché c’era l’idea di una società diversa possibile, concreta, non utopistica, che si poteva cominciare a costruire qui ed ora. E la cui costruzione era un progetto entusiasmante che dava senso alla propria vita e che si lasciava in eredità ai propri figli e ai figli di persone che non si conoscevano. Perché erano necessari decenni, forse secoli per costruirla, e non si sarebbe probabilmente mai vista. Ma già qui ed ora si poteva cominciare a costruire insieme agli altri. Nonostante i sacrifici personali, le difficoltà, gli errori, le delusioni. Proprio perché c’era questo progetto comune che parlava di eguaglianza e liberazione per la futura umanità, ci si impegnava e si partecipava. Nessuna diversità antropologica, nessuna buona amministrazione genetica, ma un’ideologia che guidava ed entusiasmava.

Caduta questa, non è rimasto molto. C’è voluto solo il tempo che tutto deperisse e una crisi che mettesse a nudo una realtà che è penetrata anche qui. In una società di interessi, gli amministratori sono stati guidati solo da questi, e hanno aggiunto i propri alla lista. Sono rimasti esclusi dalla lista gli interessi privati dei comuni cittadini, che, privi di un progetto collettivo e colpiti dalla crisi e dalle politiche amministrative degli ultimi decenni, si sentono esclusi e reclamano spazio. Gli interessi personali sono uguali per tutti e ciascuno valuta il proprio superiore a quello altrui. Oggi c’è il rischio della vittoria della Lega. Concreto, quale ultimo atto di una conquista che è cominciata almeno trent’anni fa. In realtà avevano già vinto allora, ma lo vediamo solo oggi. Purtroppo, e spiace umanamente, alcuni aprono gli occhi ora, a pochi mesi dal disastro e ne rimangono atterriti. E vorrebbero resuscitare in pochi mesi un’ideologia, dopo che questa manca da 30 anni. La Lega rappresenta (come altri partiti prima di lei, e oggi insieme a lei) in modo più puro la prevalenza degli interessi particolaristici in una società in cui non è rimasto altro. Senza alcun progetto collettivo da contrapporre, con partiti diventati scatole vuote basate sugli alea della comunicazione e della demoscopia e il sindacato che svolge una pura funzione corporativa, in una società in cui resta solo il particolare, cos’altro poteva succedere?

Invece di prepararsi a una lunga resistenza in un ambiente ostile, si decise trent’anni fa di adattarsi e smantellare la propria diversità. Si è preferito diventare di colpo post moderni, guidati dal momento, e rinchiusi, come il resto della società, in un eterno presente fatto solo di edonismo privato. Oggi manca un’ideologia. Manca l’idea stessa di ideologia. Ma non manca da oggi e di certo non la si può reinventare in due mesi.

Il caso vuole che proprio Bonaccini abbia pronunciato, meno di un anno fa, le parole forse più significative per esemplificare e riassumere questo processo. Nel suo discorso “presidenziale” di fine anno ha pronunciato queste parole di sostegno alla richiesta di “autonomia differenziata” (che altro non è che la devoluzione di Umberto Bossi sotto falso nome) dell’Emilia Romagna rossa e della Lombardia e del Veneto verdi: “Un po’ più autonomia ci consentirebbe di poter gestire qui parte delle risorse che non sarebbero più gestite da Roma, e per come siamo fatti in Emilia Romagna, se le cose le gestiamo noi, generalmente le sappiamo gestire bene”.

Redazione P.C.I.

Atilio Boron: cinque lezioni del colpo di stato in Bolivia

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Traduzione di Marica Guazzora

Occorre  studiare i manuali pubblicati da varie agenzie USA e i loro portavoce travestiti da accademici o da giornalisti per essere in grado di percepire nel tempo i segnali della loro offensiva.

di Atilio Boron, sociologo.

da http://www.elsiglo.cl/

 La tragedia boliviana insegna eloquentemente diverse lezioni che i nostri popoli e le nostre forze sociali e politiche popolari devono imparare e imprimere per sempre nelle proprie coscienze. Ecco una breve elenco, velocemente e come preludio a una descrizione più dettagliata in futuro.

In primo luogo, non importa quanto l’economia sia gestita in modo esemplare, come ha fatto il governo Evo, la crescita, la ridistribuzione, il flusso di investimenti  garantiti e tutti gli indicatori macro e microeconomici  migliorati, la destra  e l’imperialismo non accetteranno mai un governo che non serva i loro interessi.

In secondo luogo, dobbiamo studiare i manuali pubblicati dalle varie agenzie  USA con i suoi portavoce travestiti da accademici o da giornalisti per essere in grado di percepire  in tempo i segnali dell’ offensiva. Questi scritti evidenziano invariabilmente la necessità di distruggere la reputazione del leader popolare, ciò che  in gergo specializzato è chiamato “assassinio del personaggio” (character assasination) qualificandolo  come ladro, corrotto, dittatore o ignorante. Questo è il compito affidato ai comunicatori sociali, autoproclamati “giornalisti indipendenti”, che a favore del loro controllo quasi monopolistico dei media,forano il cervello della popolazione con tali diffamazioni, accompagnati, nel caso in questione, da messaggi di odio diretto contro i popoli indigeni e i poveri in generale. In terzo luogo, una volta ottenuto questo, è il turno  della leadership politica e delle élite economiche che  chiedono “un cambiamento”, che ponga fine alla  “dittatura” di Evo che, come ha scritto l’impresentabile Vargas Llosa qualche giorno fa, è un “demagogo che vuole stare eternamente al potere”. Suppongo che tu brinderai con lo champagne a Madrid quando vedrai le immagini delle orde fasciste saccheggiare, bruciare, incatenare i giornalisti a un palo, e vedrai radere una donna sindaco e dipingerla di rosso e distruggere gli atti  delle ultime elezioni per adempiere al mandato di don Mario e liberare la Bolivia da un demagogo malvagio.  Cito il suo caso perché è stato ed è l’ immorale portastendardo di questo vile attacco, di questo crimine senza fine, di questa fellonia che crocifigge le leadership popolari, distrugge una democrazia e installa il regno del terrore da parte di bande di sicari contrattati per  spaventare un popolo degno che osa voler essere libero.

Quarto: le “forze di sicurezza” entrano in scena. In questo caso stiamo parlando di istituzioni controllate da numerose agenzie, militari e civili, del governo degli Stati Uniti. Li addestrano, li armano, fanno esercizi insieme e li educano politicamente. Ho avuto l’opportunità di verificare quando, su invito di Evo, ho aperto un corso su “antimperialismo” per alti ufficiali delle tre armi. In quell’occasione fui imbarazzato dal grado di penetrazione degli slogan americani più reazionari ereditati dall’epoca della Guerra Fredda e dall’irritazione indiscussa causata dal fatto che un indigeno era presidente del loro paese.  Quelle “forze di sicurezza” si sono ritirate dalla scena  lasciando il campo libero all’esibizione incontrollata delle orde fasciste – come quelle che agirono in Ucraina, in Libia, in Iraq, in Siria per rovesciare, o cercare di farlo come in questo caso, i leader fastidiosi per l’imperialismo.-  e quindi intimidire la popolazione, la militanza e il governo stesso. Cioè, una nuova figura socio-politica: colpo di stato militare “per omissione”, che consente alle bande reazionarie, reclutate e finanziate dalla destra, di imporre la loro legge. Una volta che regna il terrore, prima dell’impotenza del governo, l’esito è inevitabile.

In quinto luogo, la sicurezza e l’ordine pubblico non avrebbero mai dovuto essere affidati in Bolivia a istituzioni come la polizia e l’esercito, colonizzate dall’imperialismo e dai suoi lacchè della destra autoctona. Quando fu lanciata l’offensiva contro Evo, fu scelta una politica di pacificazione e di non risposta alle provocazioni dei fascisti. Questo è servito per incoraggiarli ad aumentare la posta: in primo luogo, chiedere il voto; più tardi, frode e nuove elezioni; poi, le elezioni ma senza Evo (come in Brasile, senza Lula)successivamente, dimissioni di Evo; infine, data la sua riluttanza ad accettare il ricatto, seminare terrore con la complicità della polizia e dei militari e costringere Evo a dimettersi.

Da manuale, tutto da manuale. Impareremo queste lezioni?

STAZIONE DI FINLANDIA. La forza propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre

Ufficio Stampa

di Fosco Giannini, direzione nazionale PCI

7 novembre 1917: presa del Palazzo d’Inverno, a Pietrogrado, da parte dei bolscevichi guidati da Lenin ed inizio della Rivoluzione d’Ottobre. Per il calendario giuliano (perché promulgato da Giulio Cesare nel 46 a.c.) vigente in Russia era il 25 ottobre, per il calendario gregoriano (perché stabilito da Papa Gregorio nel 1582 e vigente in Italia ed in gran parte del mondo) era il 7 novembre. Per questo, in questo giorno, i comunisti, i rivoluzionari di tutto il mondo ricordano e commemorano la Rivoluzione d’Ottobre. La commemorazione è un atto decisivo affinché la memoria della più grande rivoluzione della storia dell’umanità non venga cancellata e sia invece sempre riconsegnata ai lavoratori, alle lavoratrici, alle giovani generazioni e ai giovani rivoluzionari dell’intero mondo.

Vi è tuttavia, anche per ciò che riguarda la commemorazione della rivoluzione leninista, il pericolo, sempre in agguato, di una liturgia ossificata che rimuova parti essenziali dell’Ottobre. I comunisti, i rivoluzionari che ogni anno, ad ogni 7 novembre, meritevolmente, rievocano l’Ottobre sono fondamentalmente e giustamente d’accordo sul riproporre una scaletta di importantissime questioni, che dobbiamo continuare a fare nostre e rilanciare contro l’ideologia imperialista e capitalista: con l’Ottobre, per la prima volta nella Storia, si superano i rapporti di produzione capitalistici, che il pensiero liberale definiva eterni e “naturali”, si abbatte l’ordinamento statuale borghese e si costruisce concretamente il socialismo, che quello stesso pensiero definiva un’irrealizzabile utopia; con l’Ottobre si danno le basi materiali per l’apparizione nella storia dell’umanità dell’ “uomo nuovo” e della “donna nuova” e nessuno è in grado di contestare la verità storica per la quale nei (soli) sette decenni della storia sovietica, in virtù del fatto che è anche la legge che crea la morale, non si sia costituito nel Paese dell’Ottobre un senso comune di massa socialista, anti individualista, umanamente evoluto; dall’Ottobre si costituisce quella forza materiale, morale e ideale che contribuisce in modo assolutamente prioritario alla vittoria sul nazifascismo, in totale antitesi ai dubbi, alle speculazioni e ai conseguenti e untuosi ritardi che gli stati imperialisti e capitalisti mostrano nella stessa lotta contro le orde nero-brune; dall’ esperienza sovietica consolidata scaturisce un’immensa e planetaria onda rivoluzionaria, anti imperialista e anti colonialista che libera tanti popoli di tanti Paesi in tutto il mondo; dall’Ottobre e attraverso l’URSS il socialismo diviene tra i più grandi ed universalmente estesi ideali dell’umanità e da questo ideale si costituiscono ovunque i partiti comunisti e le forze anti imperialiste, anticolonialiste e rivoluzionarie.

 

Questo è ciò che si deve rievocare e doverosamente si rievoca in ogni commemorazione dell’Ottobre, in ogni 7 novembre. Ma vi sono vicende, aspetti, “tagli ideologici”, idee-forza dell’Ottobre e del pensiero e della prassi leninista che con più difficoltà vengono ricordati, che spesso vengono rimossi. E che abbiamo invece il dovere di riportare alla luce.

Molte commemorazioni partono dalla presa del Palazzo d’inverno, appunto il 7 novembre, da parte dei bolscevichi, quasi come se da lì, improvvisamente, fosse partita la rivoluzione e come se lì, nella conquista della ex residenza degli zar, fosse terminato lo stesso processo rivoluzionario. Una lettura di questo tipo sta ad esempio alla base del pensiero borghese e reazionario (ma, ormai, spesso, anche “progressista”) tendente a definire l’Ottobre solo come un “sanguinario colpo di stato”. Invece, è proprio negli eventi che precedono la conquista del Palazzo d’Inverno e in quelli che succedono ad essa che si trovano gli elementi che sconfessano tale analisi e nei quali s’addensano il pensiero e la prassi della rivoluzione, nei quali si possono ritrovare le lezioni per gli attuali processi rivoluzionari.

Lunghe, affascinanti e ricchissime di lezioni per l’attuale esperienza rivoluzionaria sono le vicende che segnano il pensiero e la prassi dei bolscevichi verso l’Ottobre. Lezioni così dense che ogni scuola dei partiti comunisti dovrebbe di nuovo divulgare, affinché diventino parte importante della coscienza di classe. Solo alcune di queste “lezioni”, di queste vicende si possono, in questo contesto, ricordare.

Possiamo azzardare l’ipotesi che tutte le vicende che portano i bolscevichi alla rivoluzione d’Ottobre sono inseribili, nella loro diversità, all’interno di un’unica idea-forza: credere nella rivoluzione, credere nel socialismo, credere nel carattere materialista delle contraddizioni storiche, politiche e sociali che vanno manifestandosi nella Russia prerivoluzionaria e su questa base lavorare per accentuare tali contraddizioni, attraverso la costruzione del soggetto rivoluzionario ( il partito) e del suo gruppo dirigente.

Non è dunque, solo con la presa del Palazzo d’Inverno, non è solo con il 7 novembre 1917 che si produce l’Ottobre. Contano i lunghi anni di resistenza bolscevica che precedono il Palazzo d’Inverno; contano i sacrifici di Lenin, di Stalin e di tutto il gruppo dirigente rivoluzionario; contano i lunghi anni d’esilio e di galera dell’intero gruppo dirigente, la terribile e spesso miserabile durezza della vita dei bolscevichi (nel gennaio del 1916, a circa un anno dalla rivoluzione, Lenin e la moglie Krupskaija si trasferiscono da Berna a Zurigo e vanno a vivere in una stanzetta buia e strettissima, nello stesso appartamento dove viveva una prostituta e poveri emarginati dei bassifondi); conta la tenacia – con Lenin in testa – della lunga lotta politica e teorica contro le posizioni più moderate dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari, contro Plekhanov e contro Martov; conta la lotta leninista “contro il pensiero moralista e piccolo-borghese” dei menscevichi contrari alla conquista dei fondi economici per la rivoluzione anche attraverso le rapine alle banche capitalistiche; conta la genialità di Lenin nell’aver messo in luce la natura profonda della Prima Guerra Mondiale, definita dal capo dell’Ottobre “guerra inter imperialistica”, che dunque non chiedeva, per questa sua intima natura, ai popoli e alle forze socialiste, di schierarsi con una parte degli Stati in guerra, ma solo per la fine della guerra; conta la lucidità rivoluzionaria di Lenin che, anche contro le posizioni dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari russi, chiuse nella trappola del falso patriottismo e dunque della prosecuzione della guerra contro la Germania, chiede che la Russia firmi con il Kaiser tedesco una pace separata, conquistando con questa linea i marinai, i soldati, gli operai e i contadini russi, tutti destinati all’insensato macello del fronte, mentre in Italia la debolezza rivoluzionaria dei socialisti lascia che sia Mussolini a conquistare la fiducia dei soldati tornati dal fronte per poi organizzarli nelle squadracce fasciste. Così Lenin arriva alla presa del Palazzo d’Inverno, con il popolo e gran parte dell’esercito conquistato a sé, ai bolscevichi. Che visione anticonformista, che lezione questa di Lenin e dei bolscevichi, una lezione per tutte quelle forze di sinistra che anche oggi non utilizzano la discriminante antimperialista nella lettura delle contraddizioni internazionali e nazionali!

E prima del Palazzo d’Inverno, prima del 7 novembre, c’è il 16 aprile del 1917, quando Lenin, proveniente da un esilio decennale, scende alla stazione Finlandia di Pietrogrado e lì, di fronte ad una folla di operai e rivoluzionari, senza tentennamento alcuno, indica che la strada è quella della presa del potere bolscevico e della fine immediata della guerra, contro il governo Kerenskij che intanto, con le forze mensceviche, socialiste rivoluzionarie e con i rappresentanti della borghesia russa, aveva scalzato lo zar dirigendo il Governo Provvisorio. Anche qui – stazione Finlandia – che lezione per i tentennamenti, i cedimenti, le degenerazioni tatticistiche di tante odierne forze di sinistra, italiane e internazionali.

E con quanta determinazione Lenin spinge affinché sia il 7 novembre il giorno della presa del Palazzo d’Inverno. Una schiera infinita di oppositori si leva contro la decisione di Lenin, dai menscevichi ai socialisti rivoluzionari, da Plekhanov allo stesso Maksim Gor’kij, il grande scrittore russo del romanzo “La madre”, che accusa Lenin di “anarchismo”, dalle aree zariste dell’esercito collegate a Kerenskij sino a significative aree stesse dei bolscevichi: “non è questa l’ora della presa del potere!”. Ma i leninisti sferrano l’attacco e aprono il processo rivoluzionario dell’Ottobre.

Ma la rivoluzione, appunto, non finisce con la conquista del Palazzo d’Inverno. È l’estensione della rivoluzione e la difesa con le unghie e con i denti del nuovo potere bolscevico (vicende a volte poco rievocate anche da chi commemora il 7 novembre) che parlano e dovrebbero parlare della natura rivoluzionaria dell’Ottobre, di quella dei comunisti di allora e di oggi. La dura e non sentimentale difesa della rivoluzione d’Ottobre, con Lenin e dopo Lenin, ci parla oggi, ad esempio, della giustezza della difesa rivoluzionaria del governo Maduro, in Venezuela, contro i tentativi golpisti condotti dall’imperialismo USA. Difesa rivoluzionaria, questa di Maduro, non condivisa da aree vaste della “sinistra” italiana e mondiale.

Dopo il 7 novembre Lenin lancia l’ordine dell’insurrezione anche a Mosca e il 10 novembre i bolscevichi moscoviti, comandati da Bukharin, occupano il Cremlino, dove risiede il potere dei menscevichi e dei socialisti rivoluzionari. A Pietrogrado, dopo il 7 novembre, la controffensiva dei menscevichi di Kerenskij, appoggiata dalle truppe fedeli allo zar, è potente, ma la resistenza leninista sostenuta dai ventimila operai della fabbrica Putilov (ai quali era giunta una – inutile- lettera di Plekhanov con la quale si intendeva dissuaderli dal difendere la rivoluzione bolscevica) dai marinai e dai soldati risulterà, in uno scontro sanguinoso, vincente.

La questioni economiche, il denaro da utilizzare a sostegno della rivoluzione e a sostegno delle masse disperate del Paese, sono tra le questioni centrali. Lenin, studiando le vicende della Comune di Parigi, punta immediatamente (dopo la presa del Palazzo d’Inverno a Pietrogrado, del Cremlino a Mosca e la processuale presa del potere in tutta la Russia) a nazionalizzare l’intero sistema bancario russo. Ma la Banca di Stato e la Tesoreria di Stato, legate a Kerenskhi, sono in sciopero. I bolscevichi, ancora impossibilitati a fornire legalmente la rivoluzione con i soldi dello Stato, licenziano immediatamente i direttori e si impossessano “legalmente” di quei fondi indispensabili al consolidamento della rivoluzione.

Il 18 gennaio del 1917 Lenin scioglie, a palazzo Tauride, l’Assemblea Costituente formata ancora dai menscevichi, dai socialisti rivoluzionari e dagli esponenti della borghesia russa. La scioglie con la forza, con i marinai dell’ “Aurora”, con i soldati della rivoluzione, con gli operai di Pietrogrado. Quell’Assemblea Costituente era ancora legale e punto di riferimento sia di Kerenkij che della borghesia russa. Quanti esponenti dell’attuale sinistra, oggi, pervasi dallo spirito legalitario borghese, segnati dalla mitologia della costruzione del socialismo solo attraverso le istituzioni borghesi, sarebbero stati d’accordo con Lenin per lo scioglimento con la forza dell’Assemblea Costituente?

Nel suo ultimo discorso a quell’Assemblea, il leader dei socialisti rivoluzionari, Viktor Chernov, dopo la lunga e durissima tirata antibolscevica, termina l’intervento rilanciando con forza l’idea della prosecuzione della “guerra patriottica russa” contro la Germania. Ma quell’Assemblea fu sciolta da Lenin che inviò poi, a fine novembre 1917, la delegazione di pace sovietica (capeggiata da Joffe e da Trotzkij) a trattare con i tedeschi, a Brest-Litovsk, la pace separata, la fine della guerra, la fine dell’impegno bellico russo a fianco di uno dei fronti imperialisti, quello franco -britannico, al quale si sarebbe poi aggiunto il nuovo alleato statunitense.

L’Ottobre, dunque, non è solo il 7 novembre, non è solo la presa del Palazzo d’Inverno: è la prosecuzione della lotta in difesa della rivoluzione, è la resistenza dell’Armata Rossa e del popolo in armi, sino al 1922, contro la Guardia Bianca zarista e gli eserciti di undici, diversi, Stati capitalistici entrati in Russia contro la Rivoluzione. L’Ottobre, l’Unione Sovietica sono il prodotto di questa titanica lotta, prima per costruire il processo rivoluzionario e poi per difenderlo, nel tempo di Lenin e dopo Lenin. Ed è per questi motivi che il 7 novembre tutta la storia rivoluzionaria bolscevica va rievocata, nell’intento di fornire alle attuali avanguardie rivoluzionarie, ai comunisti, le lezioni politiche e teoriche di tutto l’Ottobre, quello che va dal Palazzo d’Inverno alla costruzione dell’Unione Sovietica, passando per la vittoria contro il nazifascismo.

La determinazione che va messa nella lotta anticapitalista e antimperialista; la costruzione e il radicamento del partito comunista come prima necessità (necessità che mai va subordinata ai tatticismi elettorali ) per questa lotta; la costruzione dei quadri e della loro coscienza rivoluzionaria; la costruzione di gruppi dirigenti capaci di far crescere il partito nelle lotte, nelle mobilitazioni e nel rafforzamento della stessa coscienza rivoluzionaria: queste sono le lezioni che provengono dal 7 novembre e dall’intera lotta bolscevica e leninista.

I pericoli della rimozione di tutta quella, intera, lezione rivoluzionaria incombono sempre. Ormai decenni fa, dall’interno del PCI, che da lì a poco si sarebbe auto dissolto, si levò una parola d’ordine, che ratificava “l’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. A tutti coloro che si opposero a tale formulazione vennero fornite diverse risposte, tra le quali alcune sinceramente anticomuniste e altre che asserivano che con quella frase si voleva dire “altro”. Bene: noi crediamo che quella formulazione espressa dal PCI degli anni ’80 fosse comunque sbagliata, poiché, per la sua grandezza storica, la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre è destinata a rimanere accesa per sempre.

Meldola 6 novembre 2019 ( Sezione “A.Coveri)

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Dal 18 al 20 Ottobre, ad Izmir- Turchia, si è svolto il XXI° incontro internazionale dei partiti comunisti e operai. Un’importante occasione di confronto, organizzata congiuntamente dal Partito Comunista Turco (TKP) e dal Partito Comunista Greco (KKE), che ha coinvolto 75 partiti in rappresentanza di 62 paesi dei cinque continenti. Una presenza significativa, che rappresenta circa la metà delle realtà comuniste e del lavoro esistenti. All’incontro internazionale, ha preso parte anche il Partito Comunista Italiano, nelle persone del suo segretario Mauro Alboresi e di Luca Vanzini, del dipartimento esteri della FGCI. Il dibattito che ne è scaturito, a partire dalla sottolineatura operata da quasi tutti gli intervenuti circa la rilevanza della concomitanza dell’incontro in questione con il 100° anniversario della nascita della Terza Internazionale, l’importanza di quest’ultima nella storia comunista, ha messo in luce un’importante condivisone di analisi tra i partecipanti circa il contesto internazionale entro il quale si è chiamati ad operare, ciò che lo caratterizza. Particolare rilievo è stato posto alla crisi strutturale nella quale versa il sistema capitalista, alle politiche imperialiste sempre più marcate in essere, all’attacco generalizzato agli spazi di democrazia, alle condizioni di lavoro e di vita delle masse popolari dei diversi paesi, ai conflitti presenti in tanta parte del mondo ed ai rischi crescenti per la pace. I molti interventi succedutisi hanno altresì sottolineato l’esigenza di un maggiore e sempre più adeguato coordinamento tra le diverse realtà interessate, al fine di una azione congiunta a livello nazionale e sovranazionale, di ridare corpo, in aderenza ai tempi, a nuove forme di solidarietà internazionale, ad un nuovo internazionalismo. Il Partito Comunista Italiano, che in tale contesto, nel limite imposto degli 8 minuti, ha svolto l’intervento che si allega, ha avuto molteplici incontri di carattere bilaterale con diversi tra i soggetti politici presenti, consolidando relazioni già in essere, promuovendone altre, in coerenza con la propria convinzione circa la necessità di percorrere la strada della massima unità possibile tra i partiti comunisti e del lavoro. I soggetti interessati da tale relazione bilaterale hanno espresso la comune convinzione circa la necessità di dare seguito a ciò anche attraverso la definizione di specifiche iniziative coinvolgenti le diverse realtà su specifici temi di comune e più generale interesse.

Testo intervento a Izmir

Care compagne e cari compagni, a nome mio e del Partito Comunista Italiano che rappresento, desidero innanzitutto ringraziare gli organizzatori di questo xxi incontro internazionale dei partiti comunisti ed operai per l’impegno da loro profuso ai fini della sua indubbia riuscita.

sostieni il partito

Questo incontro, importante in se, lo è ancora di più in quanto coincide con il centesimo anniversario della fondazione dell’internazionale comunista, soggetto politico tra i principali protagonisti della storia mondiale tra le due grandi guerre del secolo scorso.

Un’organizzazione che ha caratterizzato tanta parte della nostra comune storia, che ha promosso e guidato l’azione dei partiti comunisti in una fase oltremodo difficile, rivolgendosi non solo ai proletari dei paesi capitalistici sviluppati, ma anche alle popolazioni soggiogate dalla dominazione coloniale e semi coloniale, aprendo nuovi orizzonti.

Un’esperienza che ha dimostrato quanto il cammino degli sfruttati e degli oppressi verso la liberazione è lungo, difficile, tutt’altro che lineare.

Molto è accaduto da allora, dalla decisione dello scioglimento della Terza Internazionale, e quanto caratterizza l’oggi rappresenta la sfida per l’insieme dei partiti comunisti e del lavoro.

Nelle scorse settimane, come noto, in concomitanza con l’ottantesimo anniversario dello scoppio della seconda guerra mondiale, il Parlamento Europeo ha approvato a larga maggioranza, per l’Italia, non casualmente, hanno votato a favore centrodestra e centrosinistra, la risoluzione relativa “all’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, che attraverso falsificazioni ed omissioni equipara comunismo e nazismo, e che “lisciando il pelo” ai governi più reazionari d’Europa spinge alla messa al bando dei simboli comunisti, alla loro esclusione dalle competizioni elettorali, a marginalizzare, ad impedire la manifestazione di un’idea.

Noi, che sappiamo bene il ruolo decisivo che ha avuto l’Unione Sovietica per la sconfitta del nazismo, che hanno avuto i comunisti nella lotta al nazifascismo, dobbiamo cogliere in tutta la sua portata questa ulteriore tappa del processo revisionista in essere, che è parte di un progetto di lungo periodo volto all’affermazione del pensiero unico, e reagire.

Siamo di fronte ad un ulteriore attacco delle classi dominanti nei confronti di un movimento, quello comunista, che è in ripresa in tanta parte del mondo, che ha messo e mette in discussione il potere della borghesia, che porta con se l’idea di un’alternativa di sistema nei confronti di un capitalismo che dopo il crollo dell’URSS, le cui ragioni ci sono note, si era presentato come trionfante, sino a preconizzare la fine della storia, e che oggi, invece, si dibatte in una profonda crisi strutturale, ed i cui margini di manovra si sono fortemente ridotti.

Siamo chiamati ad operare in un contesto internazionale sempre più complesso, problematico, aperto a molteplici sbocchi:

-gli equilibri geopolitici conosciuti sono per tanta parte saltati, e a seguito del processo di globalizzazione, affermatosi all’insegna della concentrazione del capitale finanziario, sono largamente in fase di ridefinizione;

-politiche neo colonialiste, neo imperialiste sono sempre più evidenti, marcate;

-l’unilateralismo degli USA, che con l’elezione di Trump ha subito un’ulteriore accelerazione, esprime una politica estera sempre più condizionata da quel complesso militare/industriale che oggi è largamente rappresentato nel governo, sempre più aggressiva (della quale è parte anche la questione dei dazi) sprezzante nei confronti del diritto internazionale, del diritto dei popoli all’autodeterminazione;

-il ruolo crescente assunto dalla NATO, braccio armato di una dimensione euro atlantica a guida statunitense, con il suo espandersi ad est e nell’area del pacifico, evidenzia una tendenza al confronto militare, alla guerra sempre più marcata;

-la crisi nella quale si dibatte l’Unione Europea, blocco imperialista in costruzione, il cui carattere essenzialmente finanziario, assai poco economico, per nulla sociale è rifiutato sempre più dai popoli che la compongono, evidenzia il riproporsi di logiche che hanno ispirato le pagine più buie della sua storia.

In relazione a questo quadro è necessario che i partiti comunisti e del lavoro si propongano una sempre più stretta relazione tra loro.

Contrariamente a quello che in tanti davano per scontato, la speranza, la prospettiva di una società socialista, del comunismo, non è tramontata, essa è viva, necessaria, motivata da quanto accade, dalle ragioni che ne sono alla base, e la ricerca di ciò, anche in forme inedite, che si misurano con il contesto di riferimento, con la realtà data, in molteplici paesi, lo dimostra.

Oggi, per ovvie ragioni, non è più tempo di un paese guida, di un partito guida, ma è sicuramente tempo di rilanciare in forme e modi adeguati l’internazionalismo.

Noi, come PCI, siamo fermamente convinti della necessità di perseguire la massima unità possibile tra i diversi partiti comunisti ed operai, l’unità nella diversità, anche definendo una piattaforma comune, obiettivi comuni attorno ai quali promuovere iniziative e mobilitazioni unitarie, nei singoli paesi e su scala sovranazionale.

Non si tratta di nascondere le differenze esistenti, ma avendo contezza di ciò di sottolineare il valore di un fronte unitario, che rispettoso dell’autonomia politica ed organizzativa delle sue componenti, costituisce oggi la risposta possibile e necessaria all’attacco al quale siamo sottoposti.

E’ la realtà a dirci che il valore fondante, l’esigenza dell’internazionalismo proletario e comunista non è venuta meno.

Sottolinearlo oggi, a cento anni dalla fondazione della Terza Internazionale, è molto più di un atto simbolico, è la manifestazione di una consapevolezza.

Nella mozione votata a Bruxelles una riscrittura della storia assurda e vergognosa

Redazione PCI

22 Settembre 2019

 

Allemagne, Berlin. 2 mai 1945. Le drapeau rouge flotte sur les to”ts du Reichstag

di Alex Höbel, segreteria nazionale Pci

La mozione “sull’importanza della memoria” (un titolo davvero beffardo!) approvata dal Parlamento europeo (http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html?fbclid=IwAR1SXG9LdawEm5UJCsKNefH8QD6Y_nFknuvzprUdpPom4cgCJ9S1yjxz8Gw) coi voti di gran parte dell’emiciclo (compresi quasi tutti i rappresentanti del Pd, tra cui quel Giuliano Pisapia che come criminali comunisti contribuimmo a eleggere alla Camera nelle liste del Prc) costituisce un documento di estrema gravità, il cui significato non può essere sottovalutato. Di fatto, nell’anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, nella quale la barbarie nazifascista fu battuta anche e soprattutto grazie al contributo decisivo dell’Unione Sovietica, coi suoi circa 25 milioni di caduti e pagine epiche come la resistenza dei leningradesi a 900 giorni di assedio o la vittoria di Stalingrado, si anticipa la data di inizio del conflitto, che viene fissata al patto Molotov-Ribbentrop anziché all’aggressione tedesca contro la Polonia, il 1° settembre 1939 (solo dopo 16 giorni, l’Urss penetrò a sua volta in territorio polacco, evidentemente a scopo difensivo, ossia in reazione all’attacco hitleriano, che imponeva – può essere duro dirlo, ma è la concreta realtà storica – di non lasciare che le truppe tedesche dilagassero in tutta la Polonia giungendo ai confini dell’Urss, il che peraltro aveva costituito uno dei motivi del patto Molotov-Ribbentrop). Questa modifica della data di inizio del conflitto costituisce ovviamente un atto del tutto arbitrario, una vera e propria riscrittura della realtà di stampo orwelliano.

Ma se proprio dovessimo anticipare l’inizio della guerra a prima dell’avvio delle operazioni militari, allora perché non fissarne l’inizio alla Conferenza di Monaco del 1938 dove Gran Bretagna e Francia lasciarono mano libera a Hitler? O magari farla coincidere con l’Anschluss tedesco dell’Austria? O con l’annessione hitleriana dei Sudeti? Sarebbe penoso per i deputati euro-atlantisti dover ricordare che per diversi anni le gloriose democrazie liberali respinsero le proposte sovietiche di sicurezza collettiva (la politica del ministro degli Esteri Maksim Litvinov), preferendo piuttosto l’appeasement con Hitler e Mussolini, nella segreta speranza che l’aggressività nazista si rivolgesse, come Hitler stesso aveva scritto nel Mein Kampf, contro l’Unione Sovietica e i “barbari popoli slavi”, da sottoporre a un regime semi-schiavistico i cui precedenti erano proprio nelle politiche coloniali di quelle stesse democrazie. Certo, sarebbe sconveniente ricordare queste cose, o magari le atomiche lanciate sul Giappone dagli Usa di Truman a guerra ormai finita, sostanzialmente solo per dare un chiaro e macabro segnale all’Unione Sovietica. Il vergognoso documento, peraltro, non si ferma qui. Nelle considerazioni iniziali, afferma che, “sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un’urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”, e ricorda con evidente apprezzamento “che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste”. Insomma, invece di contestare le gravissime misure approvate da parlamenti di Stati autoritari dell’Europa orientale (si veda il divieto di esporre simboli comunisti sancito nel 2009 nella Polonia di Kaczynski), che sull’anticomunismo e la russofobia stanno cercando di costruire loro identità iper-nazionaliste (in questi casi, a quanto pare, il “sovranismo” nazionalista piace!), il Parlamento europeo le prende a modello, approvando evidentemente la messa fuori legge di organizzazioni comuniste, già sperimentata nella Repubblica Ceca, o il divieto di presentare le liste comuniste alle elezioni, già verificatosi in Ucraina pochi mesi fa (http://www.sinistraineuropa.it/europa/ucraina-vietato-ai-comunisti-candidarsi-alle-elezioni-presidenziali/). E si giunge ad auspicare una nuova “Norimberga” che dovrebbe processare non si capisce bene chi: il cadavere di quel Ceaușescu fucilato dopo un processo-farsa? O magari quello di Erich Honecker, la cui autodifesa costituisce un documento da leggere e su cui riflettere? Se si scorre il testo della risoluzione, la gravità dell’operazione risalta in modo evidente. Grave l’art. 14, che assieme alla Ue (e come se fossero la stessa cosa) esalta la Nato, ente notoriamente pacifico che ha portato la democrazia ovunque nel mondo. Assurdo l’art. 15, che rappresenta una specie di paternale a Putin e fa capire l’intento anche anti-russo dell’operazione. Grave ancora l’art. 17, che con evidente compiacimento “ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti”, come se fossero la stessa cosa: che dovremmo aspettarci allora, il divieto della falce e martello anche in Italia? La messa al bando del simbolo del Pci? In generale, il senso di questo squallido documento è l’equiparazione tra “comunismo” (alternato nel testo a “stalinismo”, quindi con una totale identificazione dei due termini, cosa su cui il 99% degli storici avrebbe molto da eccepire) e nazismo. Evidentemente, si vuole combattere ancora una volta una guerra preventiva non solo contro il passato (che non può certo esser riscritto da queste buffonate), ma anche contro la ripresa dell’idea di un’alternativa di sistema, che coloro i quali stanno spingendo il Pianeta alla catastrofe temono (e cercano di presentare) come il diavolo. Al tempo stesso, si “liscia il pelo” ai governi più reazionari dell’Europa orientale, probabilmente al fine di ammorbidirne le posizioni critiche verso la stessa Ue, che a quanto pare si attrezza a diventare più simile a loro, quanto meno nella lettura della storia e nei “valori condivisi”. Si tratta dunque di un documento la cui gravità è certamente chiara a quelli che lo hanno scritto e promosso; resta da capire se lo sia anche a coloro che lo hanno irresponsabilmente votato.

 

Il PCI dopo le elezioni europee

29 Maggio 2019

 

 

L’esito del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo è inequivocabile. Con esso un numero crescente di elettori ha decretato un pesante arretramento delle forze ricondotte ai gruppi parlamentari popolare, socialista, liberale, ossia dei gruppi largamente responsabili delle politiche che si sono affermate negli anni all’insegna del liberismo, dell’austerità, e quindi della crisi dell’Unione Europea che ne è discesa. Con tale voto escono rafforzate le forze politiche che gli osservatori definiscono generalmente sovraniste, un insieme di forze marcatamente di destra, che da tempo hanno mostrato il loro volto e che pongono pesanti interrogativi per il futuro democratico dei Paesi interessati, dell’Europa stessa. Diverse tra esse risultano al primo posto in paesi quali la Francia, il Regno Unito, l’Ungheria, l’Italia. Con tale voto si registra anche un pesante arretramento delle forze afferenti al gruppo parlamentare europeo GUE/NGL, la cui proposta politica alternativa, di sinistra, non è stata percepita dall’elettorato come la risposta adeguata alla crisi dell’Unione Europea. Le ripercussioni del voto sugli equilibri del Parlamento Europeo sono rilevanti, e nelle prossime settimane si evidenzierà un serrato confronto volto a determinarne di nuovi, a condizionare l’attribuzione dei posti chiave, un confronto che dirà molto anche in relazione al se ed in che misura cambieranno le politiche europee, in particolare quelle economiche. Per quanto riguarda il nostro Paese il voto per il rinnovo del Parlamento Europeo, confermando la volubilità dell’elettorato, il venire meno di ogni rendita di posizione, ha determinato profondi cambiamenti nel quadro politico. La Lega ha ottenuto oltre il 34% dei voti divenendo il primo partito, seguita dal PD, che pur perdendo oltre 100000 voti rispetto alle ultime elezioni politiche si attesta oltre il 22%, dal M5S, che perde oltre 6 milioni di voti dimezzando il consenso ottenuto nelle medesime elezioni, da Forza Italia, che scende sotto la soglia del 10%, confermando il proprio declino, da Fratelli d’Italia, che con oltre il 6% registra un significativo avanzamento. Queste cinque forze politiche sono le uniche che portano parlamentari in Europa. In linea con quanto accaduto in tanti altri contesti europei la sinistra registra un risultato assai negativo, solo in minima parte riconducibile al “richiamo al voto utile” che ha premiato il PD, passando da oltre il 4% delle precedenti elezioni europee, che le avevano consentito di eleggere 3 suoi rappresentanti, all’1,7%. Un risultato negativo, quello ascrivibile al “campo largo della sinistra”, completato dallo 0,8% dei voti andati al PC. Un risultato che non può non interrogare circa la prospettiva di tale schieramento. La situazione determinatasi dopo questo voto, in gran parte confermata dall’esito delle elezioni amministrative svoltesi in concomitanza in diverse realtà territoriali del Paese, non potrà non avere ripercussioni sulla stessa tenuta del Governo Conte. Gli equilibri interni allo stesso, infatti, si sono ribaltati a favore della Lega, a discapito del M5S, che conferma la propria parabola discendente. Quello che si profila è uno scenario dal quale non può essere escluso il ricorso, a breve, a nuove elezioni politiche, nelle quali uno schieramento di destracentro può proporsi come favorito. Il PCI, che per le note ragioni non ha potuto presentarsi in quanto tale alle elezioni europee, a fronte della situazione data non può che confermare la propria posizione circa l’Unione Europea, sottolineando la necessità di mettere in campo una capacità di analisi, di proposta, d’azione, in grado di contrastare efficacemente le politiche, l’idea stessa di Europa che il grande capitale transnazionale è riuscito ad affermare, le politiche imperanti, e di prospettare un’alternativa possibile, oltre che necessaria. Ciò che serve è un’altra Europa, dall’Atlantico agli Urali, un’Europa che ha in una dimensione sociale avanzata, tutelante, la propria ragion d’essere, un’Europa della democrazia, della cooperazione tra stati sovrani con uguali diritti, volta alla pace, alla collaborazione, alla solidarietà con il mondo. In relazione alla realtà italiana il PCI non può che ribadire la propria ferma opposizione alle politiche del governo in carica, che a fronte dell’esito del voto rischiano di caratterizzarsi ancor più come politiche di destra ( emblematiche al riguardo la questione della flat tax, il decreto sicurezza bis), promuovendo articolate iniziative volte a fare conoscere le proprie proposte alternative per un cambiamento sociale e politico dell’Italia fortemente ancorato alla Costituzione Repubblicana. In relazione alla situazione data, su tali posizioni, il PCI promuoverà nei prossimi giorni una articolata iniziativa volta alla massima unità possibile con l’insieme delle forze comuniste e della sinistra di alternativa interessate. L’unità nella diversità è la risposta da dare alla crisi con la quale le stesse sono chiamate a fare i conti.

Roma, 28 Maggio 2019 La segreteria nazionale del PCI

Ho Chi Minh il Rivoluzionario. Intervista ad Andrea Catone

17 Maggio 2019

Pubblichiamo un’intervista di Massimiliano Romanello, Segreteria Nazionale FGCI, ad Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno e recentemente curatore, assieme ad Alessia Franco, del libro “Ho Chi Minh, Patriottismo e internazionalismo, Scritti e discorsi 1919-1969”

  1. Ho Chi Minh è stato un rivoluzionario ed un grande teorico del pensiero comunista, simbolo di un’intera generazione, quella che ha vissuto e combattuto la guerra del Vietnam, e simbolo allo stesso tempo della lotta antimperialista di ogni epoca. Con che parole possiamo riassumere il suo originale contributo nella storia del movimento comunista internazionale?

AC – Dici bene quando parli di originale contributo al movimento comunista internazionale. Se guardiamo alla storia del XX secolo la figura di Ho Chi Minh si staglia come una delle più limpide e significative. Egli riassume in sé la determinazione incrollabile – con una straordinaria coscienza del fine, una eccezionale forza morale – verso l’obiettivo della liberazione del popolo vietnamita; è stato il simbolo della resistenza e lotta per una causa giusta, il suo esempio ha trascinato verso gli ideali del comunismo un’intera generazione, la “generazione del Vietnam”, di giovani che negli anni 60-70 in Italia e in tutti i paesi dell’Occidente, dagli USA al Regno Unito, videro nella resistenza vietnamita la possibilità di combattere e vincere un nemico strapotente che quotidianamente bombardava dal cielo il territorio del Vietnam con bombe micidiali.

 

Questa straordinaria capacità di resistere, combattere e vincere non cade dal cielo, ma è stata forgiata dal partito comunista del Vietnam e dalla persona che maggiormente ne incarnava gli ideali e la politica. Ho Chi Minh e il partito hanno educato il popolo vietnamita, hanno compiuto una straordinaria azione pedagogica di massa, hanno saputo parlare al cuore e alla mente del popolo, lo hanno trasformato – potremmo dire con le parole di Gramsci – da subalterno a egemone. Ho Chi Minh era un capo che sapeva ascoltare e sapeva parlare al popolo. Senza questa straordinaria azione di educazione del popolo, di “costruzione” del popolo, la grandiosa resistenza vietnamita al colonialismo francese e all’imperialismo americano sarebbe impensabile. Il marxismo-leninismo di Ho Chi Minh non è un marxismo dogmatico. Come Mao applica il marxismo-leninismo alle condizioni storico-concrete della Cina, lo “traduce” cioè in caratteri cinesi, così il grande dirigente vietnamita traduce in caratteri vietnamiti l’insegnamento di Marx e Lenin, lo innesta nella storia e nella cultura annamite, trovando la strada autonoma per la liberazione nazionale.

Se proviamo a tracciare un bilancio storico del movimento comunista nel XX secolo, dobbiamo rilevare nel pensiero e nell’azione politica di Ho Chi Minh un’altra direttrice fondamentale e importantissima, ieri come oggi, per il successo e l’azione dei comunisti: la costante ricerca e lotta per l’unità, sia del suo popolo – con la politica del fronte unito – sia del movimento comunista internazionale. Egli fu in sommo grado teorico e tessitore dell’unità del popolo nella resistenza antimperialista. L’unità, come ribadisce in numerosi interventi, è la forza principale del popolo che grazie ad essa coglierà la vittoria. “La rivoluzione e la resistenza sono state vittoriose grazie alla stretta unità del nostro popolo, al suo grande entusiasmo, alla sua ferma convinzione nel conseguimento della vittoria e all’estrema perseveranza nella lotta”[1]. “L’unità è la nostra forza invincibile. Per poter consolidare il Nord in una solida base per la lotta per la riunificazione del nostro Paese, tutto il nostro popolo dovrebbe essere strettamente e diffusamente unito sulla base dell’alleanza tra i lavoratori e i contadini del Fronte patriottico del Vietnam”[2].

Egli riesce a costruire l’unità del popolo attraverso il fronte unito. Tanto è determinato e inflessibile nel mantenere dritta la barra della meta da raggiungere, la liberazione dalla dominazione coloniale e semicoloniale, l’indipendenza dell’intero Vietnam unificato, tanto è flessibile nella costruzione di un fronte unito del popolo viet, al punto da sacrificare provvisoriamente per la costruzione dell’unità la stessa presenza formale del partito comunista indocinese, che nel novembre 1945 si scioglie dando indicazione ai suoi membri di dedicarsi all’unità nazionale all’interno del fronte Viet Minh. Ho Chi Minh ha rappresentato la figura più fulgida, il punto di riferimento fermo e netto per l’unità del popolo. È pienamente consapevole che la forza principale per vincere un nemico così grande e potente come è l’imperialismo USA, prima delle armi è l’unità del popolo.

Le potenze coloniali e imperialiste hanno sempre consapevolmente operato per dividere le popolazioni delle colonie, creando una casta di quisling, manovrando per accentuare le divisioni. Il divide et impera ha caratterizzato il dominio coloniale e l’intervento imperialista. Sin dalle prime esperienze politiche in Francia – la Parigi del primo dopoguerra è stata la fucina in cui si è forgiato il suo pensiero politico – il giovane patriota vietnamita opera per l’unità dei popoli coloniali e per l’unità tra essi e i lavoratori della metropoli. È l’interessantissima esperienza di un foglio di agitazione e propaganda rivolto ai popoli coloniali, “Le Paria”, in cui si denunciano soprusi e angherie, l’ipocrisia dei colonizzatori, si smaschera la loro pretesa civiltà, dall’Indocina al Senegal, dal Marocco all’Algeria, fino a denunciare la segregazione razziale negli USA.

La straordinaria intuizione di Lenin e del manifesto della III Internazionale di costruire un fronte unito del proletariato delle metropoli con i popoli delle colonie e semicolonie viene messa originalmente in pratica dal lavoro di Ho Chi Minh per mobilitare i popoli delle colonie, per trovare un filo rosso comune contro il comune nemico colonialista, in una lotta per l’indipendenza che sino ad allora era la lotta di ogni singolo popolo. Ho Chi Minh sviluppa la grande lezione di Lenin.

La pratica politica di Ho Chi Minh è guidata dal faro della costruzione dell’unità. Ciò non significa ignorare le differenze e le divergenze e immaginare un mondo idealizzato privo di contraddizioni. Ma egli cerca di operare salvaguardando il bene prezioso dell’unità, evitando, finché è possibile, rotture traumatiche e definitive, puntando a cogliere gli elementi di unione piuttosto che quelli di divisione. Egli è radicalissimo, fermissimo e inflessibile, e, al contempo, “moderato”. Questa tensione all’unità di Ho Chi Minh rappresenta un esempio e un patrimonio straordinario per il movimento comunista, estremamente attuale per noi, per i comunisti in Italia, che sono oggi frammentati e divisi, sostanzialmente ininfluenti nella storia politica del nostro paese.

MR – Come uomo politico Ho Chi Minh ha rivolto grande attenzione alla formazione e all’organizzazione dei giovani. In molti suoi scritti c’è un esplicito riferimento alle nuove generazioni di comunisti. Ad oggi, cosa possiamo trarre dal suo insegnamento?

AC – Come ogni grande rivoluzionario che pensa strategicamente, Ho Chi Minh pensa al futuro, alle giovani generazioni, ha un’idea forte della storia, sa che se si vuole costruire un paese occorre saper trasmettere alle giovani generazioni gli strumenti e la competenza per mantenere e sviluppare le conquiste che esse ereditano dai padri. La formazione comunista e rivoluzionaria delle giovani generazioni è un assillo, un compito non passeggero ma permanente che egli si pone nel corso di tutta la sua vita di rivoluzionario. Parliamo di formazione, non di mero insegnamento di alcune nozioni. Formazione significa forgiare menti e cuori, e per far ciò non basta l’intelletto, occorre una grande forza morale. Di qui l’importanza che Ho Chi Minh attribuisce alla morale rivoluzionaria, cui fa sempre riferimento e cui dedica nel 1958 uno scritto relativamente ampio[3]. Lo studio è fondamentale – e in taluni discorsi egli cita le parole del Lenin di “Meglio meno, ma meglio” (1923): “dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare; in secondo luogo, di imparare; in terzo luogo, di imparare, e poi di controllare ciò che si è imparato affinché la scienza non rimanga lettera morta o frase alla moda”. Ma lo studio deve accompagnarsi con la saldezza dei principi, con la bussola dell’azione morale, con la critica pratica dell’individualismo. Nell’ottobre 1968, nella “Lettera in occasione del nuovo anno scolastico”, uno dei suoi ultimi scritti, egli sprona insegnanti e studenti a “rafforzare costantemente il loro amore per la patria e per il socialismo, nutrire sentimenti rivoluzionari verso gli operai e i contadini, mostrare assoluta lealtà per la causa rivoluzionaria […] Sulla base di una buona istruzione politica e ideologica, dovreste provare a elevare i livelli dell’istruzione culturale e tecnica al fine di fornire soluzioni concrete ai problemi posti dalla nostra rivoluzione e, in un futuro non troppo lontano, scalare le alte vette della scienza e della tecnologia […] lavorare congiuntamente per migliorare l’organizzazione e la gestione della vita materiale e spirituale nelle scuole, e per assicurare la salute e una maggiore sicurezza per tutti […] L’educazione è il lavoro delle masse. La democrazia socialista dovrebbe svilupparsi pienamente. Tra i docenti, tra docenti e studenti, tra gli studenti, tra i quadri di vario livello, tra le scuole e la popolazione dovrebbero regnare ottimi rapporti e una stretta unità […] L’educazione è un mezzo per addestrare chi porti avanti la grande causa rivoluzionaria del nostro partito e del nostro popolo”[4].

MR – Nel Novecento, con la decolonizzazione, il marxismo è stato lo strumento teorico che ha permesso alle classi dirigenti e ai popoli del terzo mondo di intraprendere le loro lotte di liberazione nazionale. Nell’elaborazione fatta da Ho Chi Minh, una peculiare importanza assume lo studio e la definizione di un chiaro nesso tra questione nazionale e internazionalismo. Quali sono gli elementi fondamentali, in una prospettiva marxista, che definiscono questo nesso?

Ho già accennato all’importanza di Lenin nella formazione politica del giovane Nguyen Ai Quoc, alias Ho Chi Minh. Come egli scrive in un articolo pubblicato nel 1960 dalla “Pravda”, il leninismo fu per lui la scoperta dell’unità della lotta di liberazione dei popoli colonizzati con quella della classe operaia dei paesi capitalistici, delle metropoli. Credo che non si insisterà mai abbastanza sulla straordinaria importanza storica dell’intuizione di Lenin, che amplia lo slogan con cui si conclude il Manifesto di Marx ed Engelsdel 1848: da “Proletari di tutti i paesi unitevi!” in quello di “Proletari e popoli oppressi di tutto il mondo unitevi!”. Alla base di esso vi è l’analisi leniniana dell’imperialismo, il nuovo, superiore stadio del capitalismo, nel quale siamo tuttora. Con la III Internazionale il movimento operaio diviene veramente universale su scala mondiale. Ma nel momento in cui poniamo i popoli oppressi accanto ai proletari, nel momento in cui proponiamo l’alleanza di proletari e popoli, noi riscopriamo in qualche modo una questione nazionale su cui per ragioni storiche, guardando in primo luogo alla costruzione di un movimento operaio internazionale, il Manifesto del 1848 non si soffermava. L’analisi leniniana dell’imperialismo permette di cogliere la necessità dell’unità di proletari e popoli oppressi e di sviluppare le tesi per la liberazione nazionale. Lenin scrive nei primi anni Venti dell’avanzata nella lotta di emancipazione dell’“Oriente” – inteso non solo in senso geografico, ma, contrapposto all’Occidente, assunto come metafora dei Paesi sottoposti all’aggressione imperialista. E insieme con Stalin, autore di un importante saggio sul marxismo e la questione nazionale e coloniale, coglie in pieno la questione della liberazione e indipendenza nazionale. Nella visione leniniana la lotta di liberazione nazionale si configura come una forma di lotta di classe contro le potenze imperialiste, la permanenza delle quali impedisce il passaggio al socialismo. Il principale apporto teorico del leninismo è nell’analisi dell’imperialismo. Sulla base di tale analisi si fonda tanto la strategia della rivoluzione bolscevica che le rivoluzioni nazionali e anticoloniali. La liberazione del proprio paese, il raggiungimento e mantenimento dell’indipendenza nazionale costituiscono il compito principale dei comunisti nei paesi coloniali e semicoloniali.

Dal Vietnam a Cuba. i comunisti si definiscono orgogliosamente “patrioti”. E in difesa dell’URSS invasa nel 1941 dalle orde naziste Stalin chiamò alla “grande guerra patriottica”. Al contempo – e qui è la differenza radicale rispetto ai nazionalisti o ai “sovranisti” – i comunisti non dimenticano mai di essere l’espressione della classe di riferimento, del proletariato, della classe operaia, degli sfruttati dal capitale. La lotta per l’indipendenza nazionale in quanto lotta antimperialista è lotta di classe anticapitalista: indebolire il fronte imperialista consente l’avanzata delle forze della rivoluzione mondiale. Il patriottismo dei comunisti non può mai essere nazionalismo prevaricatore dei diritti di altri popoli, non può mai essere nazionalismo oppressore e di rapina, non può mai esaltare la propria nazione sopra ogni cosa e sopra tutti. Per questo il patriottismo dei comunisti si lega indissolubilmente con l’internazionalismo proletario, come scrive Ho Chi Minh in alcuni suoi importanti testi. Il fronte internazionale dei popoli e del proletariato si batte per l’indipendenza nazionale dei popoli. Quando questa unità di patriottismo e internazionalismo si è realizzata, il percorso di emancipazione dell’umanità ha fatto grandi passi avanti; quando è venuto meno, c’è stata regressione nell’egoismo nazionale e subalternità del proletariato alla borghesia imperialista. Per questo ritengo che oggi, in mutate condizioni, ma nell’età dell’imperialismo in cui siamo pienamente collocati, i comunisti debbano farsi promotori di un progetto strategico di emancipazione pienamente autonomo – e non subalterno, come si manifesta oggi in taluni casi, a posizioni “sovraniste” – tenendo saldamente la bussola dell’unità inscindibile di patriottismo e internazionalismo proletario.

11 Maggio 2019

Un neofascismo diffuso tende oggi a riscrivere i valori e la storia, e a sdrucire violentemente la memoria e coscienza collettiva. Si risponda colpo su colpo con una  mobilitazione viva, permanente, ed una stagione di nuovo antifascismo militante.

di Patrizio Andreoli, Segreteria nazionale Pci – Dipartimento Politiche dell’Organizzazione

La casa editrice Altaforte vicina all’organizzazione neofascista “Casapound”, è stata esclusa dalla 32° edizione del Salone del Libro di Torino. Un sussulto democratico ed antifascista di cui vi era bisogno. Un sussulto, una decisione necessaria sul piano di merito e di principio anche a fronte delle posizioni del suo fondatore Francesco Polacchi salito agli onori della cronaca per aver pubblicato un libro-intervista dedicato al Ministro Salvini e con questo immortalatosi ad una cena in cordiale atteggiamento; nonché denunciato per apologia di fascismo dopo aver rilasciato a radio, agenzie e giornali dichiarazioni quali “io sono fascista”, “l’antifascismo è il vero male di questo Paese”, “Mussolini è il migliore statista italiano”. La decisione è stata assunta dopo pressioni e proteste di intellettuali e scrittori pronti a disertare il Salone, sino a quella “tutta politica” (era ora!) del Presidente della Regione Piemonte e del Sindaco di Torino. Decisiva la posizione di Halina Birenbaum, sopravvissuta ad Auschwitz, scrittrice, traduttrice e poetessa, nata a Varsavia, oggi residente in Israele. Novanta anni compiuti, sulla presenza di tale casa editrice non ha avuto dubbi fin dall’inizio: “O noi, o loro.” In un video inviato dove ringraziava gli organizzatori per tale presa di posizione, ha detto: “dopo aver sopravvissuto ad Auschwitz, questa è un’altra prova -per me – che il male non vincerà. Che questo esempio arrivi forte all’Italia, all’Europa e al mondo”. Sì. Vi è un grande bisogno che arrivi molto forte dando impulso ad una nuova stagione antifascista. E’ necessario ribattere colpo su colpo, offesa su offesa portata alla memoria, alla storia, alla coscienza democratica. E soprattutto, è urgente. Il punto tragico da registrare, infatti, il nodo che va denunciato con forza è che si sta ormai cercando di sdoganare il fascismo nel suo insieme quale corpo unico ed esperienza (ideologia e fatti… e quali fatti!) che hanno segnato la storia italiana. Un’operazione oggi disvelatasi con forza, a lungo coltivata e volutamente sottovalutata, che rimanda a pesanti responsabilità presenti e lontane. Un’operazione direttamente tesa a riscrivere i valori e la storia, e a sdrucire violentemente la memoria collettiva. E’ capitato così che alle posizioni della destra fascista e squadrista, della destra culturale e della destra sociale di sempre (quella, per capirci, che sin dal 1948 ha iniziato a picconare la Costituzione ed il patrimonio morale ed ideale della Resistenza); accanto all’azione di un fronte che mai in questi anni nulla ha ceduto in termini di fermezza e coerenza (tra cui per primi i comunisti), si sia contrapposta l’inattesa debolezza di una parte del mondo democratico e di una sinistra moderata sempre più sbiadita ed immemore delle proprie radici e passioni, tiepida nella protesta, inerte sul terreno della battaglia e della risposta culturale. Il formalismo liberale ha fatto premio sulla sostanza del patrimonio antifascista e sulla diga di principio da mantenere. Il dire “in fondo siamo in un Paese libero dove tutti è giusto che si esprimano, compresi i fascisti”, è divenuto l’equivoco e la trappola attraverso cui è passata un’azione di pesante smantellamento della storia resistenziale e dei necessari distinguo di fondo. Dai “salotti buoni” ad una pubblicistica politcally correct, alla vergogna di una sinistra sempre meno tale che ha negato pezzo dopo pezzo parte significativa della propria storia, si è lasciato “fare”e “dire” di tutto, tutto giustificando, tutto relativizzando e depotenziando: valori di riferimento, responsabilità politiche, ricostruzioni di ragioni e verità storiche. E la storia stessa, a poco a poco si è piegata ai colpi, alle distorsioni e persino alle infamie di un revisionismo interessato e volgare, ma non per questo meno efficace. In questo nuovo clima: la Resistenza? E’ stata non lotta di liberazione nazionale ma guerra civile scritta da una sola parte. Partigiani e repubblichini? Tutti avevano le loro buone ragioni? Gli antifascisti? Tutti comunisti in malafede. Il XXV Aprile? Data da dimenticare in cui l’Italia ha perduto il proprio onore (il riferimento è al tradimento della parola data all’alleato nazista!). La stessa idea di Patria è stata abbandonata alla retorica sovranista e nazionalista, spoliata della dignità ed impronta nuova che la stagione resistenziale, la partecipazione popolare alla battaglia antifascista e antinazista le avevano dato con la stagione repubblicana.  Ecco che sul piano inclinato e opaco determinato dal venir meno di una coscienza critica diffusa, la banalità del nuovo fascismo tra un saluto romano, un attacco forsennato alla Costituzione (venuto irresponsabilmente non solo da destra), una bastonatura squadrista, una svastica disegnata sui cippi partigiani o sulle lapidi della deportazione, un “me ne frego” detto spavaldamente in classe dinanzi al proprio insegnante, una bustina di zucchero con l’effigie del duce servita col caffè accanto a quella di Ghe Guevara, il richiamo alla terra e al sangue quale tratto distintivo e ossessivo accompagnato ovunque dal leghista “prima di tutto gli italiani”…; ha costruito una vulgata semplificata che ha ridotto la lotta di Liberazione, ovvero la più densa stagione politica e civile della nostra storia nazionale, a scaramuccia fratricida e luogo della polemica divisiva. Si è partiti lontano reclamando la pacificazione nazionale (intervento del Presidente della Camera Luciano Violante, 1996) come se quella pacificazione non fosse stata esattamente portata in dote dalla lotta partigiana, fino al tentativo di considerare alla stessa stregua massacrati e massacratori, squadristi e partigiani, torturatori e staffette partigiane cadute per la libertà No. I morti non erano e non sono tutti uguali. Per noi, massacrati e massacratori, patrioti e servi dell’occupante nazista non potranno mai essere sullo stesso piano. Non potranno mai esserlo dinanzi al giudizio della storia, non potranno mai esserlo perché diversi erano gli ideali e i principi per cui si sono battuti e sono caduti. Non potranno mai esserlo gli aguzzini e i deportati nei campi di sterminio, i resistenti e i carnefici di Stazzema, di Marzabotto, di Boves e di tanti e tanti altri luoghi dove col sangue dei civili, dei patrioti e partigiani caduti si è forgiata la coscienza e dignità dell’Italia nova. Oggi abbiamo bisogno di un antifascismo vivo quale azione permanente in grado di permeare linguaggio, costume, simboli di riferimento che penetrano nella società segnando l’immaginario e i riferimenti collettivi. L’antifascismo non può essere una ridotta in difesa di un pur glorioso patrimonio storico e morale. Sia invece semina attiva, battaglia viva sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nel mondo del volontariato. Sia, impegno che si rinnova fecondamente contro le tante nefandezze a cui assistiamo. Sia insomma, come diciamo noi comunisti, antifascismo militante. Sì. C’è bisogno di un’Italia antifascista che torna a mobilitarsi anche con durezza e sacrificio se necessario, che torna ad alzare la voce, che torna a fissare con forza i confini tra l’abisso fascista e la speranza. La reazione d’insieme a cui assistiamo è ancora debole. Va detto e bisogna averne consapevolezza. Eppure buona parte del nostro presente -qui ed ora- e  dei caratteri del nostro futuro, passano da lì. Per questo serve molto più di un sussulto.

CONTRO IL PROGETTTO GOLPISTA DEGLI USA E DI GUAIDO’!

1 Maggio 2019

A fianco del popolo venezuelano e del Presidente Maduro!

di Fosco Giannini, Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Venezuela: il lungo tentativo golpista condotto dall’imperialismo USA contro il legittimo governo del compagno Nicolas Maduro continua. Ieri, 30 aprile, l’ex agente della CIA ed ora vero e proprio strumento politico e militare controrivoluzionario di Trump, Juan Guaidò, ha di nuovo chiamato l’esercito venezuelano alla sollevazione militare contro il governo di Caracas.E di nuovo l’esercito si è schierato con la Rivoluzione Bolivariana. Solo un esiguo gruppo di militari, passato agli ordini di Trump, ha affiancato Guaidò presso la base dell’aviazione venezuelana de La Carlota, da dove il fantoccio degli USA ha lanciato l’ordine golpista. Con Guaidò è apparso Leopoldo Lopez, liberato da un drappello di militari controrivoluzionari dagli arresti domiciliari e posto a fianco di Guaidò per aumentare la pressione mediatica e internazionale contro Maduro. Lopez è un vero e proprio criminale, un assassino controrivoluzionario legato mani e piedi ai servizi segreti USA, che sin dalle prime vittorie di Chavez ha agito violentemente e in modo sanguinario per destabilizzare la Rivoluzione e riconsegnare il Venezuela e le sue ricchezze agli USA. In queste ore difficili, di nuovo l’esercito si è schierato con Maduro, respingendo l’ennesimo tentativo filo americano golpista. Il PCI si schiera completamente a fianco del Presidente Maduro e della Rivoluzione Bolivariana, attaccata violentemente non solo per la riconquista imperialista del Venezuela, ma per sferrare un colpo all’intero fronte antimperialista, anticolonialista e progressista internazionale; condanna la violenta politica degli USA, il suo disegno volto a tenere, attraverso Guaidò, sempre alta la tensione sino al progetto di golpe definitivo; condanna l’operazione USA già in atto e volta ad affidare ai 7 mila militari mercenari della compagnia di sicurezza privata Blackwater il compito di entrare in Venezuela per sorreggere un golpe armato contro Maduro; condanna l’Ue per la sua posizione subordinata agli USA e filo golpista; condanna il PD per sue posizioni codine e il suo fiancheggiamento a Guaidò. E memore di tutti i colpi di stato fascisti che gli USA hanno sostenuto ed organizzato in America Latina, ad iniziare dal sanguinosissimo golpe di Pinochet in Cile, contro Allende (che non poté avere il sostegno del popolo non organizzato) il PCI auspica che non solo l’esercito venezuelano rimanga saldamente al fianco del Presidente Maduro, ma che anche il popolo venezuelano scenda se necessario in armi a difendere la Rivoluzione.

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Morto Libero Traversa: il partigiano “Aiace” cuore dell’ANPI

È morto Libero Traversa, il partigiano “Aiace”, che partecipò alla liberazione di Milano. Il presidente dell’Anpi milanese, Roberto Cenati, ne ha dato notizia con «profonda tristezza» ricordando il suo impegno nell’associazione. Nel 1944, a 14 anni Traversa entrò a far parte del 23ø Distaccamento della Gioventù d’Azione della Brigata Giustizia e Libertà Rosselli.
Dopo la guerra si è iscritto al Pci, dove ha ricoperto numerosi incarichi: è stato addetto stampa della Camera del Lavoro negli anni ’50 e consigliere provinciale negli anni ’70. Dopo lo scioglimento del partito è entrato in Rifondazione e poi è stato fra i fondatori del partito dei Comunisti italiani. Nel 2007 ha ricevuto l’ambrogino d’oro. « Partigiano, politico, giornalista, scrittore e poeta – si legge nelle motivazioni – ha dedicato la sua vita a Milano e alla sua crescita civile». Membro del Comitato provinciale dell’Anpi e in passato anche di quello nazionale, Traversa era presidente Onorario della Sezione 25 Aprile.

ciao, compagno Aiace.

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Verso le elezioni europee

Il Partito Comunista Italiano esprime un sentito ringraziamento alle tante compagne ed ai tanti compagni che in queste settimane, nelle diverse realtà del Paese,  si sono impegnate/i nella raccolta delle firme necessarie per consentire al Partito di presentarsi alle elezioni europee con le proprie proposte ed il proprio simbolo.

Il risultato conseguito è importante ancorché insufficiente. Come denunciato anche da altri soggetti politici, la normativa vigente,  imponendo di raccogliere almeno  150.000 firme, suddivise pariteticamente nelle cinque Circoscrizioni, con un  minimo di 3.000 per Regione, rende oggettivamente la partecipazione alla consultazione elettorale europea un’impresa ardua, e finisce con il favorire i soggetti già presenti nel Parlamento Europeo provocando un’ulteriore restrizione a discapito di una reale partecipazione democratica.

Ciò a cui si è dato vita rappresenta un passaggio importante in direzione della ricostruzione del  Partito Comunista Italiano, e lo stesso è fortemente impegnato a proseguire la relazione instauratasi in queste settimane con le diverse migliaia di cittadine e cittadini che attraverso la loro firma gli hanno dato fiducia,  mostrando di apprezzarne la posizione.

 

L’iniziativa dello stesso, pertanto, oltre che a rimarcare i contenuti della propria proposta circa l’Europa, l’unica in grado di rispondere per davvero alla crisi che l‘ha investita in conseguenza  della  cultura  liberista che l’ha pervasa, delle politiche di austerità che ne sono discese, non può che essere volta a fare conoscere il proprio progetto per il cambiamento sociale e politico dell’Italia,a dare corpo alle proprie campagne tese a rispondere ai bisogni popolari, con particolare riguardo ai temi del lavoro, dell’istruzione, del welfare, della casa e del territorio, ricercando le più ampie convergenze possibili con l’insieme delle forze di alternativa.

Roma, 18 Aprile 2019

La Segreteria Nazionale del Partito Comunista Italiano

 

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Orario di lavoro, bene presidente INPS. E’ tempo di riconquistare i diritti

di Francesco Valerio della Croce, Segreteria nazionale PCI

L’intervento del neo presidente INPS Tridico campeggia oggi sulle prime pagine dei quotidiani, in Italia – magari anche solo per mezza giornata – si ritorna a parlare di un possibile indirizzo di riforma del diritto del lavoro, in senso finalmente positivo per i lavoratori.

Della riduzione dell’orario di lavoro, i comunisti hanno fatto e fanno una bandiera, quindi non possiamo che salutare positivamente l’intervento del presidente dell’INPS. Possiamo aggiungere che noi siamo per la riduzione generale del tempo di lavoro, e quindi anche dell’età per la pensione e da tempo proponiamo un dibattito su come garantire il diritto effettivo alla pensione per una generazione che a 30 anni e oltre è precaria e che sempre più trascorre i primi anni dell’esperienza lavorativa nella tenaglia di ciò che comunemente oggi chiamiamo lavoro gratuito. Aspettiamo – pertanto – anche su questo punto parole significative da parte del presidente dell’Istituto che nel diritto alla Previdenza ed alla pensione ha la sua ragione d’esistere e ci auguriamo che a tale apertura su orario di lavoro corrisponda, a differenza del passato, una riflessione critica sulla ideologia dell’innalzamento continuo delle soglie per la maturazione della pensione, che mina l’effettività stessa del diritto alla pensione per i giovani e non solo.

 

La questione della riduzione dell’orario di lavoro – purchè a parità di retribuzione – è centrale. E’ l’unica strada non solo per l’emancipazione generale del lavoro, ma è la via concreta con cui fronteggiare l’imponente avanzata tecnologica che, ad esempio con l’attuazione di progetti come Industria 4.0, produrrà di certo (come già certificato da eminenti istituti di ricerca) milioni di disoccupati in Italia e in Europa nei prossimi anni. E’ una posizione politica qualificante per i comunisti, che ci distingue nettamente da tesi incline ad una cosiddetta decrescita felice, riproponendo – al contrario – il tema del controllo dello Stato e dei lavoratori sui mezzi della produzione, sul mercato, con politiche di indirizzo nel segno dello sviluppo delle forze produttive in maniera non antagonistica rispetto ai diritti ed alla dignità dei lavoratori. E’ il tema del primato della dignità dei lavoratori, garantita attraverso la supremazia dello Stato e delle sue regole, sulle dinamiche selvagge della concorrenza. E’ una battaglia frontale contro la cultura liberista, ancora egemone ma messa oggi fortemente in discussione persino nel senso comune dalla miseria di massa provocata: non è un caso che proprio dagli anni Ottanta, gli anni della controffensiva capitalistica e liberista globale, la legislazione più favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro abbia trovato il suo arresto ed il suo vero e proprio arretramento.

La lotta per la riduzione dell’orario è battaglia articolata, poichè richiede la rivendicazione più generale e urgente della riscrittura del diritto del lavoro, martoriato da anni ed anni di attacchi, culminati nella deregolamentazione e precarizzazione totale ad opera degli ultimi governi. Richiede una discussione ampia sui modi per la contrattualizzazione e la regolamentazione dell’orario di lavori mascherati da partita IVA o da figure professionistiche, ma in realtà pienamente ascrivibile alle tipologie di lavoro subordinato e ipersfruttato.

Con questa battaglia si intrecciano quella per il contratto collettivo nazionale, per la contrattualizzazione delle fattispecie senza un contratto, per il salario minimo, per lo smantellamento del Jobs Act e, non in ultimo per importanza, per la sicurezza nei luoghi di lavoro.

Apriamo allora la più grande offensiva politica possibile su queste parole chiare, rivolgiamola alla società e lavoriamo nelle contraddizioni di questa fase politica di transizione incerta che è caratterizzata ancora da tante promesse mancate in tema di diritti dei lavoratori.

Il PCI è per l’adesione italiana al progetto delle Nuove Vie della Seta

Redazione PCI

14 Marzo 2019

L’Italia è al centro, in queste settimane, di forti pressioni da parte dell’Amministrazione USA e delle istituzioni dell’UE, contro la possibilità di firma del Memorandum con la Cina per l’adesione al progetto delle Nuove Vie della Seta (Belt and Road Initiative) in vista della visita di Stato del Presidente Xi Jinping a fine marzo.

Il Partito Comunista Italiano condanna la campagna politica e mediatica in atto, ispirata da forze esterne ed interne, che non rispettando la sovranità democratica e popolare del nostro Paese ha come obiettivo principale il fallimento del progetto ed  il lancio di una nuova guerra fredda contro la Cina.

Il PCI è all’opposizione, sociale e politica, del governo italiano, ma ritiene tuttavia giusta ed appoggia la decisione di adesione al progetto strategico delle Nuove Vie della Seta.

 

L’Italia è stata il terminale storico della Via della Seta Marittima e può ambire ad essere il punto di riferimento di una politica di cooperazione politica, economica e diplomatica tra l’Europa, l’Asia e la sponda sud del Mediterraneo, di cui il quadro BRI può costituire un forte riferimento, ed i cui valori e principi sostanziali sono inscritti nella nostra Costituzione.

Con questo progetto l’Italia avrebbe l’occasione storica, per la prima volta dalla fine del dopoguerra, di affermare pienamente la propria sovranità politica rispetto ai dettami ed alle imposizioni degli USA e dell’UE.

L’asse franco-tedesco, rafforzato dopo il recente vertice di Aquisgrana, punta ad imporre al nostro paese un accordo quadro iniquo nelle relazioni con la Cina e di penalizzazione della nostra economia e del nostro popolo.

Sono 13 i paesi europei che hanno già firmato il Memorandum of Understanding con la Cina (Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia) ma soltanto quando si è apprestata a farlo l’Italia, la Commissione Europea ha varato un programma che impone agli stati membri di coordinarsi con le istituzioni comunitarie nella scelta delle politiche da adottare nei confronti della Cina.

Si tratta di un ennesimo documento in cui l’imperialismo europeo, violando gli stessi Trattati, punta a commissariare la politica estera dei singoli stati, a vantaggio delle frazioni dominanti del capitale europeo.

Questo avviene nel pieno accordo con le forze politiche italiane che, in questi giorni, si sono fatte espressione degli interessi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea nel nostro paese, come il Partito Democratico e le forze del centrodestra, inclusa la stessa Lega, il cui leader ha accusato più volte nell’ultimo mese la Cina di mettere in campo “politiche colonialiste” in Africa, aderendo così al linguaggio da guerra fredda propugnato dai principali terminali dell’imperialismo internazionale sui mass media di tutto il mondo.

Sarà sul Movimento 5 Stelle che si scaricherà principalmente questa contraddizione e sarà sempre più evidente, anche ai suoi elettori, che una vera politica alternativa di cooperazione ed apertura ai paesi del BRICS, come passo per la costruzione di una politica estera di pace, solidale e sovrana, non sarà possibile nel quadro di accordo di governo con la Lega, dove forti sono le frazioni atlantiste.

Il Partito Comunista Italiano sostiene pertanto ogni sforzo che porti alla firma del Memorandum ed al rafforzamento delle relazioni tra Italia e Cina, per le importanti ricadute economiche e occupazionali che ciò avrebbe nel breve periodo, e per il beneficio rappresentato nel lungo  periodo dalla  costruzione di legami economici, politici e culturali tra i due Paesi ed i due popoli.

Il PCI è e resta a favore di una politica estera sovrana, autonoma ed alternativa dai centri imperialisti, nel pieno rispetto della nostra carta costituzionale.

Roma, 14 Marzo 2019

Mauro Alboresi, Segretario nazionale PCI

Fosco Giannini,  Responsabile Dipartimento Esteri PCI

Le destre avanzano in Europa e in Italia. E riscrivono la Storia

di Bruno Steri, Segreteria nazionale Pci

 

Da marx21.it: << Al Partito comunista di Ucraina viene impedito di partecipare alle elezioni presidenziali. L’Unione Europea, impegnata a sostenere un golpista fascista in Venezuela, non ha nulla da dire quando il governo nazista di Kiev viola spudoratamente le più elementari libertà democratiche, in nome della persecuzione dei comunisti scatenata in seguito al colpo di Stato del 2014, sostenuto dall’imperialismo USA/UE/NATO, e dopo il varo delle odiose leggi che li discriminano e li criminalizzano.>>

 

Lettera a Comitato NoguerraNoNato: << Su “La Stampa” di ieri venerdì 8 si poteva leggere questo titolo a proposito dell’Ucraina: “Il Parlamento vota a favore dell’adesione alla Nato e all’Ue”. L’articolo iniziava così: “Il sogno europeo della Rivolta di Maidan sarà presto nella Costituzione ucraina”. Sembra che il sogno degli Ucraini sia di entrare prima nella Nato che nell’Ue e si ignora completamente che il colpo di Stato contro Yanukovic é stato organizzato dalla Cia, dal sottosegretario Nuland. In serata alla Retetre, in ricordo delle Foibe e dei Profughi istriani, nel film Red Land- Istria rossa i partigiani slavi venivano presentati tutti come stupratori, assassini e criminali e l’attore Franco Nero, nel film uno stimato intellettuale pacifista, definiva il comunismo di Tito peggiore del nazi-fascismo. Nel film nessuna responsabilità da parte dei fascisti, nessun accenno ai campi di concentramento fascisti, alle stragi nazi-fasciste delle popolazioni slave, a quegli sloveni italiani come Pahor che finirono in campi di concentramento solo per il fatto di essere di etnia slovena. E oggi a mezzogiorno il discorso del Presidente Mattarella che definisce negazionisti gli storici che considerano le Foibe come una conseguenza dell’aggressione nazi-fascista alla Jugoslavia. Per il Presidente Mattarella, in Istria, i partigiani slavi di Tito attuarono una criminale pulizia etnica nei confronti degli italiani. E sembra che su ciò ci sia un consenso generale.

 

A mio parere è in atto una revisione storica iniziata con Napolitano e proseguita da Mattarella: per cui, fra un po’, anche in Italia, sarà arduo dichiararsi comunisti. Ciò, a mio parere, è dovuto al fatto che non esiste più una forza di sinistra nel Parlamento, gli intellettuali comunisti sono rari e non hanno voce sui mezzi d’informazione e, mai come oggi, ho notato un’informazione ed una narrazione alla rovescia, al servizio dei potenti, delle multinazionali e dei banchieri, delle Amministrazioni statunitensi, qualunque cosa facciano. Avrei sperato una Italia ed una Europa diverse, ma guardando a quanto accade sono pessimista. Un cordiale saluto Ireo Bono >>

Un vento di destra che solo il rafforzamento dei comunisti, il consolidamento di un Partito comunista può fermare

Foibe: lettera aperta al presidente Mattarella

Marica Guazzora Falcerossa

Egregio Signor Presidente della Repubblica italiana

  1. Sergio Mattarella Quirinale Roma

Passata la “giornata dell’odio” di orwelliana memoria verrebbe la voglia di chiudersi in casa e lasciar decantare i rancori e la rabbia per le strumentalizzazioni e le falsità dichiarate in quest’occasione. Il 6 agosto del lontano 1989 accompagnai il giovane Gianni Cuperlo, segretario della FGCI, in un suo pellegrinaggio pacifista e contro la violenza delle guerre partito dall’isola quarnerina di Arbe, dove in un campo di concentramento italiano morirono a migliaia, anche neonati, per poi continuare al Pozzo della miniera di Basovizza, cenotafio in ricordo delle foibe, e finire nella Risiera di san Saba, unico campo di sterminio con forno crematorio in territorio italiano, ancorché ceduto dai fascisti al III Reich di Hitler.

In quell’occasione venne ribadito il no alla violenza cieca che a volte colpì anche qualche innocente. Ci furono polemiche ed iniziative discutibili. Ne seguì, dopo la dissoluzione della federazione jugoslava, la costituzione della commissione mista italo-slovena che preparò un rapporto storico sulle vicende del confine orientale ma che l’Italia inaspettatamente non volle pubblicare. Era nel frattempo iniziato il periodo del revisionismo storico e della parziale riabilitazione dei “ragazzi di Salò”. Poi si istituì per legge la Giornata del Ricordo, sostanziale contrappeso alla Giornata della Memoria, ridotta a semplice occasione per qualche sbrigativa cerimonia. Ormai da quindici anni subiamo ripetuti tentativi di fomentare l’odio contro i popoli vicini con accuse di “pulizia etnica” ed uccisioni di massa di persone “colpevoli soltanto di essere italiani”.

A questo coro Lei ha aggiunto la sua autorevole voce. Ma è proprio così? Il fascismo non c’entra? Era solo odio etnico? Mi permetta di segnalarle alcuni fatti incontrovertibili. L’Italia fascista ha aggredito la Jugoslavia annettendosi la provincia di Lubiana, trasformata in una prigione a cielo aperto circondata da filo spinato. Nelle sue fosse ardeatine (Gramozna jama) l’esercito italiano fucilò in un solo mese più di cento ostaggi. In tutta la Slovenia ci furono stragi e fucilazioni indiscriminate di civili. Si legga la testimonianza del curato militare Pietro Brugnoli “Santa messa per i miei fucilati”. In Montenegro fu peggio. Ma li decine di migliaia di soldati italiani decisero dopo l’armistizio di unirsi ai partigiani di Tito formando la divisione Garibaldi. Alle migliaia di caduti garibaldini venne eretto un monumento al quale solo il presidente Sandro Pertini rese omaggio. In Istria la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini il 26 luglio 1943 provocarono una sollevazione dei contadini oppressi e dei minatori di Arsia. Vi furono uccisioni indiscriminate di possidenti terrieri, funzionari dello Stato, gabellieri ed esponenti fascisti, anche qualche vendetta personale. Furono infoibate alcune centinaia di persone. Intanto i gerarchi fascisti sfuggiti alla “jaquerie” chiamarono da Trieste le truppe naziste. Per paura dei possibili delatori le uccisioni aumentarono. Complessivamente furono 400-500 in totale gli uccisi riesumati. Ma i partigiani nel frattempo avevano anche salvato molte vite italiane. Pochi ne parlano, ma i partigiani sloveni, croati ed italiani fermarono a Pisino un treno bestiame pieno di soldati italiani diretto nei lager in Germania. Furono liberati, circa 600, e vestiti dalla popolazione con abiti civili affinché potessero raggiungere le loro case. Lo stesso successe in tutta la penisola istriana. Poi arrivarono i tedeschi chiamati dai fascisti locali. La “Prinz Eugen Division” bruciò una ventina di paesi ed uccise 2500 persone. Mio padre, partigiano in Istria, venne ferito e curato dalla famiglia di colui che poi divenne il primo ambasciatore croato a Roma. Nel maggio del ’45 le truppe jugoslave della IV Armata dalmata e del IX Korpus locale aiutarono i battaglioni di Unità operaia, lavoratori armati delle principali fabbriche e dei cantieri, a liberare Trieste assieme agli alleati neozelandesi. In quell’occasione alcune migliaia di persone vennero fermate per accertamenti. Gli elenchi erano stati evidentemente preparati dalla Resistenza locale. La gran parte venne rilasciata, mentre alcune centinaia accusate di vari crimini vennero passate per le armi. Nelle foibe del Carso triestino vennero inumati anche moltissimi soldati tedeschi caduti nelle battaglie attorno la città e che in seguito furono recuperati e trasportati al cimitero militare di Costermanno. Sia a Trieste che a Gorizia vi furono, nella resa dei conti, anche vittime innocenti tra cui persino aderenti ai CLN italiani. Così come vi furono uccisioni da parte di criminali comuni che si fecero passare per partigiani. Scoperti vennero poi giustiziati dagli stessi jugoslavi. E’ vero. La fine della guerra in tutt’Europa vide momenti di atrocità e di vendetta, ma non si può parlare di pulizia etnica o di uccisi “soltanto perché italiani”. E’ inutile parlare di pace ed Europa se poi la complessità storica viene ridotta a semplificazioni spesso funzionali alla progressiva riabilitazione del fascismo ed attraverso questa dei suoi nuovi fenomeni razzisti, nazionalisti e revanscisti. Io condanno le violenze gratuite e lo spirito di vendetta che si cerca di rinnovare in questi momenti difficili in cui il continente europeo è attraversato da rigurgiti pericolosi quanto antistorici. Mi permetta, Signor Presidente, di osservare che le sue parole non aiutano certamente la collaborazione tra i popoli del Nord Adriatico, nè la conciliazione che può rafforzarsi soltanto nel ricordo della comune lotta contro il nazifascismo e per la libertà. Vicino a Fiume operò un battaglione di partigiani italiani, croati e sloveni che significativamente si chiamava “Fratellanza”. Vicino c’è il paese di Lipa dove tedeschi e fascisti uccisero, come a Sant’Anna di Stazzema, tutti gli abitanti, circa trecento, bambini compresi. Non le chiedo di recarsi a Lipa o alle fosse ardeatine di Lubiana, e nemmeno all’isola quarnerina di Arbe.

Per capire meglio la storia del confine orientale basterebbe che Lei visitasse il cimitero di Gorizia, dove giace Lojze Bratuž, mite cattolico e musicista, che nel 1936 a Podgora diresse canti in lingua slovena durante la messa natalizia. Due giorni dopo i fascisti gli fecero bere olio di macchina mescolato con benzina e frammenti di vetro per cui morì dopo un’atroce agonia durata settimane. Lasciò due bambini e la moglie, nota poetessa, che durante la guerra venne sadicamente torturata dai poliziotti dell’ ispettorato speciale di PPSS diretto dal commissario Gaetano Collotti, giustiziato dai partigiani veneti e poi decorato dalla Repubblica Italiana con medaglia d’argento per i “meriti acquisiti nella difesa dell’italianità del confine orientale”. L’on. Corrado Belci cercò inutilmente di farla revocare. La decorazione è ancora valida come quella al carabiniere che a Trieste uccise una ragazza, la staffetta partigiana Alma Vivoda. In compenso nessun riconoscimento andò al maresciallo dei carabinieri del comune di Dolina, vicino a Trieste, che durante un rastrellamento tedesco si rifiutò di indicare le famiglie di sentimenti partigiani. Venne caricato per primo sul camion che lo portò in Germania, da dove non fece ritorno. Venne respinta persino la proposta di intitolargli la locale caserma dell’Arma… Vede, Signor Presidente, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo fissa la data del 10 febbraio che invece dovrebbe essere una festa per ricordare la firma del Trattato di pace a Parigi nel 1947 quando 21 paesi della vittoriosa alleanza antifascista riconobbero, grazie alla Resistenza che la riscattò, l’Italia come paese cobelligerante e quindi parte della comunità dei paesi democratici e civili, mentre la Germania e l’Austria vennero divise in zone di occupazione militare. L’Italia perse i territori conquistati nella Grande guerra. Nei due paesi rimasero minoranze slovena ed italiana. L’esodo degli italiani dall’Istria venne regolato anch’esso dal Trattato di pace. Fu comunque una tragedia per molti, come lo fu per gli sloveni ed i croati che nel primo dopoguerra dovettero emigrare per salvarsi la vita dalla violenza iniziata già coll’incendio della Casa nazionale degli sloveni a Trieste nel luglio 1920 cui seguì una dura repressione fascista.

La pace ed il riconoscimento dei rispettivi confini col Trattato di Osimo del 1975 gettarono le basi per una convivenza pacifica e la collaborazione in tutti i settori dell’economia, della scienza e della cultura con prospettive di sviluppo inattese, che il rivangare dei sentimenti di revanscismo e di odio possono inficiare. Spero di averla fatta riflettere.

Ossequi.

Stojan Spetič, già senatore del PCI

Lenin: per il quarto anniversario della Rivoluzione d’Ottobre

– 7 novembre 2018

*Lenin, Opere Complete, vol. 33, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp.. 37-45

Si avvicina il quarto anniversario del 25 ottobre (7 novembre).

Quanto più ci allontaniamo da questo grande giorno, tanto più chiaro diviene il significato della rivoluzione proletaria in Russia e tanto più profondamente riflettiamo anche sull’esperienza pratica del nostro lavoro, considerato nel suo complesso.

In un abbozzo brevissimo — e lungi, naturalmente, dall’esser completo e preciso — questo significato e questa esperienza potrebbero essere tratteggiati nel modo seguente.

Il compito più diretto e immediato della rivoluzione in Russia era un compito democratico-borghese: eliminare i residui del medioevo, spazzarli via completamente, epurare la Russia da questa barbarie, da questa vergogna, da questo ostacolo grandissimo a ogni cultura e a ogni progresso del nostro paese.

E noi abbiamo il diritto d’esser fieri di aver compiuto questa epurazione molto più recisamente, rapidamente, arditamente, vittoriosamente, ampiamente e profondamente, dal punto di vista delle ripercussioni sulle masse del popolo, sulle folle, di quanto non avesse fatto la grande rivoluzione francese più di centoventicinque anni fa.

Gli anarchici e i democratici piccolo-borghesi (cioè i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, rappresentanti russi di questo tipo sociale internazionale) hanno detto e dicono innumerevoli sciocchezze sulla questione dei rapporti fra la rivoluzione democratico-borghese e la rivoluzione socialista (cioè proletaria). La giustezza della nostra concezione del marxismo su questo punto e il conto che facciamo dell’esperienza delle rivoluzioni precedenti son stati pienamente confermati durante quattro armi. Noi abbiamo condotto la rivoluzione democratico-borghese sino alla fine, come nessun altro. Noi procediamo con piena coscienza, fermezza ed inflessibilità verso la rivoluzione socialista, sapendo che essa non è separata da una muraglia cinese dalla rivoluzione democratico-borghese, sapendo che soltanto la lotta deciderà in quale misura (in fin dei conti) riusciremo ad avanzare, quale parte del compito incomparabilmente elevato noi adempiremo, quale parte delle nostre vittorie consolideremo. Chi vivrà vedrà. Ma noi vediamo fin d’ora che si è fatto un lavoro enorme, gigantesco — in un paese devastato, esaurito, arretrato — per la causa della trasformazione socialista della società.

Concludiamo, tuttavia, sul contenuto democratico-borghese della nostra rivoluzione. I marxisti devono comprendere che cosa significa questo. Prendiamo, a chiarimento, degli esempi evidenti.

Dire che la rivoluzione ha un contenuto democratico-borghese significa che i rapporti sociali (il regime, le istituzioni) del paese si sono epurati da tutto ciò che è medioevale, dalla servitù della gleba, dal feudalesimo.

Quali erano nel 1917, in Russia, le principali manifestazioni, le principali sopravvivenze, i principali residui della servitù della gleba? La monarchia, la divisione in caste, la proprietà fondiaria, il godimento della terra, la condizione della donna, la religione, l’oppressione nazionale. Prendete una qualunque di queste. «stalle di Augia », — che, tra parentesi, sono state lasciate in condizioni di notevole sporcizia in tutti gli Stati più progrediti dopo il compimento della loro rivoluzione democratico-borghese centoventicinque, duecentocinquanta e più anni fa (1649 in Inghilterra), — prendete una qualunque di queste stalle di Augia e vedrete che noi le abbiamo ripulite completamente. In poco più di dieci settimane, — dal 25 ottobre (7 novembre) 1917, allo scioglimento dell’Assemblea costituente (5 gennaio 1918) — abbiamo fatto in questo campo mille volte più dei democratici e liberali borghesi (cadetti) e dei democratici piccolo-borghesi (menscevichi e socialisti-rivoluzionari) negli otto mesi del loro potere.

Questi vili, questi chiacchieroni, questi Narcisi innamorati di se stessi, queste figure amletiche, minacciavano con spade di cartone e non hanno neppure distrutto la monarchia! Noi abbiamo spazzato via tutto il luridume monarchico come nessun altro aveva mai fatto. Noi non abbiamo lasciato pietra su pietra, mattone su mattone dell’edificio secolare delle caste (i paesi più avanzati come l’Inghilterra, la Francia, la Germania non si sono ancora sbarazzati fino ad oggi dei resti del regime di casta!). Le radici più profonde del regime di casta, e precisamente i residui di feudalesimo e di servaggio nella proprietà fondiaria, sono state divelte completamente da noi. «Si può discutere» (vi sono all’estero abbastanza letterati, cadetti, menscevichi e socialisti-rivoluzionari che s’interessano a queste discussioni) su che cosa, «in fin dei conti», verrà fuori dalle trasformazioni agrarie della grande rivoluzione d’ottobre. Per il momento non abbiamo nessun desiderio di sprecare il tempo in queste discussioni, giacché noi decidiamo le controversie e tutte le relative polemiche con la lotta. Ma non si può contestare il fatto che, per otto mesi, i democratici piccolo-borghesi «si sono conciliati» con i grandi proprietari fondiari, i quali conservavano le tradizioni della servitù della gleba, e che noi, in qualche settimana, abbiamo completamente cancellato dalla faccia della terra russa questi grandi proprietari fondiari e tutte le loro tradizioni.

Prendete la religione o le condizioni della donna, priva di ogni diritto, oppure l’oppressione e l’ineguaglianza giuridica delle nazioni non russe. Questi sono tutti problemi della rivoluzione democratico-borghese. Gli zoticoni della democrazia piccolo-borghese ne hanno chiacchierato per otto mesi. In neppure uno dei paesi più avanzati del mondo questi problemi sono stati risolti interamente in senso democratico-borghese. Da noi sono risolti completamente dalla legislazione della rivoluzione d’ottobre. Noi abbiamo lottato e lottiamo seriamente contro la religione. Noi abbiamo dato a tutte le nazionalità non russe le loro proprie repubbliche o regioni autonome. Da noi, in Russia, non esiste quell’ignominia, quell’obbrobrio, quella viltà che è la negazione totale o parziale dei diritti alle donne, indegna sopravvivenza della servitù della gleba e del medioevo, rinvigorita dalla cupida borghesia e dalla piccola borghesia imbecille e timorosa in tutti, senza eccezione, i paesi del globo terrestre.

Tutto ciò è il contenuto della rivoluzione democratico-borghese. Centocinquanta o duecentocinquant’anni fa, i capi più avanzati di tale rivoluzione (di tali rivoluzioni, se si vuoi parlare di ogni forma nazionale di un unico tipo generale) hanno promesso ai popoli di liberare l’umanità dai privilegi medioevali, dall’ineguaglianza della donna, dai vantaggi concessi dallo Stato a questa o a quella religione (o all’«idea religiosa», alla «religiosità» in generale), dall’ineguaglianza delle nazioni. Hanno promesso, ma non hanno mantenuto. Non hanno potuto mantenere perché sono stati ostacolati dal «rispetto» per la «sacra proprietà privata». Nella nostra rivoluzione proletaria questo maledetto «rispetto» per questo medioevo tre volte maledetto e per questa «sacra proprietà privata» non c’è stato.

Ma, al fine di consolidare per i popoli della Russia le conquiste della rivoluzione democratica borghese, noi dovevamo spingerci oltre e ci siamo spinti oltre. Abbiamo risolto i problemi della rivoluzione democratica borghese cammin facendo, come un «prodotto accessorio» del nostro lavoro vero ed essenziale, del nostro lavoro proletario-rivoluzionario, socialista. Le riforme — abbiamo sempre detto — sono un prodotto accessorio della lotta rivoluzionaria di classe. Le trasformazioni democratiche borghesi — abbiamo detto e dimostrato con i fatti — sono un prodotto accessorio della rivoluzione proletaria, cioè socialista. D’altronde, tutti i Kautsky, Hilferding, Martov, Cernov, Hillquit, Longuet, MacDonald, Turati e gli altri eroi del marxismo «due e mezzo» non hanno saputo comprendere tale nesso tra rivoluzione democratica borghese e rivoluzione proletaria socialista. La prima si trasforma nella seconda. La seconda risolve cammin facendo i problemi della prima. La seconda consolida l’opera della prima. La lotta e soltanto la lotta decide sino a qual punto la seconda riesce nel suo sviluppo a superare la prima.

Il regime sovietico è appunto una delle conferme o manifestazioni evidenti di questa trasformazione di una rivoluzione nell’altra. Il regime sovietico significa massima democrazia per gli operai e i contadini e, al tempo stesso, rottura con la democrazia borghese e comparsa di un nuovo tipo di democrazia di importanza storica mondiale, e precisamente della democrazia proletaria o dittatura del proletariato.

I cani e i porci della borghesia moribonda e della democrazia piccolo-borghese, che si trascinano al suo seguito, ci coprano pure di un cumulo di maledizioni, di ingiurie, di beffe per i nostri insuccessi ed i nostri errori nell’organizzazione del nostro regime sovietico. Noi non dimentichiamo, neanche per un minuto, che abbiamo effettivamente subito e subiamo molti scacchi, abbiamo commesso e commettiamo tuttora molti errori. Come se si potessero evitare gli scacchi e gli errori in un’impresa nuova, nuova per tutta la storia del mondo, qual è la creazione di un tipo di struttura statale che non ha esempi! Noi lotteremo inflessibilmente per rimediare ai nostri scacchi e ai nostri errori, per migliorare l’applicazione, ancora ben lontana dall’essere perfetta, dei principi sovietici. Ma abbiamo il diritto di esser fieri — e siamo fieri — che ci sia toccata la fortuna d’incominciare la costruzione dello Stato sovietico, d’iniziare perciò una nuova epoca della storia mondiale, l’epoca del dominio di una nuova classe, oppressa in tutti i paesi capitalistici e che dappertutto marcia verso una vita nuova, verso la vittoria sulla borghesia, verso la dittatura del proletariato, verso la liberazione dell’umanità dal giogo del capitale, dalle guerre imperialiste.

Il problema delle guerre imperialiste, di quella politica internazionale del capitale finanziario che oggi predomina in tutto il mondo, che fa nascere inevitabilmente nuove guerre imperialiste e che genera inevitabilmente una intensificazione inaudita dell’oppressione nazionale, del saccheggio, del brigantaggio, del soffocamento delle piccole nazioni deboli e arretrate ad opera di un pugno di potenze «più avanzate», questo problema è stato, fin dal 1914, il problema fondamentale di tutta la politica di tutti i paesi del mondo. È questa una questione di vita o di morte per decine di milioni di uomini. La questione sta in questi termini: nella prossima guerra imperialista — che la borghesia prepara sotto i nostri occhi, che sorge dal capitalismo sotto i nostri occhi — si massacreranno 20 milioni di uomini (invece di 10 milioni uccisi nella guerra del 1914-1918 e nelle «piccole» guerre complementari, non ancora finite); saranno mutilati — in questa prossima guerra, inevitabile (se si manterrà il capitalismo) — 60 milioni di uomini (invece di 30 milioni di mutilati nel 1914-1918). Anche in questa questione, la nostra rivoluzione d’ottobre ha iniziato una nuova epoca nella storia mondiale. I servitori della borghesia e i loro portavoce (i socialisti-rivoluzionari, i menscevichi e tutta la democrazia piccolo-borghese, sedicente «socialista», di tutto il mondo) schernivano la parola d’ordine della «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile». Ma questa parola d’ordine è risultata l’unica verità, sgradevole, brutale, nuda, crudele — questo è giusto — ma una verità fra le miriadi degli inganni sciovinisti e pacifisti più raffinati. Questi inganni si dissipano. La pace di Brest è smascherata. Ogni giorno, inesorabilmente, si smascherano sempre più la portata e le conseguenze della pace di Versailles, peggiore ancora di quella di Brest. E sempre più chiara, sempre più precisa, sempre più ineluttabile, davanti a milioni e milioni di uomini che meditano sulle cause della guerra di ieri e della incombente guerra futura, sorge la terribile verità: non ci si può liberare dalla guerra imperialista e dalla pace (se avessimo ancora la vecchia ortografia, scriverei qui due volte la parola mir nei suoi due significati)1 imperialista che inevitabilmente la genera, non ci si può strappare a quest’inferno se non con la lotta bolscevica e la rivoluzione bolscevica.

La borghesia e i pacifisti, i generali e i piccoli borghesi, i capitalisti e i filistei, tutti i cristiani credenti e tutti i paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo insultino pure furiosamente questa rivoluzione. Con tutto il loro torrente di malvagità, di calunnie e di menzogne essi non oscureranno il fatto, d’importanza storica mondiale, che, per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni, gli schiavi hanno risposto alla guerra tra i padroni di schiavi con l’aperta proclamazione della parola d’ordine: trasformiamo questa guerra tra schiavisti per la ripartizione del bottino in una guerra degli schiavi di tutte le nazioni contro gli schiavisti di tutte le nazioni!

Per la prima volta dopo centinaia e migliaia di anni questa parola d’ordine si è trasformata, da confusa e impotente aspettazione, in un programma politico chiaro e preciso, in una lotta attiva di milioni di oppressi sotto la guida del proletariato, in una prima vittoria del proletariato, in una prima vittoria della causa dell’unione degli operai di tutti i paesi contro l’unione della borghesia delle diverse nazioni, di quella borghesia che fa la guerra e conclude la pace a spese degli schiavi del capitale, a spese degli operai salariati, a spese dei contadini, a spese dei lavoratori.

Questa prima vittoria non è ancora una vittoria definitiva ed è stata ottenuta dalla nostra rivoluzione d’ottobre attraverso ostacoli e difficoltà senza uguali, sofferenze inaudite, attraverso una serie di insuccessi e di errori grandissimi da parte nostra. Come se, da solo, un popolo arretrato avesse potuto vincere senza insuccessi e senza errori le guerre imperialiste dei paesi più potenti e più avanzati del mondo! Noi non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori e li esaminiamo spassionatamente per imparare a correggerli. Ma il fatto rimane: per la prima volta, dopo centinaia e migliaia di anni, la promessa di «rispondere» alla guerra tra gli schiavisti con la rivoluzione degli schiavi contro tutti gli schiavisti è stata mantenuta fino in fondo e lo è stata malgrado tutte le difficoltà.

Noi abbiamo cominciato quest’opera. Quando, entro che termine precisamente, i proletari la condurranno a termine? Ed a quale nazione apparterranno coloro che la condurranno a termine? Non è questa la questione essenziale. È essenziale il fatto che il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada è segnata.

Continuate pure le vostre ipocrisie, signori capitalisti di tutti i paesi, che «difendete la patria» giapponese contro quella americana, l’americana contro la giapponese, la francese contro l’inglese, ecc.! E voi, signori paladini della II Internazionale e della Internazionale due e mezzo, insieme con tutti i piccoli borghesi pacifisti e tutti i filistei del mondo, continuate pure a «eludere» la questione dei mezzi di lotta contro le guerre imperialiste con dei nuovi «manifesti di Basilea» (sul modello del Manifesto di Basilea del 1912)2. Alla guerra imperialista, alla pace imperialista, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini. Le rivoluzioni successive strapperanno a simili guerre ed a simili paci l’umanità intera.

E l’ultima nostra opera — la più importante, la più difficile, la più incompiuta — è l’organizzazione economica, la costruzione di una base economica per il nuovo edificio socialista che sostituisce quello vecchio e feudale distrutto, e quello capitalista semidistrutto. In questa opera, che è la più difficile e la più importante, abbiamo, più che in ogni altra, subito insuccessi e commesso errori. Come se si potesse incominciare senza insuccessi e senza errori un’opera simile, nuova al mondo! Ma noi l’abbiamo iniziata. Noi la continuiamo. Noi correggiamo appunto ora, con la nostra «nuova politica economica», tutta una serie di errori da noi commessi, impariamo come si deve proseguire nella costruzione dell’edificio socialista, in un paese di piccoli contadini, senza cadere in questi errori.

Le difficoltà sono immense. Noi siamo abituati a lottare contro difficoltà immense. Non per nulla i nostri nemici ci hanno soprannominati uomini «granitici» e rappresentanti di una «politica che spezza le ossa». Ma noi abbiamo imparato anche, per lo meno sino a un certo punto, un’altra arte, necessaria nella rivoluzione: la flessibilità, la capacità di cambiare rapidamente e bruscamente la nostra tattica, di tenere in considerazione i mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere una nuova via verso il nostro scopo se quella di prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile per un determinato periodo di tempo.

Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo e avendo risvegliato l’entusiasmo popolare prima genericamente politico e poi militare — noi contavamo di adempiere direttamente, sulla base di questo entusiasmo, anche i compiti economici non meno grandi di quelli politici e di quelli militari. Noi contavamo — o forse, più esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un calcolo sufficiente — di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare — con un lavoro di una lunga serie d’anni — il passaggio al comunismo. Non direttamente sull’entusiasmo, ma con l’aiuto dell’entusiasmo nato dalla grande rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale, sull’interesse personale, sul calcolo economico, prendetevi la pena di costruire dapprima un solido ponte che, in un paese di piccoli contadini, attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo, altrimenti voi non arriverete al comunismo, altrimenti voi non condurrete decine e decine di milioni di uomini al comunismo. Questo ci ha detto la vita. Questo ci ha detto il corso obiettivo seguito dalla rivoluzione.

E noi, che in tre o quattro anni abbiamo imparato un poco a compiere svolte repentine (quando sono necessarie), abbiamo cominciato con zelo, con attenzione, con perseveranza (benché non ancora con abbastanza zelo, attenzione e perseveranza) a studiare la nuova svolta della «nuova politica economica». Lo Stato proletario deve diventare un «padrone» cauto, scrupoloso, esperto, un commerciante all’ingrosso puntuale, perché altrimenti non potrà mettere economicamente sulla buona via un paese di piccoli contadini. Oggi, nelle condizioni attuali, accanto all’occidente capitalista (ancora capitalista per il momento), non c’è altro mezzo per passare al comunismo. Un commerciante all’ingrosso sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo dalla terra. Ma questa è appunto una delle contraddizioni che, nella vita reale, attraverso il capitalismo di Stato, conducono dalla piccola azienda contadina al socialismo. L’interesse personale eleva la produzione, e noi abbiamo bisogno dell’aumento della produzione, innanzi tutto e a qualunque costo. Il commercio all’ingrosso unisce economicamente milioni di piccoli contadini, in quanto li interessa, li spinge a gradini economici superiori, a diverse forme di collegamento e di associazione nella produzione stessa. Noi abbiamo già cominciato la necessaria riorganizzazione della nostra politica economica. In questo campo registriamo già alcuni successi, non grandi, è vero, parziali, ma indubbiamente dei successi. Noi siamo già alla fine del corso preparatorio in questo campo della nuova «scienza». Con uno studio tenace e perseverante, verificando praticamente l’esperienza di ogni nostro passo, non temendo di rifare più volte ciò che si è incominciato, correggendo i nostri errori, considerandone attentamente il significato, noi passeremo anche nelle classi successive. Noi seguiremo tutto il «corso» quantunque le circostanze della economia e della politica mondiale lo abbiano reso molto più lungo e difficile di quanto non avremmo voluto. Per quanto siano dure le sofferenze del periodo di transizione, le calamità, la fame, lo sfacelo, noi non ci perderemo d’animo e, ad ogni costo, condurremo la nostra causa a una conclusione vittoriosa.

 

Il 16 ottobre 2018 ricorre il decimo anniversario della scomparsa di AURELIO STRADA. La sua vita è stata illustrata nel corso del Consiglio Comunale del 12 ottobre.

 

Buonasera, intendiamo ringraziare Il Sindaco Dott. Zattini GianLuca e l’intera amministrazione per l’opportunità che ci ha concesso di ricordare e cercare di tracciare il percorso di Aurelio, una vita dedicata allo sviluppo della democrazia, dell’equità sociale, della pace, alla difesa e sviluppo della Costituzione Repubblicana nata dalla guerra di Liberazione e alla costruzione di una società socialista in Italia e nel mondo. Con questo contributo ci rendiamo consapevoli di alcuni limiti che possono emergere, alcuni contributi provengono da documenti , ma soprattutto dalla memoria e dalla comune militanza per oltre 40 anni in partiti di natura comunista a partire dal PARTITO COMUNISTA ITALIANO.

Aurelio nasce nel 1927 a Meldola da padre muratore e da madre operaia Anna Maria Casadei , non sempre lavoravano, Aurelio, cresce e matura in una casa povera. Antonio, il padre è socialista e in diverse occasioni arriva allo scontro con fascisti unitamente ai compagni antifascisti e la sua avversione al fascismo la manifesta anche attraverso i figli facendogli rifiutare la tessera di Balilla che veniva data a quanti frequentavano la scuola. Aurelio, compie gli studi accedendo alla licenza dell’avviamento e sono gli anni in cui inizia ad amare la lettura, legge tutto ciò che si trova ,   testi di ispirazione antifascista non se trovavano, riesce comunque a leggere il celebre libro di Jak London “il tallone di ferro” sfuggito alla ferrea censura fascista. Il fratello Spartaco è militare in Albania, si ammala di tifo e viene rispedito in Italia,con la caduta del fascismo non si presenta alla chiamata della Repubblica di Salò e con altri compagni sceglie la vita partigiana raggiungendo i componenti L’ 8 brigata Garibaldi. Il padre Antonio per rappresaglia viene arrestato e internato in un campo di concentramento in Germania, per gli stenti e i patimenti ritornerà dalla prigionia cieco al termine della guerra.

E’in quel contesto che matura sempre più forte la convinzione in Aurelio di schierarsi con il popolo (nell’accezione gramsciana del termine) e nel 1944-1945 unitamente ai fratelli aderisce al ricostituito Partito Comunista Italiano. Il giovane Aurelio inizia la propria attività politica lavorando per la costruzione di un forte partito Comunista che rappresenterà una costante nel corso di tutti gli anni in cui ha svolto attività politica fino alla grave malattia; si impegna a fondo per contribuire a vincere il Referendum per la Repubblica e le elezioni politiche del 1948 nel Fronte Popolare che si trasformarono in una cocente delusione, ma sa ripartire con maggiore determinazione non piegando mai la schiena. Nel 1948 Aurelio, già dirigente sindacale e politico, organizzatore dei lavoratori e delle lotte con scioperi, diviene nel concetto leninista un “rivoluzionario di professione”, verrà inviato in una delle scuole di partito nelle quali si sono formati nel corso di decenni quadri che hanno diretto Istituzioni, il partito e organismi di massa diventandone la spina dorsale del movimento. Nel 1949, riceve una lettera dai compagni del comitato di sezione di Meldola, la quale dimostra l’attaccamento, il rispetto e la fiducia dei compagni. La lettera rappresenta una pietra miliare nella sua lunga militanza comunista, e della quale riteniamo di darne lettura integrale.

 

Carissimo compagno, il comitato di Sezione riunito come di consuetudine, si accinge, pur riconoscendosi abbastanza in ritardo a scriverti.

In nome suo e della collettività ti porge i più sinceri auguri; onde tu possa, per te e l’umanità tutta addivenire ciò che il nostro Partito si è prefisso di ottenere da te.

Con l’anno 1949 la nostra sezione si è proposta di effettuare un vasto piano di lavoro, che consiste nel miglioramento organizzativo, politico, ideologico di tutti i compagni, cercando in qualche modo di farne di ogni compagno un fervido attivista.

Sappi che in questi giorni si è costituita anche a Meldola l’alleanza giovanile, pare abbia dare buoni risultati: a capo della su detta vi è il compagno Gardelli, il quale coadiuvato da altri giovani, si é impegnato di ricavarne un sucessone, speriamo bene!

Ma tu intanto cerca di intervenire in merito col tuo consiglio presso il compagno Gardelli

. Per il 13 marzo ricorrenza della morte del comp. Partigiano ANTONIO CARINI (ORSI) , stiamo preparando una grandissima significativa commemorazione in sua memoria, indicendo pertanto un raduno partigiano in campo provinciale, con la partecipazione dei compagni Onorevoli TERRACINI E BOLDRINI.

Crediamo opportuno comunicarti che siamo venuti a conoscenza per mezzo del compagno SIGFRIDO COPPOLA, che esiste in Pretura, una segnalazione anonima a carico tuo con la seguente motivazione ( ATTIVISTA SINDACALE PERICOLOSO INSCRITTO AL P.C.I. DA ELIMINARSI AL MOMENTO OPPORTUNO).

Almeno per il periodo degli studi ti consigliamo di non esporti troppo,comprendici.

Allegata alla presente troverai la tessera dell’anno in corso.

Di nuovo ricevi i nostri affettuosi auguri. IL COMITATO.

Saluti Divo, Facibeni Libero, Foschi Manlio, Castori Ero

Diversi compagni non facenti parte del comitato inviano i loro saluti. (Venturi- nonostante non sia nel comitato   -Bertaccini Ubaldo di Via Balzetta, un altro Bertaccini oppure Bartolucci

 

P.S. troviamo due note inviate ad Aurelio

1) Caro Aurelio, ne approfitto della presente per allegarti anch’io il mio caro saluto ed augurio; e nel dirti pure che devi essere orgoglioso per una fortuna simile nel difendere e propagandare per il domani la linea del nostro partito. Avanti e non fermarti che la vittoria è nostra. Saluti da tutti e da me in particolarmente. (Firma illeggibile)

 

2) Piccirotto ti saluta cordialmente, aspetta tua lettera e ti dice che se ti manca il francobollo te lo spedirà lui. Nota Bene. Il mio interessamento l’ho fatto, è su ciò del più importante è già segnato sopra. La tessera è inclusa nella presente. Coraggio e buon lavoro.

 

Per dovuta conoscenza intendiamo ricordare il compagno Foschi Manlio, ciabattino, fu uno dei fondatori a Meldola del Partito Comunista d’Italia nel 1921 proveniente dalla Gioventù Socialista

 

Questa lettera, ci racconta il clima politico di quegli anni, la durezza dello scontro in atto, il ruolo anticomunista della Democrazia Cristiana, come l’ostracismo verso i partiti del fronte popolare, il condizionamento, e lo comprenderemo successivamente del ruolo di una organizzazione multinazionale, la NATO nei confronti di uno stato che da poco si era liberato dal fascismo e dalla monarchia. Aurelio a 22 anni rientra già nel novero dei comunisti pericolosi (da eliminare)

Ci fa pure comprendere come quei compagni che dirigevano il partito a Meldola fatto di operai, contadini, artigiani, maturati sotto il fascismo, trovassero nel giovane Aurelio il compagno determinato e preparato a difendere, propagandare gli interessi del popolo non solo in Italia, ma per l’umanità intera, marxista-leninista antidogmatico, convinto assertore dello sviluppo creativo del pensiero come confronto permanente della realtà con la teoria, fermamente convinto del concetto del partito strumento per la trasformazione della società, e non come strumento personale per fini carrieristi ed economici.

 

E’ sindacalista della C.G.I.L. a Modigliana, è in quella cittadina che conosce Michelina che diventerà la compagna della sua vita, avrà un figlio,Tiziano, e successivamente, altri due che perderanno la vita il primo colpito da una terribile malattia, il secondo in una tragica circostanza, due nipoti, Francesco e Simona che saranno le ultime gioie di una lunga malattia.

 

Gli anni 50, sono gli anni in cui conosce il carcere perché organizzatore di scioperi. Dal carcere ne esce più forte, ne nasce la ferma determinazione che la lotta alle ingiustizie deve essere condotta con maggiore determinazione, quel periodo di detenzione lo utilizza per sviluppare ulteriormente la sua cultura, studia, richiedendo soltanto libri.

 

Viene inviato a dirigere la struttura meldolese della C.G.I.L. e diviene segretario provinciale dei braccianti, una vita dura, pericolosa, data la situazione del tempo. Svolge quel ruolo fin quando non viene chiamato dal P.C.I. ad un incarico diverso, di Sindaco al comune di Meldola

 

Nel 1965 dopo una lunga esperienza nel Consiglio Comunale di Meldola, in qualità di Capo gruppo, Aurelio inizia una nuova esperienza, viene chiamato a svolgere il ruolo di Sindaco in sostituzione della compagna Ariella Farneti eletta al Senato della Repubblica nel 1963. Rimane Sindaco per circa 2 anni, e nonostante il breve periodo affronta con determinazione il problema del recupero del centro storico costituendo una commissione di esperti. Rappresenta una novità per la Città, e come tutte le cose nuove apre un importante dibattito e solo dopo anni i risultati cominciano ad essere visibili. La maggioranza consigliare entra presto in fibrillazione, la componente socialista avanza la richiesta di un riequilibrio, con la presentazione di un Sindaco di sua espressione. La giunta presenta un piano per gli investimenti che il Consiglio respinge e Aurelio presenta le dimissioni. Inizia un periodo di gestione commissariale che terminerà nel 1970.

 

Terminata la breve esperienza, Aurelio è chiamato a dirigere il partito nella Valle del Bidente da Meldola a S.Sofia. Impegna il partito nelle grandi battaglie per la pace, il lavoro e lo sviluppo economico partendo dall’allargamento della bidentina, che trova la conclusione dopo circa vent’anni. Gli ultimi anni del decennio sono caratterizzati da grandi mutamenti politici e sociali, il 68, l’anno della grande contestazione al sistema di cui ricorre il 50°, la promulgazione della “Populorum Progressio” del 1967 che seguì la “Pacem in terris” di Giovanni XXXIII del 1963, vede Aurelio protagonista unitamente a intellettuali di estrazione cattolica a dibattiti che avranno una grande risonanza in tutta la provincia. Gli anni 60 sono pure gli anni di tentativi golpisti “piano Solo” da parte di istituzioni create dallo Stato, il Sifar del generale De Lorenzo che riprende le schedature di cittadini, politici, ecclesiasti riprendendo un antico malvezzo dell’italia fascista con L’Ovra, schedando circa 150 mila persone, lo stesso compagno Pietro Nenni nel 1964 vice presidente del consiglio dei ministri parla di “frusciar di sciabole”. Nel 1965 il Sifar viene sciolto e nasce il nuovo servizio segreto di informazioni , continua comunque ad operare Gladio in stretto collegamento con la NATO. Anche Meldola avrà i suoi schedati, Aurelio Strada comunista pericoloso e un altro comunista definito tranquillo, sornione. I campi di prigionia in Sardegna erano già pronti a raccogliere migliaia di persone. Aurelio ancora una volta stupisce i compagni “se fosse successo almeno mi avessero lasciato i libri”

 

Con il 1970 si ricostituisce una maggioranza composta da P.C.I. e P.S.I., Meldola ha un nuovo Sindaco, il compagno Albano Ruscelli, il riequilibrio richiesto dal P.S.I. nel 1966 porta pure S.Sofia ad un nuovo sindaco. Aurelio per alcuni mesi svolge la funzione di Vice Sindaco, viene chiamato a svolgere un nuovo incarico nel partito a livello provinciale entrando nella segreteria federale con la responsabilità agli Enti Locali. Negli anni 70 e 80 acquisirà una grande esperienza di amministratore, sarà chiamato a svolgere il ruolo di Vice Presidente della Provincia di Forli, e negli anni successivi diventa Presidente dell’AUSL di Forli, responsabilità che mantiene fino alle dimissioni nel 1991 anno di scioglimento del P.C.I. e costituzione del P.R.C. al quale aderisce.

In Provincia è stato Assessore al bilancio e al patrimonio, che gli dà la possibilità di dare inizio nei primi anni 80° alle pratiche per la ristrutturazione della Rocca delle Caminate, opera conclusa solo da qualche anno. Da Presidente dell’ AUSL di Forlì è da ascrivergli il progetto di trasferimento e inizio lavori dal centro di Forlì del Morgagni a Vecchiazzano.

 

Aurelio non è mai uno Jes man , ha sempre difeso le proprie posizioni negli organi preposti del partito, sicuramente, non ne ha tratto vantaggio, ha sempre rispettato e difeso pubblicamente le posizioni del partito nel nome del principio leninista del Centralismo Democratico.

 

Con lo scioglimento del P.C.I. al quale si è opposto con determinazione, e la costituzione del Partito della rifondazione comunista, si apre una nuova stagione politica, nel 1991 viene eletto a Presidente del Comitato politico federale , nel 1995 Rifondazione si presenta alle elezioni comunali e Aurelio viene eletto in Consiglio comunale con oltre 1000 voti, un successo. Intenso sarà il lavoro svolto in consiglio comunale utilizzando molte delle sue energie verso l’ospedale di Meldola, cercando, di salvare almeno una sezione di Medicina. A fine 1998 problemi strategici e identitari portano la componente definita cossuttiana a uscire dal P.R.C. e fondare il Partito dei comunisti italiani. Aurelio aderisce al nuovo partito, continua nella sua funzione di amministratore e politico fino a che la salute lo sorregge.

 

Ricordare la figura di Aurelio, è stato un onore per i compagni che hanno trascorso in completa assonanza decenni di attività politica, per cui riteniamo di concludere questo intervento citando una frase di Palmiro Togliatti, che racchiude tutta la sua vita politica, “Veniamo da molto lontano,e andiamo molto lontano! Senza dubbio! Il nostro obiettivo è la creazione nel nostro paese di una società di liberi e di uguali, nella quale non ci sia sfruttamento da parte di uomini su altri uomini. GRAZIE

(A seguito della commemorazione viene richiesta la titolazione di una via, piazza, o parco di Meldola.)

 

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